Camillo Cardinal Ruini Camillo Cardinal Ruini
Function:
Cardinal Vicar of Roma, Italy
Title:
Cardinal Priest of S Agnese fuori le mura
Birthdate:
Feb 19, 1931
Country:
Italy
Elevated:
Jun 28, 1991
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Italian Relazione all’Incontro delle coppie e delle famiglie di Roma e del Lazio
Dec 04, 2005
In occasione del centenario del matrimonio (25 novembre 2005) dei Beati coniugi Beltrame Quattrocchi, l’Ufficio per la Pastorale Familiare del Vicariato ha organizzato un Convegno internazionale sul tema: “Scienza ed etica per una procreazione responsabile”.

Sabato 26 novembre, il Convegno, tenutosi presso l’Auditorium della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica e aperto alle coppie di Roma e del Lazio, ha visto la partecipazione del Cardinale Vicario Camillo Ruini, intervenuto sul tema: “L’amore umano e il dono della vita”. Pubblichiamo di seguito il testo integrale della sua relazione.

* * *

L’amore umano e il dono della vita

1. L’amore umano: un bene da riscoprire, custodire e far crescere

Saluto tutti cordialmente ed esprimo particolare gratitudine a chi ha promosso questo incontro che si inserisce nelle celebrazioni per i dieci anni dell’Enciclica di Giovanni Paolo II Evangelium vitae e per il centenario delle nozze dei coniugi Beltrame Quattrocchi (25 novembre 1905), beatificati nel 2001 per il cammino di santità maturato nel contesto della loro vita familiare. Vorrei iniziare la nostra riflessione a partire da questa Enciclica, che ha il merito di aver evidenziato la rilevanza dei temi connessi con la vita umana e l’amore coniugale e, ancor più, di aver precisato che questi temi sono al centro dell’annuncio evangelico e appartengono al nucleo sorgivo ed essenziale della missione della Chiesa.

L’Enciclica ci ricorda che “è necessario far giungere il Vangelo della vita al cuore di ogni uomo e donna e immetterlo nelle pieghe più recondite dell’intera società”. E prosegue enunciandone i contenuti: “Esso è annuncio di un Dio vivo e vicino, che ci chiama a una profonda comunione con sé e ci apre alla speranza certa della vita eterna; è affermazione dell’inscindibile legame che intercorre tra la persona, la sua vita e la sua corporeità; è presentazione della vita umana come vita di relazione, dono di Dio, frutto e segno del suo amore; è proclamazione dello straordinario rapporto di Gesù con ciascun uomo, che consente di riconoscere in ogni volto umano il volto di Cristo; è indicazione del «dono sincero di sé» quale compito e luogo di realizzazione piena della propria libertà” (nn. 80-81).

È interessante notare che in questo denso passaggio dell’Evangelium vitae, su cui avremo modo di ritornare, riecheggia uno dei capisaldi del Concilio Vaticano II, della cui conclusione celebriamo proprio in questi giorni i quarant’anni. Al centro della Costituzione pastorale Gaudium et spes, in cui si affrontano i nodi e le sfide del tempo presente per la missione della Chiesa nel mondo, troviamo infatti un’interessante riflessione che individua come criterio centrale di discernimento il fatto che l’uomo non possa comprendersi e ritrovarsi se non nel “dono sincero di sé”. Il testo conciliare, al n. 24, ci dice infatti che il Signore “mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nella carità. Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”. È certamente questa la chiave di lettura da cui dobbiamo partire per capire fino a che punto attorno alle questioni dell’amore umano e della vita si concentrino oggi sfide grandi e decisive per l’intera umanità.

Al di là e prima di ogni possibile sviluppo economico, culturale, scientifico e tecnologico il futuro dell’uomo è legato cioè alla sua capacità di riscoprire, custodire e far crescere il bene primario e irrinunciabile dell’amore umano. Attraverso questa esperienza infatti l’uomo realizza pienamente se stesso e nello stesso tempo percorre una delle principali vie di accesso al mistero ultimo del suo esistere, ossia al mistero stesso di Dio. È paradossale, ma nello stesso tempo assai indicativo, che proprio quando più forte è diventata la capacità tecnico-scientifica di intervenire sull’essere umano, l’uomo rischia di perdere di vista il senso e il valore della propria vita. È in via di ultimazione la mappatura del genoma umano, che certamente rappresenta una grande acquisizione, con conseguenze di estremo interesse per il futuro dell’uomo, ma proprio ora sembra che si stia smarrendo la mappa dell’esistere umano, che si stiano perdendo le coordinate della dignità e del destino della vita umana. Conoscere di più l’uomo dal punto di vista scientifico non equivale automaticamente a saperne di più sul valore e sul senso della sua esistenza, anzi, la molteplicità degli approcci, con la tendenza ad assolutizzare il punto di vista di ciascuno di essi, può far perdere di vista ciò che è essenziale.

