Camillo Cardinal Ruini Camillo Cardinal Ruini
Function:
Cardinal Vicar of Roma, Italy
Title:
Cardinal Priest of S Agnese fuori le mura
Birthdate:
Feb 19, 1931
Country:
Italy
Elevated:
Jun 28, 1991
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Il cardinale Ruini: "Aborto, ci opponiamo a una forzatura, si tradisce lo spirito della legge 194"
Feb 26, 2017
Il cardinale Ruini: "Aborto, ci opponiamo a una forzatura, si tradisce lo spirito della legge 194"

23 febbraio 2017

CITT
Italian Quelle proposte di Ruini sulla nullità matrimoniale Camillo Ruini
Nov 06, 2015
L'ex Vicario di Roma, nel libro a firma di undici cardinali scritto per negare la possibilità di aperture sui sacramenti ai divorziati, sulle nullità tradizionali si spinge più in là di Francesco e rimette al centro la domanda sulla fede di chi si sposa.

8/10/2015

L'ex Vicario di Roma Camillo Ruini auspica una procedura «amministrativa» e «pastorale» per il riconoscimento delle nullità matrimoniali e dichiara «opportuno e urgente» chiarire la «questione giuridica di quella “evidenza di non fede” che renderebbe non validi i matrimoni sacramentali».



Nei giochi degli schieramenti al Sinodo, nella loro rappresentazione mediatica come pure nei tentativi di influenzare dall'esterno il dibattito, ad aver la meglio è sempre la semplificazione. Ma a leggere bene tra le righe degli interventi si scorge una realtà più complessa. È il caso del libro a firma di undici porporati pubblicato alla vigilia del secondo Sinodo sulla famiglia per sostenere l'impossibilità di aperture per quanto riguarda i sacramenti ai divorziati risposati. Nelle tante riprese e nei vari rilanci che sono stati fatti del volume a sostegno di questa posizione, non sono però state fatte notare altre sottolineature, come quella del cardinale Camillo Ruini, già Vicario di Roma.



Il contributo di Ruini è contenuto nel volume intitolato «Matrimonio e famiglia. Prospettive pastorali di undici cardinali». I porporati in questione, oltre a lui, sono Caffarra, Cleemis, Cordes, Duka, Eijk, Meisner, Onaiyekan, Rouco Varela, Sarah, Urosa Savino (Cantagalli editore). Il mini-saggio dell'ex Vicario di Roma è intitolato «Il Vangelo della famiglia nell'Occidente secolarizzato». Ruini scrive, a proposito dell'ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti: «Questa via non sembra però percorribile, principalmente perché implica un esercizio della sessualità extraconiugale, dato il perdurare del primo matrimonio, rato e consumato».



Subito dopo però aggiunge: «Ciò non significa che ogni possibilità di sviluppo sia preclusa. Una strada che appare percorribile è quella della revisione dei processi di nullità del matrimonio: si tratta infatti di norme di diritto ecclesiale, e non divino. Va quindi esaminata la possibilità di sostituire il processo giudiziale con una procedura amministrativa e pastorale, rivolta essenzialmente a chiarire la situazione della coppia davanti a Dio e alla Chiesa». Evidentemente il contribuito di Ruini era stato preparato prima della riforma dei processi di nullità matrimoniale promulgata da Francesco un mese fa, che snellisce le procedure, elimina la necessità della doppia sentenza conforme e responsabilizza il vescovo diocesano. Pur senza però spingersi sulla via di quella «procedura amministrativa e pastorale» suggerita da Ruini, Papa Bergoglio si è fermato prima, ha voluto mantenere il carattere giudiziale del procedimento, seppur semplificandolo e rendendolo più rapido.



Ma Ruini, nello stesso contributo pubblicato da Cantagalli, chiede di affrontare anche un'altra questione che va al di là degli aspetti procedurali: quella del rapporto tra la fede di coloro che si sposano e il sacramento del matrimonio. «Di fatto - osserva il porporato - sono purtroppo molti oggi i battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio. Si pone dunque la questione se essi possano validamente contrarre un matrimonio sacramentale».



Ruini afferma che «su questo punto rimane di valore fondamentale l’Introduzione del cardinale Ratzinger al volumetto "Sulla pastorale dei divorziati risposati" pubblicato nel 1998 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Ratzinger ritiene che si debba chiarire "se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è “ipso facto” un matrimonio sacramentale". Ratzinger aggiunge: "All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di 'non fede' abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi". Sembra pertanto accertato - chiosa Ruini - che se veramente non c’è fede, non c’è nemmeno il sacramento del matrimonio».



Dunque, «nella situazione attuale, sono forse da ritenere ancora più numerosi i battezzati che di fatto non hanno fede e che pertanto non possono contrarre validamente il matrimonio sacramentale. Sembra quindi davvero opportuno e urgente - conclude il cardinale Ruini - impegnarsi a chiarire la questione giuridica di quella "evidenza di non fede" che renderebbe non validi i matrimoni sacramentali e che impedirebbe per il futuro ai battezzati non credenti di contrarre un tale matrimonio. Non dobbiamo nasconderci, d’altra parte, che si apre così la via a cambiamenti molto profondi e carichi di difficoltà, non solo per la pastorale della Chiesa ma anche per la situazione dei battezzati non credenti. È chiaro infatti che essi hanno, come ogni persona, diritto al matrimonio, che contrarrebbero in forma civile».

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/sinodo-famiglia-43832/
Spanish Italia se prepara para marcha contra ideología de género: Habla el Cardenal Ruini
Jun 15, 2015
Numerosas asociaciones defensoras de la familia, movimientos y realidades eclesiales de la Iglesia se preparan en Italia para celebrar en Roma, el 20 de junio, una gran manifestación contra la llamada ideología de género. El Cardenal Camillo Ruino, ex presidente de la Conferencia Episcopal Italiana, reflexionó al respecto y destacó que Italia es un “signo de resistencia” en Europa occidental.

ROMA, 13 Jun. 15 / 10:21 am (ACI/EWTN Noticias).- La concentración a favor de la familia tendrá lugar en la céntrica Plaza de San Juan, y busca protestar contra la aprobación de una ley que permitiría introducir la ideología de género en las escuelas de Italia, a través de un curso de educación sexual.

La movilización está organizada por el comité “Defendamos a nuestros hijos” y cuenta con el respaldo de la Conferencia Episcopal Italiana.

Con motivo de la marcha pro-familia, el Cardenal Camillo Ruini, quien fuera presidente de la Conferencia Episcopal Italiana durante 16 años y Vicario para Roma hasta 2008, concedió una entrevista al diario “Il Foglio” en la que habla de esta movilización, del reciente referendo en Irlanda sobre la equiparación de las parejas homosexuales al matrimonio entre hombre y mujer y del próximo Sínodo sobre la Familia de octubre.

“En estos años en casi todo el mundo occidental se difunde un hecho radicalmente nuevo en la historia de la humanidad, y ya esto dice mucho: la idea de que personas del mismo sexo puedan contraer matrimonio y tener hijos, gracias a las nuevas tecnologías” incluso “más bien, que tienen el derecho de hacerlo”, criticó el Cardenal.

“Si pensamos que el matrimonio es una institución y una realidad antropológica fundamental  y decisiva –que de manera sintética y eficaz Giambattista Vico (reconocido filósofo napolitano) definió hace mucho tiempo como la ‘primera de las cosas humanas’– se puede entender lo decisivo y profundo que es este cambio”.

El purpurado señaló que “el matrimonio entre personas del mismo sexo es una absoluta novedad. Las palabras más precisas y eficaces respecto a esta novedad las dijo según mi opinión, el Cardenal Parolin (Secretario de Estado del Vaticano): ‘Una derrota para la humanidad’”.

Italia es el único país de Europa occidental que no contempla siquiera las uniones civiles, lo que se traduce en un “signo de resistencia” aunque “a mi juicio las llamadas uniones civiles, es decir, en sustancia los matrimonios sin el nombre de matrimonio, son un signo de decadencia; mientras el matrimonio entre personas de diverso sexo va en la dirección del bien del hombre y de la mujer, de un futuro positivo. El cambio como tal no puede ser considerado garantía de progreso”, explicó el Cardenal.

El Cardenal Ruini recordó que hace algunos años la Conferencia Episcopal Italiana invitó a abstenerse en un referendo contra la procreación médica asistida. “No hay que olvidar que el referendo no fue promovido por la Conferencia ni por quien quería regularizarlo, sino por quien quería revocar algunas normas establecidas por el Parlamento”.

“De todas formas, las movilizaciones pueden tener éxito cuando existe un objetivo concreto, sentido por mucha gente como importante y realizable. Estas son las condiciones que consienten una verdadera movilización”.

Consultado si vale la pena movilizarse como instrumento de protesta contra ciertas leyes o posibles aprobaciones, el Cardenal Ruini explicó que “las sociedades occidentales, incluida Italia, están sometidas desde hace mucho tiempo a una gran presión, que ya existía hace diez años y ahora ha aumentado”.

“Se trata de una presión mediática alimentada por pronunciamientos de las magistraturas, que está dirigida a cambiar las estructuras fundamentales que rigen la familia. Y hay que tener en cuenta que esta presión no se priva de efectos, especialmente entre los jóvenes”.

Hablando en concreto de Italia, subrayó que “estoy convencido de que la partida permanece abierta y que la disponibilidad a comprometerse está muy presente”. Así, aseguró que espera “de corazón” que “las iniciativas que se están tomando sobre estos puntos tengan un gran éxito, empezando por la del próximo 20 de junio”.

El Cardenal también se expresó sobre el Sínodo de la Familia del próximo octubre y sobre una cierta división entre las enseñanzas de la Iglesia en el campo moral y lo que piensa la gente. Esto, dijo, “no es algo nuevo”.

“Pensemos solo en la resistencia que encontró la Humanae Vitae (encíclica sobre la regulación de la natalidad y el matrimonio) de Pablo VI. Con la ayuda de Dios, la Iglesia podrá hacer más y mejor”.

En particular, destacó, “también a mí me parece necesario hablar más con el lenguaje de los jóvenes y estar más presente en medio suyo. Pero esto no se hace por decreto. Se necesitan personas motivadas y capaces de hacerlo”.

En este sentido, “Juan Pablo II y el Papa Francisco, cada uno con su estilo, han mostrado cómo el vértice institucional de la Iglesia puede hablar a los jóvenes con eficacia y credibilidad”.

En cuanto a Juan Pablo II, “he sido testigo directo durante largos años” y respecto a Francisco “es suficiente con encender el televisor para darse cuenta”.

Al contrario, “sería equivocado y contraproducente poner el silenciador a las exigencias del Evangelio, pensando favorecer así su acogida” y esto se pudo ver “con los resultados negativos obtenidos, después del Concilio Vaticano II, en los países en los que se han hecho demasiados ‘descuentos’ no en la doctrina, más bien en la pastoral de la Iglesia. Esto lo muestra claramente la situación de algunos países europeos”.

https://www.aciprensa.com/noticias/italia-se-prepara-para-marcha-contra-ideologia-de-genero-habla-el-cardenal-ruini-47102/
Spanish Cardenal Ruini: «no se puede pretender que el matrimonio sea indisoluble y comportarse como si no lo fuese»
Oct 24, 2014
En una amplia entrevista concedida al Corriere della Sera, el cardenal Camilo Ruini asegura, preguntado por la cuestión de los divorciados vueltos a casar, que si el matrimonio permanece indisoluble, contraer un nuevo supone un caso de bigamia y mantener relaciones sexuales con otras personas adulterio y recuerda que «el Papa ha reafirmado la indisolubilidad, la unidad, la fidelidad, la procreatividad del matrimonio, en términos muy claros». El prelado cree que la actual ola libertaria puede disolverse.

Aldo Cazzullo entrevista al cardenal Camilo Ruini:
Eminencia, del Sínodo sale una Iglesia dividida. Se ha votado, las posiciones sostenidas por el Papa han prevalecido, pero por muy poco. ¿Qué impresión ha sacado?

La que el Papa Francisco ha expuesto en el discurso conclusivo: no la de una Iglesia dividida, sino una Iglesia con posiciones diferentes. Una Iglesia que es comunión: el único cuerpo de Cristo, en el que somos miembros los unos de los otros. Me parece un poco forzado decir que algunas posiciones eran sostenidas por el Papa más que otras. Él mismo ha querido que hubiera plena libertad de palabra. Y también es muy arriesgado hablar de mayorías y minorías.
Sin embargo, se han coagulado elementos de disensión y de malhumor hacia Francisco. ¿Es normal? ¿O pueden derivarse consecuencias negativas?

Estos elementos puede haberlos, no sería ciertamente la primera vez. Sucedió también en el Concilio. Consecuencias negativas podría haberlas si alguno olvida que el Papa es la cabeza y el fundamento visible de la unidad de la Iglesia.
Francisco ha criticado a «los celantes, los escrupulosos, los apresurados, los así llamados tradicionalistas, los intelectualistas». ¿A quién se refería?

Pero también ha criticado a los «buenistas», a quienes querrían descender de la cruz o maquillar el depositum fidei para contentar a la gente. Colocar al Papa en una parte contra la otra es hacer lo contrario de lo que el mismo Papa nos pide.
En la entrevista con Ferruccio de Bortoli, Francisco dijo que no se reconocía en la fórmula de los valores no negociables. Pero esa fórmula ha sido central en los últimos años para el Vaticano, y también para la Conferencia episcopal italiana.

La fórmula se remonta a una nota de noviembre de 2002 de la congregación para la doctrina de la fe, guiada entonces por el cardenal Ratzinger, que la ha usado alguna vez también como Papa. La expresión se refería al trabajo de los católicos en la vida política y el sentido se precisaba en la misma nota: servía para distinguir las exigencias éticas irrenunciable de las cuestiones sobre las que para los católicos es legítima una pluralidad de puntos de vista. Yo mismo he usado esa fórmula. Pero no amo hacer problemas con las palabras y no tendría dificultad en renunciar a una expresión que efectivamente ha sido a menudo equívoca; como si se privase a los católicos dedicados a la política de su libertad y responsabilidad, mientras que en realidad se limita a llamarles a la coherencia, confiando esta petición de coherencia a la libertad de cada uno.
¿Es verdad que un grupo de cardenales durante el Sínodo ha ido a ver a Ratzinger para pedir que intervenga, recibiendo una negativa?

No he oído nada de eso en ningún momento. Me sorprendería un poco que hubiese sucedido, sin que antes o después me llegase alguna información al respecto.
¿Cuál es hoy el papel del Papa emérito? ¿Le ha podido hablar?

He estado con él dos veces, la última el pasado mes de septiembre. Hemos hablado sobre todo de teología. Su función la ha precisado él mismo: no ejerce ninguna función de gobierno; sostiene la Iglesia desde dentro, con la oración y con la fuerza de su pensamiento teológico.
¿Es de verdad imposible dar la comunión a un divorciado sin violar la indisolubilidad del matrimonio?

Si el matrimonio permanece indisoluble, y por tanto continúa existiendo, contraer un nuevo matrimonio sería un caso de bigamia; y tener relaciones sexuales con otras personas sería un adulterio. No se puede pretender que el matrimonio sea indisoluble y que sea posible comportarse como si no lo fuese.
Regla que no se cambia, praxis más elástica: ¿será este el compromiso final?

Es probable. En la misa de ayer se cita un salmo que dice: verdad y misericordia se han besado. Esta idea ya está en el Antiguo Testamento, está en el misterio de Dios. Hacerla realidad en el mundo creado puede ser costoso. Pero tenemos un año de tiempo para encontrar el justo camino.
Usted ha hablado de derecho divino. El Papa les ha invitado a dejarse sorprender por Dios.

Yo pienso así, y debo decir lo que pienso.También el Papa ha reafirmado la indisolubilidad, la unidad, la fidelidad, la procreatividad del matrimonio, en términos muy claros.
¿Está diciendo que Francisco ha cambiado lenguaje y temas -apuntando a lo social-, pero no la doctrina?

Cada Papa tiene su sensibilidad. Wojtyla era un polaco que había vivido la batalla contra el comunismo, y por esto se le vio como un Papa conservador: en realidad definía el Concilio como «la gracia más grande del siglo XX». Ratzinger es un gran teólogo alemán. Francisco es el primer Papa latinoamericano, y tiene una sensibilidad diversa.
La valoración frecuente es que la Iglesia ha pasado del conservadurismo al progresismo. ¿Es equivocada?

La visión no es apropiada, pero si se quieren usar categorías mundanas se puede decir también eso. Y puede suceder que nosotros, hombres de Iglesia, demos algún motivo para ese lenguaje impropio . No cambia el hecho de que la Iglesia es algo distinto. Es una comunión.
¿Existe hoy una oposición en la Iglesia? ¿Con un jefe propio?

No hay una oposición, y menos aún un jefe de la oposición. No logro imaginar en quién se pueda haber pensado para una función de este género: nadie tiene esa veleidad.
¿Ha leído el libro de Antonio Socci, «No es Francisco»?

No lo he leído. Si quiere saber lo que pienso de la tesis según la cual el Papa habría sido elegido inválidamente, le digo enseguida que la considero totalmente infundada y bastante ridícula. No he oído nunca a un solo cardenal que haya participado en el cónclave decir algo que de algún modo se pareciera a eso.
¿No le parece que en el mundo editorial del laicado se haya lanzado un «ataque desde la derecha», que da voz a una parte del mundo católico que no se reconoce en este papado?

Un pequeño ataque de este tipo por desgracia existe; quizá también como reacción a la tendencia de otros editores laicos a apropiarse del Papa Francisco, para transformarlo en un defensor de las tesis contrarias al catolicismo. Las dos cosas hacen carambola; pero la potencia mediática de este segundo modo de hacer es mucho más fuerte. Unos tienen fusiles, los otros tienen a la aviación.
Símbolos, vestuario, estilo: ¿le han llamado la atención los modos de hacer de Francisco? ¿Incluida la de no vivir en el Apartamento?

Me han llamado mucho la atención, pero en manera decididamente favorable. Creo que han sido una verdadera bendición para la Iglesia: han contribuido a hacerle superar un momento difícil. En particular, el Papa está en Santa Marta no por motivos «ideológicos», sino porque se encuentra mejor en contacto constante con la gente, como ha dicho él mismo.
¿Usted está de acuerdo con el cardenal Scola, cuando dice que la Iglesia va con retraso sobre la homosexualidad?

La cuestión del retraso o de la antelación depende de la dirección de marcha en la que se va. Cuando de joven sacerdote venían a hablarme y a veces a confesarse varios homosexuales, decían que encontraban en la Iglesia un ambiente respetuoso y comprensivo. De algunos llegué a ser amigo. Ahora se considera que la Iglesia va con retraso porque continúa sosteniendo que la homosexualidad no es conforme con la realidad de nuestro ser, que se articula en dos sexos desde el punto de vista orgánico, psicológico y más en general antropológico. El tiempo dirá si, sosteniendo esto, la Iglesia va con retraso o con antelación respecto a la opinión dominante.
En Italia parece cercano el acuerdo sobre las uniones civiles de homosexuales, con el consenso de Berlusconi. ¿Es un error?

Sobre este punto me he manifestado ya cuando se plantearon los Dico, y no he cambiado de parecer. Es justo tutelar los derechos de todos; pero los verdaderos derechos, no los derechos imaginarios. Si actualmente hay algún derecho no tutelado que sea justo tutelar, y lo dudo, para hacerlo no hay necesidad de reconocer a las parejas como tales; basta afirmar los derechos de los individuos. Me parece que es el único modo para no emprender un camino que lleva al matrimonio entre parejas del mismo sexo.
Pero en Italia se habla de uniones civiles, no de matrimonio.

Si el contenido es muy similar, sirve de poco cambiar el nombre del contenedor.
¿Qué piensa de Marino, el alcalde de Roma, que registra las bodas gay?

Un alcalde tiene el derecho de sostener sus propias opiniones, pero no puede por esto violar las leyes del Estado.
¿Habrá en Italia también un movimiento de protesta?

Nadie puede excluirlo. En Francia el movimiento Manif pour tous no ha sido organizado por la Iglesia: es una fuerza grande y variopinta, que ha inducido al gobierno a ser más prudente.
¿Está diciendo que la oleada libertaria podría disolverse?

En los años 70 también muchos no marxistas estaban convencidos de que el marxismo era una horizonte insuperable para la cultura y la historia. Pero después el marxismo se ha disuelto y han llegado perspectivas distintas. Entonces me ocupaba de los jóvenes: en pocos años ha cambiado todo; Marx ya no interesaba. No sé decir si sucederá algo análogo con la actual tendencia libertaria, pero no lo excluyo.

http://infocatolica.com/?t=noticia&cod=22294
Italian Il cardinal Ruini: «Sono contro le unioni civili»
Oct 23, 2014
In un’intervista concessa al Corriere della Sera, il cardinale Camillo Ruini ha detto che «Papa Francesco ha cambiato stile e linguaggio, non la dottrina. Io non dirò più “valori non negoziabili”, ma non cambio idea: sono contro la comunione ai risposati e alle unioni civili. Sui gay la Chiesa non è in ritardo, ma all’avanguardia: non escludo che l’ondata libertaria rifluisca».

Ancora, Ruini a stare «attenti ai laici che si appropriano del Papa», mentre sugli omosessuali, di cui si è dibattuto al Sinodo dei vescovi , secondo il cardinale «sarà il tempo a dire se la Chiesa è in ritardo o in anticipo rispetto all’opinione prevalente. Dipende da qual è il senso di marcia». Quanto alla registrazione delle nozze gay fatta a Roma da Marino, «un sindaco ha il diritto di sostenere le proprie posizioni, ma non può per questo violare leggi dello Stato».

Infine, Ruini ha sottolineato che «ci sono editori laici che tendono ad appropriarsi del Papa per trasformarlo in sostenitore di tesi contrarie al cattolicesimo», ma «il Papa ha criticato anche i “buonisti”, chi vorrebbe scendere dalla croce o truccare il “depositum fidei” per accontentare la gente».

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/10/22/ARHc37KC-contro_cardinal_unioni.shtml
Italian "Papa Francesco grande evangelizzatore"
Nov 05, 2013
Il cardinale ha espresso il suo giudizio su Bergoglio alla presentazione del volume di Gianfranco Svidescoschi "Ho vissuto con un santo" nel quale il cardinale Stanislao Dziwisz racconta il suo rapporto con Giovanni Paolo II.

Papa Francesco è molto diverso per storia personale e cultura da Giovanni Paolo II, ma entrambi hanno una caratteristica fondamentale in comune: sono due grandi evangelizzatori, direi instancabili nel loro impegno per la diffusione del Vangelo». Lo ha affermato il cardinale Camillo Ruini, che di Papa Wojtyla fu tra i più stretti collaboratori come presidente della Cei e  vicario di Roma.

«Entrambi - inoltre - hanno sentito fin dal primo momento con molta forza il loro radicamento nella diocesi di Roma, concependo l'essere Papa proprio come conseguenza dell'essere vescovi di Roma», ha aggiunto l'anziano porporato a margine della presentazione del libro-intervista «Ho vissuto con un santo», nel quale Gianfranco Svidercoschi, il principale biografo di Giovanni Paolo II, ha raccolto la testimonianza di Stanislao Dziwisz, lo storico segretario del Papa polacco, oggi suo successore come cardinale di Cracovia.

Ruini ha parlato anche di «sogni» che Giovanni Paolo II coltivava e che non poté realizzare, che sembra possano invece divenire realtà con Francesco. «A cominciare - ha detto il cardinale - dalla collegialità episcopale voluta dal Concilio Vaticano II e che Giovanni Paolo II poté solo cominciare ad abbozzare».

http://vaticaninsider.lastampa.it/news/dettaglio-articolo/articolo/papa-pope-el-papa-29312/
Italian Il cardinale Camillo Ruini a Illegio il 15 settembre 2013 Eventi a Udine „Il cardinale Camillo Ruini a Udine e a Illegio per un doppio incontro“
Sept 12, 2013
Sono due gli appuntamenti del weekend in Friuli Venezia Giulia che avranno come protagonista il cardinale Camillo Ruini dapprima come ospite d'eccezione dell’incontro con il laicato cattolico di sabato 14 settembre alle ore 20.30 al Centro Culturale Paolino d'Aquilea a Udine e il giorno successivo, domenica 15 settembre, al Teatro Tenda di Illegio per “Intervista su Dio”, evento culturale collaterale della mostra “Il Cammino di Pietro” aperta al pubblico fino al prossimo 6 ottobre.

Organizzati dall'Arcidiocesi di Udine (in collaborazione con il Comitato San Floriano l’incontro di domenica a Illegio), saranno due i momenti di confronto con il grande intellettuale cattolico, profondo conoscitore della società e degli impulsi culturali della civiltà europea. A Udine il cardinale Camillo Ruini, già Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e del Progetto culturale della Chiesa italiana, ed attuale Presidente del comitato scientifico della Fondazione Joseph Ratzinger dialogherà in uno speciale incontro con il laicato cattolico sul tema dell'impegno della Chiesa e dei cattolici nella società attuale.

Di taglio decisamente più culturale l'incontro del giorno seguente a Illegio, “Intervista su Dio” che partirà proprio dall’ultimo libro “Intervista su Dio. Le parole della fede, il cammino della ragione” scritto dal cardinal Ruini insieme a Andrea Galli, giornalista di “Avvenire”.


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Spanish El cardenal Ruini asegura que con el «matrimonio homosexual» se pretende borrar nuestra naturaleza
Jul 14, 2013
En una entrevista concedida a Matteo Matzuzzi para «Il Foglio», el cardenal Camilo Ruini, Vicario General Emerito de Su Santidad para la Diócesis de Roma, comenta la situación de la institución matrimonial en Occidente tras los recientes cambios legales y sentencias, especialmente la última del Tribunal Supremo de los EE.UU, a favor de la legalidad del «matrimonio homosexual». Valora positivamente la labor de la Iglesia en Francia.

(Il Foglio/InfoCatólica) «La igualdad entendida como negación de toda diferencia es algo que va contra la realidad», dice al «Foglio» el cardenal Camillo Ruini, comentando la sentencia con la que el tribunal supremo de los Estados Unidos ha declarado inconstitucional parte del «Defense of Marriage Act», la ley que definía el matrimonio como unión exclusiva entre hombre y mujer bajo la jurisdicción federal.

«Nos engañamos si pensamos que podemos cancelar la naturaleza con nuestra decisión personal o colectiva», añade de nuevo el ex vicario de Roma y ex presidente de la conferencia episcopal italiana.

–La decisión del tribunal parece confirmar que nos encontramos ante una avalancha imparable en la cual toda excepción sobre la equiparación entre matrimonio heterosexual y homosexual será superada. ¿Es este el terreno sobre el que se articulará el debate acerca del desarrollo de la civilización en el siglo XXI?

Pienso verdaderamente que sí. Naturalmente, la cuestión de los matrimonios homosexuales entra dentro del problema más amplio de la concepción que tenemos del hombre, es decir, de qué es la persona humana y cómo hay que tratarla.

Un aspecto muy relevante de nuestro ser es el hecho de que estamos estructurados según la diferencia sexual, de hombre y de mujer. Como sabemos bien, esta diferencia no se limita a los órganos sexuales, sino que implica a toda nuestra realidad. Se trata de una diferencia primordial y evidente, que precede nuestras decisiones personales, nuestra cultura y la educación que hemos recibido, si bien todas estas cosas inciden mucho, a su vez, sobre nuestros comportamientos. Por ello, la humanidad, desde sus orígenes, ha concebido el matrimonio como un vínculo posible sólo entre un hombre y una mujer.

En los últimos decenios se ha abierto camino una posición distinta, según la cual la sexualidad debería reconducirse a nuestras elecciones libres. Como decía Simone de Beauvoir, «No se nace mujer, se llega a serlo». Por tanto, el matrimonio debería estar abierto también a personas del mismo sexo. Es la teoría del «gender», ahora ya difundida a nivel internacional, en la cultura, en las leyes y en las instituciones.

Se trata, sin embargo, de una ilusión, aunque esté compartida por muchos: nuestra libertad está, de hecho, radicada en la realidad de nuestro ser y cuando va contra ella se convierte en destructiva, sobre todo de nosotros mismos. Pensemos, concretamente, en lo que puede ser una familia en la cual no haya ya un padre, una madre o en hijos que tengan un padre y una madre: las estructuras de base de nuestra existencia estarían trastornadas, con los efectos destructivos que podemos imaginar, pero no prever hasta el fondo.

–Estamos delante de un activismo de carácter jurídico y social. Ahora el concepto de matrimonio tradicional parece estar destinado a convertirse en algo obsoleto. ¿Existe acaso la ilusión de que ampliando la institución del matrimonio a todo tipo de unión se resuelve el problema, facilitando así el poder decir que la igualdad ha sido definitivamente alcanzada?

Esta es, desde luego, la ilusión: borrar la naturaleza con nuestra decisión personal o colectiva. Por ello, es vana la esperanza de encontrar un compromiso que satisfaga a todos introduciendo, por ejemplo, junto al matrimonio que seguiría estando reservado a personas de sexo distinto, las uniones civiles reconocidas legalmente, a las cuales podrían acceder también los homosexuales.

Por una parte, estas uniones no satisfarían esa instancia de absoluta libertad e igualdad que está en la base de la reivindicación del matrimonio homosexual; por otra, sería un duplicado del matrimonio, inútil y dañoso.

Inútil porque todos los derechos que se dice que se quieren tutelar podrían estar perfectamente tutelados –y en gran parte ya lo son– reconociéndolos como derechos de las personas y no de las parejas.

Dañoso porque un matrimonio de este tipo, con menores compromisos y obligaciones, pondría más en crisis el matrimonio auténtico, sin el cual una sociedad no puede sostenerse.

–¿Cómo valora el hecho de que una decisión divisoria como la adoptada por el tribunal supremo estadounidense haya sido tomada por un tribunal, y no por un parlamento?

Lo valoro negativamente: el tribunal supremo, como sucede también en Italia, por ejemplo, con el tribunal constitucional, tiene de hecho una legitimidad democrática muy mediada y derivada. En mi opinión, es mejor confiar decisiones de este alcance a los organismos que tienen una legitimación democrática directa, como los parlamentos.

–¿No cree que la raíz de este progresivo desmantelamiento de lo que siempre se ha considerado «tradicional» es el hecho de que la igualdad se está convirtiendo cada vez más en un dogma? ¿No existe el riesgo de que se reformule completamente la tradición?

Me gustaría distinguir el concepto de igualdad. Entendida como igual dignidad entre todos los seres humanos la igualdad es un principio sacrosanto. Pero entendida como negación de toda diferencia y, por tanto, con la pretensión de tratar del mismo modo situaciones distintas, la igualdad es simplemente algo que va contra la realidad.

–¿Qué puede hacer la Iglesia ante todo esto? A veces parece que se mueve con dificultad y que es incapaz de hacer oír su voz. En los últimos decenios, además, su relación con estos cambios ha ido más allá del histórico dualismo entre progreso y tradición. Esto hace pensar, sin embargo, que superado este esquema dual se abren problemas más graves ante los cuales las respuestas sólo pueden percibirse como ambiguas y no claras. ¿Qué perspectivas tenemos delante?

La Iglesia no puede no luchar por el hombre, como escribió Juan Pablo II en su primera encíclica – «En este camino que conduce de Cristo al hombre la Iglesia no puede ser detenida por nadie» – y como ha repetido Benedicto XVI también en el discurso a la curia romana para la felicitación de la Navidad del 2012: la Iglesia debe defender los valores fundamentales constitutivos de la existencia humana con la máxima claridad.

No me parece que hoy la Iglesia se mueva con dificultad. Si miramos el caso de Francia, los obispos y los católicos, junto a muchos otros ciudadanos, han sido derrotados, al menos por ahora, a nivel legislativo, pero han demostrado una vitalidad y una fuerza cultural y social más grande que sus adversarios.

Sólo en apariencia se trata de dualismo entre progreso y tradición: en realidad, el verdadero desafío está entre dos concepciones del hombre, y yo estoy convencido de que el futuro pertenece a aquellos que saben reconocer y acoger al ser humano en su auténtica realidad. Las ilusiones, en cambio, antes o después se desinflan, a menudo tras haber provocado muchos daños.

–Tenemos después la cuestión de la relación que tienen los católicos con los grandes temas que menoscaban la esfera de la ética y de la moral. En mérito al caso específico del matrimonio, ¿no cree que en los últimos años la contribución activa a la defensa de aquello que siempre ha sido un símbolo milenario se haya atenuado y alterado?

Los católicos deben ser siempre más conscientes del significado cultural y social de su fe. Cuando esta conciencia se atenúa, la fe se vuelve insípida e incide poco no sólo en el ámbito público, sino también en la capacidad de atraer a las personas y de guiarlas hacia Cristo. Desde este punto de vista, un cierto modo de entender la laicidad de la cultura y de la política corre el riesgo de privar a la fe de su relevancia.

–La batalla por la igualdad se nutre de razones sentimentales. Hay una idea del amor que va más allá de las diferencias de género, de la distinción entre hombre y mujer. Es el amor que se hace institución y derecho perfectamente igual. ¿Es una pendiente irreversible?

El amor es una palabra bellísima, que sin embargo puede tener muchos significados. Los estados no pueden, evidentemente, mandar o prohibir a una persona de amar a otra y en este sentido las leyes no pueden ocuparse directamente del amor.

Pueden y deben, en cambio, intentar regular del modo más útil y más conforme a la realidad los comportamientos que nacen del amor pero que tienen una relevancia pública.

http://infocatolica.com/?t=noticia&cod=17825
Italian Cardinale Camillo Ruini a Che tempo che fa : Intervista su Dio
Oct 16, 2012
Il cardinale Camillo Ruini ha avuto ieri sera l'onore della prima serata televisiva, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa su Raitre. Motivo della sua presenza, il libro pubblicato insieme con il giornalista di Avvenire Andrea Galli, dal titolo "Intervista su Dio" (Mondadori).

Questo il dialogo iniziale tra Fazio e Ruini: Fazio: «Perché oggi l'esigenza di un libro che si propone, percorrendo strade molto antiche, di provare per vie razionali, l'esistenza di Dio: ce n'è bisogno?»

Ruini: «Provare forse è una parola forte, semplicemente mostrare delle motivazioni che rendono plausibile l'esistenza di Dio, che secondo me è molto plausibile».

Non ho una preparazione teologica e nemmeno filosofica, ma ascoltare un cardinale, che è stato presidente dei vescovi italiani e vicario del papa per la diocesi di Roma, punto di riferimento "politico" della Chiesa del periodo wojtiliano, parlare di "plausibilità" dell'esistenza di dio, invece che di "prove" a sostegno (come ci si aspetterebbe), mi ha un po' sorpreso.

Sono andato a consultare il dizionario della lingua italiana, e, tra i sinonimi di "plausibile", ci sono "verosimile" e "probabile". L'esistenza di dio, per il cardinal Ruini, è quindi "verosimile"? Non voglio, non posso e sarebbe anche un esercizio sterile indagare sul grado di fede di Camillo Ruini. Quello che mi viene da dire, è che le parole del cardinale testimoniano come per molti rappresentanti della gerarchia cattolica, la fede stessa, la fedeltà al suo fondatore, siano più uno strumento per giustificare la propria posizione di "potere" (inteso in senso lato, per questo dagli effetti ancora più "devastanti"), che un qualcosa di autentico.

http://www.zazoom.it/blog/post.asp?id=12459
Spanish Card. Ruini: "El Vaticano II fue una gran gracia y un desafío, a veces mal comprendido, y esto trajo graves daños"
Sept 16, 2012

El Cardenal Camillo Ruini, que ha publicado recientemente en Italia un libro-entrevista sobre Dios, ha concedido una entrevista muy interesante al Corriere della sera, en la cual ha hablado de múltiples temas, como el Concilio Vaticano II, la cuestión de la fe en el mundo actual, la relación entre los dos últimos pontificados, y también la figura del recientemente fallecido Cardenal Martini así como sobre sus polémicas declaraciones en la entrevista póstuma publicada en estos días.

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Cardenal Ruini, usted comienza contando que los editores le pedían un libro de memorias sobre los años en que guió la Iglesia italiana. ¿Por qué, en cambio, un libro sobre Dios?

Porque me parece enormemente más útil, y también más interesante. La existencia de Dios y nuestra relación con Él han sido el anclaje de mi vida y el centro de mis intereses intelectuales. Siento el deber de ofrecer este libro a la gente.

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Usted sostiene haber tenido desde niño la certeza de la existencia de Dios. ¿Por qué?

Pienso que es una certeza bastante natural en el hombre, y en particular en el niño. Pero es también un don que Dios nos hace de modo libre. Por qué a alguno se lo hace de modo particularmente intenso, esto lo sabe sólo Él.

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Sus padres no lo querían sacerdote…

Es cierto, en la familia hubo una oposición muy fuerte. Que me entristeció, pero no me frenó. Mi padre, que era médico, me impuso sin embargo una condición: ir a Roma. Temía que en el seminario de Reggio Emilia no me dieran bastante de comer – eran todavía años de pobreza. Y que no me habría graduado.

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De los estudios en la Gregoriana usted recuerda la impostación tomista y neoescolástica, hoy considerada superada. ¿Esto qué significa? ¿Que los teólogos han renunciado a demostrar racionalmente la existencia de Dios?

Significa que la teología ha comenzado un camino nuevo: un diálogo, incluso crítico, con la cultura actual. Aún si la gran escolástica de Tomás a Buenaventura sigue siendo muy importante. Este cambio no implica la renuncia a la argumentación racional a favor de la existencia de Dios. Si bien la palabra “demostración” hoy gusta menos, porque parece indicar la necesidad de creer en Dios. Es, en cambio, una opción racionalmente motivada pero libre.

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Conciliar fe y razón es uno de los principios del papado de Ratzinger, y emerge también en su libro. ¿Pero la evolución de las ciencias y de las biotecnologías no hace todavía más difícil esta tarea?

Las ciencias, por una parte, se vuelven cada vez más conscientes de los propios límites epistemológicos intrínsecos. Por otra, plantean preguntas cada vez más grandes y cada vez más radicales, no sólo respecto al hombre sino también al universo. En lugar de cerrarse, los caminos de la fe, y yo diría también de la filosofía, se abren cada vez más. El cientificismo, que considera objetivamente válido sólo el pensamiento científico, es hoy ya obsoleto. E incomoda a los mejores hombres de ciencia, que están lejos de jactarse de la autosuficiencia de la investigación científica.

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Usted parece convencido de que, incluso en la era de la secularización, la fe y también la propuesta de vida de la Iglesia no están condenadas a ser minoritarias. ¿O no?

Cuantificar en estas materias es difícil. Vivir como cristianos hasta el fondo o seriamente es de pocos; y, según mi opinión, siempre lo ha sido. Creer en Dios puede ser de muchos. En América tenemos más del 80%, en Italia los porcentajes son un poco más bajos; aún si decrecen en la cultura alta y en los medios.

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Como cabeza de los obispos usted consideró que el cristianismo no debía recluirse en una fortaleza sitiada, sino actuar a todo campo. ¿Es así?

Sí, pero la idea no es mía. Es de Juan Pablo II. Ya en el ’84, cuando lo conocí, decía que la ola de la secularización estaba detrás de nosotros. Entonces parecía un juicio apresurado; hoy es compartido por los sociólogos de la religión. Ciertamente la corriente secularizadora continúa siendo fuerte. Sobre esto no debemos hacernos ilusiones.

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Dios, como usted lo piensa, ¿es común a las diversas religiones? ¿Cómo podemos estar seguros nosotros, los cristianos, de estar en lo correcto? ¿Cómo podemos estar seguros de que Jesús es realmente “la más alta y definitiva manifestación de Dios en la historia”?

Dios es, ciertamente, uno solo. Las diversas religiones, sin embargo, tienen de Él ideas muy diversas. Jesús mismo ha reivindicado tener una relación única con Dios, que se expresa en la palabra “hijo”. Y Dios ha confirmado esta pretensión inaudita de Jesús, resucitándolo de entre los muertos. La pretensión no viene de nosotros, viene de Cristo.

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Según usted, ¿hay diferencia entre la fe de Wojtyla y la de Ratzinger? Nosotros tendemos a pensar que la primera era más sentimental y la segunda más racional.

Las diferencias están, obviamente no en los contenidos sino en el modo, en el estilo, también según la índole de cada uno y el don que Dios hace a cada uno. Pero los dos Papas son más similares de lo que parecería. Ambos son hombres de una inteligencia extraordinaria: Benedicto XVI, como todos saben, y Juan Pablo II, que era de una inteligencia fulminante y también teórica. Ambos hombres de fe firme y, diría, sencilla: se puede ser un gran teólogo, como el Papa Ratzinger, y tener la fe de las personas sencillas o de los niños.

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Ha pasado medio siglo desde la apertura del Vaticano II. Aperturas clarividentes, interpretadas a veces de modo equivocado: parece ser ésta la síntesis que prevalece hoy en las jerarquías. ¿Usted lo cree así? ¿O no?

El Vaticano II ha sido, como ha dicho Juan Pablo II, la máxima gracia que ha recibido la Iglesia en el siglo XX. Precisamente por esto ha sido un desafío enorme, a veces mal comprendido. De esto han nacido daños muy grandes. En torno a esta valoración de fondo crece el consenso.

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¿Cuáles daños?

La crisis del clero, de la vida consagrada. Muchos han dejado la práctica religiosa. La crisis de la forma católica de la Iglesia. El Concilio se dedicó mucho a la relación entre los obispos y el Papa, dando por adquirida la “tranquila adhesión” al entero cuerpo doctrinal de la Iglesia, como la definió Juan XXIII. En cambio, el Magisterio de la Iglesia ha sido puesto en discusión y a menudo desatendido también dentro de la Iglesia misma.

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¿Cómo recuerda al cardenal Martini y cómo interpreta su figura? ¿Ha sido el “jefe de la oposición” dentro de la Iglesia wojtyliana y, para Italia, ruiniana?

No se trata de Ruini: el interlocutor de Martini era el Papa. Ha sido a menudo presentado como el antagonista. Pero nunca ha querido ser así. Sería incluso empobrecerlo. Ha sido una gran personalidad, un líder mundial, con muchos registros: espiritual, bíblico, dialógico, práctico; Martini era también un hombre que sabía gobernar en lo concreto. Enamorado de Cristo, del Evangelio y de la Iglesia, así como de la humanidad.

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¿Cómo respondería a Martini que, en la última entrevista, dice: “La Iglesia está 200 años atrasada”?

Nunca he polemizado con él mientras estaba vivo, mucho menos lo haría ahora. En mi opinión, hay que distinguir dos formas de distancia de la Iglesia de nuestro tiempo. Una es un verdadero retraso, debido a los límites y pecados de los hombres de Iglesia, en particular a la incapacidad de ver las oportunidades que se abren hoy para el Evangelio. La otra distancia es muy diversa. Es la distancia de Jesucristo y de su Evangelio, y en consecuencia de la Iglesia, respecto a cualquier tiempo, incluido nuestro tiempo pero también aquel tiempo en que vivió Jesús. Esta distancia debe existir, y nos llama a la conversión no sólo de las personas sino también de la cultura y de la historia. En este sentido, también hoy la Iglesia no está atrasada sino que va más adelante, porque en aquella conversión está la clave de un futuro bueno.

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El silencio de Dios frente al mal es usado como pretensión para negarlo. ¿Dios puede permitir incluso ataques a la Iglesia? ¿Cómo valora la cuestión de los documentos del Papa que fueron robados?

No sólo Dios puede permitir estos ataques, sino que siempre los ha permitido: forman parte de la lógica profunda del cristianismo. Jesús lo dijo claramente: “Como me han perseguido a mí, así os perseguirán a vosotros”. En cuanto a los documentos, es una cuestión triste, de la que ya se ha hablado demasiado.

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Italia está en vísperas de elecciones delicadísimas. ¿La Iglesia tiene actualmente un interlocutor privilegiado? ¿Los valores católicos están representados en el actual gobierno? ¿Necesita Italia un nuevo centro que haga referencia a los valores católicos? ¿Usted ve nuevos posibles líderes?

Interlocutores de la Iglesia son todos los creyentes, y todos los italianos interesados en escucharla. Privilegiado puede decirse quién escucha más. Desde el congreso de Palermo de 1995, la Iglesia italiana prefiere no entrar en las cuestiones de agrupaciones políticas. E invita, no sólo a los católicos sino a todos los italianos dispuestos, a comprometerse políticamente por valores y contenidos que son sostenidos por la Iglesia, pero no son contenidos confesionales, sino más bien de interés general. En cuanto a los liderazgos, se toman y se ejercen, no los puede conferir nadie, mucho menos la Iglesia.

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Fuente: Corriere della sera

http://infocatolica.com/blog/buhardilla.php/1209050744-card-ruini-el-vaticano-ii-fue
Italian Ruini: "Wojtyla era Santo già da vivo ma non tutta la Chiesa lo capì subito"
Apr 29, 2011
Il suo pontificato è destinato "a restare nella storia per aver rilanciato la Chiesa e il cristianesimo, ma per aver pure contribuito a consolidare la pace e la riconciliazione tra i popoli"

CITTA' DEL VATICANO - "Giovanni Paolo II era santo già da vivo. E per questo ai funerali dell'aprile del 2005 in tanti gridarono "Santo Subito", una implorazione fatta propria da Benedetto XVI che ha accorciato i tempi del processo canonico". La beatificazione di Wojtyla secondo il cardinale Camillo Ruini, uno dei più fidi compagni di viaggio del papa polacco essendo stato suo vicario per Roma dal 1991 al 2008, e presidente della Cei per gran parte del suo lungo pontificato, destinato - assicura il porporato - "a restare nella storia per aver rilanciato la Chiesa e il cristianesimo, ma per aver pure contribuito a consolidare la pace e la riconciliazione tra i popoli, l'attenzione a poveri ed oppressi, e a rafforzare l'unione europea coincisa anche con la caduta dei regimi comunisti".

Cardinale Camillo Ruini, Karol Wojtyla beato a soli 6 anni dalla morte: un record che suscita entusiasmi, ma anche critiche. Lei come lo spiega?
"Anzitutto con il fatto che Benedetto XVI, accogliendo la richiesta di un gran numero di Cardinali, ha dispensato dall'intervallo di cinque anni prescritto tra la morte e l'inizio della causa di beatificazione e canonizzazione. Ma dietro a ciò sta la convinzione, tanto diffusa quanto profonda, della santità di Giovanni Paolo II, convinzione espressa in modo ingenuo ma autentico con il grido di quella notte: "Santo subito"".
Non teme che la beatificazione possa mettere in ombra il carattere umano di Wojtyla?
"Non lo temo affatto, perché in lui il rapporto con Dio, quindi la sua santità, faceva tutt'uno con la sua ricca e prorompente umanità".

Lei, che è stato tra i più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II, avrebbe mai immaginato che un giorno lo avrebbe venerato come beato?
"Non ci pensavo, anche perché ho sempre rifiutato di pensare e parlare della sua morte: quando altri, durante la sua malattia, avanzavano previsioni sul tempo che gli rimaneva da vivere, io troncavo il discorso e credo trasparisse il mio fastidio".

Secondo il cardinale Stanislao Dziwisz, per 40 anni segretario del prossimo beato, Giovanni Paolo II era santo già da vivo. Condivide?
"Certamente. Del resto, la santità viene riconosciuta dalla Chiesa solo dopo la morte, ma, se è reale, deve esserci durante la vita. Questo è anche il significato della beatificazione imminente".

Cosa l'ha colpita di più dell'esperienza umana e pastorale vissuta accanto a papa Wojtyla?
"La naturalezza con la quale questo Papa trovava in Dio, nella sua fede in Dio, l'energia interiore e il criterio delle sue decisioni, specialmente delle più difficili".

C'è qualche episodio ancora inedito legato agli anni di collaborazione con Giovanni Paolo II?
"Un episodio tra i tanti: il Papa che firma un'onorificenza per la mia governante, Pierina Scandiuzzi, sulla tavola della sala da pranzo in Vicariato, nell'unica occasione in cui fu mio ospite, per la beatificazione di Padre Pio da Pietrelcina".

Quali sono gli aspetti del pontificato wojtyliano destinati a entrare nei libri di storia?
"È il pontificato stesso che vi troverà spazio, certamente per la caduta dei regimi comunisti e la rinnovata unità dell'Europa che ne è seguita, ma anche per il grande rilancio della Chiesa e del cristianesimo di cui Giovanni Paolo II è stato protagonista. E non credo sarà passata sotto silenzio la sua opera per la pace e la riconciliazione tra i popoli, in particolare tra il Nord e il Sud del mondo".

