Camillo Cardinal Ruini Camillo Cardinal Ruini
Function:
Cardinal Vicar of Roma, Italy
Title:
Cardinal Priest of S Agnese fuori le mura
Birthdate:
Feb 19, 1931
Country:
Italy
Elevated:
Jun 28, 1991
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Italian Intervista esclusiva: “La mia battaglia per l’uomo”
Sept 10, 2004
Politica e fede, cattolici e laici, Europa ed islam: il vicario del papa spazia a tutto campo. Parla anche dei buoni e cattivi maestri di cultura. E di quello che giudica il pericolo numero uno: la deriva “naturalistica” dell’uomo.

(“L’Espresso, 12-19 dicembre 2002) È vescovo e cardinale ma ha la politica come vocazione seconda. Da vicario del papa è in simbiosi perfetta con Giovanni Paolo II, più che il cardinale Richelieu col Re Sole. È il premier di quel governo ombra specialissimo che in Italia è la Chiesa. Il suo nome è Camillo Ruini.

Visto da vicino, nei maestosi saloni del Palazzo del Laterano, appare fragile e timido. Anche enigmatico. Ama dettare la sua strategia in calibrati discorsi tra vescovi, illeggibili per i non iniziati. Ma a tu per tu è diverso. Ha parole ben scolpite su tutto: politica e fede, cattolici e laici, Europa ed islam. Anche le recenti polemiche non le schiva: niente nomi, ma la sostanza c’è tutta. E tutto rinconduce alla sua visione unitaria, al suo “progetto culturale”. Che è poi una battaglia campale sull’uomo. Naturalistico oppure cristiano.

E pensare che pochi lo amano, questo cardinale filosofo. È il grande incompreso. Che però questa volta ha accettato qui di spiegarsi, con schiettezza per lui inusitata.

Cardinal Ruini, anche in campo cattolico molti brontolano. L’accusano di prediligere la destra e di tacere su certe leggi giudicate immorali.

«Primo, mi occupo dei contenuti e non degli schieramenti. Secondo, più che tacere sono semmai fin troppo insistente, nei discorsi alla Cei che sono poi i miei unici commenti che toccano anche temi politici. L’esperienza di cinquant’anni mi ha insegnato a stare attento a una tentazione: il moralismo che usa temi etici come strumenti di lotta politica. Dico cinquant’anni perché già Alcide De Gasperi veniva osteggiato così. E sommessamente inviterei a una maggiore prudenza, perché se carichiamo le singole scelte della dialettica politica di una valenza etica, allora finisce che la lotta politica stessa peggiora, diventa disprezzo, odio verso le persone».

C’era una volta la Democrazia cristiana. Ne ha nostalgia?

«No. Della Dc conservo un giudizio fortemente positivo. Ma oggi tutto è cambiato ed è in questa situazione nuova che la Chiesa deve operare. Positivamente. Non facendo politica, ma insistendo sui contenuti antropologici ed etici che qualificano l’agire politico. Perché gli stessi sviluppi scientifici e sociali di oggi hanno prodotto una conseguenza apparentemente paradossale: hanno fatto capire che la privatizzazione dell’etica è insostenibile. Tant’è vero che in tutti i paesi avanzati esistono comitati di etica pubblica. La Chiesa non può disinteressarsene».

Ma i cattolici in Italia sono minoranza. E più diminuiscono più sono esigenti e battaglieri. Troveremo anche lei sulle barricate?

«Sulle barricate? Non lo penso proprio. Ma anche questo concetto dei cristiani come minoranza non credo aiuti molto a capire. Dipende da cosa si intende per cristiani. Quelli che vanno a messa la domenica sono sicuramente minoranza. Ma se pensiamo che l’83 per cento degli italiani dà l’8 per mille dell’imposta alla Chiesa cattolica e quasi il 90 per cento dei ragazzi delle scuole superiori scelgono l’ora di religione, solo questi dati dovrebbero consigliare prudenza. In ogni caso è indubbio che la scristianizzazione avanza. È un processo di lunga durata e di grande portata. Che impone alla Chiesa di cambiare».

Cambiare come? Per riconquistare l’Italia alla fede come fosse un paese di missione?