Proprio in quegli ambiti che vengono indicati come fattori di sviluppo e di liberazione si evidenziano gli elementi di maggiore “criticità antropologica”: la cosiddetta “liberazione sessuale” non ha certo conferito una maggiore dignità all’amore tra uomo e donna, che anzi appare sempre più ferito e segnato da profonde lacerazioni; il dominio sui processi generativi, frutto di nuove capacità tecnologiche, andando ben al di là del legittimo aiuto alla procreazione umana, apre inquietanti scenari sulla produzione di essere umani da usare come cavie o sulla clonazione; o ancora, in termini più ampi, sul versante sociale, sembra incrinarsi la solidarietà generazionale, con la crisi demografica e la tendenza a ripiegarsi sul presente anziché operare per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni.

Le accresciute capacità di intervento dell’uomo sul mondo e su noi stessi richiedono invece una maggiore capacità di discernimento e di esercizio della responsabilità. L’umanità oggi dispone di straordinarie opportunità e ogni essere umano, almeno nei paesi sviluppati, può coltivare una molteplicità di interessi e ha davanti a sé numerose possibilità di scelta, ma in questo sviluppo si è insinuato un pericoloso virus, quello dell’autoreferenzialità, dell’esaltazione delle esigenze, dei bisogni, o dei diritti individuali. È un processo che sta conducendo l’uomo contemporaneo verso una china pericolosa, che ha come principale indicatore la difficoltà a riconoscere e vivere l’esperienza fondamentale dell’amore in tutte le sue dimensioni: coniugale, genitoriale, filiale, solidale ... . Ovviamente una tale deriva individualista non è da confondere con la sana soggettività, che è invece una grande acquisizione positiva della modernità.

All’inizio del suo Pontificato Giovanni Paolo II ha voluto affrontare in modo esplicito e diretto questo “dramma” del nostro tempo ricordando che è centrale e imprescindibile per la dignità e la felicità dell’uomo, in ogni epoca e in ogni situazione, amare sinceramente e sentirsi veramente amati. Scriveva infatti nella sua prima Enciclica Redemptor hominis: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (n. 10) e nella Familiaris consortio precisava che “quanto ho scritto nell’Enciclica Redemptor hominis trova la sua originaria e privilegiata applicazione proprio nella famiglia come tale” perché “la famiglia, fondata e vivificata dall’amore, è una comunità di persone: dell’uomo e della donna sposi, dei genitori e dei figli, dei parenti. Suo primo compito è di vivere fedelmente la realtà della comunione nell’impegno costante di sviluppare un’autentica comunità di persone. Il principio interiore, la forza permanente e la meta ultima di tale compito è l’amore” (n. 18).

Un notevole contributo alla comprensione del significato e della specificità dell’amore coniugale è venuto dal progressivo dispiegarsi del Magistero di Giovanni Paolo II che, a partire dai sei cicli di catechesi sull’amore umano agli inizi degli anni ottanta, passando per la Lettera apostolica Mulieris dignitatem (1988), la Lettera alle famiglie (1994) e la Lettera alle donne (1995), e attraverso gli innumerevoli discorsi su queste tematiche, soprattutto in occasione delle Giornate Mondiali della famiglia, ha offerto un orizzonte di grande vastità e profondità, che solo con il passar del tempo potremo gustare in tutta la sua ricchezza e forza profetica. Dobbiamo essergli particolarmente grati e riconoscenti per aver sviluppato e ampiamente diffuso quell’ “antropologia adeguata” che ci permette oggi di comprendere meglio, nei suoi diversi risvolti, i significati della complementarietà e della reciprocità che qualificano il rapporto d’amore tra l’uomo e la donna.