Qualcuno sostiene che Wojtyla sia stato eccessivamente condizionato dalle vicende polacche, specialmente a causa dell'invasione nazista e dell'oppressione comunista.
"Karol Wojtyla, prima e dopo l'elezione al pontificato, ha sempre messo tutto se stesso dentro alla sua azione pastorale e non ha mai smesso di essere profondamente polacco. Anzi, ha ritenuto che l'elezione di un Papa slavo avesse un significato preciso nei disegni di Dio. Ha avuto inoltre una conoscenza della natura effettiva del nazismo e del comunismo che difficilmente può avere chi non ne ha fatto esperienza diretta. Ma questo Papa era anche aperto e desideroso, vorrei dire strutturalmente, di conoscere realtà e situazioni nuove e diverse. Così ha fatto nel suo pontificato, senza mai applicare schemi preconfezionati, bensì calandosi dentro alle varie realtà con grande amore e rispetto, per capirle e per indirizzarle verso Cristo dal loro interno".

Ma i 27 anni del pontificato di papa Wojtyla sono stati capiti dall'opinione pubblica o c'è qualche aspetto da maturare?
"Direi che sono stati capiti progressivamente. All'inizio le incomprensioni e le diffidenze erano molto, soprattutto a livello di ceti dirigenti, anche ecclesiastici, mentre il popolo spontaneamente simpatizzava con lui. Poi lo si è capito e amato sempre di più, fino a che è diventato la persona più amata del mondo. Capire però una persona fino in fondo non è dato ad alcuno, se non a Dio, specialmente quando si tratta di un santo".

Papa globe-trotter per i viaggi in tutto il mondo. Ma anche papa della pace e del dialogo interreligioso (la visita alla Sinagoga di Roma, il raduno di Assisi...), papa artefice della caduta del Muro o papa amato dai giovani... quali di questi giudizi Lei ritiene che sia stato più giusto e mirato?
"Ognuno di essi è giusto. La straordinarietà di Wojtyla stava anche in questo: in lui gli aspetti più diversi facevano tutt'uno, con grande naturalezza".

Si può dire che dietro ogni scelta di Wojtyla c'è stata sempre la mano dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, nella veste di prefetto della Congregazione per la dottrina delle Fede?
"Si può dire certamente che l'allora cardinale Ratzinger è stato la mente teologica del pontificato. Di lui Giovanni Paolo II, non teologo di professione ma dotato di profonda e sicura sensibilità teologica, si è fidato pienamente, anzi ha avuto con lui una consonanza grande e spontanea, che ora è confermata dalla continuità degli indirizzi dell'attuale pontificato con quelli del precedente".

http://www.repubblica.it/esteri/2011/04/17/news/il_ricordo_del_cardinal_ruini_wojtyla_era_santo_gi_da_vivo-15046865/
Italian Gli 80 anni del cardinal Ruini: "Io, un docente severo"
Mar 13, 2011

Modena, 18 febbraio 2011. "Insegnare mi piaceva, ma mi piaceva e mi piace soprattutto studiare e pensare". Il cardinale Camillo Ruini, che domani compie 80 anni, lo confida in un’intervista nella quale ripercorre per l’occasione le varie tappe del suo ministero pastorale, iniziato, come è noto, da docente di teologia.

"Penso - ammette il porporato - di aver preso molto sul serio il mio compito di insegnante. Il mio difetto più grave, come insegnante, temo sia stato proprio questo: far prevalere l’approfondimento dei problemi sulle esigenze di gradualità della didattica. Perciò ero ritenuto, non senza motivo, un insegnante che pretendeva un pò troppo dai suoi allievi".

Ed anche oggi il cardinale Ruini continua a credere nella necessità di una solida formazione per i futuri sacerdoti ma anche per i laici che si impegnano in ambito sociale e politico. "I tempi e il contesto socio-culturale - rileva - sono molto cambiati ma le difficoltà per la fede non sono certo diminuite. Oggi si concentrano nel nichilismo che, come conseguenza della ‘morte di Dio' nella cultura, non lascia in piedi alcun valore assoluto, e in quella manipolazione ideologica delle scienze che riduce l’uomo a un semplice prodotto della natura. Fortunatamente, però, cresce di giorno in giorno la percezione della pericolosità e dell’intrinseca falsità di questi atteggiamenti, non solo tra i credenti ma anche in molte persone che non intendono rinunciare ai fondamenti della nostra civiltà".

Nella sua Sassuolo, il vicario emerito di Roma ha raccontato la sofferenza che gli costò scegliere il sacerdozio ed entrare in seminario: "fu difficile, una rottura dolorosa ma necessaria. Cambiava repentinamente il mio ambiente di vita: da Sassuolo a Roma, dalla mia famiglia a un mondo che non conoscevo. Cambiava il mio abbigliamento: da quello di un ragazzo diciottenne alla tonaca, obbligatoria allora per i seminaristi come per i sacerdoti. Così, dopo la gioia e l’entusiasmo per la scelta compiuta, avvertivo in concreto il costo che questa scelta aveva. Ma ho pensato che dovevo fare una cosa sola: tenere fermo il proposito di diventare sacerdote. Un proposito maturato liberamente e ‘controcorrente', un proposito che sentivo venire dal Signore".

http://www.ilrestodelcarlino.it/modena/cronaca/2011/02/18/461198-anni_cardinal_ruini.shtml
Italian Dai tempi di don Camillo agli anni da cardinale, Ruini compie 80 anni
Mar 06, 2011
Il cardinale Camillo Ruini sabato compie 80 anni. Dagli anni del seminario ai primi impegni in diocesi fino alla chiamata a Roma e l'arrivo alla presidenza della Cei: la storia di una vita spesa per la Chiesa.

REGGIO. Sabato il cardinale Camillo Ruini, per i reggiani semplicemente «don Camillo», compie 80 anni. Insieme al sacerdote - prima - al vescovo, al cardinale, al teologo e all'uomo di cultura - poi - che più ha rappresentato il volto dell'istituzione ecclesiale italiana abbiamo voluto compiere un percorso lungo decenni, da Reggio alla «porpora» vaticana.

Eminenza, qual è il ricordo che ancora oggi, a 80 anni, lei porta in sé del giorno in cui entrò in seminario?
«Un giorno difficile, una rottura dolorosa ma necessaria. Cambiava repentinamente il mio ambiente di vita: da Sassuolo a Roma, dalla mia famiglia a un mondo che non conoscevo. Cambiava il mio abbigliamento: da quello di un ragazzo diciottenne alla tonaca, obbligatoria allora per i seminaristi come per i sacerdoti. Così, dopo la gioia e l'entusiasmo per la scelta compiuta, avvertivo in concreto il costo che questa scelta aveva. Ma ho pensato che dovevo fare una cosa sola: tenere fermo il proposito di diventare sacerdote. Un proposito maturato liberamente e "controcorrente", un proposito che sentivo venire dal Signore».

Lei è nato a Sassuolo, località che è incardinata nella diocesi di Reggio e Guastalla. Come si è posto in tutti questi anni rispetto a Reggio, è riuscito a sentirla come la sua città?».
«Ho vissuto e operato a Reggio per 29 anni, dal 1956 al 1986, come sacerdote e negli ultimi tre anni come vescovo ausiliare. Perciò Reggio è diventata ben presto il mio ambiente naturale, un ambiente in cui mi sono trovato molto bene e che amo, sebbene come identità sempre, anche adesso, io mi senta anzitutto un sassolese».

Lei ha insegnato filosofia e teologia prima di spiccare il volo a Roma: cosa ricorda di quegli anni d'insegnamento?
«Penso di aver preso molto sul serio il mio compito di insegnante. Insegnare mi piaceva, ma mi piaceva e mi piace soprattutto studiare e pensare. Il mio difetto più grave, come insegnante, temo sia stato proprio questo: far prevalere l'approfondimento dei problemi sulle esigenze di gradualità della didattica. Perciò ero ritenuto, non senza motivo, un insegnante che pretendeva un po' troppo dai suoi allievi».

http://gazzettadireggio.gelocal.it/cronaca/2011/02/16/news/dai-tempi-di-don-camillo-agli-anni-da-cardinale-ruini-compie-80-anni-3449117
Italian Gli 80 anni di Ruini: fuori dal conclave ma ancora influente
Mar 06, 2011

Si presenterà al ricevimento a Palazzo Borromeo puntuale, come sempre. Venerdì all'ambasciata presso la Santa Sede si festeggerà l'anniversario della firma dei Patti lateranensi, e all'incontro con il presidente Giorgio Napolitano e il premier Silvio Berlusconi ci sarà l'intero stato maggiore della Chiesa, in testa i cardinali Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e Angelo Bagnasco, presidente della Cei. E ci sarà lui, il cardinale Camillo Ruini, che il giorno dopo, sabato 19 febbraio, compirà 80 anni. Questa data per un cardinale significa la perdita di ogni carica e soprattutto lo status di elettore in un eventuale Conclave. Ruini dal 2007 non era più presidente della Cei e dal giugno 2008 aveva lasciato la carica di Vicario di Roma (la regola canonica impone le dimissioni al 75° compleanno, poi decide il papa quando accettarle). Conservava la carica di membro della Congregazione dei vescovi, il dicastero di Curia che nomina i capi delle diocesi, da dove poteva avere una visione diretta sui processi decisionali. Ma la verità – si dice nei Sacri palazzi – è che "don Camillo", nonostante il superamento della soglia fatidica, continuerà ad avere autorevolezza e influenza. In ogni caso resterà alla guida della Commissione vaticana sulle apparizioni di Medjugorje, manterrà la guida del comitato scientifico della Fondazione Ratzinger e avrà ancora almeno per un anno la presidenza del Comitato per il progetto culturale della Cei.
Cariche a parte, la forza del "cardinal sottile" risiede in altro. Per un quindicennio ha assistito al dissolvimento di un sistema politico imperniato nella Dc e ha saputo ridisegnare il ruolo dei cattolici in politica. Capì per primo, o forse meglio di altri, che non sarebbe più esistito un partito di riferimento della Chiesa e dopo aver rotto con l'amico Romano Prodi attuò una strategia di lungo termine che avrebbe portato i cattolici a essere presenti e influenti nei due schieramenti. Insomma, la vecchia ingerenza non bastava più, bisognava essere presenti direttamente nel dibattito, all'interno del bipolarismo all'italiana. Con un'opzione preferenziale per il centrodestra di Berlusconi dove era maggiore lo spazio di manovra. E così si arriva ai teo-dem della Margherita, all'asse con Pierferdinando Casini, all'intuizione antireferendaria del 2005, al Family day del 2007 contro i Dico. Dopo l'uscita dalla Cei – dove la guida della linea politica è stata ormai presa saldamente in mano da Bagnasco – Berlusconi, insieme a Gianni Letta, lo ha spesso visto e consultato, e lui "a titolo personale" (lo ribadisce ogni volta che parla pubblicamente di politica) non ha mai mancato di illuminare gli angoli oscuri della politica italiana.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-16/anni-ruini-fuori-conclave-063951.shtml?uuid=AaP7nf8C
Italian Gli ottant’anni del cardinal Ruini
Mar 06, 2011
Questo è l’articolo che pubblico oggi sul Giornale, dedicato agli ottant’anni del cardinale Camillo Ruini, protagonista che ha segnato vent’anni di vita della Chiesa italiana

Compirà ottant’anni sabato prossimo il «cardinal sottile» della politica italiana, Camillo Ruini. Ha lasciato la presidenza della Cei nel 2007, il Vicariato di Roma nel 2008, e ora, insieme al diritto di ingresso in un futuro conclave, perderà pure il posto di membro della Congregazione dei vescovi che «fabbrica» le nuove gerarchie ecclesiali. Eppure don Camillo da Sassuolo, nonostante l’età e qualche piccolo acciacco come il calo d’udito, è ancora ben lungi da scomparire dalla scena. Anche se non mette più piede in Cei, per rispetto al successore, rimane infatti un consigliere stimato e ascoltato del Papa, di molti vescovi, di molti inquilini dei palazzi della politica. Continuerà a conservare la presidenza della commissione sulle apparizioni di Medjugorje, e quella del comitato scientifico della Fondazione Ratzinger, come pure è probabile (anche se non del tutto scontato) che mantenga ancora per un anno la presidenza del Progetto culturale, una sua creatura.

Icona di una Chiesa che fa ingerenze e si occupa troppo di politica, secondo i detrattori. Protagonista della rinascita cattolica italiana nell’era Wojtyla, di una Chiesa capace di entrare nel dibattito pubblico con idee e valori forti, senza titubanze e timidezze, secondo gli estimatori. Di certo Ruini è stato un indiscutibile protagonista. Da vescovo ausiliare di Reggio Emilia diventa nel 1986, segretario della Cei e cinque anni dopo, presidente. Riallinea le associazioni cattoliche, vincolandole più strettamente all’autorità ecclesiastica e arginandone la diaspora politica a sinistra. Riafferma l’unità politica dei cattolici e si batte per far sopravvivere la Dc, ma vuole che la Chiesa parli direttamente alla politica, senza mediazioni.

Non si capisce Ruini se non a partire dalle sue origini emiliane. Da giovane vive direttamente l’esperienza della guerra civile che negli anni 1945-1948 caratterizza il «triangolo rosso». Preti assassinati, uccisioni, vendette. Anche lui si trova costretto a fare la sua parte, negli scontri fisici con i «compagni». «L’Italia è sempre stata bipolare», confiderà, ricordando quelle esperienze e quel clima ben rappresentato nei romanzi di Guareschi. Ma sarebbe sbagliato considerare l’anticomunista don Camillo un campione del conservatorismo destrorso. Il cardinale, che molti partiti avrebbero voluto come segretario se solo non avesse avuto la tonaca, è sempre stato un grande interprete del Paese reale e moderato. In grado di indovinare quale fosse il sentire della maggioranza degli italiani.

Pur non avendo particolari simpatie per la sinistra Dc, ha tenuto in vita il partito con accanimento terapeutico, quando lo guidava Martinazzoli e poi nella breve parentesi della segreteria Buttiglione. Preso atto della fine del partito unico e del centrismo, Ruini abbraccia il maggioritario e il bipolarismo. Quando nel 1994, di fronte alla «gioiosa macchina da guerra» dell’ex Pci di Occhetto, Silvio Berlusconi decide di scendere in campo, il cardinale rimane spiazzato. Ma solo per poche ore. Non condivide l’allarme generale contro l’imprenditore prestato alla politica che lanciano i «cattolici democratici», e decide, invece, di appoggiare quella che ai suoi occhi appare come una riedizione del Patto Gentiloni, e cioè la possibilità per i cattolici di collaborare con un blocco moderato rappresentato da Forza Italia e dalla Lega Nord, sulla base di un preciso programma di governo.

Dopo la fine precoce del primo governo Berlusconi, quando si ripresenta la possibilità che un cattolico doc torni a Palazzo Chigi, il «cardinal sottile» non è affatto entusiasta. È amico di Romano Prodi, ne ha celebrato le nozze, ma teme che nell’Ulivo i cattolici finiscano per fare da foglia di fico del Pds. Negli anni successivi, don Camillo benedirà i «teo-dem», cattolici del centrosinistra, continuando però a fidarsi di più del centrodestra. La Chiesa italiana, intanto insiste sulla questione antropologica e sulle emergenze etiche: difesa della vita, parità scolastica, sostegno alla famiglia e contrarietà al riconoscimento delle unioni gay. I valori non negoziabili diventano l’unica chiave di lettura nel dialogo delle gerarchie con la politica.

Il capolavoro di Ruini, poche settimane dopo l’elezione di Benedetto XVI, è il referendum sulla fecondazione assistita, che vorrebbe rimettere in discussione la legge 40, frutto di un faticoso compromesso. Ruini decide di invitare all’astensione. La partecipazione degli italiani è ai minimi storici, il referendum non passa. E il cardinale può finalmente lasciare il testimone al suo successore Bagnasco. Ma quando serve, com’è accaduto nelle ultime settimane, quando Vaticano e Cei hanno lavorato all’unisono per cercare di avvicinare l’Udc di Casini alla maggioranza di governo, don Camillo, è sempre sceso dal suo Aventino, dall’appartamento che occupa al Seminario minore in viale delle mura vaticane, per fare la sua parte. Lui, che è arrivato a definirsi «un animale politico», nonostante tutto, è ancora protagonista.

http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2011/02/15/gli-ottantanni-del-cardinal-ruini/
German Kardinal Ruini über Johannes Paul II.: „Er hat die Welt verändert“
Feb 20, 2011

Die Planungen für die Seligsprechung Johannes Pauls II. am 1. Mai hier in Rom gehen voran, es werden immer mehr Würdigungen dieses Papstes veröffentlicht. Wer ihn gut kannte, war sein langjähriger Mitarbeiter Kardinal Camillo Ruini, ehemals Kardinalpräfekt für das Bistum Rom und Vorsitzender der italienischen Bischofskonferen, sozusagen der Vertreter des Papstes, was das Bistum Rom angeht. Im Gespräch mit Radio Vatikan sagte er:

„Was mich am meisten beeindruckte, war die Heiligkeit, Tiefe und zugleich Spontaneität seiner Beziehung zu Gott – seine Art zu beten, sein Gebet und seine Fähigkeit, sich in das Gebet zu vertiefen. Und dann sein konstantes Verhalten – alle Dinge, um die er sich kümmerte, über die er sprach, die er immer hinsichtlich seines Verhältnisses zu Gott begann.“

Das Besondere an diesem Pontifikat war…

„…die Art und Weise der Evangelisierung. Wir erinnern uns an seine Worte: habt keine Angst, öffnet Gott die Türen. Er war selbst ein großer Missionar – von Rom aus bis in die Länder der Welt – und er war ein Förderer der missionarischen Kräfte der Kirche. Sein anderer berühmter Satz war ja: Der Mensch ist der Weg der Kirche, und auf dem Weg der Kirche kann die Kirche von niemandem aufgehalten werden. In dem Sinne hat Johannes Paul II. in die Geschichte eingegriffen und die Welt verändert.“

http://www.oecumene.radiovaticana.org/ted/Articolo.asp?c=456616
German Italien: Kardinal fordert Reform des politischen Systems
Dec 24, 2010

Der ehemalige Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Camillo Ruini, hat eine institutionelle Stärkung der Regierungsgewalt in Italien vorgeschlagen. Bei einer Veranstaltung der Bischofskonferenz zur Einigung Italiens vor 150 Jahren sagte Ruini in Rom, die Regierungen in Italien seien nie von dauerhafter Stabilität gewesen, was ein Element der Schwäche gegenüber anderen europäischen Nationen sei. Um die Funktionstüchtigkeit des politischen Systems zu verbessern, müsste man jedoch „in der ein oder anderen Form“ ein Mehrheitswahlrecht beibehalten und die Gewaltenteilung respektieren, sagte der Kardinal.

http://www.oecumene.radiovaticana.org/ted/Articolo.asp?c=444736
Italian Il cardinal Ruini, un grande «defensor ecclesiae»
Mar 27, 2010

L'intervista che il cardinale Camillo Ruini ha concesso a Paolo Rodari del Foglio in merito alla vicenda dei preti che si sono macchiati di atti di pedofilia restituisce la figura di un grande «defensor ecclesiae» di cui - sia detto senza polemica - si sente la mancanza. L'ex presidente della Cei ed ex vicario del Papa non sottovaluta la portata del fenomeno dei sacerdoti coinvolti nei casi di abusi sessuali sui più piccoli, non ne sminuisce la gravità, ma, con la lucidità intellettuale e la chiarezza argomentativa che da sempre lo contraddistinguono, mette i puntini sulle i, cercando di guardare oltre l'apparenza e di chiamare le cose col loro vero nome.

«I reati di pedofilia - afferma - sono sempre infami, specialmente quando commessi da un sacerdote. Per questo è più che giusto denunciarli e reprimerli e, nella misura del possibile, aiutare le vittime a superarne le conseguenze». Detto questo, però, «non si può far finta di non vedere che l'attenzione di molti giornali e degli ambienti che si esprimono attraverso di essi si concentra sui casi di pedofilia dei sacerdoti cattolici, sicuramente non più frequenti di quelli di tante altre categorie di persone». E, soprattutto, «non si può nemmeno ignorare il tentativo tenace e accanito di tirare in ballo la persona del Papa». Insomma, dai tanti articoli che i media stanno dedicando alla vicenda spesso non emerge soltanto la sacrosanta cronaca di quanto sta accadendo, il doveroso rendiconto all'opinione pubblica, la presentazione della notizia e il commento ad essa. Si intravede anche una sorta di condanna preventiva nei confronti della Chiesa cattolica nel suo insieme, con conseguente tentativo di gettare fango in abbondanza sulla sua gerarchia, fino ad arrivare al pontefice. Così, se da un lato viene dato ampio risalto a ogni nuovo sospetto caso di preti coinvolti in episodi di pedofilia, altrettanto non avviene quando si tratta di concedere spazio ai chiarimenti, alle precisazioni, alle documentate smentite provenienti da fonte ecclesiale.

Tutto ciò, secondo Ruini, da un certo punto di vista non deve sorprendere. Non è una novità. «La campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e il Papa» ha, per il cardinale, origini antiche. Essa, infatti, rientra in una strategia «che è in atto oramai da secoli e che già Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche - argomenta il porporato - l'attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell'etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere». Per il filosofo tedesco, infatti, la più grande colpa del cristianesimo sarebbe quella di aver depotenziato, rammollito e rattrappito l'umanità, mettendone a tacere le forze vitali attraverso l'etica della mortificazione, del sacrificio, della rinuncia. E' una lettura falsa e deformata, che però ha fatto breccia in ampi settori delle nostre società.

E così siamo arrivati al cuore delle riflessioni dell'ex presidente della Cei, secondo cui l'obiettivo finale di questa cultura nichilista e radicaleggiante, che trova espressione nelle opere di Nietzsche, è quello di cancellare dal cuore e dalla mente dei popoli europei ed occidentali ogni traccia della concezione cristiana dell'uomo, che ha segnato nel profondo la loro storia. Una concezione per cui «la sessualità umana, fin dal suo inizio, non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri animali. E', come tutto l'uomo, una sessualità "impastata" con la ragione e con la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici, soltanto se viene vissuta in questo modo». Da quando abbiamo assistito alla «rivendicazione dell'autonomia dell'istinto sessuale da ogni criterio morale», cioè da quando ogni limite all'appagamento di tale istinto è stato abolito nel nome della libertà sessuale, era inevitabile che diventasse difficile «far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare». Non è dunque certo colpa della Chiesa cattolica - che semmai è stata ed è vittima del trionfo della mentalità sopra descritta - se determinate pratiche sessuali trovano oggi così vasta diffusione, fino al punto di raggiungere anche qualche sacerdote.

Questo è il punto di cui oggi nessuno parla, preferendo mettere ipocritamente sul banco degli imputati la Chiesa e il Papa, come se fossero loro - che tra l'altro vengono accusati un giorno sì e l'altro pure, dall'intellighenzia radicale e laicista, di essere i paladini di una morale «sessuofobica» - ad aver alimentato la cultura dell'esaltazione sessuale ad ogni costo, dalla quale non potevano che venire abusi di ogni genere. Per questo, conclude Ruini rivolgendosi a coloro che in questi giorni sono impegnati a divulgare l'idea secondo cui la Chiesa altro non è che una congrega di pedofili, «non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che queste e altre deviazioni legate alla sessualità», che pure «accompagnano tutta la storia del genere umano», oggi «sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata "liberazione sessuale"?». Si attende una risposta.

http://www.ragionpolitica.it/cms/index.php/201003172653/cristianesimo/il-cardinal-ruini-un-grande-defensor-ecclesiae.html
Italian La sfida di Dio in Occidente: intervista con il cardinale Ruini
Mar 27, 2010

È già in ristampa il volume sull’evento internazionale “Dio oggi: con Lui o senza di Lui cambia tutto” promosso a Roma lo scorso dicembre dal Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana. Nel libro sono raccolti gli interventi più significativi che hanno animato le giornate del convegno. Quali i frutti di questo importante appuntamento? Fabio Colagrande lo ha chiesto al cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato per il Progetto culturale:

R. – Il frutto è stato certamente quello di porre all’attenzione di tutti il tema di Dio, come tema centrale e non eludibile. Poi, ci sono i frutti che man mano si vedranno, un segno dei quali è che questo volume, appena pubblicato, è già praticamente esaurito ed è in corso di ristampa.


D. – Ci sono state reazioni interessanti a questa riaffermazione culturale e spirituale della centralità del discorso di Dio?


R. – Direi che in Italia grandi reazioni non ci sono state; vi è stato certamente qualche intervento critico, ma direi non molto approfondito. Penso che dobbiamo insistere su questa tematica per mostrare meglio a tutti le implicazioni che il tema ha, dato che ha tre versanti. Il primo è quello evidente dell’esistenza di Dio, cioè cercare di offrire motivazioni per le quali noi crediamo anzitutto che Dio esiste. Il secondo, è quello dell’importanza che Dio ha per noi, per il presente e per il futuro, per la vita terrena e per la vita eterna: con Lui o senza di Lui cambia tutto. E il terzo aspetto, quello di cui forse si parla meno, è che bisogna davvero conoscere questo Dio e la ragione umana – certo – può darci alcune grandi coordinate riguardo al fatto che Dio esiste, riguardo al fatto che Dio supera infinitamente questo mondo. Ma entrare più in profondità nella vita di Dio e, soprattutto, nel suo mistero e, soprattutto, nel suo atteggiamento verso di noi, questo la ragione da sola non riesce a farlo. Si parla giustamente del fatto che Gesù ci ha insegnato ad amare Dio sopra ogni cosa, e ad amare il prossimo come noi stessi. Ma prima ancora, Gesù ci ha testimoniato – non solo insegnato - ha testimoniato con tutta la sua vita, che Dio ci ama, che Dio è nostro amico che, come ripete spesso Benedetto XVI, Dio è amico dell’uomo: Padre e amico. Al di là di tutte le contraddittorie esperienze umane, resta questo punto fermo che Dio ci ama, che vuole il nostro bene e sa ricavare il bene anche dal male.


D. – Qual è oggi, secondo lei, lo stato di salute o – come ha detto lei stesso – il grado di infermità della fede in Dio?


R. – Già da molti anni, ormai, c’è un grande cambiamento. Credere in Dio o invece non credere in Dio sono due opzioni, due scelte, entrambe aperte davanti a noi. In questo senso, la fede in Dio è diventata una scelta più personale, più libera e anche più impegnativa. E questo comporta anche un cambiamento nella pastorale della Chiesa che deve diventare pastorale più missionaria. E’ questo il senso profondo della nuova evangelizzazione di cui parlava Giovanni Paolo II e anche della costante preoccupazione per la presenza di Dio nel mondo, sempre richiamata da Benedetto XVI che dice, appunto: la questione di Dio è, oggi, la questione centrale. Quindi tutto l’impegno della Chiesa in una missione rivolta qui, in Occidente - perché è in Occidente innanzitutto che si è creata questa nuova sfida - è offrire alle persone tutte le motivazioni – che sono motivazioni razionali ma anche motivazioni spirituali, motivazioni testimonianza di vita – per comprendere e accogliere la fede in Dio.(Montaggio a cura di Maria Brigini)

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Italian È tornato in campo "don Camillo". Ruini vede Berlusconi, Fini e Casini
Jan 27, 2010
Le mosse della Chiesa. L’ex presidente Cei ha ricevuto il premier e Letta. Prima ha incontrato il presidente della Camera con il leader Udc. Proprio alla vigilia delle decisioni sulle alleanze

Il «cardinal sottile» non è ancora uscito di scena. E quando la politica si fa intricata, quando il ruolo dei cattolici diventa decisivo, quando bisogna chiedere qualche consiglio o qualche parere, è ancora lui, Camillo Ruini, ormai ex presidente della Conferenza episcopale italiana ed ex Vicario del Papa, il vero punto di riferimento per politici e uomini delle istituzioni. Anche se non è più da ormai due anni alla guida dei vescovi del Belpaese, anche se la Segreteria di Stato ha di fatto avocato a sé la «regia» della gestione dei rapporti politici.
Ieri pomeriggio il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, insieme al sottosegretario Gianni Letta, è andato a far visita al porporato di Sassuolo. «Non c’entra nulla la politica, è stata una visita personale», ha detto il premier lasciando il Seminario romano minore dov’è avvenuto l’incontro, «ho voluto rivedere sua eminenza dopo l’aggressione di Milano; io e Letta siamo stati ospiti di una persona a cui siamo legati da sentimenti di amicizia e forte stima da lunga data». A Berlusconi è stato chiesto se Ruini gli avesse espresso solidarietà per l’aggressione subita in piazza Duomo lo scorso dicembre: «Certamente sì» è stata la sua risposta, «ma la politica non c’entra nulla».
La politica non c’entrerà nulla e quello di ieri sarà stato soprattutto un incontro di cortesia tra persone che si stimano, ma è difficile immaginare che nel colloquio tra il cardinale, il premier e il suo consigliere più stretto e fidato nonché suo plenipotenziario per i rapporti con la Santa Sede, non si sia parlato dell’agenda politica, a poche ore dall’inizio dell’ufficio di presidenza del Pdl dedicato al nodo Udc nelle candidature per le prossime regionali.
Tanto più che l’amichevole mini-vertice di ieri arriva appena tre giorni dopo l’incontro dello stesso cardinale Ruini con il presidente della Camera Gianfranco Fini, con il quale a Montecitorio ha presentato il libro «La sfida educativa. Rapporto-proposta sull’educazione», curato dal Progetto culturale della Cei. Incontro al quale era presente anche il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, che con Fini ha accolto il cardinale. Fini, che in novembre, sempre a Montecitorio, aveva incontrato anche il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, negli ultimi tempi sta insistendo sul concetto di «laicità positiva» e cerca di smarcarsi dall’accusa di essere vicino a posizioni laiciste. Il presidente della Camera, com’è noto, si batte per mantenere il rapporto con l’Udc di Casini, che alle prossime regionali ha deciso di appoggiare ora il candidato sostenuto dal centrodestra, ora quello del Partito democratico. Umberto Bossi la pensa in modo opposto da Fini, e ha dichiarato che se Casini «vuole fare accordi con la Lega al di sopra del Po, deve sapere che non c’è spazio». Il Cavaliere si trova al centro di questo confronto. E pare difficile che proprio in queste ore abbia incontrato il cardinale che è stato di fatto sponsor dell’Ucd senza far cenno ad alleanze in vista del voto regionale. Proprio ieri Avvenire, il quotidiano della Cei diretto da Marco Tarquinio, ha riportato le parole dello stesso Fini sulla tenuta dell’intesa con il partito di Casini, mentre in un commento affidato alla penna di Mimmo Delle Foglie si chiudeva definitivamente la porta a possibili sostegni alla candidata del centrosinistra nel Lazio, Emma Bonino, la cui scelta è stata definita dal giornale dei cattolici uno «schiaffo alla comunità cristiana».
Ma nell’agenda del colloquio tra il premier e l’ex presidente della Cei potrebbe esserci stato anche uno scambio di idee sulla legge riguardante il fine vita. Una legge che sta avendo un iter molto più faticoso del previsto e che sta particolarmente a cuore al mondo cattolico.
Gli incontri «ravvicinati» con alte cariche dello Stato a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, nonostante le dichiarazioni prudentissime rilasciate all’uscita dai protagonisti, ha anche una valenza nel mondo ecclesiale. Perché mostrano che il cardinale Ruini, il quale non molti giorni fa è stato ricevuto da Benedetto XVI, pur non ricoprendo più incarichi di prestigio, tranne quello di presiedere il Progetto culturale della Cei impegnato in questo tempo sul tema dell’emergenza educativa, non è affatto uscito di scena, come ha dimostrato il convegno su Dio dello scorso dicembre a Roma.

http://www.ilgiornale.it/interni/_tornato_campo_don_camillo_ruini_vede_berlusconi_fini_e_casini/21-01-2010/articolo-id=415371-page=1-comments=1
Italian Il ruolo del cattolicesimo in Europa: intervista col cardinale Ruini
Oct 23, 2009

Il dibattito sul ruolo del cristianesimo nella formazione dell’identità europea è oggi ricorrente quando si affrontano i rapporti tra la religione e le istituzioni civili. Proprio alle sfide poste al cattolicesimo in Europa dalla secolarizzazione e dall’incontro con altre fedi e civiltà è dedicato il volume ‘Confini’, edito recentemente da Mondadori, che riporta con immediatezza un colloquio tra il cardinale Camillo Ruini e uno storico laico come Ernesto Galli della Loggia. Nel libro si tematizzano gli ostacoli che trova attualmente il cristianesimo nel suo tentativo di incarnarsi nella modernità occidentale. Ma da dove hanno origine queste difficoltà? Fabio Colagrande lo ha chiesto allo stesso cardinale Ruini, presidente del Progetto Culturale della Conferenza episcopale italiana.

R. – Hanno, a mio avviso, una doppia origine. Da una parte, nella modernità occidentale stessa che, non soltanto si è sviluppata in maniera molto rapida – il che già di per sé indica difficoltà di adattamento – ma soprattutto, ha preso fin dall’inizio sotto vari profili un orientamento non troppo favorevole al cristianesimo e, in particolare, al cattolicesimo. Sull’altro versante, le difficoltà hanno origine anche all’interno della Chiesa: da quello che possiamo dire sinceramente, una certa lentezza nel comprendere i fenomeni, nel valorizzare gli aspetti positivi, insieme al giusto contrasto verso quelli incompatibili con la fede cristiana.

D. – Eminenza, in questo libro lei afferma di condividere l’invito di Papa Benedetto XVI ad allargare gli spazi della razionalità, proprio per favorire la nuova evangelizzazione dell’Occidente. Come spiegare questa formula?

R. – Direi che la formula ha un significato che riguarda da una parte la ragione teoretica e dall’altro la ragione pratica e i comportamenti. Per la ragione teoretica, si tratta di non limitare la ragione umana in senso proprio, la ragione capace di verità, alle scienze empiriche, secondo una tendenza diffusa nel mondo scientifico e culturale di oggi. In secondo luogo, si tratta di superare quella che il Papa chiama “la dittatura del relativismo”, comprendendo che – appunto – anche in campo pratico, in campo morale la ragione umana è capace di fare i conti con la realtà, con l’oggettività e non soltanto con i desideri e le tendenze del soggetto.

D. – Questo invito del Papa possiamo considerarlo un’intuizione a suo modo profetica?

R. – Direi di sì. Per una doppia ragione: una, perché indica alla Chiesa la strada di un’autentica evangelizzazione. Ma l’altra, che riguarda invece l’umanità stessa: l’umanità, se vuole andare avanti, se vuole affrontare seriamente i grandi problemi che ha davanti a sé, deve avere una ragione più larga, una ragione non prigioniera né dello scientismo né del relativismo.

D. – Eminenza, lei si è impegnato da tempo personalmente nella promozione della presenza della Chiesa nella cultura italiana. Come e perché è nato questo suo “sforzo pastorale”?

R. – E’ nato anzitutto dalle intuizioni di Giovanni Paolo II, che si esprime sia nel discorso all’Unesco sulla cultura del 1980, sia nel discorso del 1985 alla Chiesa italiana riunita nel Convegno di Loreto. Ma, oltre a questa intuizione del Papa, c’è l’acuta consapevolezza non soltanto mia di una certa sproporzione tra la capacità di presenza che i cattolici italiani hanno nel campo sociale e in particolare nel campo caritativo, e una certa debolezza della loro presenza nella cultura. Si è voluto cercare di avviare un processo che rimedi a questa debolezza.

D. – Ecco: lei è arrivato a farsi un’idea delle cause storiche di questo "auto-occultamento" dei cattolici in Italia?

R. – Se parliamo di “auto-occultamento”, penso che dobbiamo riferirci ad una certa auto-referenzialità del mondo cattolico, spesso poco incline a confrontarsi sul serio, specialmente in certi passi della sua storia moderna, con il mondo a lui esterno. Ma non si può parlare solo di "auto-occultamento": bisogna parlare anche di un "occultamento", non “auto”, ma che viene dagli altri. Ci sono certamente delle forze in Italia che sono orientate a ridurre il più possibile la presenza dei cattolici nel mondo della cultura.

D. – Nel volume “Confini” si parla anche un po’ della storia italiana, della storia della Chiesa italiana. Le chiedo: come si è trasformato il ruolo pubblico della Chiesa in Italia dopo la caduta della Democrazia Cristiana? E quali problematiche ha creato questo mutamento?

R. – Direi che la caduta e la fine della Democrazia Cristiana hanno comportato certamente che la Chiesa potesse rapportarsi alle diverse forze politiche senza apparire legata in modo peculiare ad una di esse. Quindi, ha rappresentato un vantaggio accanto – certamente – allo svantaggio della fine di una presenza organizzata dei cattolici nella politica italiana. Ma credo che il mutamento più grande non sia legato alla fine della Democrazia Cristiana: sia invece legato all’emergere di quella che io chiamo – e che il Papa chiama anche, nella sua ultima Enciclica “Caritas in veritate” – “la nuova questione antropologica”, cioè le grandi sfide antropologiche ed etiche che riguardano l’uomo come tale e che hanno una dimensione non solo privata ma, necessariamente, pubblica. In particolare, riguardo alla vita, alla famiglia ma anche ad altre tematiche. Ebbene, questa sfida ha richiesto una nuova presenza della Chiesa in Italia.

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Italian Il cardinale Ruini: l’Italia è malata ma meno di altri Paesi europei
Oct 14, 2009

L’Italia è “meno malata di molti altri Paesi europei”: è quanto spiega, in un'intervista pubblicata oggi sul quotidiano Repubblica, il cardinale Camillo Ruini in vista del Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria apertosi oggi a Roma. Il porporato esorta a non ''mancare di realismo'': “Bisogna sconfiggere le paure immotivate”. “Per le paure che possono avere un fondamento, occorre neutralizzare o prevenire, per quanto possibile, i fattori di rischio''. Tra questi, il porporato cita l'''educazione'' e la ''crisi della natalità''', ''il più sicuro motivo di decadenza dell'Italia''. All'emergenza educativa, e alle sue possibili soluzioni, il cardinale Ruini ha dedicato il Rapporto-Proposta preparato dal Comitato Cei per il Progetto Culturale di cui e' presidente, pubblicato da Laterza. L'educazione – spiega il cardinale- ''e' il nostro comune futuro, per puntare alla nostra crescita e non adattarsi alla nostra decadenza''. ''Ogni società – afferma poi il cardinale - ha le sue patologie: in Occidente particolarmente pericoloso è un certo odio o disprezzo verso noi stessi e la nostra civiltà'''. Quanto al senso di precarietà, ''il futuro, per sua natura, e' sempre incerto e imprevedibile. Cercare troppe sicurezza - rileva Ruini - è dunque inutile, anzi può essere paralizzante''. La cura, aperta a tutti, credenti e non credenti, suggerita dal cardinale è quella di ''seguire nella propria vita la linea indicata da Gesu' Cristo con la parabola del buon samaritano. Coloro che hanno particolari responsabilità nell'ambito della legislazione, della cultura, dei media dovrebbero, nel loro lavoro, ispirarsi per quanto possibile a questo criterio''. (A.L.)

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English The Resurgence of Prayer, in a World that Wants to Exclude It
Jun 19, 2009
On the visit he made to the abbey of Monte Cassino on Ascension Sunday, Benedict XVI revived the famous motto of the saint whose name he took: "Ora et labora et lege." Work and study, but first of all pray.

The Resurgence of Prayer, in a World that Wants to Exclude It

From Monte Cassino, the pope revives the motto of Saint Benedict: "Ora et labora." And Cardinal Ruini explains how prayer is the best response to the modern crises of faith. It has also been discussed at a Festival of theology

Chiesa, by Sandro Magister

ROME, May 29, 2009 – On the visit he made to the abbey of Monte Cassino on Ascension Sunday, Benedict XVI revived the famous motto of the saint whose name he took: "Ora et labora et lege." Work and study, but first of all pray.

And he linked this motto with the other one that the pope has repeatedly placed at the origin of all Western civilization: "quaerere Deum," to seek God.

In the vision of Benedict XVI, praying to God is not a part, but rather the whole of man's vocation. The idea may appear daring in an age in which prayer is often trivialized, contested, put off limits. But it finds support in signs of renewed attention to this supreme act of Christian life, and that's not all.

***

For example, at the same time as pope Joseph Ratzinger's visit to Monte Cassino, further to the north, in Bologna, one of the most secularized cities in Italy, the feast of the Madonna di San Luca saw a much larger crowd than in the past gather to pray. Just as a few weeks earlier, in the same city, the immense basilica of Saint Petronius was not large enough to hold the great mass of young people at a prayer vigil, who also filled the square in front of the church.

Even further to the north, also a few days ago, in Piacenza on the banks of the Po, churchmen, theologians, philosophers and artists, believers and nonbelievers decided to discuss precisely this theme: "Prayer and experiences of God."

The meeting, organized as a "Festival of theology," was begun on May 22 and concluded on May 24 with two "master lectures": the first by Cardinal Camillo Ruini, and the second by the most famous of the German Evangelical theologians, Jürgen Moltmann.

The speakers included Philippe Némo and Mario Botta, PierAngelo Sequeri and Elmar Salmann, Massimo Cacciari and Guido Ceronetti.

Cardinal Ruini's lecture is reproduced below, with editorial subtitles.

Of particular interest are the passages in which he analyzes the objections that today's culture raises against prayer, and, conversely, the profound meaning of prayer as a "serious matter" on which the Christian faith stands or falls.

The horizon of prayer: journeying toward God

by Camillo Ruini

Let's begin from a classic definition by St. Thomas Aquinas: "Oratio est proprie religionis actus," prayer is properly the act of religion ("Summa Theologiae" II-II, q. 83, a. 3). This definition is still recognized today as universally valid in the area of the history of religions, in terms that are paradoxically broader even than the recognition of the relationship of religion with a personal God [...].

Buddhism remains the most significant instance of a great religion that has no room for a personal God, but traces everything back to the undifferentiated "Nothing," in which any "I" and any "you" dissolves, including a purported divine "You."

In this instance, prayer changes its nature so to speak, and becomes a "mysticism" (in a sense rather different from Christian mysticism), meaning a journey that leads from distinction to non-distinction, and finally presents itself as the very experience of non-distinction, which is claimed to constitute the supreme and decisive reality, the only truly binding reality, in the area of religion.

But in the perspective of the history and phenomenology of religion, this does not seem to be the approach to natural, spontaneous prayer, which is instead that of addressing the divine as a "You," as radically superior, mysterious, and ineffable as this is, with which in any case we can enter into relationship – and it with us –  in order to obtain its favor and be protected from the threats and snares of life, but also in order to honor it in its greatness and recognize our radical debt toward it, or to adore it.

The function of prayer consists precisely in making possible and realizing this mysterious relationship. And myth, or better the myths, especially the  creation myths, can be considered as the explicative and interpretive context in which humanity has structured and justified for many millennia such a relationship with the divine.

GREEK CRITICISM OF MYTHOLOGY

Five or six centuries before Christ, however, a rational and philosophical criticism of mythology was developed in Greece, which tends to replace it with "logos," rational argument concerning knowledge of the reality of ourselves and the world, while leaving it room to guide the lives of those who are not capable of taking full advantage of "logos," and also, in part, in order to reach those higher realities which the "logos" of man cannot grasp with certainty.

In any case, Greek philosophy is not "atheistic," at least in its most prevalent and significant forms. On the contrary, it also describes itself as "theology": a theology that is no longer mythical, but "physical," natural, in the sense that it rationally grasps the true nature of the divine. It would be too hasty to say that this philosophical theology is genuinely monotheistic, but it nonetheless conceives of the supreme reality as unitary, or as the One at the summit of reality. The problem is that this One or Absolute as such is not "accessible" to us: precisely because of its absolute transcendence, we cannot enter into relationship with it, and therefore prayer, a fundamental act and attitude of the religious man, cannot be addressed to it. Prayer can find meaning and justification only on a different level, in relationship with our essential and social needs, in concretely addressing those gods who are in reality only images of the Absolute, constructed for us and in view of out needs.

It is interesting to note that at the same time, during the 6th century B.C., but in a very different geographical and cultural area, Buddhism emerged, which can also be understood as a criticism of the previous forms of mythological religion, and which also leaves no room for prayer as a personal relationship with a divine You.

BIBLICAL REVELATION

But also during the same period, an equally radical criticism of polytheism was developed by the prophets of Israel, in particular by Second Isaiah (Is. 40-55), in conjunction with the end of the Davidic monarchy and the Babylonian exile. But this was a profoundly different criticism, not based on human reason like that of Greek philosophy, nor on mystical experience like that of Buddhism, but rather on the direct revelation of the one God who, through the prophet, addresses the people of Israel.

Faith in Yahweh as the one true God and the exclusive relationship with him certainly have much more ancient roots, having to do with the very origin of Israel as a people, but the extremely serious crisis constituted by the exile in Babylon and the end of national independence, which in itself tended to bring into question the power of Israel's God – defeated, according to the mentality of the time, by the gods of Babylon – was instead an opportunity to respond by further developing and deepening faith in him as Creator of the universe and the one true God of all the nations.

We can also say that it was only in Israel that we encounter monotheism in the proper and full sense, the essence of which consists not simply in the affirmation of the unicity of a supreme Being, but also in its "accessibility," in being able to relate to him and pray to him, and in the consequent exclusion of the worship of other divinities.

Thus from the outset biblical revelation overcame the separation that plagued religion in classical antiquity, putting back together the one God who reveals himself to us, the absolute Being which the philosophers had reached in some way, and those divinities which could still be worshipped, but had been reduced by philosophical criticism to a myth devoid of reality and substance.

In a historical-religious perspective, a divorce seems to have taken place in certain regards many millennia earlier: in fact, belief in a supreme Being can be found in almost all of the ancient peoples and myths, but gradually this supreme God seems to have withdrawn from the world and from men, to have lost interest in them and given up his power to inferior divinities, thus becoming a "Deus otiosus," an idle God, and as such less and less an object of prayer. Biblical revelation thus presents itself as a tremendous, decisive shift in the history of religion and of the religions: the supreme God now takes the initiative, bursts onto the world stage and into the life of man, presenting himself as a "jealous God" who wants prayer, worship, and adoration for himself alone, because he alone is God, and everything else is his creation.

In the Old Testament, therefore, prayer originates in the initiative of God who speaks to man, who responds in turn: "Speak, Lord, for your servant is listening," says the young Samuel (1 Sam. 3:9). Prayer is thus a presentation of oneself before the living God, and its fundamental motive is the covenant that God has sealed with his people and that requires consistency of life, faithful observance of the law that God has given. The ethical and communal dimensions are therefore in the forefront: but when, as I have mentioned, the national community enters into crisis – because of its stubborn infidelity to the covenant – the personal character of prayer takes on greater prominence, as can be seen in many of the psalms.

THE PRAYER OF JESUS

Another breakthrough in prayer – the decisive breakthrough – takes place with Jesus of Nazarath, and first of all with his personal prayer, in which his relationship with God the Father is expressed: a unique relationship that in some way ushers us into the mystery of God, because the man Jesus of Nazareth is, and knows that he is, the Son totally oriented toward the Father, the Son whose food it is to do the will of the Father (John 4:34), the Son who is truly known only by the Father and who in turn is the only one who truly knows the Father (Mt. 11:27), in the final analysis the Son who in the unity of reciprocal love is one with the Father (John 10:30). The early Church kept in its original Aramaic form the crucial word with which Jesus addressed God in prayer, "Abbà," which means Father with a note of profound intimacy united with great respect and dedication.

Jesus himself brought his disciples into his own prayer and into his relationship with the Father, to the point of teaching them that prayer – the "Our Father" – which remains forever the fundamental and distinctive prayer of the Christian.

We will limit ourselves to observing that its first three petitions concern God himself, the recognition and adoration that, as children, we we owe to him, while the other four concern our hopes, our needs, and our difficulties. In the New Testament as in the Old, prayer implies and therefore requires consistency of life, specifically the unity between love of God and love of neighbor, a unity that is radicalized in the New Testament: "whatever you did for the least of my brothers, you did it for me" (Mt. 25:40). As Benedict XVI wrote in his "Jesus of Nazareth": "The more the depths of our souls are are directed toward God, the better we will be able to pray. The more prayer is the foundation that upholds our entire existence, the more we will become men of peace. The more we can bear pain, the more we will be able to understand others and open ourselves to them" (pp. 129-130).

THE PRAYER OF THE CHURCH

In the history and life of the Church, prayer has had and continues to have a prominent place, which becomes fully visible only to those who experience it personally, or directly study the historical documents about it.

This prayer is structured above all as liturgy, the public and communal prayer of the Church which, united with Jesus Christ, addresses God the Father in the Holy Spirit. Here emerges in all its poignancy the specifically Trinitarian character of Christian prayer, as participation and immersion in the relationship that Christ has with God the Father in the Holy Spirit's bond of love. We are immersed, or raised up, in a life that is not ours as men, as creatures, but is the life of God, and the God to whom we turn in the liturgy is not a generic God, and not even properly the one and triune God, but God the Father of Jesus Christ, and in Christ, the Father of us all.