«Più che di missione, papa Giovanni Paolo II ha parlato di nuova evangelizzazione. La missione fa pensare a una tabula rasa, su cui il Vangelo è tutto da impiantare. La nuova evangelizzazione scende invece su un terreno già nutrito di cristianesimo, nel quale la grande eredità cristiana è insidiata e contrastata ma persiste. Il Vangelo che si annuncia è il medesimo qui e in terra pagana, ma il contesto è diverso. È diverso l’uomo».

Che nuova figura d’uomo vede avanzare?

«Lo chiamerei l’uomo naturalistico».

Amante della natura?

«Non amante, parte. L’uomo che viene avanti si sente egli stesso semplicemente parte della natura. Si concepisce così. Non è la prima volta che ciò accade nella storia dell’umanità. E puntualmente a questa visione naturalistica si accompagna un’etica edonistica ed utilitaristica».

Quindi è un uomo che semplicemente vuole godersi la vita?

«Godere la vita e far calcoli su ciò che giudica più immediatamente vantaggioso per sé».

Quali segni le fanno vedere che è questa la nuova figura d’uomo?

«Il segno più importante viene dalle scienze antropologiche. Oggi, in larga misura, non sono più i filosofi ma gli uomini di scienza le guide culturali della nostra civiltà. E molti di questi sono portatori della visione che ho detto. È una visione che domina la scena dei media e che immagino sia ampiamente divulgata anche nelle scuole».

Fin qui la teoria. E la pratica?

«Per cogliere i riverberi di questa visione nella pratica quotidiana e nel costume basta guardarsi attorno».

Chi è l’Epicuro di questo moderno naturalismo?

«È una specie di profeta collettivo, che vedo all’opera in particolare nel sistema mediatico. I media influenzano la vita e nello stesso tempo la fotografano. Spesso in modo molto parziale, tendenzioso».

E a questa sfida volete contrattaccare con la nuova evangelizzazione?

«All’uomo naturalistico dobbiamo essere capaci di proporre una diversa immagine d’uomo, quella cristiana. Se ci mettessimo sulla difensiva non andremmo lontano».

Sulla difensiva un papa come Karol Wojtyla non sta di certo. Lui sulle barricate ci va volentieri.

«Siamo e dobbiamo essere combattivi, ma sempre in modi sereni e pacati, come in realtà fa il papa. Perché, in fondo, noi vogliamo offrire alla società un servizio: aiutarla a tenere in piedi quelle che sono le colonne portanti della nostra civilizzazione».

Intende dire la tutela della vita nascente, la famiglia, la scuola, i vostri classici temi di battaglia?

«Sicuramente. Ci accusano di fare su questi temi una guerra di retroguardia, a ritroso della storia, contro il sentire comune. Quando invece sono proprio le colonne sulle quali ha poggiato fino a poco tempo fa la civiltà alla quale apparteniamo. Se le togliessimo, non dico che crollerebbe tutto, ma certo tutto cambierebbe in peggio, le condizioni di vita in cui verremmo a trovarci sarebbero meno umane».

E perché invece non più libere? Senza i vincoli che la Chiesa vuole imporre alle scelte di ciascuno.

«La libertà non è un vivere in balia dell’istinto. È capacità di scelta culturalmente motivata. La vera libertà ha sempre a che fare col principio di realtà. Un vita migliore per sé e per gli altri si costruisce anche con un certo superamento di sé».

Il principio di realtà non rimanda a Freud?

«Infatti. Ma anche la grande etica cristiana è realista. Pensiamo a san Tommaso d’Aquino. La realtà ha un “logos”, una sua razionalità profonda, a differenza da quello che hanno detto Hume e molti dopo di lui, secondo i quali la realtà è così casuale e insensata che da essa non si può ricavare alcun imperativo etico».

Ma la Chiesa come mette d’accordo i suoi imperativi col libero gioco della democrazia? Il papa nel suo discorso in parlamento ha detto chiaro come la pensa: “una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo”.