Mi permetto di richiamare due aspetti in particolare. Sul versante teologico sembra quanto mai significativo il riferimento, che ritorna in numerosi documenti e discorsi, alla radice trinitaria e alla forma cristologico-ecclesiale della realtà familiare. Cito solo un passaggio molto suggestivo della Lettera alle famiglie: “Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il Noi divino costituisce il modello eterno del noi umano; di quel noi innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina. Le parole del Libro della Genesi contengono quella verità sull’uomo a cui corrisponde l’esperienza stessa dell’umanità. L’uomo è creato sin dal principio come maschio e femmina: la vita dell’umana collettività – delle piccole comunità come dell’intera società – porta il segno di questa dualità originaria. Da essa derivano la mascolinità e la femminilità dei singoli individui, così come da essa ogni comunità attinge la propria caratteristica ricchezza nel reciproco completamento delle persone” (n. 7).

Sul versante filosofico non meno importante è la sottolineatura che l’essere umano sussiste sempre e solo come uomo o come donna, specificità entro cui si iscrive la vocazione all’amore: ciò costituisce una chiave fondamentale, di natura ontologica, per sviluppare una moderna e autentica antropologia. Così Giovanni Paolo II scriveva nella Lettera alle donne: “Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno” (n. 7). Questo riproporre, in termini sostanzialmente nuovi e maggiormente elaborati, il valore irriducibile e i significati dell’essere uomo e donna è la risposta più pertinente ed efficace che la Chiesa possa dare a quella deriva culturale che tende sempre più a relativizzare e svalutare gli elementi costitutivi dell’amore umano.

È in discussione infatti, in primo luogo, il senso della “unidualità” uomo-donna: esso appare minato dal diffondersi di una visione che riduce la differenza sessuale a fattore culturale e di costume. C’è inoltre una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili. Infine, nel contesto della vita sociale, tra gli esiti più pericolosi e dalle conseguenze difficilmente prevedibili è da annoverare la perdita di centralità della famiglia in quanto tale e dei valori tipicamente familiari, sia per la cronica assenza di strutturali e organiche politiche familiari sia per il sostanziale modellarsi dell’organizzazione e dei servizi sociali più sugli individui che sui nuclei familiari.

Di questa situazione è ben consapevole Benedetto XVI che, rivolgendosi ai Vescovi italiani in occasione dell’Assemblea Generale della CEI, il 30 maggio scorso, rilevava come “anche in Italia la famiglia è esposta, nell'attuale clima culturale, a molti rischi e minacce che tutti conosciamo. Alla fragilità e instabilità interna di molte unioni coniugali si assomma infatti la tendenza, diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio. Proprio l’Italia poi è una della nazioni in cui la scarsità delle nascite è più grave e persistente, con conseguenze già pesanti sull'intero corpo sociale”.

Il Papa ci esortava pertanto ad impegnarci sempre più nel “difendere la sacralità della vita umana e il valore dell'istituto matrimoniale, ma anche nel promuovere il ruolo della famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che sostengano le giovani famiglie nella generazione ed educazione dei figli”.

2. Amore e vita espressioni dell’unico dono reciproco

La riflessione sull’amore umano che si realizza nell’esperienza del matrimonio e della famiglia, per essere completa, non può non includere la dimensione generativa e la missione educativa dei genitori. I due aspetti dell’amore umano, cioè l’unione dell’uomo e della donna e la capacità generativa, sono i due volti non separabili del medesimo dono reciproco. L’amore che l’uomo e la donna si promettono nel matrimonio comporta una condivisione totale di tutte le dimensioni dell’essere umano: abbraccia la componente corporea e sessuale; investe la sfera dei sentimenti e delle emozioni; comporta la condivisione responsabile di un progetto di vita costruito insieme. Per chi matura tale scelta nel contesto dell’esperienza di fede si tratta di una condivisione anche spirituale che nasce dalla vocazione a seguire il Signore nell’amore sponsale, per dare vita ad una famiglia che, come “chiesa domestica”, è componente fondamentale del popolo di Dio ed è chiamata ad essere protagonista della missione evangelizzatrice.

