Camillo Cardinal Ruini Camillo Cardinal Ruini
Function:
Cardinal Vicar of Roma, Italy
Title:
Cardinal Priest of S Agnese fuori le mura
Birthdate:
Feb 19, 1931
Country:
Italy
Elevated:
Jun 28, 1991
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian La lezione del cardinale vicario all’Università di Lublino
Apr 10, 2005
Mercoledì pomeriggio – 16 ottobre 2002 - il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana e vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha ricevuto dalla Luk, l’Università cattolica di Lublino, in Polonia, la laurea «honoris causa» in teologia. Pubblichiamo il testo integrale della «lectio magistralis» pronunciata nell’occasione dal presidente dei vescovi italiani.

Eminenze ed eccellenze reverendissime, magnifico rettore, autorità accademiche, chiarissimi professori, illustri e gentili ospiti,

Sono profondamente onorato di ricevere la laurea honoris causa di questa eletta università e mi rendo ben conto che un tale onore - di cui con tutto il cuore vi ringrazio - assai più che alla mia modesta persona va all’ufficio che mi è affidato di vicario del Santo Padre Giovanni Paolo II per la diocesi di Roma.

Uno speciale ringraziamento va all’arcivescovo metropolita, monsignor Józef Miroslaw Zycinski, e al professor Rocco Buttiglione, ministro della Repubblica Italiana, per le parole tanto benevole e lusinghiere con le quali hanno voluto motivare il conferimento di questa laurea.

La persona e la missione di Giovanni Paolo II saranno il tema su cui cercherò di riflettere con voi svolgendo questa mia lezione. Mi hanno spinto a questa scelta molteplici ragioni: la data di oggi, 16 ottobre 2002, 24° anniversario dell’inizio del suo Pontificato, l’Università stessa che mi conferisce questa laurea, nella quale il Santo Padre tanto a lungo ha insegnato, ma ancor più il sentimento filiale che mi unisce alla sua persona e la meditata convinzione che il suo Pontificato offre una decisiva chiave di lettura per comprendere la situazione storica e spirituale degli anni che stiamo vivendo e la missione attuale della Chiesa.

Provo non poco imbarazzo e timore a parlare di Giovanni Paolo II davanti a voi, che conoscete tanto profondamente la sua persona e il suo pensiero, avendolo avuto per molti anni come apprezzatissimo Maestro e Collega. Oggetto diretto della mia riflessione saranno comunque questi 24 anni di Pontificato e non il periodo precedente nel quale egli insegnava qui a Lublino, sebbene l’esperienza e la riflessione di quel periodo siano di estrema importanza per il successivo Pontificato. Pur dentro a questi limiti, non potrò evidentemente svolgere una trattazione organica e completa, ma mi limiterò ad indicare qualche linea di un quadro che si presterebbe a sviluppi e approfondimenti di ben altro respiro.

Ho scelto come titolo "L’unità profonda di un Pontificato realmente universale". Per mettere un poco di ordine in ciò che sto per dire sono costretto a prendere in esame uno dopo l’altro alcuni aspetti fondamentali della personalità e dell’opera di Giovanni Paolo II, ma vorrei sottolineare fin dall’inizio che essi sono intimamente uniti e coerenti tra loro - diversamente da quel che a volte affermano osservatori superficiali - tanto che, se fosse possibile, sarebbe meglio presentarli tutti insieme.

1. La comprensione dell’uomo in Gesù Cristo

Un primo elemento qualificante del Pontificato di Giovanni Paolo II si può individuare nella comprensione che egli ha dell’uomo in Gesù Cristo. Nella sua prima enciclica, Redemptor hominis (n.8), egli desume dal Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, 22) il principio fondamentale che "Con la sua incarnazione, ... il Figlio stesso di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo".

Poco dopo, nell’Enciclica Dives in misericordia (n.1), sviluppa per così dire questo principio contestando e superando in radice la contrapposizione tra antropocentrismo e teocentrismo. È bene rileggere questo testo profondo e veramente programmatico: "Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull’uomo, quanto più è, per così dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l’antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell’ultimo Concilio".