«È vero, perdendo i capisaldi etici si tornerebbe a quella che Giovanni Sartori ha chiamato “la democrazia degli antichi” e che era puro dominio della maggioranza, ancora lontana dall’acquisire il concetto moderno e di matrice cristiana dei diritti inviolabili della persona umana. Senza un’etica realista, fondata sull’essere della persona, l’uomo è davvero in pericolo».

Cardinal Ruini, pensa che i cattolici italiani la seguano? Quel che si vede in tante parrocchie è un cattolicesimo smorto, confuso.

«Ma anche non di rado vitale. Confesso che i segnali che mi arrivano sono contrastanti, anche da parte di osservatori laici. Certo l’impresa è di quelle che esigono una conversione, una motivazione forte che sorga dal di dentro».

Vi sono gruppi e movimenti cattolici che di loro motivazioni esclusive ne sbandierano fin troppe: Opus Dei, Comunione e liberazione, focolarini, neocatecumenali...

«È una peculiarità di certi movimenti nati nella seconda metà del secolo passato. Sono ancora giovani e quindi è naturale che marchino i propri profili, ma penso che anche i più vivaci stiano maturando e col tempo si integreranno sempre più nel tessuto della Chiesa. Anzi, molti frutti positivi già li danno, con la loro spinta all’identità cristiana e alla missionarietà».

Ma non finiscono per contendersi tra loro sempre gli stessi fedeli?

«In parte è così. Però avviene anche che entrino o ritornino nella Chiesa persone che ne erano lontane. Oggi la religione è vissuta in modo più personale e questo rende il quadro più mosso. Da una nostra inchiesta recente tra i giovani di Roma risulta che a volte basta l’incontro con una persona credente per generare una scelta di fede. La partita è molto aperta».

Alla sua impresa di riconquista lei ha dato un nome: “progetto culturale cristianamente orientato”. Che tradotto vuol dire...

«Incarnare il cristianesimo, senza annacquarlo, nella cultura e nella società italiane di oggi, per orientarle verso il Dio di Gesù Cristo. Un Dio che, crediamo, è la salvezza anche della nostra civiltà».

Sono trascorsi sette anni da quando lei ha lanciato questo progetto. Risultati?

«Dentro la Chiesa, almeno a certi livelli, l’idea è passata. L’assemblea plenaria di metà novembre dei vescovi italiani ne è la prova: col suo concentrarsi sulla questione antropologica è stata una tipica assemblea da progetto culturale. Altro però è dire che l’idea sia passata capillarmente nell’intero tessuto ecclesiale. Qui no, da questo siamo ancora lontani».

E gli effetti nella società italiana?

«Dicono che ci sia una crescente vivacità della presenza cristiana. Io sarei più cauto. Parlerei soltanto di modesto rinvigorimento. Anche se alcuni già lo ritengono eccessivo e se ne preoccupano».

Intende i laici che dicono “s’avanza uno strano cristiano”?

«Questa è la polemica più recente. Ma è un lamento che va avanti a intermittenza da anni, anche per una certa crisi di identità presente in quel mondo assai composito che viene denominato pensiero laico».

Ma vi sono anche dei laici con cui lei si trova in sintonia. Che cosa li rende più buoni?

«Molti laici apprezzano l’eredità culturale cristiana. E così a loro modo contribuiscono al progetto culturale, pur non essendo credenti».

Dei quadri intermedi della Chiesa italiana, i preti, che dice? Sono all’altezza della sfida?

«Anche sul piano culturale non pochi sono attenti e impegnati. Ma il cambiamento si gioca su tempi lunghi e il passaggio decisivo è la formazione nei seminari. Lì è necessario un riorientamento forte della teologia».

In che direzione?

«Quando ero studente di teologia dominava l’apologetica, la difesa polemica del cristianesimo. Giustamente si è abbandonata questa strettoia. Però non si può pensare che alla sfida socioculturale di oggi sia adeguato un pensiero teologico che si dedichi in modo specialistico ai contenuti della dottrina oppure si concentri sull’esperienza religiosa. È necessario raccogliere le domande dei saperi umani d’oggi, soprattutto scientifici, e ad essi rispondere mostrando le ragioni della fede, la plausibilità del credere e del vivere da cristiani. Questa “teologia fondamentale”, che in quanto razionale è proponibile pubblicamente a tutti, deve diventare la base su cui formare culturalmente le nuove generazioni di preti».