È utile soffermarsi brevemente su un aspetto che già Paolo VI nell’ Enciclica Humanae vitae, e successivamente Giovanni Paolo II con numerosi interventi, hanno evidenziato nella sua grande rilevanza morale, a partire però da una considerazione eminentemente antropologica: mi riferisco all’inscindibile valenza unitiva e procreativa dell’atto sessuale. Paolo VI ha affermato il principio morale a partire dai fondamenti antropologici della sessualità umana, facendo emergere i contenuti e le forme autentiche dell’amore coniugale, intrinsecamente aperto alla procreazione. Quella che ad alcuni è apparsa come un’applicazione di principi morali estrinseci, è in realtà la visione più adeguata e pertinente dei valori della sessualità e della procreazione umana. La medesima questione si ripropone con maggiore evidenza in ordine all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, dove la scissione tra la dimensione unitiva della coppia e la generazione della vita appare scontata.

Per questo la Chiesa non si stanca di richiamare tutti, e in particolare gli uomini di scienza e i responsabili della cosa pubblica, alla necessità di non disgiungere mai la riflessione sull’uomo e sulla sua dignità dalle delicate scelte che si stanno compiendo nel campo della ricerca scientifica, in particolare per quanto concerne le tecniche di riproduzione. Abbiamo accennato ad alcune problematiche che sono sfaccettature dell’unica e fondamentale questione del rapporto della persona con se stessa e la sua corporeità. Dal rapporto con la propria corporeità prendono forma anche le relazioni con gli altri e le scelte affettive. La percezione della propria corporeità, e in particolare della sessualità, non come un’appendice esterna, di cui si può disporre in modo indiscriminato, ma come l’espressione del proprio essere, o meglio ancora come la manifestazione della propria identità personale, è il dato antropologico basilare da cui partire per costruire una relazione di coppia che sia veramente espressione del dono sincero e totale di sé e rimanga aperta all’accoglienza della vita. Il dibattito su questi temi deve farsi ampio e diffuso, uscendo dall’ambito strettamente tecnico-scientifico per diventare oggetto di riflessione condivisa, in ordine alle scelte che le persone e le comunità devono poter fare avendo una chiara e onesta informazione.

Ci sono in questa direzione segnali positivi che dobbiamo saper cogliere e che ci incoraggiano a proseguire sulla strada del servizio all’uomo e alla sua dignità: servizio che da sempre si esprime negli ambiti della solidarietà e della vicinanza ai più poveri, dell’educazione come della cura della salute, ma che oggi prende anche la forma di un lavoro culturale per formare le coscienze e sviluppare un dialogo serrato sulle questioni che toccano la famiglia e la dignità della vita umana.

Sì, la sfida è primariamente culturale, in un duplice senso: da una parte, di confronto con chi opera a livello scientifico, politico, economico e orienta l’opinione pubblica; dall’altra parte, di un impegno capillare per dare a tutti gli strumenti di un discernimento che deve essere compiuto a partire dalla centralità dell’uomo e dal suo inviolabile diritto alla vita, dal concepimento al termine naturale.
Di grande utilità, in questo contesto, è stato il lavoro avviato dalla Chiesa italiana dieci anni fa, a partire dal Convegno ecclesiale di Palermo, nell’ottica del “progetto culturale”; progetto che ha trovato nella questione antropologica il suo fulcro e, in ultima analisi, la sua principale ragion d’essere.

Il rapporto mente-corpo, le diverse questioni bioetiche, il nesso tra antropologia e promozione del bene comune sono stati i temi che hanno guidato la ricerca, le riflessioni e le iniziative del progetto culturale cristianamente ispirato e che hanno avuto, e potranno sempre più avere, importanti ricadute, dirette e indirette, sulle questioni più scottanti che toccano oggi la famiglia e la vita umana. Da più parti, e non solo in Italia, si riconosce oggi la lungimiranza e l’efficacia di questa iniziativa della Chiesa italiana, che ha visto progressivamente allargarsi l’interesse e le collaborazioni.

È di questi giorni un importante riconoscimento sul versante accademico, che premia il rigore scientifico e la dedizione dei Professori John ed Evelyn Billings, che hanno contribuito in modo eminente con le loro ricerche sulla fertilità umana non solo ad ottenere importanti conoscenze scientifiche, ma anche ad individuare meglio le condizioni attraverso cui l’uomo e la donna possono vivere in modo pienamente responsabile e autenticamente libero gli aspetti unitivo e procreativo della sessualità umana. Che questo riconoscimento sia conferito oggi da un’importante istituzione universitaria pubblica conferma la rilevanza scientifica, e quindi antropologica, degli studi condotti dai Professori Billings e la fondatezza di quanto la Chiesa insegna in questo ambito.