In Christian prayer, moreover, the public and communal dimension and the intimate personal dimension lead to one another and grow together: the "we" of the Church's prayer accompanies a listening to that God who sees in secret, and whom we are called to encounter in the isolation of our room and in the secrecy of our heart (Mt. 6:5-6). Over the course of the centuries, this personal character of prayer has been expressed in many ways, often sublime, which remain a precious treasure, as the humble expressions of popular piety also remain precious.

Another major characteristic of Christian prayer concerns its "mystical" dimension. I am not referring only to the great mystics in whom the Church is exceptionally rich, but more radically to the specific character of Christian mysticism, as we are able to identify it already in the writings of the apostles Paul and John.

It is directly connected to what we have mentioned about the prayer of Jesus and his relationship with God the Father. The Johannine formula of the reciprocal "remaining in," according to which the Father is in the Son and the Son in the Father, as believers are called to remain in the Father and in the Son, while the Father and the Son remain in them (John 17:21), expresses in an unparalleled manner that union with God which is the heart of all authentic mysticism.

Here, however, union with God follows the gift of himself that Christ  accomplished in history on the cross, and demands the ethical concreteness of practical love of one's brethren: "If we love one another, God remains in us, and his love is brought to perfection in us . . . Whoever does not love a brother whom he has seen cannot love God whom he has not seen" (1 John 4:12,20).

It is not, therefore, a mysticism that is closed in on itself. On the contrary, it has descended upon history and demands conversion, the transformation of life.

THE MODERN OBJECTIONS

At this point, however, we must take into consideration the many difficulties that prayer has encountered beginning in the modern age, especially in traditionally Christian countries. Some of these have to do with ideas and convictions, and for a long time were not very widespread at the popular level. They are fundamentally of three types.

The first difficulties emerge from the denial of the existence of God, or at least from an agnostic position: one could think, for example, of the materialism already present in some strands of 18th century Enlightenment thought, then in Feuerbach and Marxism. But even the forms of pantheism that were revived starting with Spinoza do not leave any real room for prayer.

The second type of difficulty does not bring into question God, meaning the "You" to whom prayer is addressed, but considers him inaccessible to a personal relationship with us. For example, Kant, although he retains the Christian concept of God to a great extent, considers prayer a "superstitious illusion" ("La religione nei limiti della sola ragione", M. M. Olivetti (ed.), 1993, p. 217), and with him many others, who believe that only a natural religion common to all men is true and authentic, not a revealed religion.

We thus arrive at the third cause of difficulty, which consists of opposition to Christianity. At first, this mainly concerned the Church as an institution and its social power, but then it gradually extended to bringing into question the central elements of the faith, like the divinity of Christ and the very possibility of an intervention by God in history.

In this regard, we spontaneously think of the Enlightenment, especially in France, but the most radical and historically effective criticism of Christianity may have been conducted in Germany during the 19th century, as demonstrated capably by the book by K. Löwith "From Hegel to Nietzsche: the revolution in nineteenth century thought‎." In particular, this criticism involved the historical reliability of the figure of Christ presented to us by the Gospels.

It is easy to understand how much all of this could and can obstruct that trusting and filial relationship with Jesus Christ and with God the Father which is proper to Christian prayer.

THE CHALLENGE OF SECULARIZATION

The difficulties that have had the largest impact on ordinary people, however, do not depend on ideas and theories, but on the enormous changes that have taken place over the past few centuries, at an increasingly rapid pace, concerning the concrete conditions of our lives.

I am referring to the Industrial Revolution, and to the great transformations that followed it, which had their engine in the development of the modern sciences and the technologies connected to them. The world that is derived from this and of which we have direct experience presents itself to us increasingly as the work of man, and less and less as "nature," which points back to its Creator.

The process of change is even more vast than this, because it gradually embraces social relations and institutions, the sciences and in general the public use of reason. These are restored exclusively to the intelligence and freedom of man, removing them from the influence of God and religion.

This macro-process, which is called "secularization," found its classic expression as early as 1625 with the formula coined by a great Dutch jurist, himself a devout believer, Hugo Grotius: "etsi Deus non daretur," even if God did not exist.

The meaning of the formula is that natural law, and the ordering of the world in general, maintain their validity even in the hypothesis – absolutely impious for Grotius – that God did not exist. The practical consequence is the tendency to reduce the relationship with God solely to the personal and private sphere, which is theorized today through a restrictive interpretation of the concept of "secularism."

To be concrete, we must add the great and almost suffocating negative influence of the daily commotion, the idolatry of money and success, the ostentation of sexuality as an end in itself. In this way prayer is in danger of being suffocated not only at the public level, but also within our hearts.

In the dynamism of history, these different factors necessarily interact among themselves, and at times converge in the attempt to eliminate religion and prayer from the horizon of humanity. One of the major attempts of this kind belongs to the recent past, although in some areas of the world it is still very active, while the other belongs to the present day.

The first is the state atheism systematically promoted by the communist regimes. It is rightly observe that this attempt has failed, because faith and prayer have survived its attack, and in certain ways even demonstrate a new vitality in the countries that have passed through this experience. But this is only one part of the story: the damage and destruction caused have, in fact, left profound consequences for the human and moral fabric of many persons and of entire societies, and also, specifically, for their anchoring in Christianity.

Today, in any case, our attention must be turned above all to a phenomenon that is much more complex, subtle, and impalpable than state atheism.

It is the attempt to present religion and prayer on the one hand as something without an objective foundation, because God does not exist, or anyway is not knowable to us, or at least does not have a personal character that would make him accessible to us. On the other hand, however, religion and prayer could be explained fairly well as one of our psychological functions, based in specific areas of our brain, seeking to meet our need for protection and security, and in the past may have played a positive role in the survival and evolution of our species.

I note incidentally that this obscures a fundamental characteristic of religious and moral experience: when this is authentic, it relates to the Absolute and therefore cannot be completely explained by virtue of relative and contingent purposes without being misunderstood and denied in its true essence. Prayer and religious experience do, in fact, propose other aims, knowingly or unknowingly, and can contribute to obtaining them, but only according to the logic of "seek first the kingdom of God and his justice, and all these things will be given to you as well" (Mt. 6:33).

Concretely, the influence of religion and of faith in one God in particular is often considered harmful today.

A public role for these, in fact, is believed to compromise freedom of behavior and even to create opposition among men and peoples according to the different faiths that they profess, to the point of becoming a source of violence.

Even on the personal level, religion is believed to be a cause of unhappiness, provoking feelings of guilt and repressing the joy of living.

PRAYER AS A SERIOUS MATTER OF FAITH

This is not the place to address the many problems obstructing the exercise of prayer in our day. It is right to acknowledge that these have not gone by without leaving a mark, and that many people, including those who are believers in some way, have lost the meaning and enjoyment of prayer, in addition to its practice: although they sometimes spontaneously ask others to pray for them, demonstrating that they still have at least a slight appreciation and perhaps a certain nostalgia for prayer.

However, there is also evidence of the opposite phenomenon: a growing number of people, especially among the young, are thirsty for prayer and are making courageous decisions in order to satisfy it. One confirmation comes from the increase, including in Italy and Europe, of contemplative vocations, which is rather significant in a period in which vocations to the priestly and active religious life are instead, unfortunately, falling in these countries.

In any case, beyond the numbers of the statistics, and also beyond all the difficulties and influences that can come from the sociocultural context, prayer, like faith, is a personal choice, in which the last word belongs to our freedom. Or better, in a Christian perspective, there are two forms of freedom at play in prayer and faith, that of God first of all, and subordinately that of man.

For this reason, although it is useful and necessary to dispel as much as possible the fog that currently makes the horizon of prayer hard to see in our culture, the more important thing, for each of us, it is the reality and quality of our personal prayer. On this personal and almost confidential level, I would like to tell you that in my experience the very exercise of prayer increases the desire for it and makes faith stronger, more secure and joyful.

In his "Introduction to the faith," a brief book published almost forty years ago, theologian and now cardinal Walter Kasper wrote a few pages on prayer that are still highly relevant.  Their title is "Prayer as a serious matter of faith." They express the essence of the act of faith in its most concrete form, and also unite, as in a critical point, all of the contemporary causes of the crisis of faith.

In prayer, first of all, we address God as "you": but does it still make sense today to understand God as a person? This is the fundamental reason why, forty or fifty years ago, Protestant theologians and even the Anglican bishop John A.T. Robinson, in the book "Honest to God," maintained that prayer understood in the proper sense must now be replaced by dedication to our neighbor.

In reality, if one thing is clear in the entire Bible, from Genesis to Revelation, it is that God is supremely intelligent and free, and that he takes the initiative of personally approaching us. He is not, therefore, impersonal, but eminently personal, in a way that certainly surpasses infinitely the human way of being a person, just as any other category can be applied to God only by infinitely surpassing the measures of our concepts.

Even more than this, the God of Jesus Christ is interpersonal love, a communion of persons, and precisely in this way is perfect unity. But even on the rational level, to deny that God is a person means reducing him to an obscure and necessary backdrop for existence, and therefore paradoxically means denying his transcendence, which instead was intended to be safeguarded. Moreover, if at the root of being there is not intelligence and freedom, the entire universe cannot be anything but blind necessity, and therefore there can no longer be any room for our intelligence, freedom, and personality.

We can add, again with Walter Kasper, that God's personality and his distinction from the world, which are essential to the faith, have their practical corollary in the distinction of prayer from the rest of life. This does not at all mean that prayer is indifferent to our situations, needs, and expectations, nor that all of our life should not be oriented toward God as a form of prayer, but that prayer itself, in order to be rooted within us, needs to have its autonomy with respect to the other moments of life and all of our actions.

Precisely in the autonomy of its direct relationship with God, prayer makes us free and capable of seeing all the realities of life clearly, in order to face them not from a selfish perspective, but in the light of the merciful love of God the Father. Prayer is therefore the lived refutation of purely immanentist thinking, which can no longer find the right way to the Creator, and also of that idolatry of action and its results, which leaves no room for the experience of the gratuitous and the discovery of the most beautiful side of life.

If from God we pass to the other pole of prayer, which is we ourselves, our time appears to be characterized by a genuine explosion of subjectivity: each of us wants to be above all himself, and to decide by himself his own path in life, although often he ends up as a prisoner of a well orchestrated conformism. Christian prayer requires the opening of this subjectivity of ours, above all toward God, the encounter with whom infinitely expands our horizons, cleansing them from a false absolutization of ourselves.

The fact that God has revealed himself to us and, in Jesus Christ, has shown us his face – as Jesus said to the apostle Philip, "He who has seen me has seen the Father" (John 14:9) – also gives our subjectivity a decisive point of reference, which cannot help but represent a precise orientation for those who truly believe in God's revelation of himself.

In the liturgy in particular, we learn to unite our subjectivity and interiority with the objective character of the Church's belief and worship. In reality, this is a crucial point in the current situation of the faith: in the religious sphere, the explosion of subjectivity often becomes an eclecticism that indifferently takes from this or that religious and spiritual tradition whatever seems to fit best the needs and preferences of the individual. In this way, however, we overlook the fundamental fact that God himself, in Israel and then fully in Christ, has revealed himself to us personally, and therefore, perhaps without realizing it, we withdraw from our faith. Praying in the Christian way is therefore essential for being and remaining Christian.

TOWARD A NEW CHRISTIAN SPIRITUALITY

There nonetheless remains before us, or rather inside of us, that fundamental difficulty which arises not from theories or disputes, but from the change of our situation in the world, through which in the normal circumstances of life we experience the results of our action rather than the work of God the creator.

The fundamental indication for finding the meaning and path of prayer in this new situation has already been given to us by St. Thomas Aquinas. With the rediscovery of Aristotle in the West, he found himself confronting the innovative and, we might say, "modern" contribution of Aristotelian thought, which proposed an interpretation of the world that was "scientific" in its way, seeking to explain phenomena through physical causes, and not through reference to higher and divine influences, as did the "religious" interpretation of the world that had dominated the Middle Ages until that time.

St. Thomas completely welcomed this new approach, but he did not at all see it as an alternative to what had come before: he proposed, in fact, a "middle way" ("Q. D. de Veritate", q. 6, a. 2) that identifies a specific and complementary place for each of two interpretations: the phenomena of the world have their immanent causes, to be researched using rational methods, but also have, all of them together, their origin in the creative action of God, which concerns not only the origin but also the existence and development of the universe and of man within it.

Today the picture is certainly more complex, and the implementation of the "middle way" is asked not only of the philosophers, but also of the ordinary person, since we have to deal with a much different "science" than that of Aristotle: a science that is capable of transforming the world, and to a certain extent ourselves as well.

The basic direction provided for us by St. Thomas remains valid, however, and was revived by Vatican Council II, in particular in "Gaudium et Spes," 36. It is therefore a matter of developing this and refining it conceptually, in relationship with the realities and sciences of today, and above all of internalizing and concretizing it, making it a guideline for our personal relationship with God, which in some way can be inserted harmoniously into our actual experience of life. This is a fairly demanding task for the ecclesial community, which, as John Paul II wrote in "Novo Millennio Ineunte," 33, is called to be a "school of prayer."

Vatican II ("Gaudium et Spes" 37), however, offered us a further indication, which to me seems particularly valuable for living our current situation in the world with authentic Christian joy.

On the one hand, that is, we must be fully aware that all human activities are threatened on a daily basis by our arrogance and disordered love of ourselves, and therefore need to be purified through the cross and resurrection of Christ.

But on the other hand, the man who has been redeemed by Christ and has become a "new creature" (Gal. 6:15) through the work of the Holy Spirit can and must love the things that God has created, looking at them and honoring them as if they were coming from his hands now. He thanks their Author for them, and "using and enjoying" creatures in poverty and freedom of spirit, is introduced into the true possession of the world, having almost nothing but possessing everything (2 Cor. 6:10): "All belong to you, and you to Christ, and Christ to God" (1 Cor. 3:22-23).

In order to describe the Christian approach to the things of the world, the Council combines the word "use," which characterized a spirituality oriented toward fleeing and despising the world, with the word "enjoy," which opens up to a new Christian spirituality that we could call specifically modern.

In it, full legitimacy is granted to engagement in the world and affinity for the world, as a way of accepting the love of God for us and practicing love of God and neighbor: without justifying thereby any intrusion of the spirit of the world into the Church and into the soul of the Christian, but remaining always anchored to the cross and resurrection of Christ, and therefore to the renunciation of ourselves in order to make room for love of God and neighbor.

Dear friends, let us ask the Lord that we may confidently advance along this road.
French Don Giussani – Son expérience de l’homme et de Dieu
Apr 13, 2009
ITALIE - Le nouveau livre de Mgr Camisasca sur le fondateur de CL: “Pour connaître cet homme, un grand homme et un grand connaisseur de l’homme, un grand navigateur de la vérité »

Le 07 avril 2009  - Eucharistie Sacrement de la Miséricorde - Un libre né « avant tout de mon besoin de comprendre qui était Don Giussani, en second lieu de la nécessité de me comprendre moi-même » : c’est par ces paroles que Mgr Massimo Camisasca, fondateur et supérieur général de la Fraternité sacerdotale des Missionnaires de Saint Charles Borromée, a expliqué son intention à l’origine de son dernier volume : « Don Giussani – Son expérience de l’homme et de Dieu » (éditions Saint Paul), lors de son intervention à la rencontre de présentation du livre, organisée par le Centre culturel de Rome, à l’Université pontificale urbanienne.

Malgré leurs 45 ans ensemble, don Giussani a été une personne tellement importante, fascinante et polyvalente pour Mgr Camisasca, que persiste en lui le désir de comprendre cette personnalité, ainsi que « le désir de continuer à rester avec lui, avec sa parole et avec sa personne ». Un livre, comme l’a affirmé l’auteur lui-même, qui doit être lu « pour connaître cet homme, un grand homme et un grand connaisseur de l’homme, un grand navigateur de la vérité » ; et il a poursuivi : « Il faut rencontrer les grands pour pouvoir devenir un peu grands nous aussi, et ce livre est la modalité selon laquelle je voudrais donner aux hommes qui le liront la faveur que j’ai eu de rencontrer cet homme ».

La personne et l’activité de don Giussani ont été évoquées entre autre par le Card. Camillo Ruini, Vicaire général émérite du Diocèse de Rome et proche du pape Benoît XVI : « Sens du concret et profondeur humaine » sont les caractéristiques qui ont fait de don Giussani « un apologète évangélisateur ». Emerge ensuite l’autre côté fondamental de la vie et de l’œuvre de don Giussani : l’attention à l’éducation. « Un homme passionné par l’éducation et capable de réfléchir en profondeur sur les processus éducatifs. De là est née la méthode éducative de Don Giussani, qui ces dernières années a été de plus en plus écoutée et remarquée même au-delà du cadre de Communion et libération » a affirmé le Cardinal.

« Une méthode éducative qui, comme son apologétique, va au fond de l’humain, aux évidences élémentaires, à la réalité totale, dont l’éducation est l’introduction. Il y a donc une unité profonde, une unité vécue entre les deux versants : celui de l’évangélisateur apologète et celui de l’éducateur » a poursuivi le Card. Ruini dans son intervention. Un mobile décisif de la passion éducative et de la vie de don Luigi Giussani a été « sa passion pour le Christ, son amour enflammé pour le Christ, la réalisation concrète de son amour par la beauté : c’est cet amour qui l’a poussé à se donner aux jeunes et à les amener à ce sens de la réalité totale qui se trouve dans le Christ ».

Le Cardinal Ruini a conclu son intervention de la même façon que se termine le livre de Mgr Camisasca, en cherchant à connaître le rapport de don Giussani avec Marie Très Sainte et sa mystique mariale, pleine du Dieu riche de miséricorde, énième point de contact, comme l’a rappelé le Cardinal, avec Jean-Paul II : « La miséricorde Dieu devient notre attitude concrète envers tout fardeau de l’humanité : telle est, pour don Giussani, la miséricorde de Dieu et ici nous touchons le point de synthèse le plus profond de ce prêtre très ambroisien, mais unique en son genre ».
Italian Il cardinale Ruini: relativismo e nichilismo stanno cambiando il concetto di uomo sempre più ridotto ad oggetto
Apr 01, 2009

“L’emergenza educativa, persona, intelligenza, libertà, amore” è il titolo del IX Forum del progetto culturale della Cei che si è aperto stamani a Roma. L’incontro, in programma fino a domani, è stato inaugurato dalla prolusione del cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale. Il servizio di Isabella Piro:

L’emergenza educativa c’è ed indica una crisi grave ed acuta, bisognosa di una risposta non rinviabile. Puntuale e preciso, nella sua prolusione il cardinale Ruini scatta una fotografia nitida dell’intera società di oggi. Nelle sue parole, che citano spesso Benedetto XVI, non c’è “l’indulgenza ad un globale ed unilaterale pessimismo”, bensì constatazioni di fatto. La prima riguarda la “stretta parentela” tra relativismo e nichilismo che si concretizza nella “mutazione del concetto di uomo”. Una mutazione, continua il cardinale Ruini, che deriva da “un’interpretazione dell’evoluzione cosmica e biologica”, secondo la quale l’uomo “non sarebbe altro che un risultato dell’evoluzione stessa”. Poi, da quella visione che “tende a ridurre la nostra intelligenza e la nostra libertà a funzioni dell’organo cerebrale” ed infine dalla tendenza delle “scienze empiriche a considerare l’uomo come un oggetto”, e come tale “conoscibile” attraverso l’indagine sperimentale.


Certo, sottolinea il porporato, si tratta di “un approccio legittimo, anzi indispensabile per il progresso della conoscenza e della cura di noi stessi, ad esempio per la cura delle malattie fisiche e mentali”. Ma se si considera quella scientifica come “l’unica forma valida di conoscenza del nostro essere”, allora “si finisce con il negare che l’uomo sia anzitutto e irriducibilmente soggetto”.


Al di là delle critiche, allora, l’invito del porporato è a guardare i risultati operativi delle tecnoscienze e gli sviluppi delle biotecnologie con la consapevolezza che essi “non possono e non devono essere arrestati, poiché “rappresentano un’importante espressione delle potenzialità intrinseche all’intelligenza dell’uomo”. Tuttavia, mette in guardia il cardinale Ruini, ciò “non significa che tutto quel che è tecnicamente possibile deve essere attuato”, basti pensare “all’uso delle armi nucleari”. Significa però che questo processo deve essere “orientato, resistendo all’idea ingannevole e anti-umana di uno sviluppo deterministico e neutrale della tecno-scienza”.


In questo scenario, allora, cosa possono fare i cristiani? Innanzitutto, afferma il porporato, devono trovare risposte chiare nelle fonti della fede, nella Scrittura, che ha in Dio e nell’uomo i centri di gravità. E poi, non devono avere timori di “attardarsi su posizioni superate mantenendo l’uomo al centro”, poiché non si tratta di immobilismo, ma di tener fermo il suo carattere di fine. Tutto il nostro agire, infatti, anche quello tecnologico, mira all’autentico bene, alla tutela, alla promozione e allo sviluppo integrale dell’essere umano.


Di conseguenza, sul piano educativo, bisognerà legare la formazione alle istanze costitutive dell’uomo, come il bisogno d’amore, di conoscenza, il desiderio di libertà ed il suo rapporto con la responsabilità, il senso della sofferenza e della speranza. Solo in questo modo, ribadisce il cardinale Ruini, l’educazione assume spessore e fascino.


In conclusione, allora, il cristianesimo ha un ruolo fondamentale in rapporto al bene umano, un ruolo derivante dalla verità di fede che dona alla dignità intrinseca di ogni uomo il suo riconoscimento più alto. Perché finché la fede cristiana è viva e riesce a generare cultura, conclude il cardinale Ruini, non possono affermarsi né il nichilismo né il relativismo.
Italian CEI. Cardinal Ruini contro la cultura del sospetto
Apr 01, 2009

Il cardinal Camillo Ruini, presidente del Comitato Cei per il progetto culturale, in un' intervista al Sir ha dichiarato oggi che di fronte "all'emergenza educativa" la Chiesa deve "modificare il clima culturale", ispirato alla "cultura del sospetto" ma "senza lasciare ad altri la bandiera, e soprattutto la sostanza, della libertà".

Occorre - ha detto Ruini introducendo il IX Forum del progetto culturale che si svolgerà a Roma il 27 e 28 marzo 2009 su questi temi - rimettere al centro dell'educazione "il valore della persona umana e la sua verità, superando tre ostacoli": il relativismo, il nichilismo e la "riduzione dell'uomo a un semplice prodotto della natura". Una espressione, quest'ultima, usata anche dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco nella sua relazione di ieri al Consiglio permanente.

In proposito, Ruini ritiene che "le forme più gravi di povertà riguardano, nei paesi economicamente sviluppati, l' assenza di speranza, di senso della vita e di fiducia nella vita", povertà che hanno "profonde radici culturali ed intellettuali, oltre che spirituali".

Per questo occorre trovare, specie nell'educazione dei giovani, "un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina" e, "in una cultura del sospetto come quella nella quale viviamo, l'educazione più efficace è l'esempio di vita che riusciamo a dare". Solo così - conclude - si può "far crescere una libertà autentica" e riaffermare la "parentela profonda tra fede cristiana e libertà". "Non lasciare ad altri la bandiera, e soprattutto la sostanza, della libertà - conclude - è dunque, per noi cristiani, un imperativo ineludibile".
Spanish Recuperar sentido de pertenencia a la Iglesia Católica, alienta Cardenal Ruini
Mar 19, 2009

El Vicario Emérito del Papa para la Diócesis de Roma, Cardenal Camillo Ruini, alentó a los fieles a la recuperación del sentido de pertenencia eclesial, es decir, volver a experimentar "la alegría y la gratitud de ser parte de la Iglesia Católica".

En un artículo publicado en L'Osservatore Romano tras hacerse conocida la carta del Papa Benedicto XVI a los obispos sobre la remisión de la excomunión a los 4 obispos lefebvristas, el Cardenal Ruini denunció cómo a veces este sentido de pertenencia eclesial se está debilitando y en algunos casos llega casi a extinguirse.

En opinión del Purpurado, no se trata entonces "de alguna cosa secundaria o accesoria, que debería justamente ceder el paso ante nuestra libertad individual o a nuestra relación personal con Dios, o incluso ante tantas otras pertenencias que aparecen como más concretas o más gratificantes".

"Hace falta en cambio reconstruir dentro de nosotros aquella convicción de fe que ha caracterizado al Cristianismo desde su inicio, según el cual el sentido de la Iglesia es parte esencial de nuestra pertenencia a Cristo", precisó.

Tras recordar luego que el Papa ha querido resaltar "la prioridad del amor y de la comunión entre nosotros: en concreto la prioridad de la unidad de los creyentes en Cristo y la prioridad de la paz entre todos los hombres", el Cardenal Ruini explicó que en esta necesidad de recuperar el sentido de pertenencia eclesial "tiene aquí su raíz la acogida del Magisterio de la Iglesia y el esfuerzo de conformar nuestra vida a sus enseñanzas, pero también una actitud que abarca la esfera de los sentimientos y que se traduce espontáneamente en el afecto por quienes en la fe son padres y hermanos".

Si estos sentimientos "están vivos en nosotros", prosigue el Vicario Emérito, "estaremos lejos de aquel gusto amargo de advertir la falla en nuestro presunto adversario, que en realidad es nuestro hermano" como explica el Papa en su carta "quien con honestidad y dolor nos ayuda a comprender" esta situación.
Italian Il cardinal Ruini e il caso Eluana "E' stato un omicidio
Mar 11, 2009

Vicenza. Mai tanta gente così nel salone del palazzo delle Opere sociali. Molti restano in piedi. C'è il sindaco Variati. C'è il vescovo Nosiglia. C'è mons. Nonis. Camillo Ruini, vescovo, cardinale, teologo e filosofo, segretario generale e poi presidente della Cei, richiama sempre grande attenzione. È considerato l'uomo forte della Chiesa ma anche il più discusso. Secondo alcuni è stato lui a pilotare la Chiesa nel dopo-Dc. Lo hanno definito premier di quel governo ombra specialissimo che in Italia è la Chiesa. Gli hanno attribuito la vocazione della politica. Luciana Littizzetto lo chiama "eminems". Ma c'è pure chi gli riconosce di aver guidato con grande intelligenza la Chiesa italiana a superare la fase della resistenza e a vivere le fasi della attesa e della ripresa. Il vescovo Cesare Nosiglia rammenta l'amicizia di cui il cardinale lo ha onorato ai tempi romani della Cei. E Ruini ricambia.
«Il vostro vescovo di Vicenza mi è stato compagno di fatica alla Cei dal 1986 al 2003. Sì, c'è stata molta sintonia». Ma «altrettanta amicizia», aggiunge, «c'è stata per mons. Pietro Nonis, con il quale alla Conferenza episcopale ci sono state schermaglie, ma di cui ho sempre ammirato la finezza di parola e di pensiero». Poi inizia la sua prolusione. Sulla scia di quell'intelligenza creatrice che porta al logos di S. Giovanni, e che è in antitesi con "l'assolutizzazione e l'esclusivismo della scienza". Ed è il via anche al corso numero 102 della Scuola di cultura cattolica.
Eminenza, quali sono allora le priorità di papa Benedetto ?
Nell'omelia con cui ha cominciato il suo pontificato ha detto "Io non ho un programma, se non quello di sempre del Signore Gesù". Cristo è essenziale. È la stessa cosa che diceva Giovanni Paolo II, di cui fu il primo collaboratore, con il quale c'è continuità non di stile ma di sostanza. In questo quadro emergono alcune priorità, e la prima è quella di riportare Dio al centro della vita, di riaprire la strada a quel Dio che viene in cerca di noi e che ci fa conoscere il suo volto, facendosi dettare l'agenda del cammino da lui.
Rimettere Dio al centro della storia significa curare la frattura che c'è con il mondo di oggi…
Sì, Dio è stato messo ai margini della vita contemporanea, dalla tecnoscienza, è negato dalla metafisica evoluzionista, che riconduce tutto alla natura, all'energia, alle relazioni casuali. È la linea prevalente del pensiero moderno, del Dio non conoscibile, delle verità nascoste, del nichilismo che fa dire a Nietzsche che Dio è morto. E, allora, bisogna tornare a quel Dio che si manifesta nella natura, nelle coscienze, che appariva agli antichi profeti, e, che come Benedetto XVI spiega nella sua prima enciclica Deus Caritas est, si rivela in modo inaudito nella incarnazione e nella morte in croce del proprio figlio.
E le altre priorità ?
Promuovere l'attrazione del Concilio come novità nella continuità. E poi quella cristologica, anzi cristocentrica. Il papa lo dice bene nel suo libro Gesù di Nazareth, un libro impegnativo anche per me. Il pericolo più esiziale è staccare Gesù dalla storia. È la fede a dare la libertà più autentica all'uomo contro quella che il papa, con una formula inventata da lui, definisce la dittatura del relativismo. Bisogna avere lo sguardo fisso in Dio. Solo con lui si può trovare un posto nel mondo. Anche per coloro che non credono, bisogna vivere come disse Benedetto XVI nel discorso di Subiaco, come se Dio esistesse.
Per il caso Englaro lei ha parlato di omicidio.
Mi è stato rinfacciato di aver usato parole violente. In effetti io l'ho dichiarato al Tg 1 e al Tg 5. Non si accusa nessuno. Ma se si fa morire una persona di fame e di sete cos'è ? Non si possono usare parole diverse. Io sono figlio di un medico. So che quando si sta bene si vogliono tante cose e quando si sta male se ne vogliono molto di meno. Sono sicuro che a Eluana bastava ciò che le veniva dato e che le è stato sottratto.
C' è stata ingerenza della Chiesa ?
Il Vaticano non è mai intervenuto sul principio di legalità. ma ha adempiuto a una sua missione. Come ha detto Giovanni Paolo II nell'enciclica Redemptor hominis "sulla via che conduce da Cristo all'uomo la Chiesa non può essere fermata da nessuno". Ogni essere umano è degno di rispetto e amore; tanto più gli innocenti, gli inconsapevoli, i colpiti dal destino.
E il dialogo interreligioso?
Bisogna assicurare la libertà religiosa a tutti. Come segno di rispetto e come dialogo per valorizzare i valori comuni. Non bisogna però concedere ciò che deroga dalle strutture della nostra vita sociale. Ai musulmani si deve dire che qui da noi la poligamia non si può praticare come in Arabia Saudita o in Marocco.
English Secularism in Danger. Two Cardinals Are Running to its Defense
Feb 24, 2009
They are Angelo Scola and Camillo Ruini, both in close agreement with Pope Benedict XVI. Here is how they see the Church's role in the public sphere: if it were silent, for example, about life and death, "it would not contribute to the good of all"

ROMA, February 23, 2009 – Two recent events have rekindled the debate over "secularism," or the activity of Christians in the public sphere.

The two events are linked by a single question, concerning human life "from conception to natural death."

The first of these events is apparently minor. On Wednesday, February 18, at the end of the general audience, Benedict XVI met briefly with Nancy Pelosi (in the photo, a previous meeting in Washington), the Speaker of the United States House of Representatives. Pelosi is Catholic, as she took care to point out: she showed the pope a photo of her visiting the Vatican with her parents during the 1950's, and praised the Church's work in combatting hunger and poverty.

But the statement released after the meeting by the Vatican press office was of an entirely different tone:

"The pope took the opportunity to explain that the natural moral law and the constant teaching of the Church on the dignity of human life from conception to natural death require all Catholics, especially legislators, judges, and those responsible for the common good of society, to work together with all men and women of good will in order to promote a just legal system, aimed at protecting human life in each of its stages."

Nancy Pelosi, in fact, like other Catholics in the new American administration, is an active supporter of pro-abortion policies. And the pope did not hesitate to issue this public reminder to her, without worrying that it might provide fodder for the recurring accusations of "interference" in the political sphere that many defenders of "secularism" make against the Church.

* * *

The second event is of broader significance. It is the fate imposed in Italy on Eluana Englaro, a young woman in a persistent vegetative state who was deprived of nutrition and hydration by judicial decree, leading to her death last February 9.

As happened four years ago with Terri Schiavo in the United States, for Eluana as well there were intensifying efforts to save her life, on the part of both Catholics and nonbelievers, on the religious terrain and on civil and political grounds as well.

The battle naturally led to an escalation of the controversy over "secularism." From various sides, the Church was accused of encroaching on the freedom of individual choices.

But not only that. The controversy also divided the Catholic camp. For some, speaking and acting in defense of Eluana's life was "unworthy of the Christian approach," an approach that should instead be characterized by silence, restraint, tenderness, noninterference in the most intimate, personal domain of the individual.

The most emblematic expression of this tendency came from the founder and prior of the monastery of Bose, Enzo Bianchi, in an article in the newspaper "La Stampa" on Sunday, February 15:

> Vivere e morire secondo il Vangelo

Bianchi has a large following in Italy and other countries. He is the author of widely read books, preaches retreats to priests and bishops, and writes for secular newspapers but also for "Avvenire," the newspaper of the Italian bishops' conference, CEI, which took the leading role in the campaign to defend Eluana's life, and is therefore also the main target of the accusation of "unworthiness."

Without mentioning Enzo Bianchi by name, Venice patriarch Cardinal Angelo Scola implicitly replied to him in an editorial published in "Avvenire" on February 20.

Another reply was given around the same time, in the more extensive and articulated form of a conference, by one of the most prominent cardinals of the Italian Church, Camillo Ruini. Ruini is a former president of the CEI, and the pope's vicar for the diocese of Rome from 1991 to 2007.

Here below, in their entirety, are both contributions: Cardinal Scola's editorial in "Avvenire" on February 20, and the conference given by Cardinal Ruini in Genoa on February 18.

With the recent new developments in the issue of "secularism," these two texts are the most authoritative and representative that can be found today on the part of two high-ranking Church figures, both culturally very close to pope Joseph Ratzinger.

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1. Catholics, secularists, and civil society

by Angelo Scola

"The West must decide to understand what influence faith has in the public life of its citizens, it cannot dismiss the problem."

These scorching words, spoken by a Middle Eastern bishop in Amman during the international scholarly conference of the magazine "Oasis," are coming back to my mind in these days, during which a lively debate has been ignited in the media about the activity of Christians in civil society, the dialogue between secularists and Catholics – which, according to some, has reached the end of the line – the presumed defeat of Christianity, and the interference by churchmen in public affairs. In a word, about the manner in which Catholics should or should not address delicate issues of public life, like those of bioethics.

It seems to me that people often lose sight of the heart of the matter: every faith must always be subjected to a public cultural interpretation. It is an inevitable fact. On the one hand, this is because, as John Paul II wrote, "a faith that did not become cultural would not be fully welcomed, not entirely thought out, not faithfully lived." On the other, since the faith – Jewish and Christian – is the result of God's compromise with history, it inevitably has to do with the concreteness of life and death, of love and pain, of work and rest, and of civic action. For this reason, it is inevitably the object of different cultural interpretations, which can be in conflict with each other.

In this phase of "post-secularism," there are two cultural interpretations of Christianity in particular that are at odds with each other. Both seem reductive to me.

The first is the one that treats Christianity as a civil religion, as mere ethical cement, capable of acting as a social adhesive for our democracy and for the European democracies in grave distress. If such a position is plausible in those who do not believe, its structural insufficiency should be evident to those who do believe.

The other, more subtle interpretation is the one that tends to reduce Christianity to the proclamation of the pure, unadorned Cross, for the salvation of "everyone else."

For example, getting involved with bioethics or biopolitics is seen as detracting from Christ's authentic message of mercy, as if this message were in itself ahistorical, without any anthropological, social, and cosmological implications. Such an attitude produces a dispersion, a diaspora of Christians in society, and ends up concealing the human relevance of the faith as such. To such an extent that in the face of life's crises, including public ones, a silence is demanded that risks making adherence to Christ and to the Church meaningless in the eyes of others.

In my view, neither of these two cultural interpretations succeeds in expressing adequately the true nature of Christianity and its activity in social society: the first because it reduces this to its secular dimension, separating it from its specifically Christian dynamism, the gift of an encounter with the personal coming of Christ in the Church; the second because it deprives the faith of its concrete embodiment.

There is another cultural interpretation that to me seems more respectful of the nature of man and his being in relationship. This runs along the ridge that separates civil religion from diaspora and concealment. It presents the coming of Jesus Christ in its entirety – incapable of being reduced to any human federation – and displays the heart of this, which lives in the Church's faith on behalf of all people.

In what way? Through the Church's proclamation of all the mysteries of faith in their entirety, as skillfully compiled in the catechism.

But this leads to the need to explain all of the aspects and implications that always arise from these mysteries. These are interwoven with human affairs in every age, demonstrating the beauty and fecundity of the faith for everyday life.

Just one example: if I believe that man is created in the image and likeness of God, I will have a certain understanding of birth and death, of the relationship between man and woman, of marriage and the family. This understanding inevitably encounters and seeks an exchange with the experience of all men, including nonbelievers. Regardless of their manner of understanding these basic elements of existence.

While respecting the specific responsibility of the lay faithful in the political domain, it is nonetheless evident that if every member of the faithful, from the pope to the last of the baptized, were not to share openly what he believes are the valid answers to the questions that trouble the human heart every day, and bear witness to the practical implications of his own faith, he would take something away from others. He would withhold a positive contribution, he would not participate in the common effort to build up the good life.

And today, in a society that is pluralistic and therefore has a tendency to be highly conflictual, this exchange must extend 360 degrees, to everyone, no one excluded.

In such an encounter, in which Christians, including the pope and bishops, dialogue humbly but firmly with everyone, it can be seen that the action of the Church is not aimed at hegemony, in using the ideal of faith for the sake of power. Its real aim, in imitation of its Founder, is that of offering everyone the consolation of hope in eternal life. This hope can already be enjoyed in the "hundredfold here below,"and helps us to face the crucial problems that make everyone's daily life fascinating and dramatic.

It is only through this untiring testimony, aimed at mutual recognition and respectful of the procedures ratified under the rule of law, that the great practical value unleashed by the fact of living together can be made to bear fruit.
Italian Laicità in pericolo. Due cardinali accorrono in sua difesa
Feb 24, 2009
Sono Angelo Scola e Camillo Ruini, entrambi molto in sintonia con papa Benedetto XVI. Ecco come vedono il ruolo della Chiesa nella sfera pubblica: se essa tacesse, ad esempio, sulla vita e la morte, "non contribuirebbe al bene di tutti". In appendice, una disputa tra i professori Galli della Loggia e Pietro De Marco

ROMA, 23 febbraio 2009 – Due fatti recenti hanno riacceso la controversia sulla "laicità", ossia sull'azione dei cristiani nella società civile.

Due fatti accomunati da un'identica questione, riguardante la vita umana "dal concepimento alla morte naturale".

Il primo di questi fatti è apparentemente minore. Mercoledì 18 febbraio, al termine dell'udienza generale, Benedetto XVI ha incontrato brevemente Nancy Pelosi (nella foto, in un precedente incontro a Washington), speaker della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Pelosi è cattolica, e ha tenuto a rimarcarlo: ha mostrato al papa le foto di una sua visita con i genitori in Vaticano negli anni Cinquanta e si è complimentata per l'azione della Chiesa nel combattere la fame e la povertà.

Ma al termine dell'incontro, il comunicato diffuso dalla sala stampa vaticana è stato di tutt'altro tenore:

"Il papa ha colto l'occasione per illustrare che la legge morale naturale e il costante insegnamento della Chiesa sulla dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale impongono a tutti i cattolici, e specialmente ai legislatori, ai giuristi e ai responsabili del bene comune della società, di cooperare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per promuovere un ordinamento giuridico giusto, inteso a proteggere la vita umana in ogni suo momento".

Nancy Pelosi, infatti, come altri cattolici della nuova amministrazione americana, è attiva sostenitrice di politiche pro aborto. E il papa non ha esitato a rivolgerle questo richiamo pubblico, incurante di dare esca con ciò alle ricorrenti accuse di "invadenza" del campo politico che tanti difensori della "laicità" lanciano contro la Chiesa.

* * *

Il secondo fatto è di dimensioni più ampie. Ed è la sorte inflitta in Italia a Eluana Englaro, una giovane donna in stato vegetativo persistente, privata di cibo e di acqua per sentenza di tribunale e così fatta morire, lo scorso 9 febbraio.

Come quattro anni fa per Terri Schiavo negli Stati Uniti, anche per Eluana c'è stato in Italia un crescendo di azioni tese a salvarne la vita, sia da parte di cattolici che di non credenti, sia sul terreno religioso che su quello civile e politico.

La battaglia ha naturalmente portato a una fase acuta la polemica sulla "laicità". Da più parti si è accusata la Chiesa di prevaricare sulla libertà delle scelte individuali.

Ma non solo. La polemica ha diviso anche il campo cattolico. Per alcuni, il parlare e l'agire in difesa della vita di Eluana erano "indegni dello stile cristiano", uno stile che dovrebbe essere fatto di silenzio, di riserbo, di misericordia, di non invasione dello spazio più intimo e personale di ciascuno.

La voce più emblematica di questa tendenza è stata quella del fondatore e priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi, in un articolo sul quotidiano "La Stampa" di domenica 15 febbraio:

> Vivere e morire secondo il Vangelo

Bianchi è personaggio con largo seguito, in Italia e in altri paesi. È autore di libri di grande diffusione, predica ritiri a sacerdoti e vescovi, scrive su giornali laici ma anche su "Avvenire", il giornale della conferenza episcopale italiana, il più impegnato nella campagna in difesa della vita di Eluana, e quindi anche il maggiore imputato di "indegnità".

Alle tesi di Enzo Bianchi ha replicato implicitamente – senza farne il nome – il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, in un editoriale su "Avvenire" del 20 febbraio.

Ma in questo stesso editoriale il cardinale Scola ha analizzato la questione della "laicità" a più largo raggio, in quanto rapporto generale tra la Chiesa e la sfera pubblica.

E lo stesso ha fatto nei medesimi giorni – nella forma più estesa e più argomentata di una conferenza – un altro cardinale di spicco della Chiesa italiana, Camillo Ruini, già presidente della CEI e vicario del papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2007.

Qui di seguito sono riprodotti, integrali, entrambi gli interventi: l'editoriale del cardinale Scola su "Avvenire" del 20 febbraio e la conferenza tenuta dal cardinale Ruini a Genova il 18 febbraio.

Sulla questione della "laicità" – con le variazioni intervenute negli ultimi tempi – i due testi sono quanto di più autorevole e rappresentativo si possa leggere oggi da parte di due alti uomini di Chiesa, entrambi culturalmente molto vicini a papa Joseph Ratzinger.

In più, il lettore italiano troverà di seguito altri due testi su una questione strettamente connessa: la configurazione concreta che ha preso in Italia il dialogo tra laici e cattolici.

A giudizio del professor Ernesto Galli della Loggia questo dialogo ha avuto un momento felice agli inizi degli anni Novanta, ma poi è praticamente fallito. Mentre a giudizio del professor Pietro De Marco le cose non stanno affatto così.

Ha aperto la disputa Galli della Loggia con un editoriale sul "Corriere della Sera" del 15 febbraio. E De Marco gli ha replicato qui e sul giornale on line "l'Occidentale".

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1. Cattolici, laici e società civile

di Angelo Scola

"L'Occidente deve decidersi a capire quale peso ha la fede nella vita pubblica dei suoi cittadini, non può rimuovere il problema".

Queste parole fulminanti, espresse da un vescovo mediorientale ad Amman durante il comitato scientifico internazionale della rivista "Oasis", mi sono tornate alla mente in questi giorni, nei quali si è acceso sui media un vivo dibattito circa l'azione dei cristiani nella società civile, il dialogo tra laici e cattolici – che secondo qualcuno sarebbe addirittura giunto al capolinea –, la presunta sconfitta del cristianesimo e l'ingerenza degli uomini di Chiesa nelle vicende pubbliche. In una parola, circa lo stile con cui i cattolici dovrebbero intervenire o meno sui delicati temi della vita comune, quali quelli della bioetica.

Mi sembra che spesso si perda di vista il cuore della questione: ogni fede va sempre soggetta a un'interpretazione culturale pubblica. È un dato inevitabile. Da una parte perché, come scrisse Giovanni Paolo II, "una fede che non diventi cultura sarebbe non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta". Dall'altra, essendo la fede – quella giudaica e quella cristiana – frutto di un Dio che si è compromesso con la storia, ha inevitabilmente a che fare con la concretezza della vita e della morte, dell'amore e del dolore, del lavoro e del riposo e dell'azione civica. Perciò è essa stessa inevitabilmente investita da diverse letture culturali, che possono entrare in conflitto tra di loro.

In questa fase di "post-secolarismo", nella società italiana si confrontano, in particolare, due interpretazioni culturali del cristianesimo. A me sembrano entrambe riduttive.

La prima è quella che tratta il cristianesimo come una religione civile, come mero cemento etico, capace di fungere da collante sociale per la nostra democrazia e per le democrazie europee in grave affanno. Se una simile posizione è plausibile in chi non crede, a chi crede deve essere evidente la sua strutturale insufficienza.

L'altra, più sottile, è quella che tende a ridurre il cristianesimo all'annuncio della pura e nuda Croce per la salvezza di "ogni altro".

Occuparsi, per esempio, di bioetica o biopolitica distoglierebbe dall'autentico messaggio di misericordia di Cristo. Come se questo messaggio fosse in sé astorico e non possedesse implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche. Un simile atteggiamento produce una dispersione, una diaspora dei cristiani nella società e finisce per nascondere la rilevanza umana della fede in quanto tale. Al punto che di fronte ai drammi anche pubblici della vita si giunge a domandare un silenzio che rischia di svuotare il senso dell'appartenenza a Cristo e alla Chiesa agli occhi degli altri.

Nessuna di queste due interpretazioni culturali, secondo me, riesce ad esprimere in maniera adeguata la vera natura del cristianesimo e della sua azione nella società civile: la prima perché lo riduce alla sua dimensione secolare, separandolo dalla forza sorgiva del soggetto cristiano, dono dell'incontro con l'avvenimento personale di Gesù Cristo nella Chiesa; la seconda perché priva la fede del suo spessore carnale.

A me sembra più rispettosa della natura dell'uomo e del suo essere in relazione un'altra interpretazione culturale. Essa corre lungo il crinale che separa la religione civile dalla diaspora e dal nascondimento. Propone l'avvenimento di Gesù Cristo in tutta la sua interezza – irriducibile ad ogni umano schieramento –, ne mostra il cuore che vive nella fede della Chiesa a beneficio di tutto il popolo.

In che modo? Attraverso l'annuncio, ad opera del soggetto ecclesiale, di tutti i misteri della fede nella loro integralità, sapientemente compendiati nel catechismo della Chiesa.

Giungendo però ad esplicitare tutti gli aspetti e le implicazioni che da tali misteri sempre sgorgano. Essi si intrecciano con le vicende umane di ogni tempo, mostrando la bellezza e la fecondità della fede per la vita di tutti i giorni.

Solo un esempio: se credo che l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, avrò una certa concezione della nascita e della morte, del rapporto tra uomo e donna, del matrimonio e della famiglia. Concezione che inevitabilmente incontra e chiede di confrontarsi con l'esperienza di tutti gli uomini, anche dei non credenti. Qualunque sia il loro modo di concepire questi dati elementari dell'esistenza.

Rispettando lo specifico compito dei fedeli laici in campo politico, è tuttavia evidente che se ogni fedele, dal papa all'ultimo dei battezzati, non mettesse in comune le risposte che ritiene valide alle domande che quotidianamente agitano il cuore dell'uomo, cioè se non testimoniasse le implicazioni pratiche della propria fede, toglierebbe qualcosa agli altri. Sottrarrebbe un positivo, non contribuirebbe al bene civile di edificare la vita buona.

Oggi poi, in una società plurale e perciò tendenzialmente molto conflittuale, questo paragone deve essere a 360 gradi e con tutti, nessuno escluso.

In un simile confronto, che porta i cristiani, papa e vescovi compresi, a dialogare umilmente ma tenacemente con tutti, si vede che l'azione ecclesiale non ha come scopo l'egemonia, non punta a usare l'ideale della fede in vista di un potere. Il suo vero scopo, a imitazione del suo Fondatore, è offrire a tutti la consolante speranza nella vita eterna. Una speranza che, già godibile nel "centuplo quaggiù", aiuta ad affrontare i problemi cruciali che rendono affascinante e drammatico il quotidiano di tutti.

