Camillo Cardinal Ruini Camillo Cardinal Ruini
Function:
Cardinal Vicar of Roma, Italy
Title:
Cardinal Priest of S Agnese fuori le mura
Birthdate:
Feb 19, 1931
Country:
Italy
Elevated:
Jun 28, 1991
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Santoro akbar, prete martire
Feb 16, 2006
Il dolore di Ruini e la richiesta di libertà religiosa là “dove regnano intolleranza e disprezzo”.

(Il Foglio, 11/02/2006) C’è chi giura d’aver visto piangere il cardinale Camillo Ruini. La voce rotta sì. Certo l’immagine del presidente della Cei, con quella sua aria di anima disincarnata seguita dal corteo di vescovi, e ripiegata su di sé come il bastone pastorale che teneva nella sinistra, era comunque l’immagine di una sofferenza solenne. Era il dolore di dover salutare don Andrea Santoro con la formalità che si riserva ai martiri. Sarà beatificato, don Andrea, morto ammazzato da mano islamica in Anatolia domenica scorsa, Ruini l’ha promesso per iscritto e poi a voce alle migliaia di persone dentro e fuori la basilica romana di san Giovanni in Laterano.

Ha detto così: “Permettetemi di esprimere con franchezza la mia personale convinzione. Rispetteremo pienamente, nel processo di beatificazione e canonizzazione che ho in mente di aprire, tutte le leggi e i tempi della chiesa, ma fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano”. A quel punto – si era quasi alla fine dell’omelia cardinalizia – nella chiesa c’è stato un attimo di esitazione, come il pudore di non contaminare la promessa, poi l’applauso.

Il primo dei tre applausi che hanno fatto da cadenza alle parole di Ruini (più un ultimo alla lettura del messaggio arrivato da Carlo Azeglio Ciampi). Gli altri due? Quando il cardinale ha ripetuto le parole pronunciate dalla madre di don Andrea – “La mamma perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui figlio dell’unico Dio che è amore” – e quando l’omelia si è conclusa tra le fumigazioni d’incenso che disegnavano una corona intorno alla bara.

Dunque la chiesa cattolica guadagnerà un santo in più nella propria riserva celeste, ma non voleva andasse così. Anche questo lo s’intuisce ascoltando Ruini. Lui l’ha confessato come avrebbe fatto un padre: “All’inizio la sua richiesta di partire per l’Anatolia mi ha lasciato perplesso e ha trovato in me una certa resistenza: mi rincresceva privare Roma di un ottimo parroco e temevo che don Andrea, uomo pieno d’iniziative non reggesse a lungo in una situazione che non consentiva, invece, molti margini di azione e nemmeno una ricchezza di relazioni”. Invece l’ha spuntata il sacerdote “originario di Priverno ma totalmente romano”. Con quel suo carattere animato da “strana inquietudine”. “Tenace, rigoroso, addirittura testardo che era” – sempre Ruini – fino a “dimenticare un poco il senso della misura”, “Don Andrea ha preso tremendamente sul serio Gesù Cristo”. E allora “la sua fine violenta potrebbe portare a concludere che si illudeva. Ma egli una simile fine l’aveva sicuramente messa nel conto, considerata una possibilità concreta: molte sue parole, e forse ancor più alcuni suoi silenzi, ci rendono certi di questi, anch’io ne sono testimone”.

L’ambivalenza del messaggio della chiesa

Piangere piangevano in molti, ovvio, mentre Ruini pronunciava quell’avverbio così insolito sulle sue labbra metalliche: “Tremendamente”. Mentre il coro faceva il resto intervallato dalle letture – san Paolo ai romani: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” – e modulato dagli strumenti esprimeva una vocalità ritmata che ha raggiunto l’estenuazione della nenia funebre quando il feretro (legno chiarissimo) ha imboccato alla fine la via d’uscita verso il carro funebre che l’avrebbe condotto al Verano, nel luogo della tumulazione, nella tomba dei parroci. Se esiste un significato complessivo da riconoscere alla cerimonia di ieri è forse nella ambivalenza del messaggio della chiesa di fronte allo scommessa del cristiano martirizzato e allo scandalo del suo trapasso. Un messaggio necessariamente palindromo accerchiava la salma di don Andrea, aveva il volto delle parole di Benedetto XVI rinnovate da Ruini: “Il Signore faccia sì che il sacrificio della sua vita contribuisca alla causa del dialogo fra le religioni e della pace tra i popoli”. E’ la glossa papale al passo evangelico sul chicco di grano caduto in terra: “Se non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Il secondo volto è adombrato nella lacerazione di chi ha consegnato don Andrea alla terra musulmano-anatolica in cui è morto: “Là dove troppo spesso regnano l’intolleranza, il disprezzo e l’odio”. Chissà se e come redimibili. Infine.

La cronaca dice che il capo del governo era rappresentato da Gianni Letta; che c’erano i presidenti delle Camere (Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini), Romano Prodi, Francesco Rutelli, Piero Fassino, Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri, Clemente Mastella, la triade romano-laziale formata da Walter Veltroni, Enrico Gasbarra e Piero Marrazzo. La delegazione della comunità ebraica (con il rabbino capo Riccardo Di Segni) e quella copta. Più altri, fra i quali Mario Borghezio che a cerimonia conclusa ripristinava l’indispensabile secolarità delle cose rivelando la speranza di arrivare vivo alla fine della campagna elettorale.
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