Tale riconoscimento costituisce un ulteriore incentivo per attuare quanto sollecitato da Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Familiaris consortio riguardo alla conoscenza dei ritmi di fertilità: “Bisogna far di tutto perché una simile conoscenza sia resa accessibile a tutti i coniugi, e prima ancora alle persone giovani, mediante un’informazione e un’educazione chiare, tempestive e serie, ad opera di coppie, di medici e di esperti” (n. 32).

Auspichiamo pertanto in questo settore un rinnovato impegno pastorale delle comunità cristiane, oltre che l’opera dei consultori e dei centri specializzati, e confidiamo in una maggiore attenzione da parte delle Facoltà di medicina e delle altre strutture dove si formano gli operatori sanitari, soprattutto in ambito ginecologico. Più ampiamente, la conoscenza dei processi biologici che regolano la sessualità, strettamente connessi con le dimensioni emotiva e intellettiva nonché spirituale dell’essere umano, porta ad una maggiore consapevolezza del valore della persona e delle responsabilità a cui è chiamata.

3. Un mistero da vivere con sapienza e responsabilità

Le tematiche dell’amore umano e della vita, all’interno del quadro antropologico su cui ci siamo soffermati, ricevono luce più penetrante dalla fede e costituiscono aspetti importanti della Rivelazione e del Magistero della Chiesa. Ciò che è chiaro già per la ragione può essere infatti meglio compreso nel contesto del progetto salvifico di Dio. La ragione, come è stato ampiamente illustrato da Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio (cfr nn. 36-48), non viene sminuita o esautorata dalla fede, piuttosto viene illuminata ed aiutata a comprendere fino in fondo le verità iscritte nelle realtà create. In particolare la fede può aiutare la ragione a comprendere meglio l’altissima dignità dell’essere umano, maschio e femmina, fatto ad immagine e somiglianza di Dio perché possa partecipare al suo mistero di comunione e di fecondità. Si comprendono così l’appello di San Paolo: “Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1Cor 6, 20) e la ragione per cui il corpo umano, con i suoi caratteri di mascolinità o femminilità, rappresenti una via fondamentale per conoscere la verità sull’uomo e fondare correttamente la legge morale, come ampiamente illustrato nell’Enciclica Veritatis splendor (nn. 46-50). Promuovendo i valori della famiglia e della vita promuoviamo, oltre al vero bene dell’uomo, anche la riconoscibilità di Dio e del suo progetto di amore agli occhi dell’uomo contemporaneo. Infatti, se viene stravolto il senso dell’amore umano, viene inesorabilmente oscurata la Signoria di Dio e la sua gloria non si manifesta più nell’uomo vivente.

Quale immagine di uomo avremo? E’ la domanda inquietante che si poneva pochi giorni prima di diventare Papa il Card. Ratzinger nella fondamentale relazione tenuta a Subiaco sull’Europa nella crisi delle culture: “Egli [l’uomo] ha scandagliato i recessi dell’essere, ha decifrato le componenti dell’essere umano, e ora è in grado, per così dire, di costruire da sé l’uomo, che così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto del nostro agire, prodotto che, pertanto, può anche essere selezionato secondo le esigenze da noi stessi fissate. Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo?”.

È questo il dato che introduce nuove e inesplorate questioni. Se fino ad oggi abbiamo sperimentato i pericoli derivati dalle ideologie politiche ora siamo di fronte a quello che nasce non da un’idea errata elevata a sistema ma da una manipolazione dell’uomo stesso fatta in nome della libertà e del progresso, con il possibile esito di cancellare ogni reale libertà e di perdere di vista la fonte della dignità umana. In questa grande sfida ci assiste e ci accompagna con saggezza il Magistero della Chiesa, che tanto ha fatto e sta facendo per aiutare il popolo di Dio e l’intera umanità ad operare un attento discernimento su questioni che possono apparire, per certi aspetti, lontane dalle preoccupazioni quotidiane, mentre di fatto costituiscono decisivi banchi di prova del presente e del futuro dell’umanità.

Per affrontare con lucidità e vigore il confronto cu
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