Solo attraverso questo instancabile racconto, teso al riconoscimento reciproco, rispettoso delle procedure pattuite in uno stato di diritto, si può mettere a frutto quel grande valore pratico che scaturisce dal fatto di vivere insieme.
Italian “NON PRECLUSIONE, MA APERTURA AL SENSO RELIGIOSO”
Feb 20, 2009

Solo una laicità correttamente intesa “sembra realmente corrispondere alle esigenze attuali del bene comune, perché capovolge quelle tendenze che sembrano compiacersi di prosciugare le riserve di energia vitale e morale di cui vive ciascuno di noi, il nostro popolo e l’intero Occidente, senza darsi pensiero di come sostituirle”: lo ha affermato ieri sera a Genova il cardinale Camillo Ruini, presidente del comitato per il progetto culturale della Cei, in occasione dell'incontro dal titolo “Laicità e bene comune” che si è svolto in una cattedrale di San Lorenzo gremita, alla presenza dell'arcivescovo e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, del fondatore della comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, e del direttore de “Il Sole 24 Ore” Ferruccio De Bortoli. Nel suo intervento, il porporato ha affermato che percepire il “valore decisivo di queste riserve di energie è invece ciò che accomuna oggi molti cattolici e laici e che, a mio parere, indica un grande compito comune che ci attende”. Ruini ha poi rivendicato il diritto delle religioni ad esprimersi “sulle grandi problematiche etiche ed antropologiche”. “Sarebbe strano – ha affermato - che le grandi religioni non intervenissero al riguardo e non facessero udire la loro voce sulla scena pubblica”.
Per quanto riguarda il rapporto tra laicità e bene comune, ha spiegato ancora il card. Ruini, è necessaria una laicità “sana” e “positiva” che “congiunga all’autonomia delle attività umane e all’indipendenza dello Stato, non già la preclusione, ma l’apertura nei confronti delle fondamentali istanze etiche e del 'senso religioso' che portiamo dentro di noi”. Infatti, ha spiegato ancora Ruini, “quando è intesa come autonomia delle attività umane, che devono reggersi secondo norme loro proprie, e in particolare come indipendenza dello Stato dall’autorità ecclesiastica, la laicità è certamente richiesta dal bene comune, come del resto ha ampiamente mostrato la storia dell’Europa moderna”. “Diverso – ha continuato – è il discorso quando il concetto di laicità viene esteso ad escludere ogni riferimento delle attività umane, e in particolare delle leggi dello Stato e dell’intera sfera pubblica, a quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo, oltre che a quel 'senso religioso' nel quale si esprime la nostra costitutiva apertura alla trascendenza”. Questo è un errore, ha spiegato ancora il card. Ruini, perché “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che esso stesso non può garantire e tra questi sembrano svolgere un ruolo peculiare gli impulsi e i vincoli morali di cui la religione è la sorgente”.
German Kardinal mahnt Staat zum Lebensschutz
Feb 08, 2009

Rom (KNA) Die katholische Kirche in Italien hat den Staat erneut an seine Verpflichtung zum Schutz des Lebens seiner Bürger erinnert. Kardinal Camillo Ruini warnte am Samstag davor, die Ernährung der 38-jährigen Wachkomapatienten Eluana Englaro einzustellen. Das wäre unabhängig von den Intentionen der Befürworter dieses Schrittes objektiv «die Tötung eines Menschen», sagte der langjährige Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz in einem Interview der Tageszeitung «Corriere della Sera».

Den gescheiterten Vorstoß von Ministerpräsident Silvio Berlusconi, den Abbruch der künstlichen Ernährung von Englaro durch ein Eildekret zu untersagen, wollte Ruini nicht abschließend bewerten. Er kenne nicht dessen Wortlaut, aber «die Einwände, nach denen dieses Dekret ein Machtmissbrauch in den Beziehungen zwischen den Staatsgewalten wäre». Staatspräsident Giorgio Napolitano hatte am Freitag wegen verfassungsrechtlicher Bedenken seine Unterschrift unter Berlusconis Erlass verweigert.

Ruini sagte, Fälle von Machtmissbrauch habe es schon mehrfach in dieser Angelegenheit gegeben, «angefangen mit den Richtern, die ein Gesetz angewendet haben, das es noch nicht gibt». Der Kardinal bezog sich damit auf das vom obersten Berufungsgericht gedeckte Urteil, das die Einstellung der Ernährung auf der Basis eines nur angenommenen Patientenwillens erlaubt.

Konflikt zwischen Napolitano und der Regierung Berlusconi

Der Konflikt zwischen Regierung und Staatsoberhaupt ist unterdessen zum beherrschenden innenpolitischen Thema in Italien geworden. Nach der Weigerung Napolitanos kündigte Berlusconi an, binnen drei Tagen ein eigenes Gesetz zur Sterbehilfe durch die Instanzen bringen zu wollen. In einer nur zehnminütigen Sitzung verabschiedete sein Kabinett am Freitagabend einen Gesetzentwurf, der im Wesentlichen den Text des Dekrets enthält. Der Senat soll den Entwurf bereits am Montag behandeln.

Unterdessen traf am Samstagvormittag eine Kommission des Gesundheitsministers Maurizio Sacconi in Udine ein. Die drei Inspektoren sollen laut italienischen Medienberichten die Bedingungen im Pflegeheim «La Quiete» überprüfen, in dem Englaro seit wenigen Tagen untergebracht ist. Nach dem Plan der Ärzte soll die künstliche Ernährung der Frau bis zu diesem Sonntag schrittweise eingestellt werden. - Euluana Englaro liegt seit einem Verkehrsunfall 1992 im Koma. Ihr Vater drängt seit knapp zehn Jahren auf die Einstellung der künstlichen Ernährung.
Italian Intervento del Cardinal Ruini alla presentazione del libro di Marcello Pera
Dec 12, 2008
ROMA, sabato, 6 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questo giovedì a Roma dal Cardinale Camillo Ruini in occasione della presentazione del libro del senatore Marcello Pera “Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica”.

Il libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica è decisamente importante in sé ed è ancora più importante per la lettera inconsueta che Benedetto XVI ha scritto al suo Autore.

        Si può dire che è un libro a tesi, in senso positivo, in quanto sostiene una posizione dichiarata con chiarezza fin dall'inizio e poi argomentata attraverso tutte le pagine. Già nell'introduzione Marcello Pera scrive: "La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza". La conclusione di tutto il percorso, e anche di ciascuno dei tre capitoli in cui il libro si articola, è quindi che "dobbiamo dirci cristiani": una conclusione forte e in buona misura contro corrente, cosa di cui l'Autore è ben consapevole. Il libro si colloca pertanto dentro al grande dibattito riguardo al cristianesimo che attraversa da alcuni anni, con nuovo vigore, tutto l'Occidente. Un dibattito che si muove tra due poli: quello di coloro che vorrebbero espungere il cristianesimo dalla nostra cultura pubblica, o almeno ridimensionare la sua presenza, e quello di coloro che cercano invece di mantenere e rimotivare questa presenza, ritenendola oggi particolarmente necessaria e benefica.

        In questo contesto è estremamente significativa la lettera di Benedetto XVI. Una lettera inconsueta, come dicevo, ma per nulla isolata. Essa rientra infatti nella nutrita serie dei rapporti e delle convergenze tra Marcello Pera e il Cardinale Ratzinger, e poi il Papa Benedetto XVI. Il primo atto di questa serie sono le due conferenze che il Presidente Pera e il Cardinale Ratzinger hanno tenuto rispettivamente il 12 e il 13 maggio 2004 all'Università Lateranense e nella Sala del Capitolo del Senato. A queste due conferenze fece seguito lo scambio di due lettere di approfondimento e il tutto è stato pubblicato ancora nel 2004 da Mondadori in un libro dal titolo Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam: come si vede, sono almeno in buona parte i temi del libro che presentiamo questa sera e della lettera del Papa. Poi Benedetto XVI affidò a Marcello Pera l'introduzione al suo libro L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, uscito nel maggio 2005 presso l'Editore Cantagalli, che raccoglieva alcuni suoi interventi da Cardinale, tra cui l'ultimo pronunciato a Subiaco il 1° aprile 2005, il giorno precedente alla morte di Giovanni Paolo II, nel quale era contenuto l'invito, rivolto agli amici non credenti, a cercare comunque di vivere e indirizzare la propria vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. E il Presidente Pera intitolava la sua introduzione "Una proposta da accettare". Ancora, il 15 ottobre 2005, in occasione di un convegno della Fondazione Magna Carta su libertà e laicità, Benedetto XVI inviò al Presidente Pera una lettera assai significativa nella quale proponeva una laicità "sana" e "positiva". Nella lettera pubblicata nel libro che presentiamo questa sera il Papa non solo manifesta grande apprezzamento e consenso per il libro stesso, ma prende a sua volta posizione, con affermazioni brevi ma puntuali e pregnanti, sulle principali questioni che esso affronta. Ritornerò dunque sulle parole del Pontefice esaminando ciascuna delle questioni stesse. Per ora osservo soltanto che queste parole esprimono non solo una simpatia personale ma una sintonia profonda sui contenuti e gli orientamenti.

        Prima di entrare nel merito degli argomenti aggiungo una parola sull'indole di questo libro: è il lavoro di uno studioso che maneggia con grande padronanza gli strumenti analitici ai quali si è formato negli anni della ricerca e dell'insegnamento, soprattutto nel campo della filosofia delle scienze. E' pertanto un testo rigoroso ed organico. Ma è anche un libro - come dice l'Autore stesso - scritto per farsi capire dal pubblico più ampio possibile, che in alcune pagine può richiedere un piccolo sforzo filosofico, ma comunque entro limiti accettabili per il normale lettore. Un libro dunque che congiunge il rigore argomentativo con la passione personale e l'immediatezza del linguaggio.

        Questo libro è denso di riferimenti e ricco di approfondimenti, ma la sua struttura è sostanzialmente semplice e si ripete nei tre capitoli, dedicati rispettivamente al liberalismo, all'Europa e all'etica. Perciò è possibile presentare questi capitoli unitariamente, mettendo in luce lo schema argomentativo che hanno in comune. Si parte dalla situazione attuale e in concreto dalla sua problematicità, dalle aporie e dalle debolezze che si riscontrano sia nella teoria e prassi del liberalismo sia nel processo di unificazione dell'Europa sia nell'etica pubblica. Poi si individuano le ragioni di queste difficoltà, che vengono ricondotte in ciascuno dei capitoli al divorzio dal cristianesimo. Anche qui l'Autore procede non in maniera astratta ma tratteggiando con cura la parabola storica di questo allontanamento: all'inizio del percorso si riscontra in ciascuno dei casi un rapporto forte e profondo con il cristianesimo, che poi si allenta progressivamente, con la tendenza ad estinguersi o anche a rivolgersi nel suo contrario, trasformandosi in ostilità e insofferenza. Una terza tappa dell'argomentazione consiste nel mostrare che quella parabola non era motivata da ragioni necessarie, perché intrinseche al suo punto di partenza, ma al contrario rappresenta piuttosto una deviazione rispetto alle premesse. Da ultimo vengono addotte le motivazioni per le quali conviene, anzi è doveroso - secondo la formula "dobbiamo dirci cristiani" - riconoscere e ristabilire concretamente il legame del liberalismo, dell'Europa e della sua unità e dell'etica, compresa in particolare l'etica pubblica, con il cristianesimo. Queste motivazioni sono di ordine sia pratico sia anche teoretico e il legame che intendono giustificare non è accidentale ma intrinseco.

        L'Autore dedica giustamente molta attenzione a precisare più concretamente la natura di tale legame e quindi il senso nel quale dobbiamo dirci cristiani se intendiamo essere autenticamente liberali, se vogliamo che giunga a compimento il processo dell'unificazione europea, se desideriamo invertire la tendenza alla deriva dell'etica. Centrale è qui la distinzione tra "cristiani per fede" e "cristiani per cultura". Ai fini predetti, occorre essere cristiani per cultura, mentre non è e non può essere necessario essere cristiani per fede: quest'ultima è una scelta che appartiene alla vita personale di ciascuno di noi, al mistero del nostro rapporto con Dio. Non basta tuttavia, secondo Marcello Pera, trincerarsi nel solo "cristiani per cultura": è necessario superare un razionalismo chiuso e aprirsi all'ampiezza dell'esperienza umana, non amputandola della presenza nella nostra vita del senso del divino, del mistero, del sacro e dell'infinito. E' necessario dunque essere aperti al "salto" della fede, senza per questo esigere in alcun modo che esso sia effettivamente compiuto. L'Autore si riferisce a questo riguardo non solo a Pascal ma anche al Kant della Critica della ragion pratica, per il quale "è moralmente necessario ammettere l'esistenza di Dio" e vivere veluti si Deus daretur. Infatti, sempre secondo Kant, "la speranza comincia soltanto con la religione", e Marcello Pera aggiunge che ciò vale non solo per la speranza ma anche per la nostra vita politica: le leggi non bastano, occorrono virtù adeguate e a tal fine la religione cristiana deve essere anche un sentimento, che si traduce in un costume civile. Così l'Autore ripropone, con proprie motivazioni e dal proprio punto di vista, il veluti si Deus daretur di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.

        All'interno di questo quadro generale il percorso di ciascuno dei tre capitoli è naturalmente differenziato in rapporto ai temi trattati. Non essendo possibile qui seguire la trama dei singoli sviluppi mi limiterò ad alcuni punti nodali che mi sembrano più rilevanti. Il primo, che l'Autore affronta espressamente solo nel terzo capitolo ma che gioca un ruolo essenziale in tutto l'impianto del libro, riguarda il rapporto tra liberalismo e relativismo. La posizione di Pera è netta: "se il relativismo è corretto, il liberalismo sbaglia con la sua pretesa di validità universale, con i suoi diritti di tutta l'umanità, con la sua idea di produrre un regime migliore degli altri". Perciò il relativismo è incompatibile con il liberalismo, e a maggior ragione con il cristianesimo il cui Fondatore ha detto: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14,6). Viene rovesciata così la tesi diffusa che un atteggiamento relativistico sia invece indispensabile per la realizzazione di una società libera.

        Un po' ovunque nel libro si mette in evidenza come il liberalismo autentico ed originario - quello dei "Padri", individuati principalmente in John Locke, Thomas Jefferson ed Immanuel Kant - sia la dottrina dei diritti fondamentali dell'uomo in quanto uomo - i diritti oggi riconosciuti dalle carte internazionali - che precedono come tali ogni decisione positiva degli Stati e si fondano su una concezione etica dell'uomo ritenuta vera e trans-culturale. Sempre in riferimento ai "Padri", l'Autore sottolinea la matrice teista e cristiana di tali diritti, iscritti nella nostra natura dal Creatore: per questo, come afferma la Dichiarazione di indipendenza americana, "tutti gli uomini sono creati uguali,... dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili". Così, mentre da una parte si conferma l'incompatibilità del liberalismo con il relativismo, dall'altra emerge il suo "nesso non estrinseco", storico e concettuale, con il cristianesimo.

        Un pregio del libro è l'aver sottoposto ad un esame approfondito le posizioni e le motivazioni di alcuni principali teorici del liberalismo che non condividono questa tesi, tra i quali anzitutto John Rawls e Jürgen Habermas (quest'ultimo non un liberale in senso stretto). Essi sostengono l'autosufficienza del liberalismo politico, nel senso che esso non si basa su alcuna lettura "pre-politica" - etica, metafisica o religiosa che sia - e anche che esso distingue e separa la sfera pubblica, non religiosa, dalle sfere private, religiose o di altro tipo: anche se poi questa separazione dagli stessi autori - soprattutto da Habermas - è in buona misura attenuata e corretta, con il risultato però di rendere le loro posizioni alquanto incerte e anche non troppo coerenti. Marcello Pera mostra come questa autosufficienza del liberalismo sia soltanto apparente, mentre in realtà esso presuppone il riconoscimento dell'altro come persona e come fine in se stesso.

        Assai diversa è la posizione di Benedetto Croce: specialmente nel celebre saggio Perché non possiamo non dirci cristiani, egli fa un grandissimo e commosso elogio del cristianesimo, come la più grande, e tuttora decisiva, rivoluzione che l'umanità abbia compiuto. Il suo liberalismo però non è una dottrina giuridico-politica, ma "una concezione totale del mondo e della realtà": in concreto la libertà è lo Spirito nella storia, mentre "lo svolgimento dello Spirito" è il cammino stesso della libertà. In questa concezione immanentista la rivoluzione cristiana può essere solo un momento dello svolgimento dello Spirito, destinato a riassorbirsi nell'immanenza dello Spirito stesso. Perciò, mentre il filosofo idealista vede nell'uomo religioso il suo "fratello minore, il suo se stesso di un momento prima", quest'ultimo non può non vedere nel filosofo "il suo avversario, anzi il suo nemico mortale". Pera conclude che in questo modo Benedetto Croce - sia pure controvoglia - finisce con il dare una giustificazione filosofica, e non solo contingente come è ad esempio l'anticlericalismo, alla "equazione laica" che vuole identificare l'autentico liberalismo con il superamento della religione e con il laicismo.

        Alla luce di tutto questo suonano molte precise e impegnative le parole della lettera di Benedetto XVI: "Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l'essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all'essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell'immagine cristiana di Dio... Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento".

        A questo punto è possibile dar conto più rapidamente di altre tesi qualificanti di questo libro. In particolare di quella riguardante il multiculturalismo, che l'Autore esamina giustamente subito dopo aver parlato del relativismo, con il quale il multiculturalismo ha un legame profondo. Non si tratta semplicemente del dato di fatto che le società moderne sono complesse e contengono al loro interno minoranze, comunità, gruppi di varie etnie e culture. Specifica e decisiva dell'approccio multiculturale è la convinzione che non possano esistere criteri per valutare se una cultura sia migliore o peggiore di un'altra: ogni forma di cultura avrebbe infatti caratteristiche proprie e irriducibili e meriterebbe il medesimo rispetto delle altre. Marcello Pera riconosce senz'altro il contributo delle culture alla formazione dell'identità delle persone e alla stessa vita di una società libera, a condizione però che siano rispettati, e prevalgano su ogni differenza culturale, i diritti fondamentali e naturali delle persone. Proprio qui il multiculturalismo mostra il proprio limite, perché la sua logica interna lo conduce a misconoscere il carattere universale e inalienabile di tali diritti. Le sue conseguenze pratiche sono a loro volta spesso incresciose: esso rende la più ampia società insicura di sé e può condurla a ripudiare la propria identità sia culturale sia religiosa, e d'altro canto non facilità ma ostacola una effettiva integrazione degli immigrati. Anche a questo riguardo la lettera di Benedetto XVI contiene parole inequivocabili: "Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi... della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale".

        Con le grandi domande sul liberalismo, sul relativismo e sul multiculturalismo si connette la questione dell'Europa e della sua identità e unità, in rapporto al ruolo che ha avuto ed ha in Europa il cristianesimo. A questa questione è dedicato tutto il secondo capitolo del libro, ma qui possiamo limitarci al punto centrale: Marcello Pera individua la ragione chiave delle persistenti difficoltà del processo di unificazione dell'Europa, e in particolare dei fallimenti registrati a proposito della "Carta europea", nel rifiuto di riconoscere adeguatamente il ruolo svolto dal cristianesimo per la formazione dell'Europa e della sua identità e anche per la costruzione dello Stato liberale: è vero infatti che le tradizioni dell'Europa sono composite e che nell'arco dei secoli è avvenuta un'ampia mescolanza di culture, ma l'anima dell'Europa è il cristianesimo, che ha articolato, fuso e portato ad unità queste diverse culture e tradizioni, componendole in un quadro che ha fatto dell'Europa il "continente cristiano". E tuttora il cristianesimo, come ha riconosciuto Habermas, è la sorgente a cui si alimenta quella che lo stesso Habermas definisce "l'autocomprensione normativa della modernità", senza che siano disponibili a tutt'oggi opzioni alternative. Non riconoscere questo dato decisivo, e voler fondare invece l'unità europea soltanto su di un astratto "patriottismo costituzionale", come sembra proporre Habermas, lascia l'Europa senza una precisa identità e senza un principio realmente unificante, oltre a dividere l'Occidente allontanando l'Europa dall'America. Per questi motivi l'Autore conclude senza esitazioni: "l'Europa deve dirsi cristiana", incontrando di nuovo il forte consenso di Benedetto XVI che gli scrive: "Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l'Europa e una Costituzione europea in cui l'Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità".

        In rapporto al problema del fondamentalismo religioso, e in particolare del fondamentalismo islamico, il libro entra anche nella tematica del dialogo interreligioso, al quale la Chiesa ha invitato i cattolici fin dalla Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II. Marcello Pera afferma nettamente che un tale dialogo, "in senso tecnico e stretto" non può esistere, perché presuppone che gli interlocutori siano disponibili alla revisione e anche al rifiuto delle verità con cui iniziano lo scambio dialettico, mentre le religioni, e specialmente le religioni monoteiste e rivelate, hanno ciascuna la propria verità e i propri criteri per accertarla. Perciò, richiamandosi all'invito al "dialogo delle culture" con cui Benedetto XVI concludeva la sua celebre lezione di Regensburg, propone che tra le religioni si instauri questa seconda forma di dialogo, che riguarda non il nucleo dogmatico ma le conseguenze culturali - in particolare di tipo etico - delle diverse religioni, ossia i diritti attribuiti o negati all'uomo, i costumi sociali consentiti o proibiti, le forme di relazioni interpersonali ammesse o censurate, gli istituti politici raccomandati o vietati. Questo dialogo interculturale tra le religioni può essere dialogo in senso stretto e può condurre gli interlocutori a rivedere le proprie posizioni iniziali, correggerle, integrarle e anche rifiutarle, senza che ciò implichi necessariamente una messa in discussione del proprio nucleo dogmatico. Il patrimonio morale dell'umanità, inalienabile e non negoziabile, rappresenta secondo Pera il grande terreno comune di questo dialogo.

        Su questa problematica indubbiamente delicata Benedetto XVI, nella sua lettera, si sofferma un poco più a lungo, prendendo ancora una volta una posizione netta e consonante. Egli scrive: "Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale. Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile... senza mettere tra parentesi la propria fede". Urge invece "tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo". Occorre pertanto affrontare tali conseguenze "nel confronto pubblico... Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari". Il Portavoce della Sala Stampa vaticana, Padre Federico Lombardi, ha osservato a giustissimo titolo che Benedetto XVI è personalmente assai impegnato nel dialogo tra le religioni, come mostrano tra l'altro le sue visite alle sinagoghe e ad una moschea. Rimane vero al tempo stesso che le parole da lui scritte al Presidente Pera rappresentano un chiarimento importante, e a mio avviso prezioso, circa la natura e le finalità di questo dialogo, nella linea che il Cardinale Ratzinger e poi Benedetto XVI aveva già più volte indicato e che ha un suo fondamentale aggancio nella Dichiarazione Dominus Iesus pubblicata nel 2000 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Ugualmente indispensabile, anche al fine di una corretta interpretazione dei vari documenti ecclesiastici, è tener conto del senso più preciso e più stretto, o invece più ampio e comprensivo, che assume via via la parola "dialogo".

        Un ultimo punto a cui vorrei accennare è quello della "parabola dell'etica liberale", di cui si parla verso la fine del libro. Prendendo come riferimento dapprima Kant, poi John Stuart Mill e infine le interpretazioni del liberalismo attualmente prevalenti, Marcello Pera traccia la parabola seguente: con Kant la legge morale è la legge (cristiana) dell'imperativo categorico, con cui la ragione universale comanda, in modo altrettanto universale, la volontà. Questa legge impone il rispetto della persona. Con Stuart Mill la legge morale è la legge (utilitaristica) che comanda come buone l'azione o la regola a cui segue il massimo di utilità per tutti. Tale legge impone il rispetto della libertà. Per le correnti oggi prevalenti non esiste alcuna legge morale universale, né religiosa né laica, e - limitatamente al mondo liberale, in concreto occidentale - vale il rispetto delle libere scelte di valore degli individui. Siamo dunque passati dall'universalità alla relatività e dalla persona al soggetto che è unica norma a se stesso. L'Autore ne trae la conseguenza che anche qui ci troviamo di fronte a quel bivio del liberalismo, tra cristianesimo e laicismo, che egli aveva già indicato all'inizio del suo libro. A questo punto il bivio si può articolare così: o il liberalismo si sposa con una concreta dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, e allora esso ha qualcosa da offrire alla crisi morale contemporanea, o invece il liberalismo si professa autosufficiente, "neutrale" o "laico", e allora diventa un moltiplicatore della crisi stessa. Anche qui Benedetto XVI mostra il suo interesse e il suo accordo, scrivendo: "Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi".

        A chi mi chiedesse un giudizio personale su questo libro potrei rispondere semplicemente rimandando alla lettera di Benedetto XVI, dato che ne condivido i contenuti, non solo perché è scritta dal Papa, ma perché questi sono anche i convincimenti che ho maturato con crescente chiarezza. Preferisco però aggiungere brevemente qualcosa di mio, anzitutto riguardo alla lettera del Papa. Delle cinque prese di posizione in cui essa si articola, soltanto quella riguardante il rapporto tra Europa e cristianesimo può considerarsi la riaffermazione di una linea ben nota della Chiesa e dei Pontefici, sebbene anche qui suoni nuovo il parlare, da parte di un Pontefice, del fondamento cristiano-liberale dell'Europa. Le altre quattro prese di posizione, sul radicamento del liberalismo nell'immagine cristiana di Dio, sulla multiculturalità, sul dialogo interculturale piuttosto che interreligioso e infine sul rapporto tra il liberalismo e la dottrina cristiana del bene, si collocano certamente ben dentro alla linea di pensiero che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ha espresso ed approfondito in tante occasioni, ma costituiscono pur sempre, sia per i loro contenuti sia per il vigore e la nettezza con cui sono formulate, degli sviluppi o chiarimenti assai significativi che contribuiranno non poco al dibattito in corso sui rapporti tra il cristianesimo e il mondo contemporaneo.

        Quanto all'Autore di questo libro, oltre ad esprimergli personale gratitudine per la forte e fortemente argomentata affermazione dell'importanza di dirsi cristiani oggi, vorrei pormi in dialogo con gli interrogativi che egli solleva nelle ultime pagine, per dire che l'invito di Benedetto XVI ad "allargare i confini della ragione" è certamente - come egli osserva - un appello, piuttosto che una soluzione già teoreticamente disponibile, e che in ogni caso quella di essere cristiani, o almeno di comportarsi da cristiani, rimane una scelta libera, ma proprio per questo è necessaria e urgente quella sincera e crescente collaborazione tra cattolici e laici che Benedetto XVI ha più volte auspicato e di cui questo libro, insieme alla lettera del Papa, è un ottimo esempio.
Italian Ruini: "Decisione tragicamente sbagliata"
Nov 18, 2008
Il cardinale: " C’è il rischio che scelte come questa spingano verso una concezione dell’uomo considerato come un oggetto”

Roma, 16 novembre 2008 - La sentenza della corte di Cassazione su Eluana Englaro rappresenta “una decisione tragicamente sbagliata, alla base della quale c’è un grande equivoco: guardare all’Eluana di oggi come se fosse quella di ieri, invece alla luce di quel che è oggi, Eluana ha esigenze molto modeste, ha bisogno di un po’ di cibo e di un po’ di acqua”: così il cardinale Camillo Ruini, intervenuto questa mattina alla trasmissione ‘A Sua Immagine’ in onda su ‘RaiUno’.



Il porporato, ex presidente dei vescovi italiani, ha espresso preoccupazione “certamente per la sorte concreta di Eluana ma potenzialmente anche per chi è nelle stesse condizioni. C’è il rischio - ha aggiunto - che decisioni come questa spingano verso una concezione dell’uomo considerato come un oggetto”.



Il cardinale Ruini, che al momento è presidente del Comitato per il progetto culturale promosso dalla Chiesa Italiana, ha anche confidato di aver appreso della decisione su Eluana, “con grande tristezza e un certo smarrimento. Non pensavo - ha spiegato - che si potesse ripetere in Italia un caso come quello di Terry Schiavo. I mie sentimenti - ha rivelato - ricalcano quelli delle suore che l’hanno accudita e che oggi chiedono: ‘la lascino a noi che la sentiamo viva. Sentono e capiscono che lei è viva”.



L’atteggiamento della Chiesa, ha concluso, “non poteva essere diverso. Da sempre esistono case della carità che accolgono persone che non hanno uso della ragione. Vengono assistite. A loro modo sono contente. La Chiesa non rinuncerà mai a fare questo, né a pregare per loro né, infine, al suo impegno culturale e pubblico, affinché l’uomo capisca di essere soggetto e non soltanto oggetto”.



”Io vengo da Reggio Emilia - aggiunge il cardinale -, dove da molti anni c’è una congregazione di suore che ha costruito delle case della carità dove vengono accolte tante persone che magari non sono nello stato vegetativo di Eluana, però non hanno assolutamente l’uso della ragione, sono microcefali o altre situazioni, e tutte queste persone vengono assistite e io che ho visitato spesso queste case, so che, a loro modo, queste persone sono contente.



Ecco - prosegue l’ex presidente della Cei in un’intervista su ‘RaiUno’ - la Chiesa non rinuncerà mai a fare questo e a pregare per queste persone. Ma anche la Chiesa non potrà rinunciare al suo impegno culturale e pubblico, perché la gente capisca tutto questo e perché la cultura e leggi ne tengano conto. Non potrà rinunciare far sì che l’uomo capisca di essere persona, di essere soggetto e non soltanto oggetto”.
Italian Il Cardinal Ruini e l'ambasciatrice statunitense dibattono su religione e libertà
Nov 09, 2008
Chiedono un modello positivo di Stato laico basato sulla libertà

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 4 novembre 2008 (ZENIT.org).- Una retta visione della laicità, rapporto tra Chiesa e Stato in cui prevalga la libertà e non l'imposizione, è stata il tema di un dibattito tra l'ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, e il Cardinale Camillo Ruini, vicario emerito per la Diocesi di Roma.

La conferenza, sul tema "La religione e la libertà: Stati Uniti ed Europa", si è svolta il 28 ottobre a Roma.

Un retto rapporto Chiesa-Stato

Nel suo intervento, pronunciato al Centro di orientamento politico Gaetano Rebecchini, l'ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana ha citato l'esempio della Francia, il cui Stato, fin dall'Illuminismo, ha sperimentato la tendenza ad essere "ostile alla Chiesa e anche, non di rado, chiuso alla trascendenza".

Questa visione, ha aggiunto, fa sì che in Europa si guardi alla Chiesa come a un'istituzione che toglie libertà ai credenti.

Al contrario, negli Stati Uniti "è stata costruita in gran parte da gruppi di cristiani protestanti che erano fuggiti dal sistema di Chiese di Stato vigente in Europa e che formavano libere comunità di credenti".

Si tratta dunque di un modello, perché "è essenziale non essere Chiese dello Stato ma fondarsi sulla libera unione delle persone".

Il porporato ha difeso la separazione tra Chiesa e Stato "reclamata dalla religione" come qualcosa di diverso dalla separazione "ostile" imposta dalla Rivoluzione Francese e dai sistemi statali che ad essa sono seguiti.

Il senso positivo dello Stato laico

Da parte sua, l'ambasciatrice Glendon ha citato le parole del pensatore francese Alexis de Tocqueville, che diceva che "tutti quelli che amano la libertà dovrebbero affrettarsi a chiamare la religione in loro aiuto. Poiché dovrebbero sapere che non si può stabilire il regno della libertà senza quello dei buoni costumi, né creare buoni costumi senza la fede".

L'ambasciatrice ha spiegato in questo modo che un concetto positivo di laicità "non solamente permette la coesistenza pacifica tra molte religioni, ma permette loro anche di prosperare".

Nel suo viaggio negli Stati Uniti, ha ricordato, Papa Benedetto XVI ha trovato "affascinante" il fatto che i fondatori del Paese avessero creato uno Stato laico "non perché erano ostili alla religione", ma "per amore della religione nella sua autenticità che può essere vissuta solo liberamente".

Nel corso della sua visita, il Pontefice ha affermato che negli Stati Uniti "la dimensione religiosa, nella diversità delle sue espressioni, è non soltanto tollerata, ma apprezzata come l'anima della nazione e come una garanzia fondamentale dei diritti e doveri umani".

La Glendon si è anche riferita al modello su cui è stata costruita la società statunitense, in cui "la maggioranza della popolazione era dispersa tra molte forme di protestantesimo" e si è profilato un sistema volto ad affrontare questa diversità.

Allo stesso tempo, ha denunciato, con il passare del tempo la Corte Suprema del Paese ha trasformato il concetto di laicismo.

Come esempio, ha citato la sentenza di questo organismo nel 1962, con cui si proibiva che le lezioni nelle scuole pubbliche iniziassero con una preghiera.

Questo concetto di laicità differente "voleva eliminare quasi tutte le vestigia di religiosità dalle istituzioni pubbliche in America".

Al fenomeno, ha riconosciuto, si somma il cambiamento sociale di questo decennio, che apre la strada al relativismo morale.

"La preservazione della società libera può dipendere - paradossalmente - dalla protezione di certe istituzioni che non sono organizzate sui principi liberali, cioè, famiglie, scuole, chiese, e tutti gli altri corpi intermediari della società civile", ha concluso.
Spanish El Papa da a conocer de manera brillante la Palabra de Dios a todos, dice Card. Ruini
Nov 06, 2008

ROMA, 05 Nov. 08 / 03:10 pm (ACI).- Al presentar hoy en Roma el libro "Homilías: El Año Litúrgico narrado por Joseph Ratzinger, Papa" en la Sala del Cenáculo en el Palacio Valdina, el Cardenal Camillo Ruini, Vicario Emérito del Santo Padre para la Diócesis de Roma, destacó que Benedicto XVI dispensa de manera brillante y "de modo comprensible a todos el pan de la Palabra de Dios y el misterio de nuestra salvación".

Según informa L'Osservatore Romano (LOR), el también ex Presidente de la Conferencia Episcopal Italiana (CEI) explicó primeramente que "para la vida y misión de la Iglesia y para el futuro de la fe, es absolutamente necesario superar el dualismo entre exégesis y teología", algo precisado por el Papa en el reciente Sínodo de los Obispos.

Seguidamente, el Cardenal Ruini destacó el carácter "esencialmente bíblico, patrístico, litúrgico e histórico" de la teología del Santo Padre, que lo han convertido "en un extraordinario predicador de homilías y un extraordinario catequista que, con la simplicidad y sustancia de su palabra, dispensa de modo comprensible a todos el pan de la Palabra de Dios y el misterio de nuestra salvación".

Asimismo, añade, Benedicto XVI no deja "encerradas en el pasado" las Escrituras, sino que "elabora y hace vivir el gran patrimonio de la fe bíblica y eclesial en un intercambio fecundo con las grandes problemáticas del tiempo que estamos viviendo, de los que entiende en profundidad el sentido, los orígenes y sus dinamismos".

"Por esto –prosigue– sus homilías, como sus trabajos teológicos y sus intervenciones magisteriales, nos interpelan y nos comprometen como luz y alimento para el camino actual de nuestra vida".

Concretamente, explica el Cardenal Ruini, estas homilías del Papa que serán de gran ayuda para los sacerdotes y que están "reunidas en este ágil volumen, muestran como los textos de las lecturas bíblicas de las celebraciones singulares pueden ser comprendidas en todo su significado pleno y auténtico, histórico y teológico, dado que es parte integrante de la acción litúrgica, y cómo a partir de su plenitud pueden vivir en el presente y hablarnos a nosotros".

Por su parte, el vaticanista Sandro Magister escribe también en LOR que "las homilías son lo más genuino que sale de la mente del Papa Benedicto. Las escribe casi íntegramente de su puño, y a veces improvisa. Pero sobre todo imprime en ellas aquel trato inconfundible que distingue a las homilías de cualquier otro momento de su magisterio: su ser parte de la acción litúrgica, es decir que las hace a ellas mismas liturgia".

Tras recordar que en la homilía del 29 de junio de este año, Benedicto XVI hizo suya la expresión de San Pablo de "servir como liturgo de Jesucristo para las gentes", Magister precisó que para el Papa "la Misa no es un simple rito oficiado por la Iglesia. Es la Iglesia misma, habitada por el Dios trino. Es imagen y realidad e la totalidad de la aventura cristiana", por la que muchos mártires en los primeros siglos entregaron sus vidas.

"En este libro y por primera vez se ha reunido un ciclo de homilías de Benedicto XVI que contienen las del año litúrgico iniciado con el primer domingo de Adviento de 2007, o mejor, con las vísperas de la vigilia de este domingo", continúa Magister y resalta que "al leer de modo continuo las homilías de Benedicto XVI se diseña el arco del año litúrgico, y por lo tanto del misterio cristiano, con una nitidez ejemplar".
Spanish El cardenal Ruini y la embajadora estadounidense debaten sobre laicidad
Nov 06, 2008
Ambos abogan por un modelo positivo de estado laico fundado en la libertad

CIUDAD DEL VATICANO, martes, 4 noviembre 2008 (ZENIT.org).- Una recta visión de la laicidad, relación entre Iglesia y el Estado en la que prime la libertad y no la imposición, ha sido el tema de un debate entre la embajadora de Estados Unidos ante la Santa Sede, Mary Ann Glendon, y el cardenal Camillo Ruini, vicario emérito de la diócesis de Roma.

La conferencia, celebrada en la Ciudad Eterna con el título "La religión y la libertad, Estados Unidos y Europa" tuvo lugar el 28 de octubre.

Una recta relación Iglesia-Estado

En su ponencia, pronunciada en el Centro de orientación política  Gaetano Rebecchini, el antiguo presidente de la Conferencia Episcopal Italiana comenzó citando el ejemplo de Francia cuyo estado, desde la Ilustración ha experimentado la tendencia a ser "hostil a la Iglesia y a la trascendencia."

Esta visión, añadió, hace que en Europa se mire a la Iglesia como una institución que quita libertad a sus creyentes.

Por el contrario, constató, Estados Unidos "se construyó, en gran parte por grupos de cristianos protestantes que habían huido del sistema de Iglesias de Estado vigente en Europa y formaron la Ilustración comunidades libres de creyentes".

Se trata de un modelo, añadió, pues "es esencial no ser Iglesias del Estado sino fundarse sobre la unión libre de las personas".

El purpurado defendió la separación entre Iglesia y Estado "que reclama la religión" como algo diferente a la separación "hostil" impuesta por la revolución francesa y los sistemas estatales que la han seguido.

El sentido positivo del Estado laico

Por su parte la embajadora de Estados Unidos ante la Santa Sede, Mary Ann Glendon, comenzó su ponencia citando las palabras del pensador francés Alexis de Tocqueville quien decía que "todos los que aman la libertad deberían apurarse a llamar la religión en su ayuda", porque "deberían saber que no se puede establecer el reino de la libertad sin las buenas costumbres ni crear buenas costumbres sin la fe".

La embajadora explicó de este modo que un concepto positivo de laicidad "no sólo permite la coexistencia pacífica entre muchas religiones sino que les permite también prosperar".

Destacó cómo durante su viaje a Estados Unidos el Papa Benedicto XVI encontró "fascinante" el hecho de que los fundadores de este país hubieran creado un estado laico "no porque fueran hostiles a la religión sino por amor de la religión en su autenticidad que sólo puede vivirse libremente"

La embajadora citó las palabras del Papa quien dijo que en Estados Unidos "la dimensión religiosa, en la diversidad de sus expresiones no es sólo tolerada sino también apreciada como el alma de la nación o como una garantía fundamental de derechos y deberes humanos"

Glendon se refirió también al modelo sobre el cual fue construida la sociedad estadounidense, en la que "la mayoría de la población estaba dispersa entre muchas formas de protestantismo", y en la que se perfiló un sistema orientado a afrontar esta diversidad.

Al mismo tiempo, denunció, con el pasar del tiempo la Corte Suprema de ese país ha transformado el concepto de laicismo.

Como ejemplo citó la sentencia de ese organismo en 1962 con la que prohibía que se iniciaran las clases en las escuelas públicas con una oración.

Este concepto de laicidad diferente "quería eliminar casi todos los vestigios de religiosidad de las instituciones públicas de Estados Unidos".

A este fenómeno, reconoció, se le suma el cambio social de esta década que da paso al relativismo moral.

La embajadora concluyó su ponencia subrayando que "la preservación de la sociedad libre puede depender, paradójicamente, de la protección de ciertas instituciones que no son organizadas sobre principios liberales, como la familia, las escuelas, las iglesias y todos los otros cuerpos intermediarios de la sociedad civil".
English Cardinal Ruini reflects on Pope John Paul’s legacy
Oct 30, 2008

Thirty years after the election of Pope John Paul II, Cardinal Camillo Ruini, vicar-general emeritus of Rome and former head of the Italian bishops’ conference, reflected upon the Pontiff’s legacy. ‘The pontificate of John Paul II was of great significance,’ Cardinal Ruini said in an interview with a Polish Catholic weekly. ‘We all remember his contribution to the fall of the Iron Curtain. However, I think that the most important thing is what the Pope did to rebuild confidence in the Church and her mission, for restoring dignity and struggling for the rights of the poor nations as well as unborn children. The key to understand his pontificate is the relationship between John Paul II and God, which exerted influence on his pastoral activities and historical events. The Holy Father was deeply convinced that secularization was not an inevitable and irreversible fact-- the world and history will not necessarily go away from God.’

Cardinal Ruini also criticized the European Union for an insufficient respect for the principle of subsidiarity. ‘The European Union too often tries to appropriate the competences of nations-- this is a serious threat. If we want to build Europe well we must do it on the basis of subsidiarity. And this means that Europe should only deal with what the nations cannot do better themselves. Imposing ‘European’ standards concerning social and family life is a wrong idea. It is obvious that the lifestyle and mentality of Poles, Spaniards, or Scandinavians are very different and ignoring these differences only leads to unnecessary tensions.’
Italian Religione e società civile nel mondo contemporaneo
Oct 28, 2008
Stati Uniti ed Europa due libertà a confronto

Nel pomeriggio del 28 ottobre a Roma presso il Centro di orientamento politico Gaetano Rebecchini si svolge il convegno "La religione e la libertà:  Stati Uniti ed Europa". Pubblichiamo ampi stralci degli interventi del cardinale vicario emerito della diocesi di Roma e dell'ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede.

Tema del nostro convegno sono i rapporti tra religione e libertà, come si sono diversamente configurati negli Stati Uniti d'America e in Europa. Prima di prendere in esame queste differenze, sembra giusto ricordare alcuni grandi elementi comuni, solo all'interno dei quali trovano il loro senso anche le differenze. Sul versante della religione l'elemento comune e decisivo è che fondamentalmente si tratta sempre della medesima religione, il cristianesimo. Sul versante della libertà vi è anche almeno un decisivo elemento comune:  sia negli Stati Uniti che in Europa si è sviluppata quella che possiamo chiamare una grande "storia della libertà".
In Europa la rivendicazione della libertà, per affermarsi storicamente, ha avuto bisogno di contrapporsi a valori e istanze che di fatto ostacolavano il suo cammino e sembravano non compatibili con essa. Tra queste in primo luogo le preesistenti strutture veritative, etiche, giuridiche, politiche, in quanto intese come valide indipendentemente ed antecedentemente rispetto alle nostre scelte, e in ultima analisi Dio stesso, in quanto riconosciuto come supremo garante di tali strutture.
Perciò, soprattutto in Francia, l'illuminismo e la Rivoluzione del 1989 hanno assunto un volto ostile alla Chiesa e anche, non di rado, chiuso alla trascendenza. A sua volta la Chiesa stessa ha faticato e tardato a lungo nel distinguere tra le istanze anti-cristiane, a cui evidentemente non poteva non opporsi, e la rivendicazione della libertà sociale e politica, che invece avrebbe potuto e dovuto essere accolta positivamente.
Ne è nato così, nei paesi latini, tra la fine del XVIii secolo e l'inizio del xix, quello che l'allora cardinale Ratzinger ha chiamato "un nuovo scisma", tra cattolici e "laici", dove la stessa parola "laico" assumeva un significato di opposizione alla religione che prima non aveva. Nasceva pertanto lo "Stato secolare", che abbandona e mette da parte la garanzia e la legittimazione divina dell'ordine politico e riduce Dio a questione privata (cfr. Marcello Pera-Joseph Ratzinger, Senza radici, Milano, Mondadori, 2004).
Qualcosa di analogo non è accaduto invece nel protestantesimo, che fin dall'inizio ha concepito se stesso come un movimento di emancipazione, liberazione e purificazione, e che quindi ha sviluppato facilmente un rapporto di parentela con l'illuminismo, con il rischio però, in parte tradottosi in atto, di svuotare dall'interno la verità cristiana e di ridursi a un dato di cultura, piuttosto che di fede in senso autentico. Ad ogni modo, per concrete ragioni storiche in Europa le chiese nate dalla Riforma si sono costituite come chiese di stato, avvicinandosi sotto questo profilo alla tradizione bizantina e poi ortodossa, nella quale, a differenza che nel cattolicesimo, impero e Chiesa appaiono quasi identificati l'uno con l'altra e l'imperatore è capo anche della Chiesa.
Nell'Europa del Settecento e dell'Ottocento non esisteva nulla di analogo a quel tipo di rapporti che si è affermato negli Stati Uniti d'America e che anzi è stato determinante nella stessa formazione della società nordamericana. Quest'ultima infatti è stata costruita in gran parte da gruppi di cristiani protestanti che erano fuggiti dal sistema di chiese di Stato vigente in Europa e che formavano libere comunità di credenti. Il fondamento della società americana è costituito pertanto dalle chiese libere, per le quali è essenziale non essere chiese dello Stato ma fondarsi sulla libera unione delle persone. In questo senso si può dire che alla base della società americana c'è una separazione tra Chiesa e Stato determinata, anzi reclamata dalla religione:  ben diversamente motivata e strutturata, perciò, rispetto alla separazione "ostile" imposta dalla rivoluzione francese e dai sistemi statali che ad essa hanno fatto seguito. (...)Due grandi novità profilatesi negli ultimi decenni sono il risveglio, su scala mondiale, delle religioni e del loro ruolo pubblico ed il porsi di grandi questioni etiche che hanno anch'esse una chiara dimensione non soltanto personale e privata ma pubblica, e che non possono trovare risposta se non sulla base della concezione dell'uomo a cui si fa riferimento:  in particolare della domanda di fondo se l'uomo sia soltanto un essere della natura, frutto dell'evoluzione cosmica e biologica, o abbia invece anche una dimensione trascendente, irriducibile all'universo fisico. Contestualmente ha preso nuovo vigore una contestazione radicale del cristianesimo, che si sviluppa principalmente su due fronti:  quello della morale cristiana, concepita - nella linea indicata da Nietzsche - come mortificatrice della spontaneità naturale dell'uomo e pertanto come preclusiva della gioia di vivere, e quello della visione cristiana del mondo, ritenuta ormai superata dagli sviluppi delle scienze e della loro "razionalità", che confermerebbero pressoché definitivamente il carattere soltanto "naturale" dell'uomo ed avrebbero individuato nell'evoluzione una spiegazione autosufficiente dell'universo, tale da precludere un discorso razionale su Dio. (...) I cattolici oggi contribuiscono notevolmente a tenere viva quella funzione civile della religione che caratterizza la vicenda storica degli Stati Uniti d'America.
Al tempo stesso però sono fortemente presenti ed influenti nel Nordamerica tendenze e orientamenti che vanno nel senso di un modello "francese" di laicità, sostanzialmente chiuso ed ostile al ruolo pubblico delle religioni, e oggi proteso di fatto a promuovere un'etica relativista e naturalista, aliena dall'umanesimo cristiano.
(...) In Europa sono all'opera però anche tendenze opposte, apparentate in qualche modo alla tradizione americana, di cui riconoscono espressamente la maggiore validità ed attualità. Sintomatiche di tali tendenze sono le prese di posizione del presidente francese Sarkozy a proposito della laicità. L'Italia rappresenta, in questo quadro, un caso speciale, che potrebbe non costituire - come spesso si dice - una posizione di retroguardia, ma al contrario essere indicativo di sviluppi destinati ad allargarsi.
Da noi infatti la Chiesa ed i cattolici stanno esercitando con vigore una funzione di coscienza civile e pubblica e - cosa particolarmente interessante - lo stanno facendo non da soli ma in sostanziale sintonia con molti laici preoccupati di non disperdere la sostanza dell'umanesimo europeo e pertanto favorevoli al ruolo pubblico del cristianesimo.
L'allora cardinale Ratzinger, nel libro che ho già ricordato, ha fornito la motivazione storica e teologica di questa sintonia, sostenendo che "la distinzione tra cattolici e laici dev'essere relativizzata", dato che i laici non costituiscono un blocco rigido, una specie di "anti-confessione" contraria al cattolicesimo, ma sono spesso uomini che, pur non sentendosi in grado di fare il passo della fede ecclesiale con tutto ciò che essa comporta, cercano appassionatamente la verità e soffrono per la mancanza di verità riguardo all'uomo. Essi riprendono così i contenuti essenziali della cultura nata dalla fede e la rendono, con il loro impegno, più luminosa di quanto possa fare una fede scontata, accettata più per abitudine che per conoscenza sofferta.
Come negli Stati Uniti così anche in Europa, al fine di un efficace esercizio del ruolo pubblico del cristianesimo, è molto importante una leale collaborazione tra le diverse chiese e confessioni cristiane. Significativo e interessante in tal senso è l'atteggiamento della Chiesa ortodossa russa, che proprio su queste tematiche intende costruire un fecondo rapporto con la Chiesa cattolica. Allargando lo sguardo alla scena internazionale e mondiale, il ruolo pubblico delle religioni sembra costituire il terreno più favorevole e più urgente per il dialogo inter-religioso.
La rilevanza pubblica delle religioni - in particolare del cristianesimo - e la loro efficacia nel promuovere ordinamenti di libertà non sono mai, d'altronde, fenomeni soltanto culturali, storici o sociologici:  dipendono infatti in primo luogo dalla qualità e vitalità propriamente religiosa delle comunità dei credenti. Da una parte queste comunità devono essere non ripiegate su se stesse, bensì aperte, capaci di intessere rapporti, di cogliere e di interpretare le istanze delle società in cui vivono, così da poter immettere in tali società i valori di cui sono portatrici. Dall'altra parte ciò richiede che le comunità religiose siano intimamente convinte del proprio credo ed affascinate da esso, così da viverlo con gioia oltre che con coerenza:  è questa la condizione fondamentale perché siano in grado di animare la più ampia società, infondendole energia vitale, ragioni di vivere. In questo senso trovo molto pertinenti le integrazioni apportate da Rémi Brague, nel numero di "Aspenia" dedicato a religione e politica, alla celebre tesi di Böckenförde secondo la quale lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire.
Nella situazione attuale, caratterizzata dalla ripresa delle religioni ma anche da un attacco radicale al cristianesimo, il confronto tra il "modello francese", per il quale la religione e in particolare il cattolicesimo è di ostacolo alla libertà, ed il "modello americano", che vede invece nel cristianesimo una sorgente e un presidio della libertà, richiederebbe di prendere in esame la grande questione della verità e validità del cristianesimo (...) Solitamente il cristianesimo è presentato, a titolo più che giusto, come religione dell'amore e come religione del Lògos, della razionalità e della verità. Assai meno frequentemente viene qualificato come religione della libertà. Eppure già nell'Antico Testamento Dio si rivela come il liberatore del popolo di Israele e nel Nuovo Testamento leggiamo l'affermazione di Gesù:  "Se rimanete nella mia parola, (...) conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Giovanni, 8, 31-32).
Il rapporto tra Dio e l'uomo è pertanto, da entrambe le parti, contrassegnato dalla libertà:  Dio è totalmente libero già nella sua decisione di creare il mondo, liberrimo consilio come afferma il concilio Vaticano i, mentre l'uomo solo volontariamente e liberamente può credere a Dio che gli si rivela e affidare a lui la propria vita, come insegna ancora il Vaticano i e poi il vaticano II. Non è dunque una forzatura qualificare la fede cristiana come religione della libertà, anche se non sempre i cristiani, nella storia, sono stati fedeli a questa ispirazione originaria del loro credo. Non consentire che siano separate la causa del cristianesimo e la causa della libertà è pertanto un imperativo concreto ed essenziale per il presente e per il futuro.
Spanish El cardenal Ruini recuerda a Juan Pablo II
Oct 20, 2008
A los treinta años de su elección como Papa.