È un suo sogno oppure già qualcosa si muove?

«Tra i teologi noto una crescente attenzione a questi temi fondamentali. Penso ad esempio a Pierangelo Sequeri, della facoltà teologica di Milano, e al suo saggio intitolato “Il Dio affidabile”».

Ma oltre ai seminari c’è l’Università Cattolica, c’è il quotidiano “Avvenire”, c’è la tv satellitare “Sat 2000”. Il progetto culturale passa anche da qui?

«Sicuramente. Sono strumenti importanti, di esplicita ispirazione cristiana. Ma non sono tutto. È decisiva anche una presenza cristiana testimoniale, diffusa sul territorio e nel mondo della cultura, dei media, delle professioni».

Per decenni i maestri del cattolicesimo intellettuale e politico in Italia, giù giù fino all’Ulivo, sono stati Emmanuel Mounier, Jacques Maritain e Giuseppe Dossetti. Lei non li cita mai. Perché?

«Maritain è stato punto di riferimento anche mio, dopo san Tommaso d’Aquino e assieme a teologi come Karl Rahner, Yves Congar, Hans Urs von Balthasar, Bernard Lonergan. E a scienziati, sociologi e studiosi della politica anche non credenti, dai quali ho molto imparato. Ma oggi dobbiamo guardare in avanti. Siamo a un crinale sul quale anche i più grandi teologi e pensatori del Novecento non bastano più. I tempi attuali mi ricordano il Duecento, il secolo dell’aristotelismo e di san Tommaso, dei mercanti e delle libertà comunali, di san Francesco e del nuovo evangelismo. Le vette più alte della teologia raggiunte nel massimo del cambiamento socioculturale».

Lei invoca un nuovo Tommaso d’Aquino?

«Impossibile. La cultura attuale è troppo differenziata e articolata. Invocherei piuttosto una grande sinergia di pensiero creativo, nei diversi ambiti».

Ma tornando ai maestri del pensiero cattolico, chi oggi consiglierebbe di rileggere?

«Sicuramente Alexis de Tocqueville, sempre attuale. E Maurice Blondel. E Romano Guardini. Ma anche Lonergan, di cui ricordo, da allievo, le aperture al ragionare scientifico».

All’ultima plenaria dei vescovi lei ha citato con ammirazione Karl Löwith, filosofo e storico, ebreo.

«È un altro di cui raccomando la lettura. Mi ha aiutato a capire la vicenda storica e culturale del cristianesimo nella Germania dell’Ottocento, tra Hegel e Nietzsche».

Perché la Chiesa insiste tanto nel rivendicare l’identità cristiana non solo dell’Italia ma dell’intera Europa?

«Non perché veda dei barbari alle porte. Il timore è da dentro: è che la cultura naturalistica metta a repentaglio le colonne portanti della nostra civiltà. In Europa il pericolo è ancor più forte che nel nostro paese».

E l’entrata delle nuove nazioni dell’Est?

«È difficile prevederne gli effetti concreti. Questi popoli portano da un lato i segni di forti devastazioni anticristiane, dall’altro lato una nuova vitalità religiosa. In genere non hanno alcun timore di affermare apertamente il carattere cristiano della civiltà europea. L’oriente è più libero di noi dal condizionamento illuministico».

Con l’islam vede pericoli seri di uno scontro di civiltà?

«È un rischio possibile che dobbiamo fare di tutto per evitare, proprio riscoprendo e valorizzando l’identità cristiana dell’Europa. Perché da una parte tale identità è meno estranea all’islam che non un totale naturalismo. Ma quello che più conta è che l’identità cristiana è intrinsecamente orientata all’amore verso il diverso, proprio rimanendo se stessa. Il cristianesimo è capace di fornire gli impulsi culturali per una futura società mondiale che sia libera, pacifica, pluralistica. Questa è una sfida enorme e nuova, mai avvenuta in passato, ma ora ineludibile. E il cristianesimo ha in sé la forza per affrontarla positivamente».

Per il futuro prossimo si parla di un papa latinoamericano e per quello più remoto di un papa nero. Per un papa italiano è davvero finita?