In effetti, la contrapposizione tra teocentrismo e antropocentrismo caratterizza da secoli la storia del pensiero e gran parte degli sviluppi della civiltà occidentale. A partire dalla cosiddetta "svolta antropologica", la rivendicazione del primato del soggetto umano, della sua autonomia e della sua libertà è stata spesso intesa in alternativa al primato di Dio, conducendo alla progressiva esclusione di Dio stesso dalla realtà della nostra vita, e finalmente alla sua esplicita e programmatica negazione. La risposta di coloro che si proponevano giustamente di conservare e difendere il primato di Dio è rimasta a sua volta troppo spesso prigioniera della medesima contrapposizione, non riuscendo quindi a far propri in misura adeguata i grandi sviluppi positivi che derivavano progressivamente dalla "svolta antropologica", sui diversi piani filosofico, artistico, scientifico, giuridico, politico, economico...

Così la divaricazione tra teocentrismo e antropocentrismo ha finito con l’assumere i pericolosi connotati di un divorzio tra la fede e la cultura e dal teocentrismo è stata non di rado fatta derivare un’affrettata e non abbastanza giustificata interpretazione unilateralmente negativa, per non dire catastrofica, dell’intera storia moderna. I tentativi di superare tale divorzio, messi in atto anche in ambito cattolico soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, hanno purtroppo dato luogo a una ricezione talvolta non abbastanza critica della "svolta antropologica", con rischi per l’integrità della fede. Tra di essi, quelli che si ispiravano al marxismo hanno inoltre paradossalmente perseverato in un’interpretazione assai negativa della storia dell’Occidente.

L’approccio di Giovanni Paolo II è invece profondamente diverso: egli supera in radice la contrapposizione tra teocentrismo e antropocentrismo e lo fa non attenuando i connotati dell’identità cristiana, ma al contrario fondandosi sul centro stesso della nostra fede, Gesù Cristo, nel quale divinità e umanità sono inseparabilmente congiunte. Dietro questo aggancio teologico sta chiaramente tutta la riflessione filosofica e antropologica sviluppata da Karol Wojtyla sulla cattedra di etica di questa Università, in stretto rapporto con il tomismo autentico e in dialogo con la fenomenologia, particolarmente di Max Scheler.

È assai significativo il fatto che Giovanni Paolo II considera la congiunzione "organica e profonda" di teocentrismo ed antropocentrismo nella storia dell’uomo come parte essenziale della missione della Chiesa e come il principio forse più importante del Magistero del Concilio Vaticano II. Viene indicata così, nella maniera più impegnativa e autorevole, la via per superare il divorzio tra la fede cristiana e la cultura del nostro tempo ed anche per far uscire la civiltà a cui apparteniamo dalle aporie nelle quali minaccia di arenarsi. Oggi, a distanza di ormai 22 anni dalla pubblicazione della Dives in misericordia e dopo tutte le trasformazioni e gli sconvolgimenti che hanno segnato questo arco di tempo, la questione centrale sembrerebbe non essere più quella del rapporto tra teocentrismo e antropocentrismo, ma piuttosto quella della crisi dello stesso antropocentrismo, provocata dalla tendenza a ridurre il soggetto umano a una componente della natura, negando sostanzialmente la sua specificità e la sua trascendenza. Si tratta in realtà di una tendenza presente fin dall’antichità, ma che negli ultimi decenni ha preso nuovo vigore, pretendendo di imporsi come il risultato dei progressi della neurofisiologia e delle cosiddette "scienze cognitive".

In questo contesto parzialmente nuovo diventa però semmai ancora più necessaria e benefica quella valorizzazione e difesa del soggetto umano, nella concretezza della sua esistenza personale e sociale, che è una dimensione fondamentale del Pontificato di Giovanni Paolo II. Così, anzi, emerge più chiaramente quanto sia fragile e privo di fondamento un antropocentrismo staccato dal teocentrismo – è impossibile infatti fondare la trascendenza del soggetto umano in un universo che non abbia alla sua origine il Dio trascendente – e parimenti si rivela inconsistente il pregiudizio che la Chiesa sarebbe nemica dell’umanesimo, quando ne è invece il più sicuro presidio.