ROMA, jueves, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- En el treinta aniversario de la elección de Juan Pablo II, el cardenal Camillo Ruini, que fue vicario del Papa para la diócesis de Roma, concedió una entrevista al semanal católico polaco "Niedziela" que traemos aquí para los lectores de Zenit.

* * *

--1978 es llamado el año de los tres Papas; en pocos meses, se siguieron acontecimientos importantes y dolorosos: la muerte de Pablo VI, la elección y la muerte de Juan Pablo II y el cónclave que eligió al nuevo Papa. ¿Con qué sentimientos acogió la noticia de la elección del cardenal Wojtyła a la sede papal?

--Cardenal Camillo Ruini: En 1978, yo era sacerdote en la diócesis de Reggio Emilia. La tarde del 16 de octubre estaba regresando a mi casa. En la portería, había un televisor encendido y supe la noticia de la elección por la televisión. La acogí con estupor. Al principio, no lograba recordar quién era el cardenal Wojtyła, luego oí que era el arzobispo de Cracovia. Pero el estupor fue seguido de satisfacción Por dos motivos: uno, que se elegía a un obispo polaco y esto me parecía muy positivo y significativo; el otro, porque se abría una brecha en aquella tradición plurisecular que quería un papa italiano. Cuando oí al nuevo Papa expresarse en su italiano, un poco inseguro pero muy incisivo, se me ensanchó el corazón. Tuve enseguida la impresión de que teníamos a un hombre de gran atracción y capacidad de testimonio.

--¿Cuando tuvo la oportunidad de conocer personalmente por primera vez a Juan Pablo II y qué impresión le produjo aquél encuentro?

--Cardenal Camillo Ruini: Lo conocí por primera vez en otoño de 1984. Yo era uno de los vicepresidentes de la comisión que preparaba el congreso de la Iglesia italiana en Loreto, al que Juan Pablo II daba mucha importancia: por este motivo quiso verme una tarde y me invitó a cenar. Me impresionó la atención con la que el Papa me escuchaba,  junto con la precisión con la que me hacía preguntas. Me tocó también la sencillez de la persona, la cercanía de la relación que establecí con el. Ví que el Papa conocía profundamente la situación italiana y sobre todo compartí sus convicciones respecto a lo que necesitaban Italia y la Iglesia

--Usted ha seguido los primeros años del pontificado de Juan Pablo II desde la perspectiva diría- diocesana. Al principio, ¿cómo era percibido por la gente este papa extranjero?.

--Cardenal Camillo Ruini: Sinceramente pienso que el tema del papa extranjero para la gente no constituyó nunca un problema: los italianos no son nacionalistas, mucho menos chovinistas. Es verdad que había quien buscaba insistir no tanto sobre el hecho de que era extranjero sino de que venía de un mundo diverso y por ello no habría podido captar nuestros problemas. Se pensaba también que, desde el punto de vista eclesial, en el Este europeo, tras el telón de acero, el Concilio hubiera repercutido menos: pero estas eran ideas que circulaban sobre todo en los periódicos, además de en algunos determinados ambientes eclesiales. Este Papa daba una impresión de confianza, de optimismo, aparte de una fe muy radical y profunda, y esto a la gente sustancialmente le gustaba.

--En 1991, le llamó para ponerlo al lado de su ministerio como vicario para su diócesis, tarea que ha desempeñado hasta la mitad de este año. ¿Cuál era la relación del Papa Wojtyla con la ciudad eterna?

--Cardenal Camillo Ruini: El Papa tenía una gran conciencia de la importancia de Roma y de su apertura universal, que corresponde a la apertura universal del pontificado del obispo de Roma. No puedo olvidar cuántas veces, hablando incluso privadamente, subrayaba que era el pastor universal, el Papa, en cuanto obispo de Roma. El título de Obispo de Roma era la razón de su papel universal. Para él, por tanto, la relación con Roma no era algo accesorio, era la raíz misma del pontificado. El Papa amaba profundamente a Roma: el cardenal Dziwisz, en su libro Una vida con Karol, recuerda que Juan Pablo II, cada tarde antes de adormecerse bendecía a la ciudad. El Papa cuidaba mucho su relación con Roma: basta recordar las visitas a las parroquias y las relaciones que mantenía con los sacerdotes, el seminario, los intelectuales, los universitarios, los enfermos y los pobres de la ciudad.

--Usted, durante muchísimos años, fue uno de los máximos responsables de la Iglesia en Italia por estar en la Conferencia Episcopal primero como secretario y luego presidente. Desde esta perspectiva, ha podido seguir la misión del Papa en su país. ¿Cómo definiría las relaciones entre Juan Pablo II e Italia?

--Cardenal Camillo Ruini: También con Italia el Papa tuvo una relación profunda. Sabía bien que el obispo de Roma es el primado de Italia y se disponía a ejercer este papel, en la clave que más le gustaba Siervo de los siervos de Dios”. En especial el Papa consideraba que la Iglesia italiana no era lo suficientemente consciente de sus grandes riquezas, posibilidades, y también su responsabilidad. Es emblemática la carta escrita a los obispos italianos en 1994 sobre las responsabilidades de los católicos italianos en la hora presente. El Papa concluye esta carta escribiendo que a Italia se le confía la gran tarea de conservar y alimentar para Europa aquél tesoro de fe y cultura que fue injertado en Roma por los apóstoles Pedro y Pablo. Sostenía citando a menudo al presidente Pertini, con el que tuvo una relación de verdadera amistad- que la Iglesia en Italia era mucho más importante de cuanto los eclesiásticos percibían. Justo gracias a este enraizamiento, la Iglesia italiana tiene una especial responsabilidad en Europa y en el mundo.

--Los detractores de Juan Pablo II, para hacerle daño, a menudo lo llamaban Papa polaco, subrayando su presunto provincianismo y nacionalismo. ¿Usted, en cambio, cómo valoraba el amor del Papa Wojtyla por su tierra?

--Cardenal Camillo Ruini: ¡Cuántas veces, comiendo, el Papa me habló de la historia de Polonia, que conocía muy bien! Para entender correctamente sus sentimientos hacia su patria, hay que referirse a todo lo que dijo, por ejemplo, en Naciones Unidas sobre el concepto de nación y de sociedad internacional, entendida como familia de naciones. Para el Papa, la nación no era algo cerrado en sí mismo o tendencialmente antagonístico enfrentado a otras naciones. Era en cambio un dato primordial y fundamental, sobre todo en el nivel cultural, una comunidad de cultura dentro de la que crecen los hombres, las familias y la civilización. Por ello para Juan Pablo II el concepto de nación era altamente positivo, aunque era bien consciente de los riesgos y de las degeneraciones del nacionalismo. Pero el Papa nunca confundió el nacionalismo con el concepto de nación y nunca pensó en que el concepto de nación fuera superado y hubiera que abolirlo. Sabemos cuánto se batió por Europa, pero para él Europa no podía prescindir de las naciones. Cada nación tiene su papel, sus características, su fisonomía.

--Lamentablemente, mucha gente, incluso en ciertos ambientes eclesiásticos, ve en las naciones el obstáculo para la construcción de la Unión Europea. ¿no le parece que haría falta recordar las ideas de Juan Pablo II referentes a Europa?

--Cardenal Camillo Ruini: La Unión Europea tiende a menudo a quitar ciertas competencias a las naciones y esto es un grave riesgo. Si se quiere construir seriamente Europa, hay que construirla sobre la base de la subsidiariedad, cuyo significado es que Europa debe hacer sólo lo que cada nación no pueda hacer por sí sola. Es equivocado querer imponer desde arriba estándares europeos de vida social y familiar. Es obvio que los modos de vivir y de sentir de los polacos, españoles, escandinavos o ingleses son muy diversos. Ignorar estas diferencias lleva sólo a inútiles tensiones. La Unión Europea debería en cambio ocuparse sobre todo de los grandes temas de la economía, de la defensa y de la política exterior, donde sólo ella puede actuar con eficacia adecuada.

Volviendo a Juan Pablo II, se puede decir que su amor por Polonia no le impedía amar a la humanidad. Si hay un hombre que ha hecho verdaderamente tanto por el mundo entero y especialmente por los países pobres, este hombre es Karol Wojtyła.

--Hablemos ahora de Karol Wojtyła como persona. ¿Cómo era Juan Pablo II en las relaciones humanas con sus más estrechos colaboradores?

--Cardenal Camillo Ruini: Sabía escuchar y le gustaba escuchar. Intervenía sobre todo para hacer síntesis y para hacer las elecciones decisivas: era muy firme cuando tomaba decisiones que consideraba justas para la iglesia y para mantener la fe. Pero, repito, en las relaciones con las personas era muy respetuoso, confiado y amable. No he visto nunca al Papa tratar a alguien de modo negativo y a menudo he envidiado su capacidad de escuchar a las personas con tanta paciencia y calma. Juan Pablo II no estaba nunca condicionado por el reloj. También en esto era un hombre libre.

--Usted ha definido a Juan Pablo II como hombre de Dios. ¿Qué quiere decir esta definición?

--Cardenal Camillo Ruini: Diría que hay dos significados. Uno es hombre de Dios porque Dios es señor de ese hombre, se ha apoderado en cierto modo de él, lo ha hecho suyo. En segundo lugar, Karol Wojtyła era hombre de Dios porque Dios estaba en el centro de su vida. Es significativo lo que el Papa dijo sobre la Misa como el centro absoluto de cada jornada suya. Esto indica su relación con Dios. En el nivel de los grandes escenarios internacionales, impresionaba el modo en que leía la historia en la perspectiva de Dios (pensemos en la encíclica Centesimus Annus). Pero también en los asuntos más inmediatos y cotidianos adoptaba siempre este punto de vista. Por tanto, en él la oración y la acción estaban íntimamente conectadas: era un hombre que vivía de cara a Dios y que actuaba tratando siempre de interpretar la voluntad de Dios.

--Noto que hablar de la herencia de un gran Papa, que guió a la Iglesia durante nada menos que 27 años es algo arduo, pero ¿podría intentarlo? Qué ha significó el pontificado de Juan Pablo II para la Iglesia y el mundo?

--Cardenal Camillo Ruini: Significó muchas cosas. Todos recuerdan la aportación que dió a la caída del telón de acero. Pero es fundamental también lo que hizo para devolver confianza a la Iglesia y a su misión, o para reivindicar la dignidad y los derechos de los pueblos pobres, pensemos en todo aquello que hizo por los pueblos pobres, pensemos en todo lo que hizo por los pueblos pobres, y lo mismo por los niños no nacidos. Pero si queremos encontrar la clave más profunda de su pontificado, tenemos que volver a su relación con Dios y traducirlo en términos de acción pastoral y de impacto sobre los asuntos históricos. En él era una convicción de fondo: la secularización no es un dato fatal e irreversible, no necesariamente el mundo y la historia se alejarán para siempre de Dios. Ya cuando lo conocí en 1984, estaba convencido de que el mundo, de algún modo, estaba pasando página, que la oleada más alta de secularización la habíamos dejado atrás. En su grito “No tengáis miedo estaba ya esta convicción de fondo.

--Las personas que mueren dejan siempre un cierto vacío. ¿Qué echa en falta de Juan Pablo II?

--Cardenal Camillo Ruini: Añoro muchas cosas. Le presté mi modesto servicio por más de veinte años. Tenía afecto por él e incluso había familiaridad con su secretario don Stanislao: no podía siempre molestar al Santo Padre, por tanto hablaba a menudo con su secretario. Uno no se resigna nunca a la falta de la persona que ha amado y estimado. Bajo otro aspecto sin embargo, en un sentido más profundo, no siento su falta: le rezo cada día y me siento unido a él en la certeza de que continúa, de un modo todavía más intenso, lo que hizo en los años en los que estuvo en Roma con nosotros.

Por Włodzimierz Redzioch, traducido del italiano por Nieves San Martín
French Le fruit de la mission de l’Opus Dei reste à l’intérieur des Eglises locales
Sept 29, 2008
Le cardinal Camillo Ruini, vicaire général du pape Benoît XVI pour le diocèse de Rome a exprimé récemment sa gratitude envers la Prélature de l’Opus Dei «  pour le service qu’elle réalise en faveur des diocèses du monde entier et particulièrement dans celui de Rome, non seulement au  moyen des charges que certains prêtres accomplissent dans les paroisses ou dans d’autres services diocésains, mais surtout pour son attachement à promouvoir la sainteté et l’apostolat ».

(DIA » Eglise et communauté réligieuses, 15 septembre 2008) Kinshasa – Sur ce sujet, le cardinal Ruini a parlé du « service pastoral le plus spécifique et le plus direct de l’Opus Dei dans les diocèses ». Cette information est tirée du Bureau d’information de l’Opus Dei sur internet.

Le cardinal Ruini a tenu ces propos de gratitude dans  son mot de circonstance lors de la Journée d’études organisée par l’Université Pontificale de la Sainte Croix à l’occasion du 25ième anniversaire de l’érection de l’Opus Dei en prélature personnelle. Dans ce contexte, le vicaire général du Saint Père pour le diocèse de Rome a souligné l’importance du travail de direction spirituelle et des moyens de formation dispensée par la Prélature, « destinés à illuminer la recherche de la sainteté et l’exercice de l’apostolat des laïcs  à travers leur propre travail et les circonstances personnelles de chacun ».

Dans son intervention, le professeur Eduardo Baura, coordinateur de la journée d’études a expliqué que « malgré certaines perplexités initiales, surtout liées au type de coordination pastoral avec les diocèses, la décision de créer les prélatures personnelles s’est révélée opportun pour ces mêmes diocèses ». Le professeur Baura a ajouté que « l’expérience de la première prélature personnelle démontre que cette figure pourrait se révéler utile pour affronter certains besoins pastoraux actuels, typiques d’une société marquée – entre autres choses- par la mobilité des personnes et la diversité des cultures ». Enfin, le professeur Baura a également mis en avant le fait que l’érection de la prélature a montré « l’ascension solennelle de la part de la hiérarchie du phénomène pastoral qui a été créé de cette manière ». L’orateur a affirmé en conclusion que « c’est le pape qui nomme le prélat, qui, comme tous les ordinaires doit rendre compte à la Congrégation pour les évêques ou à la Congrégation pour la Doctrine de la Foi »
German Die Wahrheit wird uns frei machen
Sept 06, 2008
25 Jahre Bischof: Papst Benedikt XVI. dankt Kardinal Camillo Ruini.

ROM, 6. September 2008 (ZENIT.org).- Wie veröffentlichen die offizielle Übersetzung des Dankesschreibens, das Papst Benedikt XVI. dem Generalvikar der Diözese Rom, Kardinal Camillo Ruini, zum 25. Bischofsjubiläum zukommen ließ.

Der Bischof von Rom hebt in dem Brief unter anderem die große Leistungsfähigkeit des Kardinals besonders hervor, seinen einfachen und aufrichtigen Glauben, seine intelligente pastorale Kreativität, seine Treue zur lebendigen Identität der Kirche durch die Verbundenheit mit dem Papst auch unter Schwierigkeiten sowie seinen vertrauensvollen und lächelnden Optimismus.  

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An den Verehrten Bruder
Kardinal CAMILLO RUINI
Generalvikar für die Diözese Rom

Fünfundzwanzig Jahre sind vergangen seit jenem 29. Juni 1983, dem Hochfest der heiligen Apostel Petrus und Paulus, an dem Sie in der Kathedrale von Reggio Emilia durch die Handauflegung des verstorbenen Bischofs Gilberto Baroni die Bischofsweihe empfangen haben. Sie haben sich lobenswerter Weise entschlossen, dieses Jubiläum zusammen mit den Priestern der Diözese Rom zu feiern, die ihrerseits in diesem Jahr bedeutsame Jahrestage begehen. Aus diesem schönen Anlaß möchte ich mich deshalb Ihnen, lieber und hochwürdigster Mitbruder, in der Danksagung an Gott anschließen und die Etappen Ihres fruchtbaren bischöflichen Dienstes in Erinnerung rufen.

Zunächst die ersten drei Jahre in Ihrer Diözese Reggio Emilia-Guastalla als Weihbischof mit dem Titel der antiken Kirche von Nepte. Sie waren schon ein wohlbekannter und hochgeschätzter Priester, und die Gläubigen von Reggio Emilia und Guastalla waren froh, Sie als ersten Mitarbeiter von Bischof Baroni in der seelsorglichen Leitung dieser Ortskirche zu sehen, in der Sie die besondere Aufgabe hatten, die Bildung und Förderung der Laien und die Feier der Diözesansynode zu begleiten, deren Thema lautete: »Die Verkündigung des Evangeliums heute in Reggio Emilia und Guastalla.« In jenen Jahren bekleideten sie auch mit großem Einsatz das Amt des Vizepräsidenten des Förderungskomitees des Nationalen Kongresses der Kirche Italiens in Loreto. Mein verehrter Vorgänger Johannes Paul II. sah in Ihnen einen treuen und weisen, intelligenten und weit vorausblickenden Bischof und ernannte Sie daher im Juni 1986 zum Generalsekretär der Italienischen Bischofskonferenz (CEI). Sie haben seitdem bis zum 7. März vergangenen Jahres ununterbrochen dem italienischen Episkopat gedient, insbesondere seit 1991, als Sie Vorsitzender der CEI wurden. Wie ich in meinem Schreiben an Sie vom 23. März 2007 feststellen konnte, haben Sie mit Mut und Beharrlichkeit die lehramtlichen und pastoralen Weisungen des Nachfolgers Petri weitergegeben und halfen Ihren Mitbrüdern sorgsam, diese aufzunehmen und in die Tat umzusetzen.

Der Grund, warum ich Ihnen, Herr Kardinal, jetzt besonders danken möchte, ist aber Ihr Einsatz im Dienst der Kirche von Rom. Am 17. Januar 1991 berief Sie der Diener Gottes Johannes Paul II. in die Nachfolge des verstorbenen Kardinal Ugo Poletti, indem er Ihnen – so schrieb der geliebte Papst – »das anvertraute, was mir am teuersten ist: das apostolische Rom mit seinen unvergleichbaren Schätzen an christlicher Spiritualität und katholischer Tradition; mit seinen lebendigen Kräften an Priestern, Ordensgemeinschaften und engagierten Laien; aber auch mit seinen unzähligen menschlichen Erfahrungen, mit seinen tausend Fermenten und seinen Problemen, mit seinen Sicherheiten und seinen Besorgnissen, mit seinen Verwirklichungen und seinen Erwartungen«. Er wußte, daß er in Ihnen »einen erfahrenen, vertrauenswürdigen und hochherzigen Mitarbeiter« (ebd.) fand, der der eifrigen und liebevollen Sorge für die Diözese jedes andere Interesse hintanstellen würde. Und mir haben Sie dann in diesen Jahren die gleiche Mitarbeit geboten.

In der Kirche von Rom konnten sich alle von Ihrer großen Leistungsfähigkeit, von Ihrem einfachen und aufrichtigen Glauben, Ihrer intelligenten pastoralen Kreativität, Ihrer Treue zur lebendigen Identität der Institution durch die Verbundenheit mit dem Papst auch unter Schwierigkeiten sowie von ihrem vertrauensvollen und lächelnden Optimismus überzeugen. Ich danke Ihnen, verehrter Mitbruder, von Herzen für das, was Sie bis heute in dieser geliebten Diözese vollbracht haben. Vor allem dafür, daß Sie im Jahr 1993 die Diözesansynode zu Ende geführt haben. Nach der ersten, von Ihrem Vorgänger geleiteten Phase, führten Sie die zweite Phase und förderten die Beteiligung der Pfarreien und aller anderen kirchlichen Wirklichkeiten in Rom, besonders durch die vorsynodalen Versammlungen der Präfektur; zugleich regten Sie durch die sogenannte Initiative »Konfrontation mit der Stadt« einen für die ganze Bürgerschaft offenen Dialog über die wichtigsten und komplexen Probleme des heutigen Roms an. Sie leiteten auch die Feier dieser Versammlung bis zur Abfassung des Synodenbuches. Dieses Buch, das Ihnen soviel verdankt, ist auch heute noch aktuell, um die geeigneten Wege aufzuzeigen, die eine wahre Begegnung mit Christus in den pastoralen Wirkungsbereichen begünstigen, die schon damals für die Kirche in Rom den Vorrang hatten: die Familie, die Jugend, die soziale, wirtschaftliche und politische Verantwortlichkeit, die Kultur. Um diese Weisungen zu befolgen, finden nach wie vor viele Zusammenkünfte zu Reflexion und Dialog über die Hauptthemen des Glaubens und der pastoralen Planung in der Basilika St. Johannes im Lateran statt. Ich denke an die »Dialoge in der Kathedrale« und an die jährlichen kirchlichen Tagungen, an denen ich persönlich teilnehmen wollte, seit ich auf den Stuhl des Petrus berufen worden bin.

Wie sollte dann unter den Aufgaben dieser Jahre als Bischof im direkten Dienst des Bischofs von Rom nicht auch die Vorbereitung und Durchführung der Stadtmission zur Vorbereitung auf das Große Jubiläum des Jahres 2000 erwähnt werden? Eine Mission, die das Volk Gottes nicht nur als Empfänger gesehen hat, sondern als aktiven Protagonisten. Dann das Jubiläum selbst, das seinen Moment der höchsten Sichtbarkeit im 20. Weltjugendtag hatte, einer unvergeßlichen Erfahrung an Kirche, wofür der Diözese Rom viel zu danken ist. Aber ein besonderes Wort der Hochschätzung schulden wir Ihrem ordentlichen Dienst als Bischof. Im Laufe der Jahre haben Sie 484 Diözesanpriester zur Weihe begleitet und durch viele Initiativen die Verwirklichung von 57 neuen Pfarrkirchen, von zwei subsidiaren Gotteshäusern und der Kirche des »Kollegs der heiligen koreanischen Märtyrer« gefördert. Auf Sie, Herr Kardinal, geht auch die Initiative zurück, daß viele katholische Gemeinden aus anderen Nationen der Welt in Rom eine Kirche zur Verfügung haben konnten für ihre Feiern und um die Beziehungen zu ihren Mitbürgern gleicher Herkunft aufrechtzuerhalten. Ich möchte Ihnen noch einmal für das danken, was Sie für die Priester, die Diakone, die Ordensmänner und Ordensfrauen, die Seminaristen, die Vereinigungen der Laien und das ganze Volk Gottes der Diözese Rom getan haben: in diesen Jahren ist sie in der Gemeinschaft und im Bewußtsein der Dringlichkeit der Mission gewachsen. Dazu will ich Ihnen meinen persönlichen Dank für die Hingabe aussprechen, mit der Sie mich in diesen Jahren in die komplexe Wirklichkeit dieser geliebten Kirche eingeführt haben, indem sie mich auf den Pfarrbesuchen, bei den Begegnungen mit dem Klerus, mit den Armen, mit den Kranken, mit den Jugendlichen begleiteten. Danke, daß Sie meine Einladung zu einem ernsthaften Einsatz für die Erziehung unterstützt und mehrmals die Gläubigen auf dem Petersplatz zusammengerufen haben, um das Dienstamt des Papstes zu hören, zu unterstützen und zu ermutigen.

Bei allen diesen Gelegenheiten sind Sie Ihrem bischöflichen Wahlspruch »Veritas liberabit nos« in vorbildlicher Weise treu geblieben. Im Namen dieser Wahrheit, die Christus ist, haben Sie sich ständig für das Volk Gottes, das in Rom ist, verwendet. Zu danken ist Ihnen, verehrter Mitbruder, auch für die vielen anderen Dienste, die Sie für die Kirche und die Gesellschaft in diesen vergangenen fünfundzwanzig Jahren als Bischof geleistet haben. Der Herr, der die Herzen der Menschen, insbesondere die Freuden und Leiden der Hirten kennt, vergelte Ihnen alles, wie nur er es tun kann, und schenke Ihnen weiter die Fülle seiner Gnaden. Ich vertraue Ihre liebe Person der Jungfrau Maria an, »Salus Populi Romani«, sowie dem hl. Josef, den heiligen Aposteln Petrus und Paulus und der Jungfrau und Märtyrerin Agnes, die Sie über die Jahre Ihrer Ausbildung im Priesterkolleg Capranica beschützt hat und deren Basilika an der Via Nomentana Ihre Titelkirche ist. Indem ich mit großer Zuneigung um eine erneuerte Ausgießung des Heiligen Geistes bitte, erteile ich Ihnen einen besonderen Apostolischen Segen, in den ich gerne die Angehörigen, die Mitarbeiter und alle Personen einschließe, die Ihnen lieb sind.

Aus dem Vatikan, am 19. Juni 2008

BENEDIKT PP. XVI.
French Audience du Pape aux cardinaux Camillo Ruini et Agostino Vallini
Aug 05, 2008
Cité du Vatican, le 05 août 2008  - E.S.M. - Dans la matinée du vendredi 27 juin 2008, le Pape Benoît XVI a reçu en audience, dans la Salle Clémentine, le cardinal Camillo Ruini, qu'il a remercié pour le service accompli en tant que vicaire général pour le diocèse de Rome, et le cardinal Agostino Vallini, jusqu'à présent préfet du Tribunal suprême de la Signature apostolique, dont il a annoncé la nomination en tant que successeur du cardinal Ruini.

[strong]L'Église de Rome: une Église qui vit et pense la foi strong]

Discours du Saint-Père Benoît XVI :

Messieurs les cardinaux,
Vénérés frères dans l'épiscopat et dans le sacerdoce,
chers frères et sœurs!

Je suis très heureux de vous accueillir et de souhaiter à chacun de vous une cordiale bienvenue. Je l'adresse tout d'abord et en particulier à vous, cher cardinal Camillo Ruini, que je désire aujourd'hui publiquement remercier, au terme de votre long service en tant que vicaire général pour le diocèse de Rome. J'ai déjà eu l'occasion de vous manifester mes sentiments ces jours derniers, dans une lettre qui m'a permis de rappeler les multiples aspects de ce long et apprécié ministère, commencé en janvier 1991, lorsque le serviteur de Dieu Jean-Paul II vous appela à succéder au cardinal Ugo Poletti. J'ai à présent l'opportunité de vous renouveler l'expression de ma reconnaissance devant les évêques auxiliaires, les curés préfets, les autres représentants de la réalité diocésaine et la communauté de travail du vicariat de Rome.

Les dernières années du siècle dernier et les premières du nouveau siècle ont été une époque vraiment extraordinaire, encore davantage pour ceux qui, comme nous, ont eu l'occasion de les vivre à côté d'un authentique géant de la foi et de la mission de l'Église, mon vénéré prédécesseur Jean-Paul II. Il a guidé le peuple de Dieu vers le passage historique de l'an 2000 et, à travers le grand Jubilé, il l'a introduit dans le troisième millénaire de l'ère chrétienne. En collaborant étroitement avec lui, nous avons été "entraînés" par sa force spirituelle exceptionnelle, enracinée dans la prière, dans l'union profonde avec le Seigneur Jésus Christ et dans l'intimité filiale avec sa Très Sainte Mère. Le charisme missionnaire du Pape Jean-Paul II a eu, comme il est juste, une influence déterminante sur la période de son pontificat, en particulier sur la période de préparation au grand Jubilé de l'an 2000; et on a pu le constater directement dans le diocèse de Rome, le diocèse du Pape, grâce à l'engagement constant du cardinal vicaire et de ses collaborateurs. Comme exemple de cela, je me limiterai à rappeler la Mission dans la ville de Rome et les "Dialogues dans la cathédrale", expression d'une Église qui, au moment même où elle prenait davantage conscience de son identité diocésaine et en assumait progressivement la physionomie, s'ouvrait de manière décisive à une mentalité missionnaire et à un style cohérent avec celle-ci, une mentalité et un style qui n'étaient pas destinés à durer uniquement le temps d'une saison, mais bien, comme cela a souvent été affirmé, à devenir permanents. Vénéré frère, il s'agit d'un aspect particulièrement important, dont je désire vous rendre le mérite, d'autant plus que vous l'avez encouragé et soutenu non seulement ici à Rome, mais également au niveau de toute la nation italienne, en tant que président de la Conférence épiscopale.

La sollicitude pour la mission a toujours été accompagnée et soutenue par une excellente capacité de réflexion théologique et philosophique, que vous avez manifestée et exercée dès les années de votre jeunesse, souligne Benoît XVI, . L'apostolat, en particulier à notre époque, doit se nourrir constamment de pensée, pour motiver la signification des gestes et des actions, autrement il est destiné à se réduire à un activisme stérile. Et vous, Monsieur le cardinal, vous avez offert en ce sens une contribution importante, en plaçant au service du Saint-Père, du Saint-Siège et de l'Église tout entière vos qualités d'intelligence et de sagesse bien connues. J'en ai moi-même été le témoin lors de ma précédente charge et, a fortiori, au cours de ces dernières années, où j'ai pu compter sur votre proximité pour servir l'Église qui est en Italie et en particulier à Rome. J'ai plaisir à rappeler à cet égard notre collaboration sur les thèmes des Congrès ecclésiaux diocésains, en vue de répondre aux principales urgences pastorales en tenant compte du contexte social et culturel de la ville. Nous savons tous que le "projet culturel" est une initiative particulière de l'Église italienne dû au zèle et à la clairvoyance du cardinal Ruini, mais cette expression, "projet culturel", rappelle plus en général et de manière radicale la façon de se présenter de l'Église dans la société: c'est-à-dire le désir de la communauté chrétienne - répondant à la mission de son Seigneur - d'être présente parmi les hommes et l'histoire avec un projet d'homme, de famille, de relations sociales inspiré de la Parole de Dieu et décliné en dialogue avec la culture de l'époque. Cher Monsieur le cardinal, à cet égard vous avez donné un exemple qui va au-delà des initiatives du moment, un exemple dans l'engagement pour "penser la foi", en fidélité absolue au Magistère de l'Église, avec une attention précise aux enseignements de l'Évêque de Rome et, dans le même temps, dans une écoute constante des questions qui sont issues de la culture contemporaine et des problèmes de la société actuelle.

Alors que j'exprime ma reconnaissance au cardinal Camillo Ruini, je suis heureux de communiquer que, à sa place, en tant que vicaire pour le diocèse de Rome, j'ai nommé le cardinal Agostino Vallini, jusqu'à présent préfet du Tribunal suprême de la Signature apostolique. Je le salue avec une grande affection et je l'accueille dans sa nouvelle charge, que je lui confie en tenant compte de son expérience pastorale, mûrie tout d'abord en tant qu'auxiliaire dans le grand diocèse de Naples, puis comme évêque d'Albano; des expériences auxquelles s'ajoutent des qualités démontrées de sagesse et d'affabilité. Je l'ai nommé en même temps archiprêtre de la basilique Saint-Jean-de-Latran et grand chancelier de l'université pontificale du Latran. Cher Monsieur le cardinal, à partir d'aujourd'hui ma prière pour vous se fera particulièrement intense, afin que le Seigneur vous accorde toutes les grâces nécessaires pour cette nouvelle charge. Je vous encourage à exprimer en plénitude votre zèle pastoral et je vous souhaite un ministère serein et fructueux, pour lequel - j'en suis certain - vous pourrez compter sur la collaboration constante et généreuse des évêques auxiliaires et de tous les prêtres, les religieux et les laïcs qui travaillent au vicariat de Rome. Chers frères et sœurs, je profite aussi de cette circonstance pour vous exprimer à tous, qui travaillez dans les bureaux centraux du diocèse, ma vive reconnaissance et mon encouragement à faire toujours mieux, pour le bien de l'Église qui est à Rome.

Chers Messieurs les cardinaux, conclut Benoît XVI, que Dieu vous comble abondamment de ses dons. Qu'il récompense celui qui prend congé et qu'il soutienne celui qui le remplace. Qu'il multiplie chez tous l'action de grâce pour sa bonté infinie et qu'il accorde toujours à chacun la joie de servir le Christ en travaillant humblement pour son Église. Que la Vierge Marie, Salus Populi Romani, veille du ciel sur nous et nous accompagne. En invoquant son intercession, je donne de tout cœur à vous tous ici présents et à toute la ville de Rome ma Bénédiction apostolique.

Source : Eucharistie Sacrement de la Miséricorde
Italian Udienza del Papa al Vicariato di Roma per il congedo del Cardinal Ruini
Jun 28, 2008
Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo venerdì, 27 giugno 2008, in udienza gli officiali del Vicariato di Roma per il congedo del Cardinale Camillo Ruini dall’ufficio di Vicario Generale per la Diocesi di Roma.

Signori Cardinali,

venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

cari fratelli e sorelle!

Sono molto lieto di accogliervi e di porgere a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto. Lo rivolgo in primo luogo e specialmente a Lei, caro Cardinale Camillo Ruini, che oggi voglio pubblicamente ringraziare, al termine del Suo lungo servizio quale Vicario Generale per la Diocesi di Roma. Ho già avuto occasione di manifestarLe i miei sentimenti nei giorni scorsi con una lettera, nella quale ho avuto modo di ricordare i molteplici aspetti di tale diuturno e apprezzato ministero, iniziato nel gennaio 1991, quando il Servo di Dio Giovanni Paolo II La chiamò a succedere al Cardinale Ugo Poletti. Ora ho l’opportunità di rinnovarLe l’espressione della mia riconoscenza dinanzi ai Vescovi Ausiliari, ai Parroci Prefetti, alle altre rappresentanze della realtà diocesana e alla comunità di lavoro del Vicariato di Roma.

Gli ultimi anni del secolo scorso e i primi del nuovo sono stati un tempo davvero straordinario, tanto più per chi, come noi, ha avuto in sorte di viverli al fianco di un autentico gigante della fede e della missione della Chiesa, il venerato mio Predecessore. Egli ha guidato il Popolo di Dio verso lo storico traguardo dell’anno Duemila e, attraverso il Grande Giubileo, l’ha introdotto nel terzo millennio dell’era cristiana. Collaborando strettamente con lui siamo stati "trascinati" dalla sua eccezionale forza spirituale, radicata nella preghiera, nell’unione profonda con il Signore Gesù Cristo e nell’intimità filiale con la sua Madre Santissima. Il carisma missionario del Papa Giovanni Paolo II ha avuto, come è giusto, un influsso determinante sul periodo del suo pontificato, in particolare sul tempo di preparazione al Giubileo del 2000; e questo lo si è potuto verificare direttamente nella Diocesi di Roma, la Diocesi del Papa, grazie all’impegno costante del Cardinale Vicario e dei suoi collaboratori. Come esempio di questo mi limito a ricordare la Missione cittadina di Roma e i cosiddetti "Dialoghi in Cattedrale", espressione di una Chiesa che, nel momento stesso in cui andava prendendo maggiore coscienza della sua identità diocesana e ne assumeva progressivamente la fisionomia, si apriva decisamente a una mentalità missionaria e ad uno stile coerente con essa, mentalità e stile destinati a non durare solo il tempo di una stagione, bensì, come è stato spesso ribadito, a diventare permanenti. Questo, venerato Fratello, è un aspetto particolarmente importante, di cui desidero renderLe merito, tanto più che Lei lo ha promosso e curato, oltre che qui a Roma, anche a livello dell’intera Nazione italiana, quale Presidente della Conferenza Episcopale.

La sollecitudine per la missione è stata sempre accompagnata e sostenuta da un’eccellente capacità di riflessione teologica e filosofica, che Ella ha manifestato ed esercitato fin dagli anni giovanili. L’apostolato, specialmente nel nostro tempo, deve nutrirsi costantemente di pensiero, per motivare il significato dei gesti e delle azioni, altrimenti è destinato a ridursi a sterile attivismo. E Lei, Signor Cardinale, ha offerto in tal senso un contributo rilevante, ponendo al servizio del Santo Padre, della Santa Sede e della Chiesa intera le Sue ben note doti di intelligenza e di sapienza. Io stesso ne sono stato testimone nel mio precedente ufficio e a maggior ragione in questi ultimi anni, in cui ho potuto avvalermi della Sua vicinanza nel servire la Chiesa che è in Italia e particolarmente in Roma. Mi piace ricordare al riguardo la nostra collaborazione sui temi dei Convegni ecclesiali diocesani, tesi a rispondere alle principali urgenze pastorali tenendo conto del contesto sociale e culturale della Città. Tutti sappiamo che il "progetto culturale" è una particolare iniziativa della Chiesa italiana dovuta allo zelo e alla lungimiranza del Cardinale Ruini, ma questa espressione, "progetto culturale", più in generale e radicalmente richiama il modo di porsi della Chiesa nella società: il desiderio cioè della Comunità cristiana – rispondente alla missione del suo Signore – di essere presente in mezzo agli uomini e alla storia con un progetto di uomo, di famiglia, di relazioni sociali ispirato alla Parola di Dio e declinato in dialogo con la cultura del tempo. Caro Signor Cardinale, in questo Lei ha dato un esempio che rimane al di là delle iniziative del momento, un esempio nell’impegno di "pensare la fede", in assoluta fedeltà al Magistero della Chiesa, con puntuale attenzione agli insegnamenti del Vescovo di Roma e, al tempo stesso, in costante ascolto delle domande che emergono dalla cultura contemporanea e dai problemi dell’attuale società.

Mentre esprimo la mia riconoscenza al Cardinale Camillo Ruini, sono lieto di comunicare che, al suo posto, quale Vicario per la Diocesi di Roma, ho nominato il Cardinale Agostino Vallini, fino ad ora Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Lo saluto con grande affetto e lo accolgo nel nuovo incarico, che gli affido tenendo conto della sua esperienza pastorale, maturata dapprima quale Ausiliare nella grande Diocesi di Napoli e poi come Vescovo di Albano; esperienze a cui egli unisce provate doti di saggezza e di affabilità. Contestualmente l’ho nominato Arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano e Gran Cancelliere della Pontificia Università Lateranense. Caro Signor Cardinale, da oggi la mia preghiera per Lei si farà particolarmente intensa, affinché il Signore Le conceda tutte le grazie necessarie a questo nuovo compito. La incoraggio ad esprimere in pienezza il Suo zelo pastorale e Le auguro un sereno e proficuo ministero, nel quale – sono certo – potrà avvalersi della costante e generosa collaborazione dei Vescovi ausiliari e di tutti i sacerdoti, i religiosi e i laici che lavorano nel Vicariato di Roma. Approfitto anzi di questa felice circostanza, cari fratelli e sorelle, per manifestare a tutti voi, che operate negli uffici centrali della diocesi, la mia viva riconoscenza e il mio incoraggiamento a fare sempre meglio, per il bene della Chiesa che è a Roma.

Cari Signori Cardinali, Dio vi ricolmi in abbondanza dei suoi doni. Ricompensi chi si congeda e sostenga chi subentra. Moltiplichi in tutti il rendimento di grazie alla sua infinita bontà e conceda sempre a ciascuno la gioia di servire Cristo lavorando umilmente per la sua Chiesa. La Vergine Maria, Salus Populi Romani, vegli dal cielo su di noi e ci accompagni. Invocando la sua intercessione, imparto di cuore a tutti voi qui presenti e all’intera città di Roma la Benedizione Apostolica.
English Papal Address on Career of Cardinal Ruini
Jun 28, 2008
"An Example of Commitment to 'Thinking the Faith'"

VATICAN CITY, JUNE 27, 2008 (Zenit.org).- Here is a translation of Benedict XVI's address upon receiving Cardinal Camillo Ruini, his vicar for the Diocese of Rome, who retired today. Cardinal Ruini was accompanied by his successor, Cardinal Agostino Vallini, and 400 representatives of the Diocese of Rome.

* * *

Cardinals,
Venerable Brothers in the Episcopate and Priesthood,
Dear Brothers and Sisters!

I am very happy to receive you and to offer each of you my cordial welcome. I address it in the first place and especially to you, dear Cardinal Camillo Ruini, whom today I wish to publicly thank, at the end of your long service as vicar general of the Diocese of Rome. I already had the occasion a few days ago to express my sentiments to you with a letter, in which I recalled the many aspects of such a long and appreciated ministry, begun in January 1991, when the Servant of God John Paul II called you to succeed Cardinal Ugo Poletti. Now I have the opportunity to renew to you the expression of my gratitude before the auxiliary bishops, prefects, parish priests, and the other representatives of the Diocese of Rome.

The closing years of last century, and the first years of the new were a truly extraordinary time, and all the more so for people who, such as us, had the good fortune to experience them alongside a true giant of the faith and of the mission of the Church, my venerated predecessor. He led the people of God through the historic finish of the year 2000 and, through the Great Jubilee, introducing it in the third millennium of the Christian era.

Collaborating closely with him, we were "drawn along" by his exceptional spiritual strength, rooted in prayer, in profound union with the Lord Jesus Christ and in filial intimacy with his Most Holy Mother. John Paul II's missionary charisma had, as it should, a decisive influence on his pontificate, in particular on the period of preparation for the Jubilee 2000.

And this was directly evident in the Diocese of Rome, the Pope's own diocese, thanks to the constant commitment of the cardinal vicar and his collaborators. As an example of this, I will limit myself to recall Rome's Citizens' Mission and the Dialogues in the Cathedral. These were manifestations of a Church which, at the very moment in which it was gaining a greater awareness of its own diocesan identity and assuming progressively its physiognomy, opened itself decisively to a missionary mentality and a style consistent with it, a mentality and style destined to last not just the length of a season, but, as was often confirmed, to become permanent.

This, venerable brother, is a particularly important aspect, for which I wish to give you merit, to the extent that, as president of the episcopal conference, you promoted and cared for it, not only here in Rome, but also at the level of the entire Italian nation.

Solicitude for the mission was always accompanied and backed up by an outstanding capacity for theological and philosophical reflection, which you manifested and exercised since your youthful years. The apostolate, especially in our own time, must be constantly nourished by thought in order to explain the significance of gestures and actions, which otherwise lapse into sterile activism.

And you, Cardinal, offered in this respect an outstanding contribution, putting at the service of the Holy Father, of the Holy See and of the whole Church your well-noted gifts of intelligence and wisdom. I witnessed this myself in my previous office, and even more so in these last years, in which I have been able to make use of your closeness in serving the Church in Italy, and particularly in Rome. I am pleased to recall in this respect our collaboration on the topics of diocesan ecclesial meetings, called to respond to the most urgent pastoral questions, while taking into account the social and cultural context of the city.

We all know that the "cultural project" is a special initiative of the Italian Church due to the zeal and farsightedness of Cardinal Ruini, but this expression, "cultural project," requires more attention generally and radically to the Church's place in society; in other words, the desire of the Christian community -- responding to the mission of its Lord -- to be present among men and women, and in history, with a plan for mankind, family and social relationships, inspired by the Word of God and expressed through dialogue with the culture of the time.

In this, dear cardinal, you have given an example that goes beyond the initiatives of the moment, an example of commitment to "thinking the faith" in absolute conformity to the magisterium of the Church, with careful attention to the teachings of the bishop of Rome and, at the same time, while constantly listening to the questions that arise from contemporary culture and from the problems of modern society.

While I express my gratitude to Cardinal Camillo Ruini, I am happy to communicate that, in his place, as vicar for the Diocese of Rome, I have appointed Cardinal Agostino Vallini, until now Prefect of the Supreme Court of the Apostolic Signature. I greet you with great affection and welcome you in the new office. I entrust it to you bearing in mind the pastoral experience you gained first as auxiliary in the great Archdiocese of Naples, then as bishop of Albano, to which experiences you add proven gifts of wisdom and cordiality. At the same time I have appointed you archpriest of the Basilica of St. John Lateran and grand chancellor of the Pontifical Lateran University.

Dear cardinal, from today my prayer for you will be particularly intense, so that the Lord will grant you all the graces necessary in this new office. I encourage you to express fully your pastoral zeal and wish you a serene and profitable ministry, in which -- I am sure -- you will be able to count on the constant and generous collaboration of the auxiliary bishops and priests, religious and laity that work in the Vicariate of Rome. I take advantage also of this happy circumstance, dear brothers and sisters, to express to all of you, who work in the central offices of the diocese, my heartfelt gratitude and my encouragement to do always better, for the good of the Church that is in Rome.

Dear cardinals, may God fill you with an abundance of his gifts. Recompense him who retires and sustain him who takes his place. May he multiply in all thanksgiving for his infinite goodness and always grant each one the joy of serving Christ by working humbly for his Church. May the Virgin Mary, "Salus Populi Romani," watch over us from heaven and accompany us. Invoking her intercession, I impart from my heart to all of you here present and to the entire city of Rome the apostolic blessing.
Italian Torna a Reggio il cardinale Ruini
Jun 28, 2008
A 25 anni dalla sua consacrazione episcopale il religioso ha lasciato il vicariato di Roma.

(Gazzetta di Reggio, 28 giugno 2008) A venticinque anni dalla sua consacrazione episcopale il cardinale Camillo Ruini cede l'incarico di vicario di Roma al suo successore Agostino Vallini e ritorna così nella diocesi reggiana, nella quale è nato 77 anni fa e ha iniziato la carriera clericale che, dal centro Giovanni XXIII da lui fondato a Reggio, l'ha condotto sino ai vertici della Chiesa universale. Il «cardinal sottile» si concederà una lunga vacanza estiva, per dedicarsi alle passeggiate e alla lettura di alcuni libri scientifici.
Era il 29 giugno 1983 quando don Camillo Ruini ricevette la consacrazione episcopale nella cattedrale di Reggio dal vescovo Gilberto Baroni. Un mese prima Giovanni Paolo secondo l'aveva nominato vescovo ausiliare, assegnandogli la sede titolare di Nepte. Era il riconoscimento dei meriti di un sacerdote che all'inizio degli anni Settanta, mentre in molte zone d'Italia le associazioni giovanili cattoliche si disfacevano sotto i colpi della contestazione, a Reggio aveva fondato di fianco alla basilica di San Prospero un centro culturale, il Giovanni XXIII, attivissimo nel mondo della scuola, particolarmente fra gli studenti.
In quell'occasione Ruini delineò il suo programma, che, come ricorda Giuseppe Adriano Rossi, si è poi esteso alla Chiesa italiana dal momento in cui il sacerdote reggiano è divenuto presidente della Conferenza episcopale: «Vorrei - disse - prendere l'impegno di servire con ogni mia energia la Chiesa e la gente di queste terre, a cominciare dai più piccoli e dai più indifesi, di essere segno di unità, in totale consonanza, ubbidienza e comunione con l'unico pastore». Baroni, da parte sua, ne elogiò «la spiritualità solida e profonda, l'equilibrio, l'amore alla Chiesa e alle anime, lo spirito evangelico».
Ruini è da annoverare tra le fila di quei conservatori che sono quasi rivoluzionari da giovani. Ha, infatti, un passato di convinta apertura alle istanze di rinnovamento che la Chiesa post-conciliare esprimeva. Molti lo ricordano, negli anni Settanta, quando teneva corsi di educazione sessuale nelle scuole, cercando di tradurre la morale cristiana in termini comprensibili alle nuove generazioni. Certamente gli appartiene la difesa intransigente dei principi etici cattolici, che ne ha fatto uno dei principali avversari dello schieramento «laicista». Tuttavia non gli calzano a pennello i connotati del porporato rigido e freddo. A Reggio molti lo ricordano come un prete gioviale, aperto, che usava l'intelligenza di cui è dotato nel dialogo con i giovani, riuscendo a trascinarli e coinvolgerli.