«Intanto c’è un papa slavo. Io prego perché Dio ce lo conservi ancora molto a lungo».

Volesse dire il cuore del pontificato di Giovanni Paolo II...

«L’enorme spinta all’evangelizzazione, anzitutto attraverso la sua testimonianza personale. E poi, sul piano culturale, l’idea che la centralità dell’uomo e quella di Dio non sono alternative ma stanno insieme. E infine, sul piano ecclesiale, il Concilio Vaticano II inteso come apertura verso il futuro, nella continuità col passato».

__________

Appunti d’una biografia

Camillo Ruini è nato 71 anni fa nella capitale emiliana delle piastrelle, a Sassuolo.

È divenuto prete a 23 anni e si è laureato alla Pontificia università Gregoriana. Ha insegnato filosofia e teologia a Reggio Emilia e Bologna.

Nel 1983 è fatto vescovo ausiliare di Reggio Emilia. Prepara per conto di Giovanni Paolo II gli stati generali della Chiesa italiana a Loreto, nel 1985. E li vince, mentre viene sconfitta la linea progressista impersonata dal cardinale Carlo Maria Martini.

L’anno dopo è promosso segretario generale della Conferenza episcopale italiana.

Altri cinque anni e diventa, in rapida successione, vicario del papa per la diocesi di Roma, presidente della Cei e cardinale.

Nel 1995 riconvoca gli stati generali della Chiesa a Palermo e lancia quello che chiama «progetto culturale»: un piano per rifare l’Italia cristiana.

Nel 1996 Giovanni Paolo II lo riconferma presidente della Cei. E poi di nuovo nel 2001 per un terzo quinquennio.

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Retroscena d’una risposta

Nella primissima risposta all’intervista, il cardinale Camillo Ruini replica implicitamente anche a una critica pubblica che gli era stata rivolta pochi giorni prima dall’onorevole Pierluigi Castagnetti, cattolico, capogruppo alla Camera del Partito popolare.

La critica di Castagnetti era stata così riportata dal “Corriere della Sera” del 2 dicembre 2002, in un articolo firmato da Gian Guido Vecchi:

«Passano leggi vergognose, c’è un degrado generale del senso di legalità, dei principi che fondano la democrazia, e in tutto questo mi sento desolato e sgomento di fronte al silenzio di una parte del paese... soprattutto della Chiesa... Anche da parte dei non credenti si avverte delusione, l’attesa di una parola dei vescovi, un orientamento. Ricordo che dieci anni fa la Cei uscì con un testo fondamentale, “Educare alla legalità”. Ecco, adesso viviamo in momenti di grande spaesamento morale e culturale, però l’alto magistero del papa non sempre è echeggiato da vescovi e sacerdoti... Prendiamo il rientro dei capitali all’estero, o la legge sul falso in bilancio: quando si continua con i condoni, o si dice che fare un bilancio vero o falso è la stessa cosa, perché mai si dovrebbe seguire un principio etico?... Si abbassa la soglia di moralità e si finisce per rendere legittimi e approvati comportamenti contro la legge... C’è bisogno che la Chiesa recuperi la capacità di discernimento etico. Qualcosa si muove, ma mi fa impressione che intervengano soprattutto gli intellettuali laici. Il mondo cattolico deve sentire la responsabilità della parola».

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Bernard Lonergan, il maestro

Nell’intervista il cardinale Ruini consiglia di rileggere, tra i grandi maestri del pensiero cattolico, un gesuita canadese che fu suo professore di teologia alla Pontificia università Gregoriana: Bernard Lonergan.

Di Lonergan (1904-1984) sono in corso di edizione le opere complete, a cura del Lonergan Research Institute di Toronto.

Dice di lui il direttore dell’Institute, il gesuita Robert M. Doran:

«Lonergan sognava di fondare un istituto di ricerca sul metodo in teologia. Lo concepiva come un grande centro interdisciplinare di collaborazione creativa sui principali problemi che affrontano la teologia, la filosofia, le scienze umane, la progettazione politica ed economica del nostro tempo. Egli era filosofo, teologo, economista e metodologista».
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