L’Enciclica Fides et ratio, con la sua vigorosa riaffermazione del valore dell’intelligenza umana, e in particolare con la coraggiosa riproposizione della questione del fondamento ultimo della verità e della conoscenza – sfidando un divieto diffuso nel pensiero contemporaneo –, ma anche con le sue numerose aperture agli sviluppi attuali del sapere, delinea i percorsi di una riflessione credente che voglia raccogliere le maggiori sfide e opportunità della cultura di oggi. Il Magistero di Giovanni Paolo II non si è certo limitato, però, alle questioni teoretiche. Ha approfondito invece con uguale impegno le dimensioni dell’agire umano e i criteri etici che devono reggerlo. Fondamentale a questo proposito è l’Enciclica Veritatis splendor, che mette in luce il legame costitutivo tra verità e libertà e in concreto la determinatezza dei contenuti delle norme etiche, favorendo così una seria e non velleitaria formazione delle coscienze. Le voci critiche che hanno visto in questa Enciclica soltanto una rivendicazione della legge morale oggettiva non colgono la sua intenzione di fondo, che è piuttosto quella di mantenere nella loro intima e originaria connessione i due poli della coscienza e della verità, della libertà e della legge, in ultima istanza del soggetto e dell’oggetto, superando quella loro separazione che li impoverisce entrambi e rappresenta uno degli scogli più pericolosi su cui può naufragare il cammino dell’umanità del nostro tempo. La chiara riaffermazione che la rivelazione e la fede abbracciano a pieno titolo le norme morali impedisce a sua volta di separare l’ordine etico dall’ordine della salvezza, mostrando invece che "proprio sulla strada della vita morale è aperta a tutti la via della salvezza" (Veritatis splendor, 3).

2. L’attualità storica nella luce della Provvidenza

Fin dalla sua prima Enciclica, in rapporto all’affermazione che l’uomo "è la prima fondamentale via della Chiesa", Giovanni Paolo II ha sottolineato che "Non si tratta dell’uomo ’astratto’, ma reale, ... ’concreto’, ’storico’", dell’uomo "nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme... comunitario e sociale - nell’ambito della propria famiglia, ... di società e di contesti tanto diversi, ... della propria nazione, o popolo..., nell’ambito di tutta l’umanità" (Redemptor hominis, 13-14).

In questa prima Enciclica, e poi via via nei testi successivi, egli ha messo in pratica un tale orientamento individuando puntualmente le condizioni effettive in cui l’umanità vive, le minacce che pesano su di lei, le sfide che è chiamata ad affrontare. Lo ha fatto dedicando pari attenzione a quella prima e fondamentale cellula della società e della Chiesa che è la famiglia come ai grandi fenomeni che investono l’umanità intera e come anche alle peculiari situazioni dei diversi popoli e continenti. Vorrei richiamare qui almeno un esempio concreto: la lettura della nuova situazione prodottasi con la caduta della "cortina di ferro" e dei regimi comunisti dell’Europa centrale e orientale, che Giovanni Paolo II ha sviluppato nel Cap. III dell’Enciclica Centesimus annus, dedicato all’anno 1989. Ciò che forse più colpisce in questa lettura è la straordinaria capacità di coniugare un robusto e penetrante realismo storico con lo sguardo della fede, che sa discernere nella trama degli eventi la presenza decisiva di Dio e la forza rinnovatrice delle istanze spirituali e morali.

Così, in questi 24 anni di Pontificato, Giovanni Paolo II in molteplici occasioni ha dimostrato di saper davvero cogliere i segni dei tempi e il loro incessante mutare, con grande libertà e capacità di anticipo rispetto alle opinioni più diffuse. Coerentemente, egli ha potuto non limitarsi a registrare e interpretare gli eventi dopo che erano accaduti, ma influire sul loro corso, orientandoli verso l’autentico bene dell’uomo.

Proprio perché intimamente consapevole che la Provvidenza di Dio tiene nelle proprie mani tutte le vicende umane e può influire dal di dentro sul cuore di ogni uomo, Giovanni Paolo II mette in pratica personalmente e propone a tutta la Chiesa il ricorso alla preghiera, di fronte ai mali e ai pericoli di diversa origine e natura che gravano sull’umanità sofferente e peccatrice. Vorrei ricordare qui la "grande preghiera per l’Italia", che egli ha indetto nel 1994, in un momento particolarmente difficile della vita del mio paese, e parimenti la preghiera per la pace, alla quale egli ora tutti ci chiama. Tra gli interpreti e commentatori degli avvenimenti politici e culturali, ricorre talvolta, a proposito di Giovanni Paolo II, l’espressione "un Papa geo-politico": vuol essere un riconoscimento dell’ampiezza delle sue vedute e del ruolo che egli svolge a livello mondiale, ma può anche sottintendere una lettura prevalentemente politica del suo Pontificato, che non ne coglierebbe il senso più vero. La realtà è un’altra: proprio la prospettiva di fede teologale nella quale egli concepisce e sviluppa ogni suo intervento e presa di posizione è la prima sorgente della sua capacità di fare storia. Una qualifica che indica meglio il suo ruolo effettivo è perciò quello di guida morale e spirituale dell’umanità, a patto di non interpretare queste parole in un senso astrattamente moralistico o spiritualistico, che non renderebbe ragione della sua capacità di cogliere la complessità degli eventi e di incidere sul loro corso concreto.