Ruini, divenuto uno dei principali collaboratori di papa Wojtyla e di papa Ratzinger, ha continuato ad usare le armi della cultura e della scienza per conquistare le menti, stringendo alleanza con gli «atei devoti». La tendenza a coniugare fede e ragione gli viene forse dalla famiglia d'origine, residente a Sassuolo, che l'avrebbe voluto indirizzare alla professione scientifica del padre, che era medico. La sua ascesa viene fatta coincidere con il convegno di Loreto, dove Giovanni Paolo secondo aveva riunito nel 1985 gli stati generali della Chiesa. Il Papa rimase impressionato da questo reggiano e nel 1991 lo nominò vicario di Roma e presidente dei vescovi italiani. Ruini si è trovato sempre in stretta sintonia con Wojtyla e, successivamente, con Benedetto XVI, a cui ha dovuto presentare le dimissioni nel 2006 per il raggiunto limite di età dei 75 anni, pur rimanendo ancora per un anno alla guida della Cei e per due a capo della diocesi di Roma.
Italian Il vescovo e la politica: "Scusate se non ho pregato quanto avrei dovuto"
Jun 23, 2008
Omelia di commiato del Vicario di Roma, protagonista della vita della Chiesa italiana negli ultimi 17 anni. A prendere il suo posto sarà il cardinale Agostino Vallini.

(Il Tempo, 2008-06-22) Chiede perdono, con un filo di commozione, per la «debolezza e mediocrità» della sua preghiera, e per non aver coltivato come avrebbe voluto alcuni rapporti di amicizia, preso com’era dall’«assiduità del lavoro» e dalle responsabilità. Assicura di voler continuare «a lavorare, in una forma diversa», perché «gli italiani di oggi sappiano guardare alla vita con l’occhio della fede». È un’omelia inedita, che suona come un commiato, quella che il cardinale Camillo Ruini ha pronunciato ieri sera in Laterano, celebrando, circondato dai parroci, il 25° anniversario di episcopato, alla vigilia della nomina del successore, che avverrà il 27 giugno. A prendere il suo posto come Vicario di Roma sarà il cardinale Agostino Vallini, attuale Prefetto della Segnatura apostolica, già ausiliare di Napoli e vescovo di Albano.
Con il «pensionamento» di Ruini, che da oltre un anno ha lasciato la presidenza della Cei nelle mani del cardinale Bagnasco, esce di scena il principale protagonista della vita della Chiesa italiana negli ultimi diciassette anni. Nominato vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983, «don Camillo» lavorò nel comitato preparatorio del convegno di Loreto, che due anni dopo sancì anche per il cattolicesimo italiano il passaggio verso una testimonianza pubblica più incisiva, in linea col nuovo Papa polacco. Così, Wojtyla decise di affidargli la Segreteria della Cei presieduta dal cardinale Ugo Poletti e nel 1991 lo scelse per succedere al porporato in entrambi gli incarichi, quello di presidente dei vescovi italiani e quello di Vicario di Roma.
Per spiegare quale sia stato il suo atteggiamento, Ruini ha citato le parole del cardinale Wyszynski e di Giovanni Paolo II: «Per un vescovo la mancanza di fortezza è l’inizio della sconfitta», e ancora, «la più grande mancanza dell’apostolo è la paura». Ma ha spiegato di non volersi riferire al coraggio verso «la pressione» dell’opinione pubblica, «non di rado costruita dai mezzi di comunicazione». In realtà, quello della pressione mediatica è stato, «un problema abbastanza lieve» perché, ripete citandosi, «le pallottole di carta non fanno molta paura». Difficile, invece, è stato piuttosto, «riuscire a congiungere, anche nel modo di comunicare, la fermezza con l’amore» nel quotidiano governo della diocesi.
Il cardinale si è quindi soffermato sulla «fortezza nell’annuncio della testimonianza pubblica della fede», uno dei capisaldi del suo episcopato («meglio contestati che irrilevanti», ebbe a dire qualche tempo fa), rivelando che gli è stato fondamentale l’esempio dei Papi: «In molte occasioni ho percepito quasi fisicamente che sarebbe stato ingiusto lasciarli soli». Essere a fianco del Pontefice, soprattutto quando il suo insegnamento risulta scomodo, ecco il compito del vescovo: «Se tutto il corpo episcopale fosse stato forte ed esplicito sotto questo profilo, varie difficoltà, nella Chiesa, sarebbero state meno gravi». Poi aggiunge: «Ho fatto poco, certamente non abbastanza, per meritare la solidarietà che ho ricevuto, e ne chiedo scusa. Il contributo che ho cercato di dare è consistito soprattutto nel senso del dovere e quindi nell'assiduità al lavoro e nell’assumermi le mie responsabilità». Ruini ringrazia tutti coloro che hanno collaborato con lui, dispiaciuto di «aver avuto poco tempo» per coltivare i «rapporti preziosi» di amicizia e di vicinanza «anche al di fuori delle strutture ecclesiali». Poi il «mea culpa» più significativo: «Il rammarico più grande riguarda però la mia debolezza e mediocrità in quello che è il primo compito di ogni vescovo: la preghiera. Specialmente di questa debolezza chiedo perdono e il mio primo proposito per il futuro è quello di porvi in qualche modo rimedio».
Infine, il grande tessitore della politica ecclesiale, invita a guardare alla «radicalità della sfida» che è posta oggi alla fede cristiana «nei comportamenti e nel pensiero» mettendo però in guardia dalla «tentazione della sfiducia». E conclude: «Nel mio piccolo vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perché i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l'occhio della fede, e così non si affliggano» come coloro che «non hanno speranza». Benedetto XVI ha scritto a Ruini una lettera nella quale ricorda «la grande capacità di lavoro, la fede semplice e schietta, la sua intelligente creatività pastorale, la sua fedeltà», ringraziandolo per la dedizione dimostratagli.
Italian Ruini, il mio testamento alla diocesi di Roma
Jun 22, 2008
Non nascondiamoci davanti alle sfide che i tempi attuali oppongono alla fede, raccogliamole anzi e affrontiamole con l'aiuto di Cristo.

Roma, 21 giu. - (Adnkronos) - E' questo il testamento che il cardinale Camillo Ruini lascia alla diocesi di Roma. Il porporato, infatti, celebrando questo pomeriggio la messa per i 25 anni del suo episcopato nella basilica di San Giovanni in Laterano, ha parlato esplicitamente del suo addio alla carica di vicario del Papa per la diocesi di Roma. Ruini ha ricoperto questo incarico per 17 anni e mezzo come egli stesso ha ricordato, sotto due pontefici: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il cardinale ha anche spiegato che continuera' a lavorare perche' i romani e gli italiani ''sappiano guardare al mondo con gli occhi della fede''. Un riferimento all'incarico che Ruini conserva di capo del progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, progetto da lui stesso ideato negli anni scorsi. Il cardinale Ruini, avviandosi a lasciare la guida della diocesi di Roma - si attende ormai solo la nomina ufficiale del nuovo vicario da parte del Pontefice - esce dai ruoli chiave della chiesa italiana dopo che Benedetto XVI ha chiamato a sostituirlo alla guida della Cei, il 7 marzo del 2007, l'arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco. ''Il piccolo testamento che vorrei lasciare alla diocesi di Roma - ha detto Ruini nella parte conclusiva della sua omelia - e' dunque questo: guardiamo alla grande sfida che oggi dobbiamo affrontare, rendiamocene conto, non nascondiamoci davanti a lei, cerchiamo di coglierla nella sua forza, spessore, pervasivita', capacita' di penetrazione, quella capacita' e quell'attrattiva che essa esercita specialmente verso le nuove generazioni''. ''Ma guardiamola - ha quindi aggiunto il porporato - con occhio disincantato e a sua volta penetrante, con l'occhio della fede, che e' necessariamente diverso e anche piu' penetrante rispetto a uno sguardo soltanto umano. Con la luce della fede possiamo intuire infatti la realta' profonda dell'uomo, in cui Dio e' presente per attirare a se' ed orientare a Cristo le persone e la storia. Oso dire che Dio continua ad attirare a se' in modo speciale questa nostra Chiesa e citta' di Roma, come tante volte in questi anni ho potuto toccare con mano''. Quindi il riferimento al suo prossimo futuro: ''Nel mio piccolo, se il Signore lo permettera', vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perche' i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l'occhio della fede, e cosi' non si affliggano 'come gli altri che non hanno speranza'. Ma, molto al di la' di quello che ciascuno di noi puo' fare, e' questa la preghiera che ora insieme rivolgiamo al Dio amico dell'uomo''.
Italian Il testamento di Ruini: «Vescovi con il Papa anche quando dice parole scomode»
Jun 22, 2008
Il Cardinale: «Terminato il mio servizio di Vicario. Roma per me è stato un grande dono».

(Corriere della Sera, 21 giugno 2008 ) ROMA - È «terminato il mio servizio di Cardinal Vicario»: nella messa solenne a San Giovanni, in occasione dei 25 anni della sua nomina a vescovo, il cardinale Camillo Ruini ha ringraziato e si è accomiatato dalla città che ha guidato per 17 anni e mezzo. La nomina a vicario di Roma, il 17 gennaio 1991, è stato, ha detto, «un dono grandissimo» fattogli da Giovanni Paolo II e confermatogli poi da Benedetto XVI. «Ma in tutti questi anni - ha aggiunto il cardinale - un dono in qualche modo altrettanto grande l'ho ricevuto da Roma stessa, Roma diocesi e Roma città: questo dono l'ho compreso un poco alla volta e sempre di più». «Terminato il mio servizio di cardinale vicario confido di gustarlo e di assaporarlo ancora meglio, ritornandovi negli anni che mi rimangono con la memoria e con la preghiera», ha aggiunto.

I VESCOVI - Ruini ha poi dichiarato che «se i vescovi fossero stati più compatti e vicini al pontefice anche quando questi ha dovuto pronunciare parole scomode annunciando il Vangelo, tanti problemi della Chiesa non si sarebbero manifestati e anzi questa è la strada del futuro per superare le difficoltà della Chiesa». Il Cardinale ha infine affermato la necessità di combattere la grande sfida del «regno del peccato» «che minaccia la fede cristiana nel comportamento e nel pensiero».

IL PAPA - Ruini è stato ringraziato anche dal Benedetto XVI «per il suo impegno al servizio della Chiesa di Roma». Nel messaggio di Ratzinger, letto durante la solenne messa: «Il motivo per il quale ora mi preme soprattutto ringraziarLa, Signor Cardinale, è - scrive il Papa - il Suo impegno al servizio della Chiesa di Roma. Era il 17 gennaio 1991 quando il Servo di Dio Giovanni Paolo II la chiamò a succedere al compianto Cardinale Ugo Poletti affidandoLe - così scriveva l'amato Pontefice - 'ciò che ho di più mio e di più caro: Roma apostolica». Egli sapeva - ha proseguito Benedetto XVI - di trovare in Lei un collaboratore esperto, fidato, generoso, che ha saputo posporre ogni altro interesse alla cura assidua e affettuosa della Diocesi. E la medesima collaborazione ella ha poi offerto a me in questi anni». «Nella Chiesa di Roma - continua il messaggio del Papa - tutti hanno potuto constatare la Sua grande capacità di lavoro, la sua fede semplice e schietta, la sua intelligente creatività pastorale, la sua fedeltà all'identità viva dell'Istituzione attraverso l'unione con il Papa anche in mezzo alle difficoltà, il suo fiducioso e sorridente ottimismo».
Italian "Difficile coniugare fermezza e amore"
Jun 22, 2008
Suona come un congedo il saluto che il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha rivolto questa sera nella Basilica di San Giovanni in Laterano, in occasione della solenne messa per il 25esimo anniversario di episcopato.

Città del Vaticano, 21 giugno 2008  - In 6 cartelle, in una lunga ed emozionante omelia, il porporato - che per 17 anni e mezzo ha retto come vicario la diocesi del Papa - non manca di ringraziare Giovanni Paolo II che lo ha voluto al suo fianco, Benedetto XVI che lo ha confermato (andando oltre i limiti di età previsti dal codice di diritto canonico, che fissa la 'pensione' in 75 anni), e tutti i suoi collaboratori più stressi.



Chiede anche scusa il 'cardinale Sottile', così detto per la sua abilità di ragionamento, per le 'mancanze' avute in quasi vent'anni di lavoro nella diocesi romana. E si leva qualche sassolino dalle scarpe: critiche al corpo episcopale che, in varie occasioni, non ha espresso "fermezza nell'annuncio e nella testimonianza pubblica della fede". "Difficile - ammette però Ruini - mi è stato riuscire a congiungere, anche nel modo di esprimermi e di comunicare, la fermezza con l'amore", perchè "quello che facciamo e decidiamo, lo facciamo e decidiamo per amore, ricercando cioè il bene sia della comunità sia delle persone interessate. È questo, forse, il maggior peso quotidiano di un vescovo".



Alla diocesi di Roma lascia poi un "piccolo testamento": di non nascondersi di fronte alle sfide di oggi. E dice addio alla 'sua' diocesi con una promessa: "Nel mio piccolo, se il Signore lo permetterà, vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perchè i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l'occhio della fede".



Di fronte a una Basilica gremita, a un parterre di politici ed ecclesiastici d'eccezione, a lungo applaudito, il cardinale Ruini ha così salutato la diocesi che ha retto per 17 anni e mezzo. "Ho ricevuto un dono grandissimo da Giovanni Paolo II - dice Ruini - quando, il 17 gennaio 1991, egli mi ha nominato suo Vicario".



Ricorda la lettera con cui Papa Wojtyla comunicò l'incarico in quell'occasione: "Ho deciso di affidarLeà ciò che ho di più mio e di più caro: Roma apostolica, coi suoi incomparabili tesori di spiritualità cristiana e di tradizione cattolica; con le sue forze vive di sacerdoti, di comunità religiose, di laici impegnati; ma anche con le sue innumerevoli esperienze umane, con le sue certezze e le sue inquietudini, con le sue realizzazioni e le sue attese". Un "dono grandissimo", prosegue Ruini, che "è stato confermato e rinnovato da Benedetto XVI". "All'uno e all'altro Successore di Pietro - afferma il porporato - va dunque la mia personale totale gratitudine".



"In tutti questi anni - prosegue - un dono in qualche modo altrettanto grande l'ho ricevuto da Roma stessa, Roma Diocesi e Roma Città: questo dono l'ho compreso un poco per volta e sempre di più. Terminato il mio servizio di cardinale vicario confido di gustarlo e assaporarlo ancora meglio, ritornandovi negli anni che mi rimangono con la memoria e con la preghiera".



È il ruolo dei vescovi e le difficoltà avute in questi anni a fare da filo conduttore all'omelia di questa sera. "Ogni vescovo - dice - nel suo tempo e nelle sue situazioni di vita e di ministero, ha bisogno di almeno un poco di fortezza e anche io ne ho avuto bisogno, a Reggio Emilia e poi qui a Roma". Spesso "si pensa alla fortezza o al coraggio rivolto per così dire 'verso l'esterno', soprattutto verso la pressione esercitata dalla 'opinione pubblica' così come questa è interpretata, e non di rado 'costruita', dai mezzi di comunicazione". È invece "indispensabile per un vescovo - ammonisce Ruini - sottrarsi alla sudditanza nei confronti di questo genere di pressione e a tal fine è importante ricordare che la verità che ci sè stata donata e affidata, quella verità che è in ultima analisi Cristo stesso, conta e 'pesa' molto di più di qualsiasi opinione". Ruini ricorda una sua frase pronunciata ad Assisi durante l'assemblea generale della Cei, divenuta famosa per l'impatto mediatico avuto nel delicato confronto fra chiesa e politica. "Come ho detto scherzosamente parlando ad alcuni confratelli vescovi quando pensavo che non ci fossero altri ascoltatori, 'le pallottole di carta non fanno molta paura'".



L'annuncio e la testimonianza pubblica della fede, cavallo di battaglia dell'azione del cardinale Camillo Ruini, torna con prepotenza anche nell'omelia di questo pomeriggio, a San Giovanni in Laterano. "Sono stato assai aiutato e stimolato sotto questo profilo dal mio compito di vicario del Santo Padre, in concreto dall'esempio che ho ricevuto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI: in molte occasioni - afferma - ho percepito quasi fisicamente che sarebbe stato ingiusto lasciarli soli".



"Essere a fianco del Papa nell'annuncio e testimonianza della fede, specialmente quando questi sono scomodi e richiedono coraggio - dice - è in realtà il compito di ogni vescovo, un aspetto essenziale della collegialità episcopale". Ed ecco la critica che Ruini scaglia verso "tutto il corpo episcopale": se "fosse stato forte ed esplicito sotto questo profilo, varie difficoltà, nella Chiesa, sarebbero state meno gravi e che anche per il futuro questa può essere una via efficace per ridimensionarle e superarle".



Inevitabili i ringraziamenti. "Devo ringraziare di tutto cuore per il dono della grande fiducia che mi è stata accordata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: senza una tale fiducia il compito del cardinale vicario sarebbe davvero arduo e ben poco fruttuoso". E poi un grazie ai vicegerenti, ai vescovi ausiliari, ai due segretari don Mauro e don Nicola, a tutto lo staff della segreteria.



Un Ruini che in tutta umiltà chiede anche scusa alla diocesi romana: "Per parte mia ho fatto poco, certamente non abbastanza - ammette - per meritare la solidarietà che ho ricevuto e ne chiedo scusa. Il contributo che ho cercato di dare è consistito soprattutto nel senso del dovere e quindi nell'assiduità al lavoro e nell'assumermi le mie responsabilità, sforzandomi di essere sincero e leale". "Il rammarico più grande - sottolinea - riguarda però la mia debolezza e mediocrità in quello che è il primo compito di ogni vescovo: la preghiera". "Specialmente di questa debolezza chiedo perdono e il mio primo proposito per il futuro è quello di porvi, con la grazia di Dio, in qualche modo rimedio".



Il porporato emiliano individua inoltre nella "tentazione della sfiducia" il "pericolo più grande per la missione del vescovo e della chiesa". "La Diocesi di Roma, e in essa il clero romano, per grazia di Dio mediamente giovane e ben preparato, le tante presenze vive religiose e laicali - esorta Ruini - devono sconfiggere questa tentazione, che è contraria alla speranza teologale, alla speranza cioè fondata sulla forza dell'amore che Dio ha per la famiglia umana. Il piccolo testamento che vorrei lasciare alla Diocesi di Roma è dunque questo: guardiamo alla grande sfida che oggi dobbiamo affrontare, rendiamocene conto, non nascondiamoci davanti a lei, cerchiamo di coglierla nella sua forza, spessore, pervasività, capacità di penetrazione, quella capacità e quell'attrattiva che essa esercita specialmente verso le nuove generazioni".



Infine, una promessa: "Nel mio piccolo, se il Signore lo permetterà, vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perché i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l'occhio della fede, e così non si affliggano 'come gli altri che non hanno speranza'".
French Le Pape Benoît XVI a exprimé sa gratitude à son vicaire, le cardinal Ruini
Jun 22, 2008
Le 22 Juin 2008 - E.S.M. - A 77 ans le cardinal Camillo Ruini quitte le vicariat de Rome. Ce n'est pas ce que les medias appelleront "une voix différente", car il est fidèle au Pape Benoît XVI, et ferme dans ses convictions, et il ne craint pas l'impopularité.

Une belle leçon d'indépendance par rapport aux medias

Article original en italien sur le site de l'Agence AdnKronos
traduction beatriceweb.eu

L'adieu de Ruini
"les évêques ne doivent pas céder à l'opinion publique
"

Le cardinal Camillo Ruini se prépare à quitter la charge de vicaire du Pape pour le diocèse de Rome, et la messe qu'il a célébrée ce 21 juin pour les 25 ans de son épiscopat, avait un parfum d'adieu.

"Au terme de mon service de Cardinal Vicaire, a t-il dit, j'avoue le savourer encore plus, j'y reviendrai, dans les années qui me restent, avec la mémoire et la prière".

Durant l'homélie, le cardinal s'est beaucoup attardé sur le courage, et sur les devoirs des évêques.

"La force, a t-il fait remarquer, consiste à se soustraire à la pression de l'opinion publique, et surtout à annoncer la vérité du Christ. A ce propos, il a rappelé sa célèbre boutade sur "les boulettes en papier qui ne me font pas vraiment peur".

"Quand on parle de force et de courage, a expliqué le cardinal, faisant allusion à sa longue expérience dans le diocèse de Rome, on pense au courage, surtout envers la pression exercée par l'opinion publique, telle qu'elle est interprétée - et il n'est pas rare qu'elle soit même formée - par les medias.

Il est indispensable, pour un évêque, de se soustraire à la sujétion envers ce genre de pressions, et dans ce but, il est important de rappeler que la vérité qui nous a été donnée et confiée, cette vérité qui, en dernière analyse, est le Christ lui-même, compte et pèse bien plus que n'importe quelle opinion."

"En réalité, a ajouté Ruini, pour moi, cela a été en fin de compte un problème assez léger : comme je l'ai dit sur le ton de la plaisanterie à quelques confrères évêques alors que je pensais que personne ne nous écoutait 'les boulettes en papier ne me font pas peur'. Ce qui m'a été plus difficile, en revanche, c'est de réussir à conjuguer, y compris dans ma façon de m'exprimer et de communiquer, la fermeté avec l'amour".

Puis, une allusion aux devoirs d'un évêque en forme d'avertissement. "Être aux côtés du Pape dans l'annonce et dans le témoignage de la foi, a-t'il souligné, particulièrement quand ceux-ci sont difficiles et réclament du courage, est en réalité le devoir de chaque évêque, un aspect essentiel de la collégialité épiscopale."

"Je me permets de dire, a t'il observé, que si tout le corps épiscopal avait été fort et explicite sous cet angle, plusieurs difficultés, dans l'Église, auraient été moins graves, et pour le futur aussi, cela peut être un moyen efficace pour les redimensionner et les surmonter".

Dans un long message adressé au cardinal pour ses 25 ans d'épiscopat, lu cet après-midi dans la basilique Saint-Jean de Latran, le Pape Benoît XVI a exprimé sa gratitude à son vicaire pour "sa grande capacité de travail, sa foi simple et sincère, son intelligente créativité pastorale, sa fidélité à l'identité de l'institution à travers l'union avec le Pape, même parmi les difficultés, son optimisme fidèle et souriant".

Benoît XVI a exprimé aussi sa "reconnaissance personnelle pour le dévouement avec lequel, au cours de ces années, vous m'avez introduit dans la réalité complexe de cette Église bien-aimée, m'accompagnant dans les visites aux paroisses, dans les rencontres avec le clergé, les pauvres, les malades, les jeunes. Merci d'avoir suivi mon invitation à vous engager sérieusement pour l'éducation, et pour avoir appelé à plusieurs reprises, Place Saint-Pierre, de nombreux fidèles pour écouter, soutenir et encourager le ministère du Pontife Romain".

Ruini, 77 ans, a assumé la charge de vicaire pendant 17 ans et demi, sous deux pontifes, Jean-Paul II et Benoît XVI. Le cardinal a également expliqué qu'il continuera à travailler afin que les romains et les italiens "sachent regarder le monde avec les yeux de la foi". Allusion à la fonction que Ruini conservera à la tête du projet culturel de la Conférence des Évêques, projet que lui-même a conçu ces dernières années.

Le cardinal, s'apprêtant à quitter la direction du diocèse de Rome sort des rôles-clés de l'Église, après que Benoît XVI ait appelé pour le remplacer à la tête de la CEI le 7 mars 2007, l'archevêque de Gênes, le cardinal Angelo Bagnasco.

Rappelons en effet que le Cardinal Ruini a par exemple été à l'origine de la messe célébrée Place Saint-Pierre à l'occasion des 80 ans du Pape (il avait dans une lettre invité tous les romains à venir lui manifester leur affection: on en trouvera le très beau texte ici:  (http://beatriceweb.eu/Blog); après la lamentable affaire de la visite annulée du pape à l'Université de la Sapienza, c'est lui qui une fois encore avait demandé aux romains de venir nombreux lors de l'Angélus pour témoigner leur soutien au pape, et on sait que plus de 200 milles personnes ont afflué Place Saint-Pierre pour l'Angélus du 20 janvier (Grande solidarité pour Benoît XVI).

Source : Eucharistie Sacrement de la Miséricorde
Italian Il cardinale Camillo Ruini lascia la diocesi di Roma
Jun 13, 2008
Il cardinale Camillo Ruini lascerà entro giugno la diocesi di Roma.

(L'Unione Sarda, 12/06/2008) Lo ha fatto capire questa sera intervenendo al convegno ecclesiale diocesano sull'emergenza educativa a Roma. "Senza anticipare nulla di quello che dirò nell'omelia del 21 giugno - ha detto Ruini - voglio dirvi che mi sento enormemente debitore verso il Signore per avermi messo per diciassette anni e mezzo come Vicario del Santo Padre alla guida di questa diocesi". Probabilmente sarà proprio quella del 12 giugno, in occasione della cerimonia dei 25 anni di episcopato, la sua ultima omelia. Al posto di Ruini il Papa dovrebbe nominare Vicario di Roma il cardinale Agostino Vallini.
Italian Il cardinal Ruini conferma
May 13, 2008
Lascio il vicariato e vado in pensione.

ROMA, 12 MAGGIO (Apcom) - Il cardinale Camillo Ruini conferma le voci emerse le scorse settimane sul suo prossimo ritiro da Vicario del Papa per la Diocesi di Roma. Camillo Ruini, reggiano, già presidente della Conferenza Episcopale, è il porporato che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II ha lanciato la chiesa italiana nella battaglia culturale contro il relativismo.

L'occasione dell'annuncio è la presentazione del suo libro 'Rieducarsi al Cristianesimo', presso la Pontificia università lateranense. Un momento per guardare al passato ma anche fare un accenno al futuro. "ci ho messo 12 anni a scrivere la mia tesi di dottorato, lavorando solo nel periodo estivo", ha ricordato Ruini che, fino all'anno scorso era presidente della Conferenza episcopale italiana ed ora è 'solo' Vicario di Roma.

"E' il segno del mio perfezionismo", ha proseguito il Porporato con una punta di humor. "E' quasi una malattia anche se ne sono stato affrancato in questi anni perché non ho avuto tempo. Ora che sto per andare in pensione - ha proseguito Ruini - mi sono domandato: non è che mi riprenderà il perfezionismo e non scriverò nulla ma starò sempre a pensare?".

Al posto di Ruini i rumors indicano che dovrebbe andare, forse nel mese di giugno, monsignor Agostino Vallini.

Il rettore della Lateranense, monsignor Rino Fisichella, ha tenuto a ringraziare Ruini. "Un cardinale non va mai in pensione, come un sacerdote", ha tenuto a dire. "Ogni persona continua il suo impegno in modi diversi.

E quando vengono meno le responsabilità dirette - ha proseguito in riferimento all'incarico di Vicario di Roma che Ruini lascerà prossimamente - c'è più tempo per riflettere, anche senza cadere nel perfezionismo".

Fisichella, in particolare, ha auspicato he il porporato continui a produrre pagine ed analisi "stimolanti" per tutti i credenti e capaci di rendere la presenza della Chiesa cattolica "sempre più incisiva". Anche Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, presente alla tavola rotonda sul libro di Ruini, lo ha ringraziato per aver "lavorato e lottato" perché il Cristianesimo non è "evaporato" a Roma in questi anni.

"Credo che dobbiamo sempre essere tendenzialmente amici del nostro tempo", ha detto da parte sua Ruini, "cercando di ricavare tutto il buono che esso contiene, e, naturalmente, anche cercando di convertire noi stessi e di convertire al Signore il tempo che stiamo vivendo". In riferimento, poi, alla annosa discussione sulla 'eclissi' o sulla 'rivincita' di Dio nel nostro mondo, Ruini ha affermato: "Non pensiamo di avere la vittoria facile, anzi, non pensiamo per niente di avere vinto. La partita (col secolarismo, ndr) è aperta. L'unico successo riportato in questi anni è che questa partita, che molti ritenevano chiusa, è invece aperta. Ma - ha concluso - può essere vinta o persa".
12/05/2008
Italian Il Cardinale Ruini, dottore “honoris causa” in comunicazione sociale
Apr 11, 2008
“Bisogna saper cogliere i movimenti profondi che attraversano la società e la cultura”

ROMA, mercoledì, 9 aprile 2008 (ZENIT.org).- Nel pomeriggio di mercoledì, presso la Pontificia Università della Santa Croce, ha avuto luogo la cerimonia per il conferimento del dottorato “honoris causa” in comunicazione sociale istituzionale al Cardinale Camillo Ruini e al professor Alfonso Nieto.

L’atto è stato presieduto dal Gran Cancelliere della Pontificia Università della Santa Croce e Prelato dell’Opus Dei, monsignor Javier Echevarría.

Tra le motivazioni che hanno spinto la giovane Facoltà di Comunicazione Sociale Istituzionale della Santa Croce a conferire un dottorato “honoris causa” al Cardinale Ruini – spiega un comunicato dell'ateneo – c'è “l’intuizione del progetto culturale orientato in senso cristiano”, che l’allora Presidente della Conferenza Episcopale Italiana presentò nel 1994 a Montecassino.

Alla base di questo progetto sta, come descrive lo stesso promotore, “una accezione ampia e antropologica della cultura stessa: così intesa essa si estende dalle convinzioni più profonde riguardo al significato e al destino della nostra vita e dell’intera realtà fino ai comportamenti più minuti e concreti”.

“La cultura – spiegava il porporato – costituisce allora il terreno fondamentale di crescita, o invece di alienazione e deviazione delle persone, e anche lo spazio privilegiato per l’incarnazione del Vangelo nella vita e nella storia e per il suo confronto con altre e diverse concezioni, scelte o comportamenti” .

Nella sua lectio magistralis, il Cardinale Ruini ha affermato che l'Italia è dominata nell'ambito della comunicazione sociale da “orientamenti non favorevoli alla Chiesa”, spesso criticata per la sua eccessiva presenza sul piano mediatico.

Il porporato ha quindi illustrato come, negli ultimi venti anni, la Chiesa abbia cercato di rispondere alle sfide poste dalla comunicazione.

A questo proposito ha ricordato la creazione o il potenziamento dei mezzi di comunicazione cattolici, dal quotidiano “Avvenire” ai settimanali diocesani, per i quali è stata costituita l'agenzia SIR, all'emittente televisiva Sat2000 e al circuito radiofonico Inblu.

Successivamente, ha sottolineato che “la comunicazione sociale è sempre più importante per l’evangelizzazione e la comunicazione della fede, ma non basta da sola e non è nemmeno la via più efficace, che rimane quella dei contatti e rapporti diretti, personali e nella comunità credente”.

Allo stesso tempo, bisogna “essere pronti a cogliere i movimenti profondi che attraversano la società e la cultura, per inserire in essi il nostro messaggio, capitalizzando e volgendo al bene le energie che da essi scaturiscono”.

“Si tratta, in concreto, di evangelizzare la cultura italiana del nostro tempo, mostrando che essa, storicamente impregnata e in larga misura plasmata dal cattolicesimo, può rinnovarsi ed inoltrarsi nel futuro non allontanandosi da questa sua matrice, ma al contrario traendo da essa nuova linfa ed ispirazione”.

Il porporato ha quindi aggiunto che “non solo le parole, ma tutto l’atteggiamento del comunicatore deve cercare di veicolare, unitamente alla verità del messaggio, e della natura stessa della Chiesa, anche e con non minore impegno l’amore che Dio in Gesù Cristo ha manifestato per l’uomo”.

Gli operatori cristiani della comunicazione sociale, ha continuato, devono ricercare la “propria santificazione attraverso il lavoro”, come ha ben insegnato san Josemaría Escrivá, fondatore dell'Opus Dei.

Il professor Norberto Gonzalez Gaitano, ordinario di Opinione Pubblica e autore della laudatio al Cardinale Ruini, ha riconosciuto nel prelato “una straordinaria sensibilità comunicativa che esprime un vero rispetto per l’opinione pubblica. Tale sensibilità comunicativa nasce della comprensione del rapporto che lega la cultura con la comunicazione”.

Questo atteggiamento dialogico, “gli è valso il riconoscimento di interlocutore di chi, non avendo fede cattolica, condivide le ragioni di un ethos sociale non negoziabile fondato sulla dignità della persona umana”.

Nel corso della stessa cerimonia è stato conferito il dottorato “honoris causa” anche al professor Alfonso Nieto, primo docente ordinario di Comunicazione in Spagna (1976), per dodici anni Rettore dell’Università di Navarra, per essere stato un “pioniere nel riconoscimento degli studi di comunicazione a livello universitario in Europa”.
French Le Card. Camillo Ruini, doctorat Honoris Causa en communication sociale institutionnelle
Apr 11, 2008
Vatican, le 11 avril 2008  - E.S.M. - L’Université pontificale de la Sainte Croix confère le doctorat Honoris Causa en communication sociale institutionnelle au Card. Camillo Ruini Vicaire général de Sa Sainteté le pape Benoît XVI pour le Diocèse de Rome. La cérémonie s’est déroulée mercredi 9 avril à l’Aula Magna de la même université.

« Pour la sensibilité communicative du Card. Ruini, sensibilité qui exprime un vrai respect de l’opinion publique, c'est-à-dire du peuple, et pour l’opinion publiée » : telle est, dans la Laudatio du Pr. Norberto Gonzalez Gaitano, le motif de la remise, par l’Université de la Santa Croce, du doctorat Honoris Causa en communication sociale institutionnelle au Vicaire général de Sa Sainteté pour le Diocèse de Rome. La cérémonie s’est déroulée mercredi 9 avril à l’Aula Magna de la même université.

Dans le salut initial, le Grand chancelier de l’Université pontificale de la Sainte Croix et prélat de l’Opus Dei, Son Exc. Mgr Javier Javier Echevarrià, a rappelé le rapport ancien et solide qui a toujours existé entre l’Eglise et le monde de la communication. Saint Josemaria Escrivà, promoteur de l’Université de la Sainte Croix, avait compris, déjà dans les années 40, avec ses leçons d’éthique dans ce qui allait rapidement devenir l’Ecole de journalisme, le rôle fondamental du professionnalisme, des idéaux chrétiens et de l’amour de la vérité de tous ceux qui travaillent dans le monde de la communication. Quatre raisons particulières sont à l’origine de la proposition de cette reconnaissance au Card. Ruini : le projet culturel orienté de l’Eglise italienne dans un sens chrétien, dont le Vicaire du Pape est le promoteur depuis 1994 ; la fidélité à la forte identité de l’Institution à travers l’union avec le Vicaire du Christ, d’abord Jean-Paul II, maintenant son successeur; l’optimisme incurable et ce sourire « franc, ouvert, serein et constant », affirme le Pr. Gaitano, reflétant sa foi ; l’esprit d’initiative communicatif et le rôle des laïcs, base pour de nouveaux projets comme SAT 2000, l’agence SIR, RadioInBlu et le restyling du quotidien Avvenire.

Dans la Lectio magistralis, puisant dans sa longue expérience, le Card. Ruini a rappelé s’être bien vite rendu compte de la nécessité « pour l’Eglise elle-même d’améliorer et de développer ses capacités d’être présente dans le monde des médias, pour faire connaître à l’opinion publique son vrai visage et surtout le message dont elle est porteuse ». La communication sociale est importante, mais ne suffit pas, la voie la plus efficace reste celle des contacts et des rapports directs et personnels ; il faut que le communicateur ait un message clair et l’exprime de manière sobre, non seulement par ses paroles, mais par tout son comportement ; un grand professionnalisme est en outre nécessaire, à apprendre par l’étude et par la pratique sur le terrain. Enfin, le Card. Ruini, dans sa dernière observation, a affirmé la nécessité que celui qui communique recherche la sainteté à travers son travail, sans jamais n’espérer qu’une satisfaction personnelle. Pendant la cérémonie, le très célèbre Pr. Nieto, premier en Europe à se consacrer à l’enseignement universitaire de la communication, a aussi été décoré du doctorat HC.

Source : Eucharistie Sacrement de la Miséricorde
French Cardinal Ruini: Le fruit de la mission de l’Opus Dei reste à l’intérieur des églises locales.
Mar 15, 2008
L’Université Pontificale de la Sainte Croix a organisé à Rome une journée d’étude, à l’occasion du 25ème anniversaire de l’érection de l’Opus Dei en prélature personnelle. Plusieurs spécialistes y ont participé, dont le Vicaire du Pape pour le diocèse de Rome et le Prélat de l’Opus Dei.

(opusdei.fr, 14/03/2008) C’est dans la toute nouvelle salle de conférence Jean Paul II de l’Université Pontificale de la Sainte Croix que s’est tenue une journée d’étude à l’occasion du XXVe anniversaire de l’érection de la prélature de l’Opus Dei.

Un quart de siècle après la constitution apostolique Ut sit, par laquelle Jean Paul II érigeait la prélature de l’Opus Dei, divers experts et personnalités de l’Eglise se sont réunis afin d’approfondir le sens théologique et juridique de la première prélature personnelle.

La figure des prélatures personnelles est une création du Concile Vatican II, dans le but de favoriser le dynamisme évangélisateur de l’Eglise.

Le cardinal Ruini a souligné l’importance du travail d’accompagnement spirituel et des moyens de formations promus par la Prélature, « destinés à éclairer la recherche de la sainteté et l’exercice de l’apostolat »
L’adjectif « personnel » implique que la juridiction du prélat ne s’applique pas à un territoire déterminé, mais à des fidèles appartenant à différents diocèses qui, par leurs circonstances personnelles, ont besoin d’une attention pastorale spéciale. Ces personnes appartiennent autant au diocèse dans lequel ils habitent qu’à la prélature personnelle.

Le cardinal Camillo Ruini, Vicaire général du Pape pour le diocèse de Rome, a commencé son intervention par des mots de gratitude envers la prélature de l’Opus Dei « pour le service qu’elle réalise en faveur des diocèses du monde entier et particulièrement dans celui de Rome », non seulement au moyen des charges que certains prêtres accomplissent dans les paroisses ou dans d’autres services diocésains, mais surtout pour son attachement à promouvoir la sainteté et l’apostolat : sur ce sujet, il a parlé du « service pastoral le plus spécifique et le plus direct de l’Opus Dei dans les diocèses ».

Dans ce contexte, il a souligné l’importance du travail de direction spirituelle et des moyens de formation dispensés par la Prélature, « destinés à illuminer la recherche de la sainteté et l’exercice de l’apostolat des laïcs à travers leur propre travail et les circonstances personnelles de chacun ».
Spanish El cardenal vicario de Roma agradece al Opus Dei su labor en la Iglesia
Mar 11, 2008
El cardenal vicario de Roma, Camillo Ruini, agradeció hoy al Opus Dei 'el servicio que desarrolla en favor de las diócesis de todo el mundo y en particular en la de Roma', durante una jornada de estudio con motivo del XXV aniversario de la creación de dicha Prelatura.

(Terra Actualidad - EFE, 10-03-2008) Ruini subrayó la importancia de los encuentros formativos impulsados por la Prelatura, cuyo objetivo, dijo, es el de 'iluminar la búsqueda de la santidad y el ejercicio del apostolado entre los laicos a través del propio trabajo y las circunstancias personales de cada uno'.

En la jornada de estudio participaron junto al cardenal Ruini, el cardenal español Julián Herranz; el prelado del Opus Dei, el obispo Javier Echevarría; el vicario general de la Obra, Fernando Ocáriz, y el decano de la Universidad Pontificia de la Santa Cruz, Paul O'Challagan, entre otros.

Durante el acto profundizaron en el significado teológico y jurídico de la Prelatura del Opus Dei constituida hace 25 años por decisión del papa Juan Pablo II.

El cardenal Herranz, presidente emérito del Consejo Pontificio para los Textos Legislativos, centró su intervención en la Constitución Apostólica 'Ut Sit' con la que el Papa Wojtyla erigió la Prelatura del Opus Dei.

Echevarría explicó que la figura jurídica de la Prelatura personal es la que mejor se ajusta al fenómeno pastoral con el que el fundador del Opus Dei, san Josemaría Escrivá de Balaguer, concibió esta institución.

Una idea que, según aclaró Echevarría, se basaba en una colectividad 'constituida por cristianos comunes' comprometidos en la difusión de la creencia que 'la fe puede y debe impregnar la entera existencia humana con todas las realidades que la componen (trabajo, vida familiar y social)'.
French Le cardinal Ruini appelle les paroisses à une « conversion missionnaire »
Feb 05, 2008
Il présente les lignes directrices pour une « pastorale intégrée »

ROME, Vendredi 1 février 2008 (ZENIT.org) - Le cardinal Camillo Ruini, vicaire du pape pour le diocèse de Rome, a demandé aux paroisses d'être au cœur de la vie missionnaire.

Le cardinal italien est intervenu jeudi matin, au colloque sur « Paroisses et nouvelle évangélisation. L'apport des mouvements ecclésiaux et nouvelles communautés » organisé à Rome par la Communauté de l'Emmanuel en collaboration avec l'Institut pontifical Redemptor Hominis, du 30 janvier au 1 février.

Précisant dès le début que son but n'est pas de vouloir « rassurer ou réconforter », le cardinal Ruini a expliqué que « la question cruciale concerne l'attitude de la paroisse qui doit être prête à accueillir et prendre ce grand tournant qui est la conversion missionnaire de notre pastorale ».

Il a donc invité les paroisses à ne pas rester prisonnières de « deux tendances, en partie opposées, mais toutes deux peu ouvertes à la mission : celle de se concevoir comme une communauté plutôt autoréférentielle, où l'on se contente de se sentir bien ensemble, et celle d'une « station service » pour l'administration des sacrements, qui continue à considérer comme un acquis chez ceux qui les demandent, une foi pourtant souvent absente ».

Une pastorale intégrée

Pour opérer cette conversion dans les nouveaux contextes sociaux, le cardinal Ruini propose une « pastorale intégrée », un processus qui implique que « les paroisses renoncent à leurs tentations d'autosuffisance, au profit avant tout d'une meilleure collaboration et intégration avec les paroisses voisines ».

De cette façon, explique-t-il, les paroisses pourront « développer ensemble et sans discordance, dans un même cadre territorial, ces attentions et activités pastorales qui dépassent, de fait, les possibilités normales d'une paroisse seule ».

Cette « collaboration ou intégration », dit-il, « doit par ailleurs se poursuivre en lien avec les différentes réalités ecclésiales présentes sur le territoire, à partir des communautés religieuses jusqu'aux associations et mouvements laïques ».

« Le cadre essentiel de référence de ce processus d'intégration est bien sûr le diocèse, avant tout en la personne de l'évêque et à travers ses directives pastorales, mais également à travers les organes de participation et les bureaux couvrant les divers domaines de l'action pastorale, lesquels sont les premiers appelés à agir dans une logique de collaboration et d'intégration ».

Une spiritualité de communion

« Du reste le diocèse, sans renoncer à sa nature et à ses responsabilités d'Eglise particulière, est lui-même impliqué, à plus grande échelle, dans ce même processus de collaboration et d'intégration, car les thématiques pastorales auxquelles il n'est possible de répondre de façon adéquate que dans une optique régionale et nationale, pour ne pas dire européenne et mondiale, ont pris beaucoup d'ampleur ».

« Quoiqu'il en soit, la source première et la raison décisive de cette ‘pastorale intégrée' ne sont pas les changements sociologiques actuellement en cours, mais l'essence même du mystère de l'Eglise, qui est communion ».

La communion ecclésiale possède, à son tour, une orientation intrinsèque vers la dimension missionnaire et la communication de la foi, lesquelles doivent constituer (toujours, mais à titre spécial dans les circonstances actuelles), le critère-guide de toute la pastorale : celles-ci ne peuvent donc être considérées comme une simple exigence de pastorale parmi tant d'autres, mais comme la question centrale, en un certain sens unique et décisive ».

Trois « lignes directrices »

Le cardinal Ruini propose trois « lignes directrices » qui peuvent aider les paroisses à « assumer concrètement leur rôle missionnaire ».

La première consiste à « former les chrétiens qui fréquentent nos communautés, et en premier lieu les prêtres et les séminaristes, à une foi qui soit vraiment missionnaire, dans les différents cadres de vie et pas seulement dans le milieu paroissial ou ecclésial ».

Le deuxième « chemin à prendre est celui du discernement, de la valorisation et du développement des multiples potentialités missionnaires déjà présentes, même si de façon latente, dans notre pastorale ordinaire où il nous est donné la possibilité de côtoyer un grand nombre de personnes qui appartiennent à l'Eglise de manière faible et précaire, voire même des non-croyants : si nous arrivons, dans un esprit évangélique et missionnaire, à entrer en contact avec tous ces gens, les fruits ne manqueront pas ».

La troisième orientation de fond proposée par le cardinal Ruini est celle de « donner une place centrale à la pastorale des adultes, en accordant une attention particulière aux familles, à leur milieu de travail, à leurs cadres de vie ».

Il demande pour cela que « les rythmes de vie des paroisses soient repensés le plus possible, de manière à ce qu'ils soient réellement accessibles aux adultes qui travaillent, et aux familles : pour cela, plus que l'organisation d'un grand nombre de rencontres, ce qu'il faudrait c'est un style de pastorale ouvert à des relations humaines plus profondes, que l'on cultiverait sans toute cette agitation qui dérive justement du manque de temps ».

« Néanmoins l'accent devant être mis sur la pastorale des adultes et des familles ne doit en rien affaiblir l'engagement pris en faveur des générations plus jeunes, car cela serait une très grave erreur », prévient-il.

Le cardinal Ruini estime que transformer la paroisse en une paroisse missionnaire n'est pas « un défi impossible »: « ce qu'il faut c'est donc "avancer au large", comme nous le demande le pape dans sa lettre encyclique Novo millennio ineunte, avec cette confiance, cette créativité et ce courage qui naissent de la foi dont les grandes potentialités, manifestes ou latentes de nos paroisses, sauront tirer profit dans un souci de communion et de mission ».
Italian Cardinal Ruini: “Le donne veramente libere non abortiscono”
Feb 04, 2008
Intervenendo a Otto e mezzo sulla legge 194 e la Chiesa in Italia.

ROMA, venerdì, 1° febbraio 2008 (ZENIT.org).- “Le donne veramente libere non abortiscono”, ha detto il Cardinale Vicario Camillo Ruini durante la trasmissione Otto e mezzo, condotta da Giuliano Ferrara e andata in onda questo lunedì su La7.

Secondo il porporato, “la donna in molti casi abortisce proprio perché non è libera e la si rende tale se le si dà la possibilità concreta di non abortire”; infatti, “l'aborto è un dramma per la donna, per il marito, per tutta la famiglia”, ha aggiunto.

Parlando della legge 194 che regola l'interruzione volontaria di gravidanza, l'ex Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha detto che “se una legge viene approvata dal Parlamento possiamo dire che non ci piace, che è ingiusta, ma non incitiamo alla rivolta”.

“Altra cosa è se i cattolici si fanno promotori di leggi eticamente sbagliate”, ha detto riferendosi alla proposta di legalizzare le unioni di fatto. “Un tempo i democristiani soccombevano in Parlamento, ma non si facevano promotori di iniziative legislative contrarie alla dottrina cattolica”.

Un punto sul quale il porporato ha insistito è quello dell'attuazione integrale della legge 194, perché “si faccia il possibile per aiutare le donne ad accogliere il figlio” soprattutto quando i problemi sono di ordine economico.

Per quanto riguarda la proposta di una moratoria internazionale dell'aborto che l'ONU dovrebbe promuovere, Ruini si è detto “totalmente d'accordo”, aggiungendo di credere che in Italia ci sia “una piena convergenza tra le forze politiche. Non si può imporre l'aborto con una legge dello Stato”.

L'ex Presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l'aborto, ma ritiene che quest'ultimo “sopprima un essere umano vivente”.

“Non uso la parola omicidio, ma per essere chiari e non confondere la realtà non si deve nemmeno parlare di interruzione volontaria di gravidanza – ha osservato –. Il linguaggio non deve occultare la realtà”.

