Camillo Cardinal Ruini Camillo Cardinal Ruini
Function:
Cardinal Vicar of Roma, Italy
Title:
Cardinal Priest of S Agnese fuori le mura
Birthdate:
Feb 19, 1931
Country:
Italy
Elevated:
Jun 28, 1991
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian "Difficile coniugare fermezza e amore"
Jun 22, 2008
Suona come un congedo il saluto che il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha rivolto questa sera nella Basilica di San Giovanni in Laterano, in occasione della solenne messa per il 25esimo anniversario di episcopato.

Città del Vaticano, 21 giugno 2008  - In 6 cartelle, in una lunga ed emozionante omelia, il porporato - che per 17 anni e mezzo ha retto come vicario la diocesi del Papa - non manca di ringraziare Giovanni Paolo II che lo ha voluto al suo fianco, Benedetto XVI che lo ha confermato (andando oltre i limiti di età previsti dal codice di diritto canonico, che fissa la 'pensione' in 75 anni), e tutti i suoi collaboratori più stressi.



Chiede anche scusa il 'cardinale Sottile', così detto per la sua abilità di ragionamento, per le 'mancanze' avute in quasi vent'anni di lavoro nella diocesi romana. E si leva qualche sassolino dalle scarpe: critiche al corpo episcopale che, in varie occasioni, non ha espresso "fermezza nell'annuncio e nella testimonianza pubblica della fede". "Difficile - ammette però Ruini - mi è stato riuscire a congiungere, anche nel modo di esprimermi e di comunicare, la fermezza con l'amore", perchè "quello che facciamo e decidiamo, lo facciamo e decidiamo per amore, ricercando cioè il bene sia della comunità sia delle persone interessate. È questo, forse, il maggior peso quotidiano di un vescovo".



Alla diocesi di Roma lascia poi un "piccolo testamento": di non nascondersi di fronte alle sfide di oggi. E dice addio alla 'sua' diocesi con una promessa: "Nel mio piccolo, se il Signore lo permetterà, vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perchè i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l'occhio della fede".



Di fronte a una Basilica gremita, a un parterre di politici ed ecclesiastici d'eccezione, a lungo applaudito, il cardinale Ruini ha così salutato la diocesi che ha retto per 17 anni e mezzo. "Ho ricevuto un dono grandissimo da Giovanni Paolo II - dice Ruini - quando, il 17 gennaio 1991, egli mi ha nominato suo Vicario".



Ricorda la lettera con cui Papa Wojtyla comunicò l'incarico in quell'occasione: "Ho deciso di affidarLeà ciò che ho di più mio e di più caro: Roma apostolica, coi suoi incomparabili tesori di spiritualità cristiana e di tradizione cattolica; con le sue forze vive di sacerdoti, di comunità religiose, di laici impegnati; ma anche con le sue innumerevoli esperienze umane, con le sue certezze e le sue inquietudini, con le sue realizzazioni e le sue attese". Un "dono grandissimo", prosegue Ruini, che "è stato confermato e rinnovato da Benedetto XVI". "All'uno e all'altro Successore di Pietro - afferma il porporato - va dunque la mia personale totale gratitudine".



"In tutti questi anni - prosegue - un dono in qualche modo altrettanto grande l'ho ricevuto da Roma stessa, Roma Diocesi e Roma Città: questo dono l'ho compreso un poco per volta e sempre di più. Terminato il mio servizio di cardinale vicario confido di gustarlo e assaporarlo ancora meglio, ritornandovi negli anni che mi rimangono con la memoria e con la preghiera".