3. La costruzione della casa comune europea

Nel contesto della sollecitudine universale per tutti i popoli e i continenti, una davvero speciale attenzione all’Europa attraversa tutti questi 24 anni di Pontificato ed ha evidenti radici nell’esperienza storica che Giovanni Paolo II ha vissuto qui in Polonia. Anzi, la sua riflessione sull’Europa aveva già trovato espressione anche in un saggio pubblicato in lingua italiana prima della sua elezione a Successore di Pietro. Caratteristica fondamentale di questa riflessione è quella dell’unità del continente europeo: un’unità culturale e spirituale prima ancora che geografica, ed evidentemente prima che economica e politica. Aver creduto in questa unità ed averla instancabilmente promossa, anche quando essa sembrava esulare da ogni attuale possibilità storica, è un aspetto saliente del Magistero, realmente profetico, di questo Pontefice.

La rivendicazione dell’unità va di pari passo con la chiara consapevolezza della pluralità degli apporti che sono alla base della civiltà europea e con la sincera volontà di valorizzare armonicamente ciascuno di essi. Fondamentale, a questo proposito, è la sottolineatura delle due grandi correnti di tradizioni cristiane, quella orientale e quella occidentale, alle quali si connettono due diverse ma profondamente complementari forme di cultura: sono questi i due "polmoni" con i quali anche oggi l’Europa deve respirare.

In questa ottica, l’unità economica e politica che ha cominciato a realizzarsi tra le nazioni dell’Europa occidentale poco dopo la fine della seconda guerra mondiale è stata sempre vista da Giovanni Paolo II con grande favore, a condizione però di non essere ripiegata su se stessa e di non sottintendere una divisione permanente del continente europeo. Nella nuova situazione creatasi con gli eventi del 1989, l’allargamento dell’Unione Europea alle nazioni che ne erano rimaste escluse per le vicende della guerra fredda è diventato una priorità non eludibile, sulla quale il Papa continuamente insiste.

Il nuovo ordinamento istituzionale dell’Unione Europea, a cui sta lavorando la Convenzione istituita al vertice di Laeken, richiede d’altronde che siano meglio esplicitati gli obiettivi della costruzione europea e i valori su cui essa deve basarsi, con la franca denuncia di quella "ingiustizia" ed "errore di prospettiva" che è, come ha detto Giovanni Paolo II nel discorso al Corpo Diplomatico del 10 gennaio 2002, «la marginalizzazione delle religioni», purtroppo manifestatasi in varie occasioni, a proposito del riconoscimento sia delle radici cristiane della cultura e società europea sia dell’indole propria e dei diritti originari delle diverse comunità religiose: riconoscimento che non contrasta affatto con le esigenze di una laicità rettamente intesa delle istituzioni europee.

In effetti, per servire veramente alla costruzione della "casa comune europea", il nuovo ordinamento istituzionale dovrà riconoscere e tutelare quei valori – incentrati sulla dignità inviolabile della persona umana – che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’umanesimo europeo: è questa l’unica via per realizzare un’Europa dei popoli, e non soltanto dei mercati o delle istituzioni, sulla base del principio di sussidiarietà che consente al genio delle singole nazioni di non annullarsi in una innaturale omologazione ma di dare il proprio apporto originale al bene di tutti.

Non possiamo limitarci però ad attendere che tutto ciò sia realizzato dai responsabili istituzionali e politici: occorre invece quell’impulso che può venire dai popoli stessi, e dalle Chiese in essi. Consentitemi perciò di leggere le parole che Giovanni Paolo II ha scritto su questo argomento ai Vescovi italiani il 6 gennaio 1994 e che penso possano valere per la Polonia non meno che per l’Italia: «Sono convinto che l’Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa. Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l’Italia sono negative per l’Europa stessa e nascono sullo sfondo della negazione del cristianesimo. In una tale prospettiva si vorrebbe creare un’Europa, e in essa anche un’Italia, che siano apparentemente "neutrali" sul piano dei valori, ma che in realtà collaborino alla diffusione di un modello postilluministico di vita. Ciò si può vedere anche in alcune tendenze operanti nel funzionamento di istituzioni europee.