“Deve essere il più sereno possibile – ha riconosciuto –, ma anche veritiero e certamente accompagnato dall'affetto, dall'amicizia, dalla solidarietà”.

“La Chiesa non ha un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole. Negli anni passati – ha ricordato il porporato –, 85 mila aborti sono stati evitati grazie all'intervento dei Centri di aiuto alla vita”, “attraverso il dialogo, l'aiuto psicologico, il far sentire alle madri che ci sono persone disposte a condividere il problema con loro” e favorendo il loro inserimento nel mondo del lavoro.

Quanto alle accuse di ingerenza nella vita politica e sociale, per Ruini “in Italia l'intervento della Chiesa ha un'efficacia maggiore rispetto a quanto avviene in altri Paesi più secolarizzati”, ma bisogna sfatare l'idea che “ci sia una maggior attenzione della Chiesa verso la politica interna rispetto ad altri Paesi”.

Resta invece “il diritto-dovere della Chiesa a intervenire su questioni pubbliche. Oggi lo sviluppo tecnologico sta proponendo problemi etici drammatici anche a livello legislativo di cui la Chiesa non può disinteressarsi”, ha aggiunto.

La fede cristiana, del resto, non riguarda soltanto il rapporto con Dio, ma anche i rapporti sociali, per cui “non si può non intervenire” di fronte a “problemi etici che chiedono di essere codificati in leggi potenzialmente in contrasto con la visione cristiana della vita”.
Italian Il cardinale: «Adesso la mia segretaria
Jan 29, 2008
«Anche la mia segretaria mi chiama "Eminens", come fa Luciana Littizzetto in televisione»: il cardinale vicario Camillo Ruini lo ha raccontato divertito ai giornalisti, subito dopo la registrazione della puntata "Otto e mezzo" di Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni, che andrà in onda stasera su La 7.

ROMA (28 gennaio, Il Messaggero) - Il porporato ha ammesso di non aver visto mai personalmente la comica in azione a "Che tempo fa", trasmissione di Raitre. «Mi hanno detto che è simpatica e brava, e anche la mia segreteria adesso mi chiama sempre "Eminens", con lo stesso tono della Littizzetto, la imita benissimo», ha raccontato Ruini.
Spanish Espíritu del Concilio Vaticano II es de continuidad y no de ruptura
Jan 13, 2008
En la introducción a la nueva edición italiana del libro escrito por el entonces Cardenal Karol Woktyla pocos años después de concluido el Concilio Vaticano II, el Cardenal Camillo Ruini, Vicario del Papa para la Diócesis de Roma y ex Presidente del Episcopado italiano, sostiene que el verdadero espíritu de este importante evento eclesial no es de ruptura sino de continuidad.

VATICANO, 09 Ene. 08 / 03:25 am (ACI).- En esta introducción al libro de 1972, ahora reeditado, de quien fuera después Juan Pablo II: "A las fuentes de la renovación. Estudio sobre la actuación del Concilio Vaticano II"; el Cardenal Ruini recuerda primeramente las palabras de Benedicto XVI en su discurso a la curia romana el 22 de diciembre de 2005, primer año de su pontificado: el Papa "ha ofrecido un análisis penetrante de la recepción del Concilio Vaticano II, indicando la vía maestra de la superación de la contraposición de 'dos hermenéuticas contrarias' que se 'encuentran en confrontación y han litigado entre ellas'".

"Una, afirmaba el Papa, ha causado confusión, la otra, silenciosamente pero siempre más visiblemente ha generado frutos. De una parte existe una interpretación que quisiera llamar 'hermenéutica de la discontinuidad y ruptura', que tal vez puede tener la simpatía de los mass media, y también de una parte de la teología moderna. De otra parte está la 'hermenéutica de la reforma', de la renovación en continuidad del único sujeto-Iglesia, que el Señor nos ha donado, que es un sujeto que crece en el tiempo y se desarrolla, permaneciendo siempre él mismo, único sujeto del Pueblo de Dios en camino", explica el Cardenal Ruini.

Seguidamente, el Purpurado italiano comenta que "poco tiempo después de la conclusión del Vaticano II", la interpretación de lo que algunos llaman "el espíritu" del Concilio, "se convierte en objeto de agudo debate, con la afirmación de líneas divergentes incluso dentro del mundo católico".

"Para refutar a algunos, que veían en el concilio una sustancial ruptura con la tradición, se contraponen quienes consideraban la novedad del concilio como la de conducir a una apertura radical en la confrontación de la cultura de nuestro tiempo –prosigue el Cardenal Ruini– que se trataba de una interpretación desenvuelta, en realidad con frecuencia reductiva y elusiva, la cual entonces no es del todo extinta, como muestran posiciones también recientes de historiadores y teólogos".

"El llamado genérico al 'espíritu del concilio' expone el riesgo de interpretaciones subjetivas, que malinterpretan la auténtica naturaleza del evento conciliar y abren espacio a desarrollos difícilmente compatibles con la sustancia del catolicismo", explica el Vicario del Papa para la Diócesis de Roma.

El ex Presidente del Episcopado italiano indica también en esta introducción que "a la hermenéutica de la discontinuidad", se opone la "hermenéutica de la reforma" en la que "la tradición vive en el contexto fecundo y fiel de la continuidad (que no es repetición) y novedad (que no es cambio de sustancia). Un esfuerzo que surge sobre todo de una relación vital y espiritual con la palabra de la fe y de una vivida eclesialidad".

"La obra de Karol Wojtyla que presentamos en esta nueva edición constituye el primer y tal vez hoy el más profundo estudio en la óptica de tal hermenéutica de la reforma", añade el Cardenal Ruini quien luego precisa que "esta no contrapone al Evangelio a la modernidad, ni tampoco lo entibia dentro de una adhesión acrítica se sabor inmanentista".

El Purpurado explica después que "mientras las varias corrientes del pensamiento humano del pasado y el presente han sido y continúan siendo propensas a dividir e incluso a contraponer el geocentrismo y el antropocentrismo, la Iglesia en cambio, siguiendo a Cristo, busca conjugarlos en la historia del hombre de manera orgánica y profunda".

"En 1972, a diez años de la apertura del Concilio Vaticano II, el entonces Cardenal de Cracovia sintió la necesidad de retomar orgánicamente la enseñanza, fermento y piedra fundamental de la renovación de la Iglesia. Él ofrece un verdadero, adecuado y orgánico vademécum del concilio", afirma el Cardenal Ruini.
Spanish Cardenal Ruini llama a una "moratoria" de abortos
Jan 04, 2008
El Cardenal Camillo Ruini, Vicario del Papa Benedicto XVI para la ciudad de Roma, hizo un llamado para solicitar una "moratoria" de abortos en Italia y el mundo, luego de la moratoria obtenida contra la pena de muerte a nivel internacional.

ROMA, 03 Ene. 08 / 12:18 am (ACI).- "Creo que después del feliz resultado obtenido respecto de la pena de muerte, es lógico abordar el tema del aborto y solicitar una moratoria, por lo menos para estimular, despertar la conciencia de todos, para ayudar a darse cuenta que el niño en el seno de la madre es un ser humano y que su supresión es inevitablemente la supresión de un ser humano", señaló el Cardenal durante una entrevista emitida por el noticiero televisivo TG5.

El Purpurado respondió así a una pregunta hecha respecto de la decisión del prestigioso periodista agnóstico Giuliano Ferrara, director del influyente diario político "Il Foglio", a favor de detener los abortos mediante una iniciativa internacional.

Al día siguiente de la aprobación en el seno de la ONU de una moratoria de la pena capital, Ferrara anunció que entraría en una "dieta líquida" durante el tiempo de Navidad, "como una forma de protestar o de pedir por una moratoria de los abortos en el mundo".

El Cardenal Ruini también llamó a "actualizar" la ley 194 –que legalizó el aborto en Italia– "en base al progreso científico que, por ejemplo, ha dado grandes pasos en la línea de la supervivencia de niños prematuros".

Desde el punto de vista puramente político, "resulta verdaderamente inadmisible proceder al aborto a una edad del no nacido en la cual éste ya podría vivir por sí mismo", explicó el Purpurado.
Italian Il Cardinal Ruini e la Chiesa nel passaggio alla post-modernità
Nov 18, 2007
Presentati due volumi del porporato: "Chiesa contestata" e "Chiesa del nostro tempo".

ROMA, lunedì, 12 novembre 2007 (ZENIT.org).- Il centro dell’azione del Cardinale Camillo Ruini, per sedici anni alla guida della Conferenza Episcopale Italiana, sta nell'aver accompagnato il riposizionamento della Chiesa nel passaggio epocale tra modernità e post-modernità.

E' quanto è emerso in occasione della presentazione tenutasi il 5 novembre scorso presso l’Università Cattolica di Milano delle due ultime opere del porporato: Chiesa contestata e il terzo volume di Chiesa del nostro tempo (edite entrambe da Piemme), che racoglie le prolusioni del Cardinale all'Assemblea e al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dal 2001 al 2007 più altri interventi come quello conclusivo al IV Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona.

In particolare, nel volume Chiesa contestata Ruini va al cuore del cristianesimo e affronta il rapporto con Dio, la fede, la preghiera, l'etica dell'amore cristiano, la missione evangelizzatice della Chiesa, e conseguentemente le implicazioni della fede stessa, in rapporto alla cultura e ai fatti della storia, alla società e alla politica.

Nelle pagine del libro trovano spazio anche questioni politicamente scottanti come la pace e il terrorismo, il matrimonio e le coppie omosessuali, la procreazione assistita e l'eutanasia, prendendo posizione contro quanto minaccia la Chiesa e la nostra stessa civiltà.

Il compito essenziale che si impone oggi alla Chiesa, afferma il Cardinal Ruini, è quello della “nuova evangelizzazione” come missione nei Paesi occidentali di antica cristianità nei quali sono forti i fenomeni di crisi della fede e di scristianizzazione, che hanno atttraverso la modernità mutando di volto.

Il senso profondo di questo impegno pastorale è quello di “costruire oggi i rapporti con l'Occidente, senza limitarsi a vivere della pur grandissima eredità del passato” ma “sulla base di una fede cristiana viva e concretamente testimoniata”.

D'altronde, spiega il Cardinal Ruini, “secolarizzazione e relativismo non sono del resto realtà soltanto esterne alle Chiese. Rappresentano anzi la principale origine delle tensioni interne che la attraversano” e, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, “la causa principale delle difficoltà riguardo alle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata”.

Nel volume, il porporato collega la messa in discussione di Dio con la “crisi del rapporto dell'intelligenza umana con la realtà”, mentre “il cristianesimo viene relativizzato in chiave storicistica e ricondotto a una religione tra le altre, cioé a un fenomeno umano, relativo e transitorio”, se non a un “fenomeno prevalentemente culturale”, dove la fede è “messa tra parentesi”.

Allo stesso tempo la fede stessa viene mostrata come “un semplice e alla fine illusorio desiderio dell'animo umano”, “una pura esperienza interiore” senza legami con la realtà, “un mito”, “una proiezione umana”.

A questo contesto va anche ricondotta “la sfida dell'identità, culturale e comunitaria” messa in luce, dopo i fatti dell'11 settembre 2001, “dall'affacciarsi di altre civiltà, che si sentono 'schiacciate' dall'Occidente”, e che invita la civiltà occidentale a intraprendere un percorso di rispetto reciproco e convivenza senza abbandonare la sua “matrice in larga misura cristiana”.

In particolare, spiega il Cardinal Ruini, ciò che emerge in maniera predominante oggi, come “l'interpretazione vincente della 'post-modernità'”, dopo il peso politico e culturale avuto dal marxismo, è un “pluralismo indifferenziato che porta all'indifferentismo etico e che implica non di rado un sostanziale nichilismo”.

In una intervista a tutto campo al Corriere della Sera (4 novembre 2007), il Cardinal Ruini ha parlato dell'esistenza in Italia di un diffuso sentimento anticattolico, di “una pubblicistica specifica, non inedita ma sempre più intensa, che si concentra in particolare sul vissuto della Chiesa”.

Il porporato ha tuttavia precisato che ciò non è il risultato di “un confronto tra potere civile e potere ecclesiastico”, perché la Chiesa in Italia non ha “mai puntato a un’egemonia” e “non potrebbe trovarsi in posizione egemonica. La Chiesa è una voce in un contesto pluralistico”.

Tuttavia, spiega il Cardinale nel libro, sebbene “il clero e le varie realtà ed espressioni ecclesiali non devono e non intendono coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito”, “ciò non comporta una 'diaspora' culturale dei cattolici, un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede”.

La Chiesa, aggiunge, “intende assicurate, come sempre, tutta la propria collaborazione in vista della promozione dell'uomo e del ben del Paese”, portando il suo contributo “nella certezza che i contenuti e i criteri di orientamento [...] proposti hanno una validità intrinseca non limitata ai soli credenti”.

Ciò implica “una vigile attenzione e una precisa capacità di elaborazione e di proposta, particolarmente necessarie in un tempo nel quale fondamentali problemi etici entrano sempre più nell'ambito delle scelte politiche e legislative” che “toccano aspetti essenziali e irrinunciabili della concezione dell'uomo e della società”.

Per questo, è indispensabile, afferma Ruini, l'impegno dei laici cristiani in ambito sociale e politico che “va sviluppato sulla base di un'adesione convinta all'insegnamento sociale della Chiesa”.

Replicando alle tante accuse rivoltegli di eccessiva ingerenza nelle questioni politiche e di voler ridurre la fede a religione civile, il Cardinale propone una sana visione della laicità “in virtù della quale le realtà temporali si reggono secondo norme loro proprie e lo Stato è certamente indipendente dall'autorità ecclesiastica”.

Tuttavia, prosegue, ciò “non prescinde da quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo e da quel 'senso religioso' in cui si esprime la nostra costitutiva apertura alla Trascendenza”.

Allo stesso tempo, l'ex Presidente della CEI sottolinea i rischi legati a “una concezione della nostra fede che vuole essere 'pura', ma che rischia di risultare disincarnata, poiché non si interessa, o comunuqe non si fa carico delle condizioni socio-culturali e istituzionali richieste per mantenere e rilanciare sia il radicamento popolare della fede stessa sia la sua capacità di esercitare un ruolo guida nella storia”.

Il Cardinale Ruini sottolinea inoltre che la contestazione nei riguardi della Chiesa si muove anche su altri piani e attacca il centro della fede: il farsi carne del Verbo di Dio, la credibilità storica di Gesù Cristo e la sua risurrezione, il rapporto tra la Chiesa e Cristo, l'azione dello Spirito Santo e la vita oltre la morte.

Inoltre, avverte, si tratta di “una critica tanto più insidiosa perché proveniente, in non piccola misura, da persone e ambienti di pensiero interni, almeno in origine, alle varie Chiesa e confessioni cristiane”.

“Del resto – spiega nell'intervista al Corriere della Sera – una cultura in cui il dolore non ha senso, la sofferenza viene negata, la morte emarginata, non può comprendere il cristianesimo. Che resta pur sempre la religione della croce”.
English Italian church spoiling for another fight over abortion after botched selective abortion
Sept 05, 2007
The Italian Catholic Church appears to be gunning for another battle to change Italy's abortion law, saying it was time to reevaluate the 30-year-old legislation following a recent botched abortion involving twins.

The Associated Press
Tuesday, September 4, 2007

ROME: The Italian Catholic Church appears to be gunning for another battle to change Italy's abortion law, saying it was time to reevaluate the 30-year-old legislation following a recent botched abortion involving twins.

Cardinal Camillo Ruini, former head of the influential Italian bishops' conference and the pope's vicar for Rome, said Tuesday it was not only right but necessary to look again at the law in light of medical advances over the last three decades.

Debate over Italy's law reignited last month after a botched abortion involving twins was performed in a Milan hospital. Doctors performing a "selective" abortion were supposed to have terminated one of the babies diagnosed with a genetic condition. Instead, they aborted the healthy baby, after the fetuses apparently changed position during the procedure.

Abortion up to the end of the third month of pregnancy in state hospitals was legalized in predominantly Catholic Italy in 1978, after a long battle between the Vatican and secular forces.

In a conference outside Rome, Ruini said the "cultural condition" did not exist now for overturning the law altogether, but he said it could at least be improved upon, the ANSA news agency reported. He did not offer details.

The Italian religious affairs weekly Famiglia Cristiana devotes this week's issue to the topic, saying the law contains outdated medical information, such as the minimum gestation at which a fetus is viable. It also said it was time to change the law.

Italy's health minister, Livia Turco, immediately dismissed any move to revise the law, saying its existence was responsible for lowering Italy's abortion rate. Since 1982, the recourse to abortion has gone down 45 percent and continues to decline, she said, ANSA reported.
Italian Aborto, Ruini: "Doveroso cambiare la legge"
Sept 05, 2007
Il cardinale: "La 194 è di quasi trenta anni fa e deve essere aggiornata sulla base della grande trasformazione prodotta dal progresso medico e scientifico".

Roma, 4 set. (Adnkronos/Ign) - "La legge è di quasi trenta anni fa, e risente anche della grande trasformazione prodotta dal progresso medico e scientifico. Cercare di dare un'interpretazione che la aggiorni a questo progresso, e quindi non la peggiori ma la migliori, è non soltanto lecito ma anche doveroso". Lo ha affermato il cardinale Camillo Ruini, vicario del papa a Roma, nel corso di una lectio magistralis alla Summer School orgtanizzata a Frascati della Fondazione Magna Carta presieduta dal senatore di Forza Italia Gaetano Quagliariello, in occasione della presentazione del libro 'Verità di Dio e verità dell'uomo. Benedetto XVI e le grandi domande del nostro tempo', edito da Cantagalli.

"La questione dell'applicazione di tipo eugenetico di questa legge - ha detto ancora Ruini - è enorme, e presenta nodi culturali profondi, relativi all'idea che meriti di essere vissuta solo la vita che è biologicamente sana, biologicamente integra".

''Ogni persona - ha concluso Ruini - ha i suoi diritti, e quindi io riconosco che una persona che sui principi non negoziabili abbia un'idea opposta alla mia ha il diritto di proporre le sue posizioni; ma io proporrò le mie, soprattutto se le ritengo positive per l'uomo".

Immediate le reazioni alle parole del cardinale. "La legge 194 ha contribuito a ridurre gli aborti nel nostro Paese - ha detto il ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini -. Mi capita spesso, in Europa, di vedere elogiata per equilibrio e lungimiranza questa norma frutto, non a caso, di un alto confronto culturale e politico nel Parlamento e nella società italiani. Semmai, è una legge da applicare ancora di più in termini di prevenzione, con l'estensione della rete dei consultori pubblici, con politiche sociali e di informazione, rivolte soprattutto alle immigrate e alle giovani".

"Naturalmente, il progresso nei campi della medicina e della tecnologia può offrire ulteriori strumenti e conoscenze utili alla prevenzione. Mi amareggia leggere che donne e coppie che ricorrono, sempre in condizione di grande sofferenza, all'interruzione volontaria di gravidanza possano essere considerate come persone che inseguono obiettivi di eugenetica. Non difendo questa legge solo in nome di sacrosanti principi di laicità , ma la difendo anche in nome della libertà, della responsabilità e della dignità delle donne", conclude Pollastrini.

Di parere opposto Barbara Saltamartini, coordinatrice nazionale del dipartimento Pari opportunità di An e membro dell'esecutivo nazionale del partiti. ''La legge 194 necessita di un tagliando - sottolinea - I progressi della scienza in materia impongono infatti una revisione della norma e soprattutto la necessità di fare chiarezza nel rapporto tra diagnosi prenatale e applicazione della legge stessa per evitare che dalla necessità clinica di un aborto terapeutico si arrivi ad una arbitraria selezione genetica''.

E in Parlamento continua la discussione. Il centrodestra ha presentato quattro proposte di legge per intervenire sulla legge che regola l'interruzione volontaria di gravidanza.

Le iniziative legislative messe in campo soprattutto dai centristi della Cdl mirano ad incidere profondamente sulle norme che regolano l'interruzione volontaria di gravidanza, puntando essenzialmente sul ruolo e le funzioni dei consultori, ma non solo. A guidare la carica è il capogruppo dell'Udc a Montecitorio Luca Volontè, primo firmatario di tre delle cinque proposte di legge dell'opposizione che attendono il vaglio delle commissioni parlamentari. A palazzo Madama i ddl per la modifica di alcune parti della 194 portano la firma del senatore dell'Udc Maurizio Eufemi e del presidente del partito Rocco Buttiglione.

Non manca la risposta del centrosinistra, con tre pdl presentate alla Camera dal deputato della Sinistra democratica Franco Grillini, dalla Verde Luana Zanella e da Maurizio Turco della Rosa nel pugno. In tutti e tre i casi si tratta di modificare in senso più 'liberalizzatore' il testo della 194, prevedendo ad esempio più spazio, 'garantito', nelle strutture sanitarie ai medici obiettori e facilitando l'accesso alle misure contraccettive.

Ma la proposta dai contenuti piu' 'forti' è senza dubbio quella, avanzata da Volontè, che introduce nel codice penale il reato di procurato aborto, punibile con l'ergastolo.
English Vatican flights offer heavenly prices for pilgrims
Aug 28, 2007
For once, the phrase “on a wing and a prayer” could be taken literally. Yesterday 140 pilgrims lifted off from Fiumicino airport, Rome, on the Vatican’s first low-cost charter flight service to Lourdes, in a Boeing 737 with the papal logo and a crew trained “in voyages of a sacred nature”.

Richard Owen in Rome
(The Times of London, August 28, 2007)

For once, the phrase “on a wing and a prayer” could be taken literally. Yesterday 140 pilgrims lifted off from Fiumicino airport, Rome, on the Vatican’s first low-cost charter flight service to Lourdes, in a Boeing 737 with the papal logo and a crew trained “in voyages of a sacred nature”.

Vatican City does not have its own aircraft, let alone an airport. Instead, it has struck a deal with Mistral Air, an Italian cargo carrier that is owned by the Italian post office.

For the inaugural flight the exterior was painted white and yellow – the papal colours – and the interior, including the headrests, was decorated with the inscription “I search for your face, Lord”. “As we take off we will say a prayer for pilgrims dating back to mediaeval times,” Father Caesar Atuire, of the Opera Romana Pellegrinaggi (ORP), the Vatican organisation for pilgrims, told The Timesas the passengers boarded. Cardinal Camillo Ruini, the Vicar of Rome, and head of ORP, said that whereas in the past pilgrims went on foot and train, now people were “short of time” yet needed “spiritual solace” more than ever. The Lourdes trip will be followed next year by other routes such as Fatima in Portugal, Santiago de Compostela in Spain and Czestochowa in Poland, as well as the Holy Land and eventually Guadalupe in Mexico.

Mistral Air said it expected to transport about 150,000 pilgrims annually when charter services start in earnest next year. It has a fleet of three Boeing 737-300s and two BAE 146 aircraft and the stewardesses wear outfits designed by Gattinoni, the Italian fashion house. Francesco Pizzo, the head of Mistral Air, said it had signed a five-year agreement with the Vatican.

Father Atuire said that seat prices had yet to be fixed but would be “at least 10 per cent lower” than those currently charged by ORP for its package tours using scheduled airlines. “This is not a money-making operation” he said. “The aim is to make pilgrimages more affordable.”

Ryanair, which runs a service from Rome Ciampino to Santiago de Compostela, said that it already offered trips at “a heavenly price”. But Father Atuire said that the Vatican flights were “a religious experience from the moment the pilgrim leaves home to the moment he or she returns”.

Cardinal Ruini said there were no plans for Pope Benedict XVI to use the low-cost airline, “though I shall give him a full account of this first trip”. When the Pope travels by air he uses an aircraft leased from Alitalia, the Italian national carrier.
English Solicitude for the Unity of the Church
Jul 17, 2007
Ten days ago, at the end of the meeting dedicated to the “motu proprio” on the use of the Roman liturgy before Vatican Council II, Benedict XVI wanted to illustrate personally the motives that prompted him to promulgate this text.

Solicitude for the Unity of the Church
by Camillo Ruini
(chiesa.espresso,16/07/2007)

Ten days ago, at the end of the meeting dedicated to the “motu proprio” on the use of the Roman liturgy before Vatican Council II, Benedict XVI wanted to illustrate personally the motives that prompted him to promulgate this text.

As the first and foremost of these motives, the pope indicated concern for the unity of the Church, a unity that subsists not only in space, but also in time, and which is incompatible with fractures and opposition among the various phases of its historical development.

This means that Pope Benedict has taken up again the central message of his address to the Roman curia on December 22, 2005, in which, forty years after the Council, he proposed as the key for interpreting Vatican II, not “the hermeneutic of discontinuity and rupture,” but rather that “of renewal in the continuity of the one subject-Church.”

He is not in this way bringing to bear his own personal point of view or theological preference, but rather fulfilling the essential duty of the successor of Peter, who, as the Council itself says (Lumen Gentium no. 23), “is the perpetual and visible principle and foundation of unity of both the bishops and of the faithful.”

At the same time, in the letter to bishops with which he accompanies and puts into their hands the “motu proprio,” Pope Benedict writes that the positive reason that induced him to publish it is that of reaching an internal reconciliation within the bosom of the Church. He expressly recalls how, looking to the divisions that have wounded the Body of Christ over the centuries, “one continually has the impression that, at critical moments when divisions were coming about, not enough was done by the Church’s leaders to maintain or regain reconciliation and unity.”

From here, the pope continues, we receive the “obligation . . . to make every effort to enable for all those who truly desire unity to remain in that unity or to attain it anew.”

It is only by putting ourselves on this wavelength that we can truly grasp the meaning of the “motu proprio,” and put it into practice in a positive an fruitful way.

In reality, as the pope explains abundantly in his letter, there is no foundation to the fear that the Council’s authority will be compromised and that the liturgical reform will be brought into doubt, or that the work of Paul VI and John Paul II will be discredited.

The missal of Paul VI remains, in fact, the “normal” and “ordinary” form of the Eucharistic liturgy, while the Roman missal from before the Council can be used as an “extraordinary form.”

This is not a question - the pope clarifies - of “two rites,” but of a twofold use of one and the same Roman rite. John Paul II, moreover, first in 1984 and then in 1988, had permitted the use of the missal from before the Council, for the same reasons that are now prompting Benedict XVI to take a further step in this direction.

Besides, such a further step is not one-way. It requires constructive will and sincere sharing of the intention that guided Benedict XVI: not only for the overwhelming majority of the priests and faithful who are comfortable with the reform that followed Vatican II, but also for those who remain deeply attached to the previous form of the Roman rite.

In concrete terms, the former are asked not to indulge, in the celebrations, in those abuses that unfortunately have not been lacking, and which obscure the spiritual richness and theological profundity of the missal of Paul VI.

The latter are asked not to exclude in principle the celebration according to this new missal, thus manifesting concretely their acceptance of the Council.

In this way, the risk will be averted that a “motu proprio” released in order to better unite the Christian community will instead be used to divide it.

In his letter the pope, addressing the bishops, emphasizes that these new norms “do not diminish in any way” their authority and responsibility for the liturgy and for the pastoral care of their faithful.

As Vatican II teaches (Sacrosanctum Concilium, no. 22), every bishop is in fact “the moderator of the liturgy in his diocese,” in communion with the pope and under his authority. This, too, is a criterion of the highest importance, in order that the “motu proprio” may bear the productive results for which it was written.
English “The Best Hypothesis”: The Humble Proposal of the Church of Ratzinger and Ruini
May 22, 2007
The pope’s cardinal vicar relaunches this to the secular world, whose beacons are critical reason and unlimited scientific freedom. In exchange, he asks that this reason renounce the pretense of exclusive dominion and open itself to the key questions of every form of theology and culture: God and man. By Sandro Magister.

(chiesa.espresso) ROMA, May 21, 2007 – The same day on which, in Sao Paolo, Brazil, Benedict XVI addressed the key discourse of his trip to the bishops of that nation, in Italy his cardinal vicar Camillo Ruini was laying down the guidelines for a positive encounter of Christianity with the dominant traits of contemporary culture.

The day was May 11. And the two discourses, by the pope and by his vicar, in spite of their great geographic distance were in reality very close.

In a globalized world, in fact, tendencies like relativism and nihilism, the dominion of the sciences and, on the other side, the public reawakening of the religions no longer have boundaries and reserved areas. They impinge upon everyone’s lives, on all the continents.

And therefore a Church of universal dimensions like the Catholic Church cannot avoid facing the challenge. It has done this since the beginning, as Cardinal Ruini explains in the initial part of his discourse, which traces in very broad lines a history of the encounter between Christian theology and cultures, from the Roman empire to the modern age, moving on from there to concentrate attention above all on the season that runs from Vatican Council II to today.

Ruini describes the divergent interpretations that the Council has received within Catholic thought: interpretations “that have divided Catholic theology and strongly influenced the Church's life.”

He also dedicates a passage to the liberation theology that flowered in Latin America during the 1970’s and ‘80’s, to the shock that it suffered in 1989 with the collapse of the Marxist system, and to its successive migration to the theology of religions understood as multiple and valid paths of salvation “extra Ecclesiam”: a confluence punctually confirmed by the criticisms directed by exponents of “indigenist” theology against Benedict XVI after his trip to Brazil.

But he does not limit himself to describing the state of things. His discourse concludes with positive proposals, and reconnects itself with the great magisterium of Joseph Ratzinger.

The image that one gathers from both of these – from the pope theologian and his vicar the philosopher – is not that of a Church ensconced behind its walls and under siege.

And no more is it that of a Church that intends only to express the paradox and beauty of Christian truth, come what may.

But on the contrary:

“In order that this richness and beauty may remain alive and eloquent in our time, it is necessary that they enter into dialogue with the critical reason and quest for liberty that characterize it, in such a way as to open up this reason and this freedom, and to assimilate within the Christian faith the values that they contain”

Thus says Cardinal Ruini in a key passage of his discourse from May 11, reproduced here below in its entirety.

The location and the audience for the discourse were not ecclesial, but secular: it was delivered in Turin, at the International Book Fair.

Theology and culture: borderlands

by Camillo Ruini

1. Historical roots

The relationship between theology and culture was essential in the past, both for theology - and more broadly for Christianity and its missionary expansion - and for culture, or rather for the various cultures and civilizations into which Christianity inserted itself, and which to a great extent it shaped or even created.

This was already taking place in the era of the New Testament, when faith in Jesus Christ was born in the cultural world of Judaism and immediately afterward entered into the Greco-Roman world, beginning to transform both of these cultures, which moreover were not rigidly separated, but were already fairly extensively interwoven.

This process then characterized the entire patristic era, through a close-knit encounter between the theology of the Fathers (and not only the apologists) and the dominant forms of philosophy and lifestyle at the time. This went hand in hand with the assertion of the Christian mission, and even constituted an essential dimension of this mission. At the end of this journey, the Christian faith had become the most influential and decisive factor of that culture, which nevertheless maintained its specific and distinguishing characteristics, and naturally its dynamism of historic evolution.

At length, and through the complex successive phases related to the great migrations of peoples that took place with the transition from the ancient world to the Middle Ages, and with the further phases of Christian missionary expansion among the Germanic and Slavic peoples, Christianity maintained its central role within the culture, and in some ways even expanded and institutionalized this role. A classical and exemplary formulation of this centrality can be seen in the first question of the "Summa Theologiae" of Saint Thomas Aquinas, dedicated to "sacred doctrine," in which it is affirmed not only that this doctrine is a science, in a higher sense of the word, and a form of wisdom, but also that, in spite of its being a single form of knowledge, it extends to everything that pertains to the different philosophical sciences, both speculative and practical, and at the same time it has with respect to these others a dignity that transcends theirs and a radical primacy, but must nevertheless make use of them, according to the principle that grace does not destroy nature, but rather perfects it.

We know very well how not only this primacy, but also the very relationship between Christianity and culture, theology and culture, gradually entered into crisis from the very beginning of the modern era, beginning with what has been called the "anthropological revolution,” which placed man at the center, as well as with the emergence of the form of science exemplified by Galileo and with religious warfare in Europe, which made it necessary in some sense to conceive of and manage the public sphere "etsi Deus non daretur," as if God did not exist.

But our task here is not that of dwelling upon these well-known problems. I would instead like to recall that within medieval theology, and preeminently with Saint Thomas, the distinction and reciprocal relationship between reason and faith, philosophy and theology were the object of systematic exploration. As Étienne Gilson masterfully demonstrated in a study published in 1927, on the reasons why Saint Thomas criticized Saint Augustine ("Pourquoi saint Thomas a critiqué saint Augustin", in AHDLM, 1, pp. 5-127), the theoretical basis of this exploration is found in the epistemology and ontology of Aristotelian origin, which permitted a more clear and systematic distinction between man's intrinsic capacity for knowledge and the light that he receives from the divine presence within him.

A widely held historical-theological hypothesis, elaborated above all by no less an author than Henri de Lubac, in the footsteps of Maurice Blondel, maintains that the unilateral insistence upon this distinction, which asserted itself in the "second scholastic" period, or at the very beginning of the modern age, contributed to the marginalization of Christianity and theology from cultural developments, by involuntarily providing this with theological legitimacy.

Personally I can agree with this assessment, as long as its concrete historical significance is not exaggerated. But I must emphasize that this should not lead to a negative judgment on the intrinsic validity, and also on the necessity and historical fruitfulness, of this systematic distinction.

This, in fact, emerges in the final analysis from the recognition of the divine and transcendent character of Christian revelation, above all in its center which is Jesus Christ, but also as concerning humanity's vocation to participate freely, in the Holy Spirit, in Christ's filial relationship with the Father.

On the other hand, this emerges from the recognition of the interior makeup of creatures, precisely because these are the work of God (cf. "Gaudium et Spes," 36).

Furthermore, it is only on the basis of this distinction that a relationship is possible with modern and contemporary reason, and with the assertion of freedom that pervades our culture, respecting and appreciating the dynamism of these which has made possible the attainment, over the last few centuries, of extraordinary results.

2. The modern era

In the crisis in the relationships between Christianity and Western culture it is in any case important to distinguish at least two main historical phases.

The first phase still recognized the value and importance of the Christian faith, and in its own way tried to defend its truth. This attitude could still be found to some extent in Hegel, although with him it appears particularly clear that the truth and validity of Christianity are subordinated to the primacy of philosophy, which leads in reality to the hollowing out of Christianity itself, or its philosophical "transcendence."

But even before Hegel, the Enlightenment, above all in France, had seen the emergence of a radical critique of the Church and the Christian faith. But this critique, which ends in the rejection of the divinity of Christ and of the very existence of God, with the reduction of man to a merely material being, had its most significant cultural development in Germany, in the arc of history that moves from Hegel to Nietzsche and has been described by Karl Löwith with unusual profundity ("From Hegel to Nietzsche: The Revolution in Nineteenth-Century Thought,” Holt, Rhinehart and Winston).

The nineteenth century was also the period during which Western Christianity became fully cognizant of the radical nature of this threat, and tried to react to it according to two principal approaches, each of which, in a simplified way, can be broadly attributed to Protestantism or Catholicism.

The first is characterized by the attempt to reformulate Christianity, in such a way as to make it acceptable in the new cultural context and suitable not only for living within this, but for positioning itself as its highest dimension: this is the approach of liberal Protestantism, from Schleiermacher to Harnack, which certainly had a strong impact in Catholic circles as well, above all with the advent of modernism. This approach was in reality accompanied by an emptying out of the vital center of Christianity, meaning the content of its faith, what we might call "believing Christianity." From the historical viewpoint, this concluded, although in reality only provisionally, with the first world war and with the strong affirmation of faith promoted above all by Karl Barth.

The other approach, which found its most significant and authoritative expression in Vatican Council I, particularly in the dogmatic constitution on the Catholic Faith, "Dei Filius," consisted instead in reproposing those fundamental truths of Christianity that appeared to have been rejected or cast into doubt by the forms of thought prevailing at the time. The approach to such forms of thought was, therefore, strongly dialectical, marked by disputation and criticism rather more than by the effort to appreciate the positive aspects that may be present in them. An effort of this sort was certainly not lacking in nineteenth-century Catholicism - it's enough to recall the Catholic theological school of Tübingen, or two thinkers such as John Henry Newman and Antonio Rosmini - but the prevailing approach was different. But I would like to avoid caricatures and reductive simplifications: in reality, the theological and philosophical activity that led up to Vatican Council I and then continued with the emergence of neo-Thomism had great cultural vitality, expressed on one side with the unmasking of limitations and contradictions present in modern thought, and on the other with the recovery and reconsideration of the great inheritance of medieval theology, in dialogue with the problems of our time.

3. Council and post-Council

During the period between the two world wars, Western Christianity, both Catholic and Protestant, enjoyed generally more favorable conditions, in terms of both its internal religious vitality and its acceptance in the general cultural context. It was precisely in this period that a fundamental shift took place within neo-Thomist theology and philosophy, and specifically that work of reappropriation and appreciation of the great biblical, patristic, and liturgical riches that constituted the platform for the decisive - and in many ways unexpected - development constituted by Vatican Council II.

With this, there was a profound change in the approach to the culture of our time, a transition from a mainly critical attitude to the search for common ground, through a dialogue marked by friendship and appreciation, which does not mean, however, unilateral and uncritical agreement. This involved the centrality of man - the fulcrum of the anthropological revolution in the modern age - the autonomy of earthly realities, religious liberty, and the favorable assessment of democracy or of the state of law. The power of Vatican II consisted in its creating this openness precisely on the basis of the vital center of Christianity, as reconsidered in its extraordinary human and cultural fecundity as well.

Immediately after the conclusion of Vatican II, and not without relation to that historical and cultural phenomenon that is indicated by referring to the year 1968, there arose the urgent problem of the interpretation of the Council itself, with the emergence of divergent approaches that have divided Catholic theology and strongly influenced the Church's very life.

And so, while some essentially - or even openly and directly - rejected the Council as a rupture with Catholic tradition, others, who were rather more numerous and influential, maintained that the new development brought about by Vatican II had to lead to a radical openness toward the culture of our time, as also to the overcoming at all costs of the differences among the various Christian confessions, to the point of what in my opinion would have represented a rupture with the "Catholic form" of Christianity. One spontaneously recalls in this regard the book "Infallible?: An Unresolved Enquiry " by Hans Küng, released in 1970, but also indicative is the writing of a theologian such as Otto H. Pesch in the ninth volume of "Mysterium Salutis," published in German in 1973 and in Italian in 1975: "In respect to the current concept of orthodoxy, one must say today that no one can ignore any longer the amount of heresy, not only material but also 'formal', that now exists in the Church" (pp. 388-389 of the Italian edition). For him, this is a positive situation, which in particular finally permits the assertion, even within the Catholic Church, of the primacy of salvific personal faith over any ecclesial norm or condition.

In effect, immediately after the Council there rapidly emerged and spread the practice of an interpretation that was disinterested, reductive, and even evasive with regard to the essential truths of the faith. This led inevitably to a fracture among the theologians who had made the greatest contributions to the development of the preconditions for the Council, as well as to its unfolding.

In recent decades this situation has been improving, albeit with difficulty: for its full and positive resolution, which does not at all mean the suppression of rightful and indispensable freedom of thought or of healthy theological pluralism, the hermeneutical approach that Benedict XVI proposed in the address to the Roman curia on December 22, 2005, and that he himself described as a "hermeneutic of reform," is fairly important.

As the pope said very clearly in that address, the Council's great program of a fundamental - though not uncritical - "yes" to the modern age should not be completely abandoned, but rather should be developed and made concrete in its various aspects, from that of relations with the empirical and historical sciences to that of relations between the Church and political institutions. Benedict XVI demonstrates that positive developments are not lacking in these areas, such as the greater awareness that the empirical sciences have acquired of the intrinsic limitations of their methods, or like the widespread perception that excluding the contribution of religion from social or public life proves to be harmful for society itself, and, in the end, is anachronistic.

4. Toward a discernment of the times in which we are living

In order to continue along this road, we must attempt a discernment, which is always difficult and risky, of the times in which we are living. Then-professor Walter Kasper, in the book "Introduction to the Faith" released in 1972 (pp. 27-31), spoke of our time as a "second Enlightenment," meaning an "unveiling of the Enlightenment to itself," as a "metacriticique" of the Enlightenment critique, as extended to the two great principles asserted by the Enlightenment - reason and freedom - insofar as the critique itself has demonstrated how both of these are greatly determined and freighted with many presuppositions, and in the end both are highly problematic.

And so we have once more become aware of the fundamentally finite nature of man, of the unalterably historical and event-driven nature of the reality in which we live, and of the tentative character of our systems of thought and projects of life, both personal and public. In such a situation, there are in Kasper's view two possible paths that are opened up before Western society.

One is that of ensconcing oneself within one's limitations, in a manner of speaking contenting oneself with them and viewing them as insurmountable, and thus rejecting as empty of meaning both religious and metaphysical lines of inquiry.

The other is that of recognizing one's limitations, even one's profound misery, but of remaining open to the questioning and the aspirations that man continues to carry within himself, and in the final analysis to the need for salvation, to the need to seek a happy and fulfilling existence and a reply to the questions about the meaning of one's own life and about the origin of reality.

In my opinion, this diagnosis by Walter Kasper, which was ahead of its time - just think of how widespread the conviction of the cultural primacy of Marxism was at the time - remains valid to a great extent 35 years later.

But in the meantime, important new developments have taken place, not only in interior attitudes, but also in the events of history.

I refer to the emergence of the new "anthropological question" and of the related questions of "public ethics," following those developments in science and biotechnology that have made possible direct interventions on the physical and biological reality of our being, and also to the great transformations on the world stage that have an emblematic date in September 11, 2001, but also concern rather more widely the rapid self-assertion of great nations and civilizations that are increasingly less inclined to accept the predominance of the West.

As for the attitudes of the spirit, in the decades following the diagnosis by Walter Kasper it has become more evident that relativism is presuming to set itself up as the unassailable, and paradoxically "absolute," criterion of both truth and the moral good. At the same time it is becoming clear that relativism is akin to the phenomenon, perhaps more broad and deep, of nihilism, which seems almost to verify historically the thesis of Nietzsche and Heidegger, according to which nihilism constitutes the destiny of our time, intimately connected to the "death of God." One extremely recent example of the pervasive influence of nihilism in the legal sphere is represented by the book by Natalino Irti, "Il salvagente della forma [The Life Preserver of Form]" (published by Laterza), and by the dialogue between Irti and Claudio Magris published last April 6 in "Corriere della Sera."

But the ways in which the "death of God" is making inroads into today's Western culture are different from each other.

One of these is the affirmation of atheism, which is justified above all on the basis of an absolutization of the evolutionistic interpretation of the universe, as if this interpretation were, far more than a scientific theory, "a universal theory of all reality, beyond which any further questions about the origin and nature of things are no longer licit or necessary" (Joseph Ratzinger, "Fede Verità Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo [Truth And Tolerance: Christian Belief And World Religions]," Cantagalli, pp. 189-190).

But many maintain that the affirmation of atheism is much too demanding with respect to the limitations of our knowledge. Agnostic positions are therefore much more widespread, traced back to the idea, or to the interior stance, according to which "latet omne verum," all truth is hidden (ibid, pp. 184-186).

It might be said that in this way nihilism takes on the face of relativism, one apparently more benign and tolerant, and perhaps in the end more consistent with its profound nature. But in any case, this move us away radically from the essential content and from the very horizon of Christianity, because a God about whom nothing can be known is certainly not the God who speaks to us and enters into our history.

In more recent decades, nevertheless, there have also been developments of a very different character, with a strong recovery of the religious sense and with the decline of the idea that secularization is an irreversible process, destined to lead, if not to the disappearance, then to the irrelevance of religion, at least in the West and on the public level. The intrinsic reason for this decline is found above all in secularist culture's inability to respond to the fundamental and concretely unavoidable questions about the meaning and direction of our existence.

Beginning above all from September 11, 2001, another motivation has been added, linked to the widespread perception of the threat that seems to originate in the fundamentalist drift of Islamism: this perception has guided the reawakening of the religious sense to take on a more specific Christian identity, and, in a country like Italy, a Catholic one. This phenomenon is widely present and strongly felt within populations, but is taking on great prominence on the level of public culture as well.

Between religious reawakening and relativistic and nihilistic tendencies there exists, objectively, a profound contrast: this is the essential reason why, in Italy as in many other countries, the terrain of religion, and of Christianity in particular - and in other ways of Islam - has by now become, in culture and society, one of the most prominent terrains of confrontation and controversy, made even more concrete and vexing by the emergence of the new anthropological question, with its implications for public ethics.

5. Attempts at a theological response

In a situation of this kind, there is fairly extensive room - even the need - for the contribution of theology. To delineate the physiognomy that this could assume, it seems useful to recall above all the limitations of some efforts already tried and, at least in part, still in effect.

One of these, now fallen into disuse because of the limitations that have emerged with the processes of secularization, is one that was called the “theology of secularization,” which was of Protestant origin above all but also penetrated into Catholic circles. This ratified, as the result of the internal dynamics of Christianity, the growing separation between faith and culture and entrusted the mediation between these solely to the assertion of the Christian origin of this process. But this also left open the road to the progressive marginalization of Christianity, as the processes of secularization gradually developed and distanced itself from its own origin, as normally happens in history.

Another theological approach - still fairly present today despite being struck at its roots by the events of the year 1989, which highlighted the fact that the models of life drawn from Marxism were unsustainable, not only in political and economic terms but anthropologically and ethically as well - is that of liberation theology and the political forms of theology. At the basis of these is the intention, which can be widely shared, of recovering, with a view to the future, the historical role of Christianity. But their substantial limitation consists in entrusting this role principally to political praxis, thus placing upon the shoulders of politics the very problem of man’s salvation and of the meaning of existence, which inevitably brings along with it a false and destructive absolutization of politics itself.

The profound stripping of illusions produced in the area of liberation theology by the events of 1989 drove a number of its exponents toward positions marked by relativism. So many of these, together with not a few other theologians, moved in this direction that the results took on a variety of names such as “the theology of religions,” according to which fundamentally not only Christianity, but also the many religions of the world, with the peoples and cultures that make reference to them - and which are imagined to have been often the object of both political and religious imperialism and colonialism on the part of Christians - are thought to constitute in reality, next to historical Christianity, autonomous and legitimate ways of salvation.

Thus is abandoned the fundamental and truly foundational truth of the faith, which is highly evident in the New Testament and is the primary source of the Church’s missionary dynamism in the first centuries, and according to which Jesus Christ, in his concrete identity as Son of God who became man and lived within history, is the only Savior of the entire human race, and even of the entire universe.

The declaration “Dominus Iesus” from the congregation for the doctrine of the faith, in forcefully reaffirming this truth, did nothing more than give expression to the Church’s essential mission. The book that I have already cited by then-cardinal Ratzinger brings to light how in specific forms of the theology of religions there is at work the principle of “latet omne verum,” which in certain aspects ties together the relativism now widespread in the West and the approach to the divine found in the great Eastern religions, and also in the thought of late antiquity that opposed Christianity precisely in these terms. In various theologians this relativistic shift is accompanied by the assertion, still not abandoned, of the primacy of praxis; this alone is held to be decisive for salvation, and dialogue, or even the unity among religions, should resolve itself through this.

6. Contributions for further consideration

Naturally, each of these three theological arrangements contains details that cannot be allowed to disappear, from the will to overcome a “catastrophic” vision of modernity, to the relationship that the Christian faith cannot help but have with the humanization of the world, to the need for a truly universal perspective that would make room, in the bosom of Christianity, for the plurality of cultures and civilizations.

From this last point of view, the then-cardinal Ratzinger advanced (op. cit., pp. 57-82) a proposal that was rather innovative with respect to the theological hypotheses most widespread today, and for me it is truly convincing: to abandon the idea of the inculturation of a faith that is culturally neutral in itself, which would be transplanted into different cultures regardless of their religions, and have recourse instead to the encounter of cultures (or “interculturality”), based upon two strong points.

On the one hand, the encounter of cultures is possible and is constantly taking place because, in spite of all of their differences, the men that produce them share the same nature and the same openness of reason to the truth.

On the other hand, the Christian faith, which was born from the revelation of the truth itself, produces what we might call the “culture of faith,” the characteristic of which is that it does not belong to a single specific people, but can subsist in any people or cultural subject, entering into relation with the individual culture and encountering and co-penetrating it. This is concretely the unity, and also the cultural multiplicity and universality, of Christianity.

A still rather relevant contribution for the fulfillment of the tasks that theology faces today can come, in my judgment, from that great impulse of renewal that ran through theology itself during the years that preceded Vatican II, and also from the heritage of neo-Thomist theology, in spite of its limitations, which can be identified more precisely on the one hand in the underestimation of the historical distance that separates Saint Thomas and scholasticism in our time, and concretely of the great theoretical and practical developments realized over the centuries; on the other hand, it can be seen in the attempt to demonstrate the truth of the premises of Christianity (the “preambula fidei”) through a form of reasoning rigorously independent from the faith itself.