È il ruolo dei vescovi e le difficoltà avute in questi anni a fare da filo conduttore all'omelia di questa sera. "Ogni vescovo - dice - nel suo tempo e nelle sue situazioni di vita e di ministero, ha bisogno di almeno un poco di fortezza e anche io ne ho avuto bisogno, a Reggio Emilia e poi qui a Roma". Spesso "si pensa alla fortezza o al coraggio rivolto per così dire 'verso l'esterno', soprattutto verso la pressione esercitata dalla 'opinione pubblica' così come questa è interpretata, e non di rado 'costruita', dai mezzi di comunicazione". È invece "indispensabile per un vescovo - ammonisce Ruini - sottrarsi alla sudditanza nei confronti di questo genere di pressione e a tal fine è importante ricordare che la verità che ci sè stata donata e affidata, quella verità che è in ultima analisi Cristo stesso, conta e 'pesa' molto di più di qualsiasi opinione". Ruini ricorda una sua frase pronunciata ad Assisi durante l'assemblea generale della Cei, divenuta famosa per l'impatto mediatico avuto nel delicato confronto fra chiesa e politica. "Come ho detto scherzosamente parlando ad alcuni confratelli vescovi quando pensavo che non ci fossero altri ascoltatori, 'le pallottole di carta non fanno molta paura'".



L'annuncio e la testimonianza pubblica della fede, cavallo di battaglia dell'azione del cardinale Camillo Ruini, torna con prepotenza anche nell'omelia di questo pomeriggio, a San Giovanni in Laterano. "Sono stato assai aiutato e stimolato sotto questo profilo dal mio compito di vicario del Santo Padre, in concreto dall'esempio che ho ricevuto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI: in molte occasioni - afferma - ho percepito quasi fisicamente che sarebbe stato ingiusto lasciarli soli".



"Essere a fianco del Papa nell'annuncio e testimonianza della fede, specialmente quando questi sono scomodi e richiedono coraggio - dice - è in realtà il compito di ogni vescovo, un aspetto essenziale della collegialità episcopale". Ed ecco la critica che Ruini scaglia verso "tutto il corpo episcopale": se "fosse stato forte ed esplicito sotto questo profilo, varie difficoltà, nella Chiesa, sarebbero state meno gravi e che anche per il futuro questa può essere una via efficace per ridimensionarle e superarle".



Inevitabili i ringraziamenti. "Devo ringraziare di tutto cuore per il dono della grande fiducia che mi è stata accordata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: senza una tale fiducia il compito del cardinale vicario sarebbe davvero arduo e ben poco fruttuoso". E poi un grazie ai vicegerenti, ai vescovi ausiliari, ai due segretari don Mauro e don Nicola, a tutto lo staff della segreteria.



Un Ruini che in tutta umiltà chiede anche scusa alla diocesi romana: "Per parte mia ho fatto poco, certamente non abbastanza - ammette - per meritare la solidarietà che ho ricevuto e ne chiedo scusa. Il contributo che ho cercato di dare è consistito soprattutto nel senso del dovere e quindi nell'assiduità al lavoro e nell'assumermi le mie responsabilità, sforzandomi di essere sincero e leale". "Il rammarico più grande - sottolinea - riguarda però la mia debolezza e mediocrità in quello che è il primo compito di ogni vescovo: la preghiera". "Specialmente di questa debolezza chiedo perdono e il mio primo proposito per il futuro è quello di porvi, con la grazia di Dio, in qualche modo rimedio".



Il porporato emiliano individua inoltre nella "tentazione della sfiducia" il "pericolo più grande per la missione del vescovo e della chiesa". "La Diocesi di Roma, e in essa il clero romano, per grazia di Dio mediamente giovane e ben preparato, le tante presenze vive religiose e laicali - esorta Ruini - devono sconfiggere questa tentazione, che è contraria alla speranza teologale, alla speranza cioè fondata sulla forza dell'amore che Dio ha per la famiglia umana. Il piccolo testamento che vorrei lasciare alla Diocesi di Roma è dunque questo: guardiamo alla grande sfida che oggi dobbiamo affrontare, rendiamocene conto, non nascondiamoci davanti a lei, cerchiamo di coglierla nella sua forza, spessore, pervasività, capacità di penetrazione, quella capacità e quell'attrattiva che essa esercita specialmente verso le nuove generazioni".



Infine, una promessa: "Nel mio piccolo, se il Signore lo permetterà, vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perché i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l'occhio della fede, e così non si affliggano 'come gli altri che non hanno speranza'".
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