Contro l’orientamento di coloro che furono i padri dell’Europa unita, alcune forze, attualmente operanti in questa comunità, sembrano piuttosto ridurre il senso della sua esistenza e della sua azione ad una dimensione puramente economica e secolaristica. All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli Apostoli Pietro e Paolo». Queste parole sono una importantissima linea-guida per tutti noi.

4. La Chiesa al seguito di Cristo per la redenzione dell’uomo

Il soggetto storico nel quale si incarnano attraverso i secoli la presenza salvifica del Dio trinitario e l’opera della redenzione dell’uomo è chiaramente la Chiesa. Giovanni Paolo II, in armonia con le strutture di fondo della sua esperienza, della sua riflessione e del suo Magistero, mostra una certa predilezione per la formulazione della Gaudium et spes (n.76) secondo la quale la Chiesa «è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana», che egli pone anche in esergo alla sua principale opera filosofica, Persona e atto.

Proprio per essere un tale segno e una tale salvaguardia, la Chiesa deve essere integralmente fedele al suo unico Signore: la sollecitudine per questa fedeltà caratterizza tutto l’attuale Pontificato, sul piano della dottrina teologica ed etica come su quello della prassi ecclesiale, e da questa medesima sollecitudine di fedeltà nasce ciascuna di quelle scelte che talvolta vengono percepite come divergenti e tra loro poco compatibili.

In concreto, l’affermazione senza reticenze o ambiguità dell’universale ruolo salvifico di Gesù Cristo e della Chiesa, come anche dei contenuti dell’etica cristiana, si accompagna all’umile richiesta di perdono per le colpe dei figli della Chiesa e a quella ricerca di dialogo a tutto campo, di pace e di collaborazione tra tutte le religioni che è simboleggiata dai due grandi incontri di Assisi. In realtà, il compito di essere promotrice di fraternità e di pace, senza frontiere, corrisponde all’indole propria e all’evento fondante della fede cristiana: Gesù Cristo e il suo Vangelo. Questo compito, inoltre, non viene affatto svolto da Giovanni Paolo II sulla base di un’artificiale omologazione che snaturi e svilisca le religioni concretamente esistenti, mettendo tra parentesi le loro differenze, ma al contrario rispettando queste differenze e componendole nel quadro di un’autentica libertà religiosa, come è intesa e proclamata nella Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae.

Parimenti, in conformità alla sua missione di Pastore universale, Giovanni Paolo II lavora instancabilmente per l’unità interna della Chiesa Cattolica e lo fa non in maniera solitaria ma promuovendo e valorizzando le varie istanze della comunione, in particolare la collegialità episcopale. Così, dopo il Concilio Vaticano II, va man mano profilandosi una forma concreta del rapporto tra Episcopato e Primato che non è semplicemente riconducibile a quelle del primo o del secondo millennio dell’era cristiana – che hanno posto l’accento rispettivamente sull’Episcopato o sul Primato – ma cerca una più profonda sinergia, nella quale siano entrambi pienamente valorizzati.

La sollecitudine per l’unità interna della Chiesa Cattolica si sposa, in Giovanni Paolo II, con il più strenuo impegno per ristabilire l’unità delle confessioni cristiane. E’ un impegno che scaturisce dalla sua volontà di attuare integralmente i grandi insegnamenti del Concilio Vaticano II, e ancor più radicalmente dalla preghiera di Gesù per i credenti, "perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,20-21): una preghiera che Giovanni Paolo II sente come un personale e ineludibile imperativo. Così inteso, l’impegno ecumenico non può mai essere in conflitto con l’adesione alla verità di Cristo e con le esigenze di autentica unità della sua Chiesa.

Tutta la cura che questo Pontefice dedica alla Chiesa è intrinsecamente orientata alla missione e all’evangelizzazione, sulla base della precisa consapevolezza che solo in Gesù Cristo si realizza la salvezza dell’uomo. Così l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI ha trovato in Giovanni Paolo II la più feconda, creativa e instancabile attuazione, esplicitata nei suoi fondamenti dottrinali ed orientamenti storici e pastorali particolarmente attraverso l’Enciclica Redemptoris missio, ma anzitutto realizzata personalmente con la quotidiana predicazione, con i viaggi apostolici nel mondo intero e, nella maniera più profonda, con il dono di se stesso per la causa del Vangelo.

In qualità di suo Vicario per la Diocesi di Roma sono poi diretto testimone dell’opera di evangelizzazione che Giovanni Paolo II compie nella Chiesa di cui è Vescovo. Sono 301, su un totale di 335, le parrocchie che egli ha personalmente visitato. I sacerdoti e i seminaristi, i religiosi e le religiose, i giovani e in particolare gli studenti universitari, i lavoratori, gli ammalati sono tutti oggetto specifico della sua attenzione pastorale, sempre in una prospettiva di impulso all’evangelizzazione. Ma soprattutto due grandi iniziative hanno caratterizzato il suo Episcopato romano: la prima è il Sinodo diocesano, incentrato sulla comunione e la missione, che è stato, secondo la parola stessa del Papa, una grande scuola pratica dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II. Dal Sinodo è sgorgata la "Missione cittadina", svoltasi nei tre anni di preparazione al Grande Giubileo in sintonia con le indicazioni pastorali della Lettera apostolica Tertio millennio adveniente. A partire dall’insegnamento conciliare della Chiesa come popolo di Dio e della Chiesa per sua natura missionaria, il Papa ha voluto la "Missione cittadina" non semplicemente come "missione al popolo", ma piuttosto come "popolo di Dio in missione": in concreto i laici delle parrocchie, delle associazioni e movimenti, insieme ai preti di Roma e alle comunità di vita consacrata, si sono fatti coraggiosamente missionari presso le famiglie, le scuole, i luoghi di lavoro, gli ospedali e nelle più diverse situazioni di vita. Ora la Diocesi di Roma cerca di rendere permanente questo impegno a mettere concretamente in atto la nuova evangelizzazione, ispirandosi alle idee-guida della Lettera apostolica Novo millennio ineunte.

5. Il testimone e il suo segreto

Non è possibile terminare una riflessione sul Pontificato di Giovanni Paolo II senza interrogarsi sulla fonte del suo dinamismo e dell’efficacia della sua testimonianza. La risposta non è difficile, per chiunque abbia con lui consuetudine di lavoro e di vita. E’ sufficiente infatti vedere il Papa immerso nella preghiera, anche nei brevi momenti del ringraziamento dopo una Messa celebrata in una parrocchia romana, oppure nel corso di un viaggio in aereo o in elicottero, per comprendere come l’unione con Dio sia per lui veramente lo spontaneo respiro dell’anima e il segreto della sua continua donazione. Del resto, anche chi lo accosta al di fuori di una prospettiva di fede avverte facilmente e spesso riconosce con parole esplicite l’esistenza in lui di questa dimensione segreta.

Mi sia consentito richiamare due riferimenti precisi, che mostrano come la dedizione a Dio in Giovanni Paolo II abbia un carattere realmente totale. Il primo è il motto "totus tuus", che significa l’appartenenza filiale alla Madre del Signore, il secondo sono le parole "la Santa Messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni mia giornata", che il Papa ha pronunciato il 27 ottobre 1995 al Simposio della Congregazione per il clero nel trentennale del Decreto Presbyterorum ordinis.

È opinione comune, e ben fondata, che Giovanni Paolo II sia un grandissimo comunicatore: lo è però nel senso che egli vive fino in fondo, e perciò impersona ed esprime, ciò che comunica; non certo invece nel senso di una semplice, anche se abile e raffinata, rappresentazione esteriore. I giovani soprattutto sembrano avvertire questa sua autenticità nel comunicare, come testimoniano specialmente quegli straordinari appuntamenti di evangelizzazione, nati dal cuore e dall’intelligenza credente di Giovanni Paolo II, che sono le Giornate Mondiali della Gioventù: è ben vivo nella mia memoria quel semplice gesto di agitare il bastone con cui il Papa commosse ed entusiasmò i ragazzi di Manila.

Se però vogliamo scavare più in profondità dentro al segreto di Giovanni Paolo II, ci sono di aiuto soprattutto le parole che il Cardinale Wojtyla ha scritto nel poema Stanislaw e che il suo Segretario, monsignor Stanislao Dziwisz, ha citato qui all’Università di Lublino, quando fu a lui conferita la Laurea Honoris Causa, il 13 maggio 2001, nel ventesimo anniversario dell’attentato alla vita del Papa: «Se la parola non ha convertito, sarà il sangue a convertire». È questo il senso radicale nel quale Giovanni Paolo II è testimone del Vangelo e porta ogni giorno a compimento il suo sacerdozio, specialmente in questo tempo in cui gli è dato di offrire insieme a Cristo una sofferenza che non limita ma potenzia la sua missione di Servo dei servi di Dio.

Grazie per il vostro paziente ascolto e grazie soprattutto per la Laurea che avete avuto la bontà di conferirmi.
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