This attempt substantially failed, as Cardinal Ratzinger observes in the book already cited (pp. 141-142), and other eventual analogous attempts seem destined to fail, for the reason that the great questions about man and God (and equally the question of Jesus Christ), which inevitably regard and involve the meaning and direction of our life, bring us ourselves into play and therefore, although they require all of the rigor and critical capacity of our intelligence, they cannot be decided independently of the choices according to which we orient our existence itself.

But reciprocally, and in substance for an analogous reason, failure also met the opposite attempt of Karl Barth to present the faith as a pure paradox, which can subsist only in total independence from reason.

In this regard, concerning not only Barth but also all of the nonetheless extremely important strand of “kerygmatic theology,” one can observe that it is indeed fundamental and indispensable, but not sufficient, to present the enormous richness and beauty of the Christian mystery, such as emerge from the biblical, patristic, and liturgical sources and were gradually enriched through the course of history.

In order that this richness and beauty may remain alive and eloquent in our time, it is in fact necessary that they enter into dialogue with the critical reason and quest for liberty that characterize it, in such a way as to open up this reason and this freedom, “from the inside,” so to speak, and to assimilate within the Christian faith the values that they contain.

7. A Christocentric theology, and thus truly theological and anthropological

At the center and heart of a theological approach better adapted to the questions of the times that we face there remains, in my view, that form of radically Christological and Christocentric theology, and precisely for this reason just as radically theological and anthropological, that is implicitly proposed in no. 22 of “Gaudium et Spes”: “Only in the mystery of the incarnate Word does the mystery of man take on light . . . by the revelation of the mystery of the Father and His love, [Christ] fully reveals man to man himself and makes his supreme calling clear.”

Thus the attention of the theologian must be concentrated above all on Jesus Christ, while also grasping his historical reality and the depth of his mystery. With his book “Jesus of Nazareth,” Benedict XVI has indicated to us a way and a method of work that could prove to be very fruitful for the development of theology, especially on that ineluctable frontier that is represented by the fusing of the demands of historical criticism and those of an authentically theological hermeneutic.

In the light of the reality and mystery of Jesus Christ, there can be an encounter of the two essential poles of theological discourse, God and man, which are moreover, in an explicit or implicit manner, the real quandaries of the culture of our time.

With respect to both of these quandaries, the current cultural context - in which the empirical sciences, with their form of rationality and the mentality that they generate, exercise a compelling and in some ways hegemonic role - engages theology in a much deeper encounter with these sciences than had been realized until now: an encounter that, moreover, cannot do without an authentic and non-reductive philosophical dimension.

Thus, concerning God, particular importance is assumed by that reflection that is concentrated upon the structure and presuppositions of scientific knowledge, in order to demonstrate that precisely by starting from these the question of creative intelligence is posed again.

Analogously, concerning man the encounter is decisive with both the theory of evolution and the neurosciences, in order to demonstrate, above all in light of his own exclusive capacity to produce culture, that man emerges from nature not in the sense of simple origin, but of authentic transcendence. Only on this anthropological basis does it become possible and consistent to promote and defend human dignity as theology is called to do, and today particularly on the level of public ethics.

This is the meaning of that program of “making more room for rationality” that Benedict XVI proposes with insistence, and that concerns both scientific reason and historical reason.

This program entails the twofold conviction that the revelation of God in Jesus Christ offers valuable assistance to reason in order to continue along its path, always more elaborated, complex, and specialized, without losing sight of its global horizon and the deeper questions, and moreover that precisely through the encounter with contemporary reason, faith and theology are stimulated to further explore the newness concerning the mystery of God and man that came to meet us in Jesus Christ.

In contributing to such a program, theology must not take on the rationalistic pretense of cogent demonstrations, as I have already referred to concerning the “praeambula fidei,” but rather must be aware of the limitations of its own discourse: thus, with regard to creative Logos, Joseph Ratzinger asserts that from the rational point of view this remains “the best hypothesis,” an hypothesis that requires on the part of man and his reason that he in turn renounce a position of dominion, and risk that of humble listening ("L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture [Christianity and the Crisis of Cultures]," Cantagalli, pp. 115-124).

8. Revelation, Church, theology

In substance, there is thus proposed a great and courageous exit from the theology of self-referential discourses, from its own gardens and enclosures, which can inadvertently subsist even when “external” interlocutors are engaged who are in their turn rather cut off from the real problems of today.

This openness in reality coincides with the complete internal consistency of Christian and Catholic theology, and nourishes itself with this consistency. We had a great example of this in the spiritual, cultural, and historical dynamism of the pontificate of John Paul II, and we now have one that is just as meaningful, and more directly theological, in the pontificate of Benedict XVI.

I conclude by seeking to make explicit the meaning and theological foundation of this consistency, and thus also to indicate the way to overcome from within the fracture seen within Catholic theology immediately after Vatican Council II.

I do this by referring to the analysis of the nature of divine revelation that Joseph Ratzinger had elaborated in the study of Saint Bonaventure by which he intended to attain his academic teaching qualifications and is summarized in his book “La mia vita [My Life]” (San Paolo, pp. 72, 88-93). That is, revelation is above all the act by which God manifests himself, and not the objective (written) result of this act. In consequence, the very concept of revelation includes the subject who receives and comprehends it - specifically, the people of God in the Old and New Testament - given that, if no one perceived the revelation nothing would have been unveiled, no revelation would have taken place.

Thus revelation precedes Scripture and is reflected in it, but it is not simply identical with it, and Scripture itself is linked to the subject that welcomes and understands both revelation and Scripture, or the Church. Concretely, Scripture is born and lives within this subject.

With this is given the essential meaning of tradition, and also the profound reason for the ecclesial character of faith and theology, apart from the foundation of the validity of an approach to Scripture that would be at the same time historical and theological.

It is therefore with good conscience and critical awareness that we can welcome, as theologians, that intimate relationship of Scripture and tradition with the entire Church and with its magisterium, as stated in no. 10 of the conciliar constitution “Dei Verbum.”
Italian Discorso del Cardinal Ruini per la fine della fase diocesana della causa di beatificazione di Karol Wojtyla
Apr 05, 2007
Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo lunedì -  2 aprile 2007 - dal Cardinale Vicario Camillo Ruini, in occasione della solenne cerimonia, tenutasi nella Basilica di San Giovanni in Laterano, a conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II.

TRIBUNALE DIOCESANO DEL VICARIATO DI ROMA 2 Aprile 2007

CAUSA DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE
Sessione di chiusura dell'Inchiesta diocesana
sulla vita, le virtù e la fama di santità
del Servo di Dio
GIOVANNI PAOLO II
(al secolo Karol Wojtyla)

Sommo Pontefice

Nella sessione di apertura di questa fase diocesana della Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II ho tracciato un breve profilo della sua vita. Ora, nella sessione di chiusura che ha luogo nel secondo anniversario della sua morte, con animo commosso e grato a Dio, oso proporre una piccola riflessione, quasi una meditazione, sulla sua figura spirituale, senza ledere in alcun modo il segreto a cui come Ufficiali della Causa siamo tenuti, ma attingendo a quelle fonti che sono a disposizione di tutti.

All'inizio, al centro e al vertice di un tale ritratto non può non stare il rapporto personale di Karol Wojtyla con Dio: un rapporto che appare già forte, intimo e profondo negli anni della sua fanciullezza e che poi non ha cessato di crescere, di irrobustirsi e produrre frutti in tutte le dimensioni della sua vita. Siamo, qui, in presenza del Mistero: anzitutto il mistero dell'amore di predilezione con cui Dio Padre ha amato questo ragazzo polacco, lo ha unito a sé e lo ha mantenuto in questa unione, non risparmiandogli le prove della vita, anzi, associandolo sempre di nuovo alla croce del proprio Figlio, ma anche donandogli il coraggio di amare questa croce e l'intelligenza spirituale per scorgere attraverso di essa il proprio volto di Padre. Nella certezza di essere amato da Dio e nella gioia di corrispondere a questo amore Karol Wojtyla ha trovato il senso, l'unità e lo scopo della propria vita. Tutti coloro che lo hanno conosciuto, da vicino o anche solo da lontano, sono stati colpiti infatti dalla ricchezza della sua umanità, dalla sua piena realizzazione come uomo, ma ancor più illuminante e significativo è il fatto che tale pienezza di umanità coincide, alla fine, con questo suo rapporto con Dio, in altre parole con la sua santità.

Scomponendo, in certo senso, questa unità nei molteplici aspetti che la costituiscono, emerge in primo luogo quell'autentico dono e gusto e gioia della preghiera, che Karol Wojtyla ha avuto fin da fanciullo e a cui è rimasto sempre fedele, fino alle ore della sua agonia. Questa preghiera aveva, per così dire, due dimensioni. In primo luogo quella del tempo riservato esclusivamente alla preghiera stessa, cominciando dall'inizio della giornata con l'adorazione del mattino, le lodi e la meditazione, e poi la S. Messa - per lui "in modo assoluto il centro della vita e di ogni giornata" - come ci testimonia il suo segretario, ora Cardinale Stanislao Dziwisz, nel libro Una vita con Karol, di cui mi sia consentito raccomandare a tutti la lettura. E ancora la preghiera in cappella subito dopo il pranzo, a cui tante volte ho potuto partecipare, e più a lungo dopo il riposo pomeridiano, la recita quotidiana dell'intero Rosario - preghiera che egli prediligeva -, la lettura continuata della Sacra Scrittura, ogni giovedì l'ora santa, ogni venerdì la Via Crucis e soprattutto il raccoglimento, anzi l'abbandono totale in cui Karol Wojtyla si immergeva quando pregava.

L'altra dimensione della sua preghiera si esprimeva nella straordinaria facilità con cui egli univa questa al lavoro, così che il lavoro stesso non soltanto era offerto al Signore ma era penetrato e attraversato dalla preghiera. Due testimonianze di ciò sono il tavoloinginocchiatoio su cui studiava e scriveva nella cappella dell'episcopio di Cracovia e i brani di preghiera con cui iniziava e numerava le pagine dei suoi manoscritti. La preghiera di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II, così profonda e intimamente personale, era al tempo stesso totalmente ecclesiale, legata alla tradizione e alla pietà della Chiesa. La abitavano infatti anzitutto le tre divine Persone del Padre ricco di misericordia, del Figlio incarnato, crocifisso e risorto, dello Spirito santificatore e vivificante, ma anche e in maniera pervasiva Maria, la Madre a cui egli è davvero totalmente appartenuto, icona della Chiesa e guida nel pellegrinaggio della fede. E con Maria Giuseppe, che egli mai separava da Maria e da Gesù e di cui era felice di portare, dopo quello di Karol, il nome. Abitava inoltre la sua preghiera quella miriade di persone, di ogni nazione e condizione, che a lui si sono rivolte per ottenere l'aiuto di Dio, la salute fisica o spirituale propria e dei congiunti: perciò il Papa teneva nel cassetto dell'inginocchiatoio le suppliche che gli giungevano, per presentarle personalmente al Signore.

Una seconda componente essenziale della personalità di Karol Wojtyla, che scaturiva anch'essa dal suo intimo rapporto con Dio, è stata quella della libertà: una straordinaria libertà interiore, che si esprimeva in molte direzioni. Cominciando per così dire "dal basso", cioè dal rapporto con i beni materiali, egli sempre, anche da Papa, è stato uomo di concreta e radicale povertà. Viveva poveramente, in modo spontaneo e senza sforzo, sembrava non avere bisogno di nulla, era totalmente distaccato dal denaro e dalle cose. Ma egli era distaccato e libero anche da se stesso, non cercava il proprio successo o una sua autonoma realizzazione: questa libertà probabilmente l'aveva conquistata negli anni giovanili, quando accolse la chiamata al sacerdozio superando l'attrazione che esercitava su di lui un'altra vocazione, quella per il teatro, l'arte, le lettere.

Proprio la libertà da se stesso lo ha reso grandemente libero anche nei confronti degli altri. Era pronto all'ascolto, e anche ad accettare la critica, prediligeva la collaborazione e rispettava la libertà dei suoi collaboratori, ma poi sapeva essere autonomo nelle decisioni definitive, e soprattutto non rinunciava a prendere posizioni difficili e "scomode" per timore delle reazioni delle autorità ostili alla Chiesa, negli anni del suo ministero in Polonia, o dell'incomprensione e dell'ostilità dell'opinione pubblica predominante, negli anni del Pontificato. Le sue scelte, infatti, non erano mai dettate da altra sollecitudine che da quella per il Vangelo e per il bene dell'uomo, "via della Chiesa". La grande parola "Non abbiate paura!", con cui ha aperto il suo Pontificato, nasceva anche da questa libertà interiore, nutrita di fede, ed è stata, nel concreto della storia, una parola contagiosa, che ha liberato la Polonia, e non soltanto la Polonia, dalla paura e dalla sudditanza, politica, culturale, spirituale.

Quella medesima unione con Dio e libertà interiore che ha reso Karol Wojtyla distaccato dai beni di questo mondo gli ha anche dato una grandissima capacità di apprezzarli e di godere delle bellezze della natura e dell'arte, del calore delle amicizie come degli ardimenti del pensiero e delle fatiche e delle conquiste dello sport. Ha contributo dunque a fare di lui un uomo completo e pienamente realizzato. In lui, in certo senso, è stata plasticamente confermata la verità del principio teologico che la grazia non sostituisce e non distrugge, ma presuppone, purifica, perfeziona e porta a compimento la natura.

L'autentico amore di Dio è inseparabile dall'amore per il prossimo e dalla passione per la sua salvezza. Perciò un uomo che ha amato Dio con l'intensità di Giovanni Paolo II non poteva non essere un testimone esemplare della dedizione per i fratelli. La sua vita davvero trabocca di tali testimonianze, a cominciare da quella qualifica di ragazzo "buonissimo" che Padre Kazimierz Figlewicz attribuì a Karol chierichetto a Wadowice e dalle ripetute visite che questi, all'età di dodici anni, fece a un sacerdote ricoverato in ospedale. Da prete, ma poi ugualmente da Vescovo e da Papa, egli si è per così dire "concentrato" nell'attenzione alla persona e ai suoi problemi. Sono semplicemente innumerevoli i suoi interventi nello spirito cristiano della carità, che "è dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata" (Deus caritas est, 31). In concreto questi interventi riguardavano il soccorso materiale ai poveri e ai bisognosi dedicando loro le offerte ricevute da altri, ma anche donando a una famiglia bisognosa la coperta del proprio letto, come attesta una donna polacca in una lettera del giugno 1967. Si aggiungono la grande attenzione e premura per gli ammalati, fatta di continue visite oltre che della preghiera per loro, e tutte le altre forme di sollecitudine per le varie difficoltà della gente. In realtà il suo cuore era per i poveri, i piccoli e i sofferenti, e questo spiega la profonda affinità spirituale che egli sentiva nei confronti di Madre Teresa di Calcutta.

Ma la stessa carità cristiana animava Karol Wojtyla nell'offrire a tutti in primo luogo Gesù Cristo, pane della vita e Redentore dell'uomo. Egli era un "comunicatore spontaneo" del Vangelo, a tutti e in ogni circostanza, perché viveva e quindi trasmetteva quella che il Cardinale Dziwisz nel suo libro ha definito "freschezza evangelica". Perciò, quando le sue responsabilità pastorali si dilatarono al mondo intero, egli lanciò il grande programma della "nuova evangelizzazione" e si dedicò personalmente per primo alla sua realizzazione, attraverso i continui viaggi missionari. In particolare ha cercato, senza mai stancarsi di dare nuova linfa alla fede cristiana nell'Europa gravata dalla secolarizzazione ed ha fatto scaturire dal proprio cuore quella formidabile "invenzione" evangelizzatrice che sono le Giornate Mondiali della Gioventù, espressione universale del suo amore di predilezione per i giovani.

In realtà, dietro il vigore inesausto della sua testimonianza alla verità di Cristo stava la saldezza rocciosa della sua fede: era la fede semplice di un fanciullo e al tempo stesso la fede di un grande uomo di cultura, ben consapevole delle sfide di oggi, era soprattutto la fede di un uomo che in certo senso ha già visto il Signore, ha avuto esperienza diretta della presenza misteriosa e salvifica di Dio nel proprio spirito e nella propria vita, e perciò, alla fine, non può essere scosso o reso incerto dal dubbio, ma sente prepotente dentro di sé il bisogno e il dovere di offrire e di trasmettere a tutti la verità che salva. Con questo atteggiamento Giovanni Paolo II ha potuto, in anni non facili, confermare la Chiesa intera nella fede.

La medesima sintesi di fede in Cristo e di amore e passione per l'uomo lo ha spinto a farsi carico della difesa e della promozione della dignità e dei diritti, in una parola del bene autentico e concreto, degli uomini e dei popoli, opponendosi con un coraggio che non ha conosciuto ostacoli alle molteplici "minacce" che pesano sull'umanità del nostro tempo (cfr Redemptor hominis, 15-16). La sua lotta per la liberazione dal totalitarismo comunista, la rivendicazione intransigente della giustizia per i popoli della fame, l'impegno strenuo per la pace nel mondo - e perché le religioni siano promotrici di pace e non di intolleranza e di violenza - sono apparsi ad osservatori superficiali come in reciproco contrasto, ma in realtà hanno qui la loro comune sorgente. Identico è lo spirito con il quale egli ha condotto la grande battaglia per la vita umana, contro l'aborto e ogni altra sua negazione, e per la famiglia, contro tutte le spinte che tendono a disgregarla. Entrambe queste battaglie egli le ha percepite e vissute non, come spesso è stato detto, quasi fossero una violazione dei diritti delle donne, ma al contrario come affermazione e difesa dell'autentica dignità e del genio proprio delle donne: se mi è consentito un ricordo personale, ho viva memoria della forza improvvisa con cui Giovanni Paolo II reagì a una mia frase che gli era sembrata ricondurre il diffondersi dell'aborto principalmente a una responsabilità e colpa delle donne.

Ho già accennato al carattere profondamente ecclesiale della preghiera e della spiritualità di Karol Wojtyla: anche in tutta la sua opera di cristiano e di Pastore l'amore per la Chiesa è stato una dimensione essenziale ed "interna" del suo rapporto con Dio in Gesù Cristo. Già nei modi e nei metodi con cui egli agiva il carattere "ecclesiale", non politico e non mondano, doveva emergere nella forma più nitida: fu questa una sua preoccupazione costante e un decisivo criterio di comportamento. I suoi viaggi apostolici come le visite alle parrocchie romane, sono stai inseparabilmente, opera di evangelizzazione e atto di amore e di servizio per la Chiesa che vive nelle diverse parti del mondo. Egli ha portato nel proprio cuore e vissuto nella preghiera, prima ancora di esprimerla nel magistero e nel governo, la sollecitudine per l'unità interna della Chiesa e per la radice profonda di questa unità, che si ritrova nella sua unione con Cristo, nella conversione e nella santità effettiva dei suoi membri.

Il Cardinale Dziwisz riporta nel suo libro una frase di Giovanni Paolo II:

"L'ecumenismo è la volontà di Cristo, ut unum sint, che tutti siano uno. E la volontà del Concilio Vaticano II. E questo è il mio programma, indipendentemente dalle difficoltà, dai malintesi e a volte dalle offese". Posso dire di aver sentito anch'io, non una sola volta, parole pressoché identiche sulla sua bocca. N ella dedizione alla causa ecumenica, come nella richiesta di perdono per i peccati dei figli della Chiesa, si esprime quella volontà, mite ma fermissima, di conformarsi a Cristo, di seguire Lui solo e di percorrere quella "via" che è Cristo stesso, che è stata per Karol Wojtyla la scelta della vita e il nutrimento dello spirito.

Ho parlato finora del rapporto straordinariamente profondo che egli ha avuto con il suo unico Signore, della sua grande libertà e della sua capacità senza limiti di amare e di donarsi. Ora dobbiamo raccoglierci su quell'aspetto della sua vita che è diventato evidente negli ultimi anni ma che in realtà è stato presente fin da quando, bambino, egli ha perduto la mamma e poco dopo il fratello e poi ancora molto giovane, il padre, ed ha vissuto la tragedia della guerra e dell'oppressione, sperimentando anche il dolore fisico quando fu investito da un camion tedesco e ferito abbastanza gravemente. Ricordiamo tutti con emozione il modo in cui la sofferenza irruppe di nuovo nella sua vita il 13 maggio 1981. Impregnato di fiducia nel Dio che guida la storia e di abbandono fìliale a Maria Santissima, Giovanni Paolo II ha portato sempre con sé la certezza che quel colpo non era stato mortale solo per l'intercessione di Maria e l'intervento dell'Onnipotente. Ma poi è iniziato, con la malattia, un lungo e ininterrotto martirio, che il Cardinale Dziwisz ci consente di rivivere passo per passo, e per così dire dal di dentro, nelle pagine finali del suo libro.

Il Papa ha sofferto nella carne e ha sofferto nello spirito, vedendosi sempre più spesso obbligato a ridurre gli impegni legati alla sua missione: sono anch'io testimone del dispiacere che gli ha procurato il dover interrompere, quando le aveva quasi portate a termine, le visite alle 333 parrocchie romane. Egli sopportava però la malattia e il dolore fisico con grande serenità e pazienza, con autentica virilità cristiana, continuando tenacemente ad adempiere il più possibile ai propri compiti, senza far pesare sugli altri i suoi malanni. Certo, dei segni di impazienza affioravano, ma non per il dolore quanto piuttosto per l'angustia e la limitazione che gli procurava l'insufficienza motoria, con la crescente necessità di essere trasportato. In realtà Karol Wojtyla aveva imparato a fare spazio alla sofferenza e alla croce non solo dalla propria esperienza di vita ma anche, e più profondamente, dalla sua stessa spiritualità, dal rapporto personale intessuto con Dio. Il suo testamento iniziava con le parole "Desidero seguirti" e volendo, come scelta di fondo, seguire il Signore, egli aveva compreso e interiorizzato che bisogna accettare tutto quello che Dio dispone per noi: è questa la certezza che traluce già dalla Lettera Apostolica Salvifici Doloris.

Da molto tempo egli si preparava al passo conclusivo della sua vita terrena. Aveva cominciato a scrivere il testamento durante gli esercizi spirituali del marzo 1979 e lo aggiornò più volte, sempre durante gli esercizi: era l'occasione per rinnovare la sua prontezza a presentarsi al Signore. Nella preghiera, diventavano sempre più sue le parole dell'Apostolo Paolo: "sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai parimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24). Quando la fine si avvicinò e la prova si fece più dura, con l'operazione alla trachea per evitare nuove crisi di soffocamento, appena svegliatosi dall'anestesia scrisse su un foglio queste parole: "Cosa mi hanno fatto! Ma ... totus tuus". Anche nel dolore profondo di non poter più disporre di quella voce che egli aveva tanto usato come veicolo della parola del Signore, rinnovava il suo abbandono totale nelle mani di Maria. E quando, nella mattina di Pasqua, gli mancò la voce per benedire dalla finestra la folla di Piazza San Pietro, sussurrò a Mons. Stanislao: "Sarebbe forse meglio che muoia, se non posso compiere la missione affidatami", ma subito aggiunse: "Sia fatta la tua volontà ... Totus tuus'.

Nel giorno della morte il Papa, come aveva fatto per tutta la vita, volle nutrirsi della parola di Dio e chiese che gli venisse letto il Vangelo di Giovanni: la lettura si protrasse fino al capitolo nono. E anche quel giorno recitò, con l'aiuto dei presenti, tutte le preghiere quotidiane: fece l'adorazione, la meditazione e anticipò perfino l'Ufficio delle letture della domenica. A un certo punto disse con voce debolissima a Suor Tobiana Sobotka, suo vero angelo custode, "Lasciatemi andare dal Signore". Poi entrò in coma e nella sua stanza fu celebrata la Messa prefestiva della domenica della Divina Misericordia. Mons. Stanislao riuscì ancora a dargli, come Viatico, alcune gocce del Sangue di Cristo.

Proprio con il riferimento alla Divina Misericordia, e ad un'altra suora polacca, Faustina Kowalska, interlocutrice e araldo di Gesù Misericordioso, da Giovanni Paolo II proclamata Beata e poi Santa, è giusto terminare questo piccolissimo ricordo spirituale del nostro tanto amato Padre e Papa. La Divina Misericordia, infatti, è stata al centro della sua spiritualità e della sua vita: da Lei ha imparato a vincere il male con il bene (cfr Rom 12,21), in Lei ha visto il limite invalicabile che Dio ha posto al male e da Lei ha ricavato quella speranza certa che lo ha sostenuto in tutta la sua vita.

Concludo con un grande grazie a Mons. Gianfranco Bella e a tutto il personale del Tribunale Diocesano, come anche al Postulatore Mons. Slawomir Oder, per aver padroneggiato e portato a termine in soli ventuno mesi dal 28 giugno 2005 a oggi, un'impresa di così grande portata. Aggiungo un grazie vivissimo alla Chiesa sorella di Cracovia e al suo Tribunale Diocesano, per la parte ivi svolta con ammirevole profondità e rapidità. Grazie inoltre alla Commissione storica che ha affiancato il lavoro del Tribunale. Si è trattato, in effetti, di un'impresa estremamente impegnativa, per la molteplicità delle persone e degli eventi il loro spessore e complessità, l'abbondanza e la ricchezza delle testimonianze. Ma mi permetto di dire che è stata anche un'impresa stimolante ed entusiasmante, perché dal contatto con Karol Wojtyla è emerso e continua ad emergere un fiume di stimoli a vivere il Vangelo: in questo senso oserei affermare che il nostro lavoro di questi ventun mesi è stato perfino facile, della facilità delle imprese che portano gioia.
English JPII "had already seen the Lord"
Apr 04, 2007
Speaking at a ceremony to mark the anniversary of John Paul II's death, retiring Rome Cardinal Camillo Ruini said that the late pontiff's intense relationship with God was profound and in a certain sense "he had already seen the Lord".

(cathnews.com, 4 Apr 2007) Marking the conclusion of the diocesan phase of the beatification process for Pope John Paul II, Cardinal Ruini described the late pope's faith was that "of a man who, in a certain sense, had already seen the Lord, and who had made the direct experience of the mysterious and salvific presence of God in his spirit and in his life," Zenit reports.

The solemn opening of the diocesan phase took place 28 June 2005, less than three months after the Pope's death.

The Vatican phase will now begin with the elaboration of a report to be prepared by a collaborator of the postulator of the cause, under the guidance of a relator of the Congregation for Saints' Causes.

In his homily during the closing ceremony, Cardinal Ruini, the vicar of Benedict XVI for Rome, commented on John Paul II's intense spiritual life.

The cardinal said that Karol Wojtyla's spiritual life was "already strong, intimate and profound in his boyhood, and that [it] never ceased to develop and grow stronger, producing fruits in all dimensions of his life."

Cardinal Ruini added that God never sheltered Wojtyla from the trials of life, but rather was constantly "associating him ever and anew to the cross of his Son ... giving him the courage to love the cross, and the spiritual intelligence to see, through the cross, the face of the Father."

"All those who knew him, from near or only from afar, were struck by the richness of his humanity, by his complete fulfilment as a man," the cardinal said.

"But even more illuminating and important is the fact that such fullness of humanity coincided, in the end, with his relationship with God, in other words with his sanctity."

In another ceremony, Pope Benedict also emphasised the late pope's experience of the Cross the Vatican Information Service added.

"The fruitfulness of [Pope John Paul's] testimony depended upon the Cross," Pope Benedict said.

"In the life of Karol Wojtyla the word 'cross' was not just a word. Ever since his infancy and youth, he had experienced pain and death."

And, "particularly with the slow but implacable progress of his illness which little by little deprived him of everything, his existence became a complete offering to Christ."
English John Paul II's Sanctity Began Early
Apr 03, 2007
Presides at Solemn Closing of Diocesan Investigation

VATICAN CITY, APRIL 2, 2007 (Zenit.org).- Pope John Paul II's intense relationship with God was already profound in his youth, said Cardinal Camillo Ruini at the close of the diocesan phase of the Pontiff's beatification process.

Cardinal Ruini presided over the closing session of the diocesan investigation today at the Basilica of St. John Lateran, on the second anniversary of the death of John Paul II.

The solemn opening of the diocesan phase took place June 28, 2005, less than three months after the Pope's death.

The Vatican phase will now begin with the elaboration of a report to be prepared by a collaborator of the postulator of the cause, under the guidance of a relator of the Congregation for Saints' Causes.

In his homily during the closing ceremony, Cardinal Ruini, the vicar of Benedict XVI for Rome, commented on John Paul II's intense spiritual life.

Boyhood

The cardinal said that Karol Wojtyla's spiritual life was "already strong, intimate and profound in his boyhood, and that [it] never ceased to develop and grow stronger, producing fruits in all dimensions of his life."

Cardinal Ruini added that God never sheltered Wojtyla from the trials of life, but rather was constantly "associating him ever and anew to the cross of his Son ... giving him the courage to love the cross, and the spiritual intelligence to see, through the cross, the face of the Father."

The cardinal continued: "In the certainty of being loved by God and in the joy of returning this love, Karol Wojtyla found the meaning, unity and aim of his own life.

"All those who knew him, from near or only from afar, were struck by the richness of his humanity, by his complete fulfillment as a man.

"But even more illuminating and important is the fact that such fullness of humanity coincided, in the end, with his relationship with God, in other words with his sanctity."

Faith

Cardinal Ruini said that the faith of John Paul II was that "of a man who, in a certain sense, had already seen the Lord, and who had made the direct experience of the mysterious and salvific presence of God in his spirit and in his life."

It is because of this faith, continued the cardinal, that Wojtyla had felt "the necessity and the duty to offer and transmit to all the truth that saves."

Cardinal Ruini also recalled the last moments of John Paul II.

With the help of those present in his apartment, John Paul II prayed "all the daily prayers: adoration, meditation and he even anticipated the office of the readings for Sunday," said the cardinal.

The cardinal continued: "Then, he said with an exceedingly weak voice to Sister Tobiana Sobotka, his authentic guardian angel: 'Let the Lord come.'

"Afterward, he entered into a coma, and in his room the vigil Mass for Divine Mercy Sunday was celebrated."

The cardinal said that Archbishop Stanislaw Dziwisz, John Paul II's personal secretary, managed to give the dying Pope "drops of the blood of Christ."

Divine mercy

Cardinal Ruini said that divine mercy was the center of John Paul II's spirituality: "From it he learned to overcome evil with good."

Numerous Poles attended today's ceremony, accompanied by now-Cardinal Dziwisz, archbishop of Krakow, who also presided over a prayer vigil in the Vatican Grottoes.

Also present was Sister Marie-Simon-Pierre, who was cured of Parkinson's months after the death of John Paul II, close to Aix-en-Provence, France.

The 46-year-old woman religious attributes her cure to the intercession of the Pontiff.

Next phase

The process of beatification passes now to the Vatican Congregation for Saints' Causes, whose prefect is Cardinal José Saraiva Martins.

The cardinal told Vatican Radio today "that John Paul II was dispensed from the five-year waiting period after death, prescribed by canon law, to begin the cause of beatification, but was not dispensed from the process."

Cardinal Saraiva Martins said: "Therefore, the Vatican dicastery proceeds now to review all the documentation that has arrived to us, following the paths indicated by the juridical prescripts.

"The prescripts of canon law must be respected."
Italian Volantino pasquale contro le coppie di fatto
Mar 18, 2007
Campagna anti-Dico porta a porta: il cardinale Camillo Ruini, in qualità di Vicario di Roma, ha deciso di consegnare alle famiglie della capitale un volantino per «riflettere sull’importanza sociale della famiglia».

(Il Giornale, 18 marzo 2007) Postini speciali i sacerdoti della diocesi impegnati nelle benedizioni pasquali porta a porta.
«Lettera alle famiglie 2007» si legge nel volantino affidato ai presuli. «Famiglia e società» è il titolo che accompagna un messaggio scritto dall’ex presidente della Cei che, come la Chiesa tutta, ha portato avanti l’offensiva nei confronti delle coppie di fatto. «Cari fratelli e sorelle, la famiglia è da tempo al centro dell’attenzione pastorale della diocesi di Roma - esordisce il cardinale Ruini nel presentare l’iniziativa -, oltre che di un ampio confronto sociale e culturale. Ho ritenuto perciò di fare cosa utile offrendo alle famiglie romane, tramite i sacerdoti impegnati nelle benedizioni pasquali, un testo scritto dal cardinale Ennio Antonelli per la diocesi di Firenze».
Il testo non usa mai l’espressione Dico e le considerazioni proposte, avverte il porporato, «sono in armonia con la fede cristiana ma vengono sviluppate sulla base dell’esperienza e della ragione: possono pertanto essere condivise anche dai non credenti».
Italian ''Alla sequela di Cristo", il Cardinal Ruini racconta Karol Wojtyla
Mar 09, 2007
Camillo Ruini ha conosciuto Giovanni Paolo II nel lontano 1984. Era ancora vescovo ausiliare di Reggio Emilia - Guastalla. La sua lenta ascesa nelle gerarchie vaticane era appena iniziata. Dopo il primo incontro, la sua frequentazione con Karol Wojtyla e' stata assidua e sistematica e il Sommo Pontefice lo nomino' suo Vicario per la Diocesi di Roma, carica che ricopre ancora oggi.

Roma, 9 mar. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - Vivendo a stretto contatto con il Papa, ne ha osservato le tante qualita' apprezzandone anche le doti umane e ha potuto scavare in profondita' nella sua personalita' articolata e complessa. Nel saggio ''Alla sequela di Cristo'', pubblicato dalla casa editrice Cantagalli, il cardinal Ruini traccia un quadro ricco di spunti e sfumature sul Papa che tutti gia' vogliono santo. Uomo di Dio. Servo fedele della Chiesa, attento alle necessita' degli uomini: e' questa l'immagine di Giovanni Paolo II che emerge, con maggiore chiarezza, nelle pagine di Camillo Ruini.

"A Giovani Paolo II - racconta nelle prime pagine del suo libro - sono stato legato da una grandissima ammirazione e, forse ancor piu', da un affetto profondo. Ho potuto conoscerlo personalmente nell'autunno del 1984, quando ero Vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla e Vicepresidente del Comitato preparatorio del Convegno ecclesiale nazionale che si sarebbe svolto nell'aprile successivo a Loreto". Da allora in avanti il loro rapporto e' stato sempre piu' stretto e fecondo. Giovanni Paolo II, infatti, lo nomino' presidente della Conferenza episcopale italiana nel 1991.
Italian Il saluto del cardinale Ruini: «Corrispondere ai Papi è stata la gioia del mio cuore»
Mar 08, 2007
Il testo integrale del discorso del presidente uscente della Conferenza episcopale italiana.

Al termine del mio mandato di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, desidero esprimere la mia più profonda gratitudine anzitutto ai Sommi Pontefici Giovanni Paolo II di venerata memoria, che per tre volte ha voluto conferirmi questo incarico, e Benedetto XVI, che mi ha ulteriormente confermato in esso. Corrispondere agli indirizzi e ai desideri dei Successori di Pietro è stata lungo tutti questi anni la gioia del mio cuore oltre che il primo criterio di orientamento della mia azione.

La mia gratitudine va inoltre, dal profondo dell’animo, a tutti i Vescovi italiani, e in particolare a coloro che più direttamente hanno lavorato con me in questi anni. Ricordo in primo luogo il compianto Card. Ugo Poletti, che fu il Presidente con il quale ho collaborato, a partire dall’ormai lontano 28 giugno 1986, in qualità di Segretario Generale della CEI. È grande e affettuosa la mia riconoscenza per i Cardinali Dionigi Tettamanzi ed Ennio Antonelli, che sono stati Segretari Generali durante la mia presidenza, come anche per tutti i Presuli che sono stati Vicepresidenti, in particolare per i tre attuali, Mons. Benigno Luigi Papa, Mons. Giuseppe Chiaretti e Mons. Luciano Monari. Non posso dimenticare inoltre l’opera preziosa svolta al servizio della CEI dall’allora Mons. Attilio Nicora.

Uno specialissimo ringraziamento, che viene dal cuore, porgo all’attuale Segretario Generale Mons. Giuseppe Betori, a cui mi lega una quotidiana collaborazione protrattasi per ben undici anni. Con lui desidero ringraziare tutti i collaboratori della Segreteria Generale, per me anzitutto degli amici. Mi sia permesso ricordare inoltre coloro che, pur con ruoli diversi, hanno dato un contributo fondamentale all’opera della nostra Conferenza: tra loro nomino almeno il primo responsabile di “Avvenire” e di “Sat2000”, Dott. Dino Boffo.

Al nuovo Presidente, Mons. Angelo Bagnasco, va il mio augurio più fervido e affettuoso per l’opera che lo attende, accompagnato da profonda amicizia e dall’assicurazione della mia costante vicinanza nella preghiera.

Camillo Card. Ruini

7 marzo 2007
Italian Camillo Ruini, il cardinale che ha fatto gli interessi della Chiesa
Mar 08, 2007
Da Alberto Giannino
Presidente Ass. culturale docenti cattolici

Culture(05/03/2007) - Il Cardinale Camillo Ruini lascia, dopo 16 anni la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ma restera' Vicario Generale del Papa per la Diocesi di Roma. E' questo il compromesso trovato tra lui e il Segretari di Stato cardinale Tarcisio Bertone che ha proposto il nome di msg. Angelo Bagnasco, attuale arcivescovo di Genova, 63 anni, di origini bresciane, una laurea in Filosofia, già Vescovo di Pesaro ed ex Arcivescovo Ordinario Militare per l'Italia. Bagnasco fara' la spola tra Roma e Genova (sede cardinalizia, ambitissima dal vescovo di Como che ha mobilitato mezza Italia per averla) dove resterà Arcivescovo e guidera' i 668 sacerdoti, 278 parrocchie e 826 mila abitanti. Il suo impegno extradiocesano sara' la presidenza CEI affiancato dal Segretario generale mons. Betori. Il cardinale di ferro, Camillo Ruini, 76 anni, licenza in filosofia e teologia alla Pontificia Universita' Gregoriana, proveniente dalla diocesi di Reggio Emilia dov'era Ausiliare, si occupera' invece della capitale: 6.000 sacerdoti, 336 parrocchie e due milioni e 800.000 abitanti. Sara' quindi sempre a contatto col Papa e potra' esprimere le sue valutazioni e i suoi orientamenti come Vicario generale per la diocesi di Roma avendo il vantaggio di conoscere i giornalisti e i vaticanisti e potra' partecipare al Consiglio Permamente della Cei in rappresentanza di Roma.
Fattore decisivo per il suo impegno è senza dubbio la famiglia. Per il vicario generale di Roma occorre incrementare la pastorale delle famiglie, non limitandola al periodo della preparazione al matrimonio o alla cura di qualche specifico gruppo. E' indispensabile che le famiglie stesse diventino maggiormente protagoniste, nell'evangelizzazione e nella vita sociale, affinché sia tutelata la loro autentica fisionomia e sia adeguatamente riconosciuto il loro ruolo. Per Ruini dovranno ovviamente essere salvaguardati i diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza confonderla con altre forme di convivenza. Un'organica politica per la famiglia, idonea a sostenerla nei suoi compiti essenziali, a cominciare dalla procreazione e dall'educazione dei figli. Oltre all'impegno per la famiglia c'è quello a favore della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale. Oggi poi, con lo sviluppo delle biotecnologie, si allargano le frontiere sulle quali è richiesta la nostra vigile presenza e la coraggiosa proposta della verità sull'uomo. Ruini ha già detto che le accuse che oggi vengono rivolte alla Chiesa di difendere posizioni ormai superate sono destinate, prima o poi, a lasciare il passo al riconoscimento che la Chiesa ha saputo guardare avanti e discernere, alla luce del Vangelo di Cristo, ciò che è indispensabile per l'autentico progresso umano. Altro punto importante su cui Ruini continuera' a battersi sara' ' quello relativo all'educazione delle nuove generazioni rappresenta a sua volta una nostra fondamentale preoccupazione pastorale. Le parrocchie, oratori, associazioni svolgono al riguardo un servizio prezioso, che va sostenuto e incrementato. Importantissimo, inoltre, è il compito della scuola: la Chiesa offre perciò la più convinta collaborazione, anche attraverso i docenti di religione cattolica, per il miglioramento dell'intero sistema scolastico italiano. Essa rinnova un forte appello perché sia finalmente realizzata un'effettiva parità scolastica, superando vecchie concezioni stataliste per procedere alla luce del principio di sussidiarietà e della valorizzazione, anche in ambito scolastico, delle molteplici risorse della società civile.
Il cardinale Ruini si attivera' per la promozione del bene comune che non può, poi, costruirsi al di fuori di una prospettiva di concreta solidarietà, che si esprime anzitutto sviluppando nuove possibilità di lavoro specialmente in quelle aree della citta' di Roma tuttora pesantemente afflitte dalla piaga della disoccupazione. Di fronte all'aggravarsi delle situazioni di povertà, che coinvolgono numerose famiglie precedentemente in grado di condurre un'esistenza normale, le comunità ecclesiali della Diocesi di Roma saranno chiamate ad impegnarsi in prima persona, sollecitando al contempo una più solerte e concreta attenzione da parte delle pubbliche istituzioni. Tutto ciò vale, in particolare, per quell'opera difficile ma doverosa che è l'accoglienza degli immigrati e dei nomadi, nella quale sono molte le testimonianze esemplari offerte dagli organismi del volontariato cristiano, in primis della Caritas. Ruini oserà indicare ai suoi 6 mila sacerdoti lo studio dei nuovi rapporti che sorgono fra loro, il loro ministero, e l'uomo contemporaneo. È del resto ciò che tutti fanno: la ricerca della fenomenologia della vita moderna: questa è in fase di cambiamento, o almeno di maggiore conoscibilità. È questa mobilità, è questa nuova conoscenza che talvolta sconcertano, spaventano, o almeno intimidiscono. Bisogna osservarla, bisogna conoscerla la vita moderna; è un dovere nuovo, che fa uscire dall'abitudine (non intendiamo dire dalla tradizione!), dall'empirismo, dal formalismo consuetudinario. I preti devono diventare migliori conoscitori delle anime, degli spiriti del nostro tempo. Vi è il pericolo che questa osservazione prevalga sulla norma della fede e della legge di Dio; oggi il relativismo è grande tentazione. Ma superata questa tentazione, cioè attribuito il valore relativo e subordinato al dato sperimentale (vedi statistiche, vedi quadri psicologici e sociologici, vedi certi determinismi storici), la nuova conoscenza degli uomini e del mondo (ricordiamo la parola del Cristo: Cognosco oves meas) (Gv. 10, 14) dà modo di fronteggiare con maggiore coraggio l'insorgente problematica delle situazioni nuove e minacciose.In questo modo essi scopriranno molte cose con questa vigilanza, ora quanto mai richiesta ai sacerdoti; due principali: le nostre verità come inalienabili, alle quali non dovremo rinunciare in alcun modo, la fede soprattutto; e le possibilità nuove, che lo spirito umano presenta alla iniziativa del nostro ministero; ricordiamo: quanto più l'uomo è lontano da noi, cioè dal nostro annuncio di verità e di speranza, tanto più egli ha bisogno di noi. Si tratta di scoprire, e possibilmente di svegliare questo segreto bisogno, e di offrirgli sapientemente il nostro dono di carità e di letizia. Chi ama, scopre, chi ama inventa l'arte di riavvicinare le anime e di rivelare loro il Cristo. E tutti nella Chiesa sono convinti che una nuova fiducia deve confortare il ministero sacerdotale: la fiducia anche negli uomini e nelle donne , che in fondo, quando non sono coscientemente fuorviati nel pensiero e nel costume, sono spesso più buoni di quanto non appariscano, più infelici, che cattivi; più illusi, che ostinati; più bisognosi di verità, e di amore, che di abbandono e di rifiuto. Infatti il dramma spirituale che il Concilio Vaticano II considera tra i più gravi della nostra epoca (Gaudium et spes n. 19) è costituito dall'allontanamento silenzioso dalla pratica religiosa di intere popolazioni, e perfino da ogni riferimento alla fede. La Chiesa oggi è chiamata a confrontarsi più con l'indifferenza e con la non credenza pratica che non con l'ateismo in regresso nel mondo. L'indifferenza e la non credenza si sviluppano negli ambienti culturali impregnati di secolarismo. Non si tratta più della professione pubblica di ateismo, fatta eccezione per qualche Stato del mondo, ma di una presenza diffusa, quasi onnipresente, nella cultura. Essa è meno visibile, ma più pericolosa, perché la cultura dominante la diffonde in modo subdolo nel subconscio dei credenti, dall'Ovest all'Est dell'Europa, ma anche nelle grandi metropoli dell'Africa, dell'America e dell'Asia: vera malattia dell'anima che induce a vivere «come se Dio non esistesse», è un neopaganesimo che idolatra i beni materiali, i benefici della tecnica e i frutti del potere. Da qui secondo Ruini l'esigenza di una nuova evangelizzazione che si basi sulle indicazioni di Benedetto XVI che si trovano nella sua prima Enciclica "Deus caritas est". La testimonianza della carità è l'argomento più convincente che i cristiani offrono come prova dell'esistenza di Dio Amore, è la «via migliore» di cui parla San Paolo (1Cor 13). Nell'arte cristiana e nella vita dei santi rifulge una scintilla della bellezza e dell'amore di Dio che si incarna in modo sempre nuovo nella vita degli uomini. Alla fine sarà la bellezza a salvare il mondo: la bellezza intesa come una vita morale riuscita che, sull'esempio di Cristo, attiri gli uomini verso il bene. Jacques Maritain ha fatto del bello un trascendentale, alla stregua del buono e del vero: ens et unum et bonum et verum et pulchrum convertuntur. Questa sintesi si manifesta nella vita del cristiano, e soprattutto della comunità cristiana: non si tratta di dimostrare ad ogni costo, ma di condividere la gioia dell'esperienza della fede in Cristo, Buona Novella per gli uomini e per le loro culture. Così i nostri contemporanei possono essere interpellati al cuore della loro non credenza o della loro indifferenza. I grandi santi del nostro tempo, specialmente coloro che hanno offerto la vita per i più poveri, uniti alla schiera di tutti i santi della Chiesa, costituiscono l'argomento più eloquente per suscitare nel cuore degli uomini e delle donne la domanda su Dio e per trovarvi una risposta: La testimonianza del perdono e dell'amore fraterno, condiviso tra i cristiani, si estende a tutti gli uomini come una preghiera ardente. E' una chiamata rivolta a tutti i cristiani, secondo la raccomandazione di sant'Agostino: «Fratelli, vi esortiamo ardentemente a questa carità, non soltanto verso i vostri compagni di fede, ma anche verso quelli che si trovano al di fuori, siano essi pagani che ancora non credono in Cristo, oppure siano divisi da noi ... Fratelli, proviamo dolore per essi, come per i nostri fratelli ... E' tempo che usiamo una grande carità verso di loro, una infinita misericordia nel supplicare Dio per loro perché conceda finalmente ad essi idee e sentimenti di saggezza per ravvedersi e per capire che non hanno assolutamente nessun argomento da opporre alla verità» (Commento ai salmi) Il cardinale Ruini vigilera' infine sui cattolici che si considerano "adulti" e ritengono di avere un'autonomia dalla Chiesa, non si accontentera' di un "cristianesimo minimo", ma chiedera' a tutti un esigente cattolicesimo popolare. Come testamento degli anni passati alla CEI il cardinale Ruini ha dichiarato che il cattolico deve essere forte, proprio come ci ha insegnato San Pietro: "Siate forti e saldi nella fede" e se qualcuno contestera' ? Meglio, dice il cardinale di ferro, significa che abbiamo centrato l'obiettivo. E poi meglio essere contestati che annullati.
Grazie cardinale Ruini per i tuoi 16 anni spesi per il bene della Chiesa e dell'Italia. Ti rimpiangeranno anche i tuoi detrattori e sai perche'? Non c'e gusto misurarsi con un "avversario" che e' arrendevole, che cerca una mediazione o un compromesso. Sui valori, come ci hai insegnato, non si negozia a costo di essere impopolari.
Italian La verità e la bellezza del Cristianesimo
Mar 03, 2007
La verità e la bellezza del Cristianesimo siano i punti chiave del progetto culturale della Chiesa italiana: a sottolinearlo, stamani, il cardinale Ruini.

(Radio Vaticana, 02/03/2007) Il rapporto tra fede e ragione è stato al centro del discorso del cardinale vicario Camillo Ruini, che questa mattina ha aperto a Roma l’VIII Forum del progetto culturale della CEI. L’assise sul tema “La ragione, le scienze e il futuro delle civiltà” riunisce oggi e domani 150 intellettuali cattolici che si confronteranno sul discorso pronunciato da Benedetto XVI al convegno ecclesiale di Verona. Ma torniamo alla prolusione del presidente della Conferenza episcopale italiana, nel servizio di Alessandro Gisotti:

Il nuovo incontro tra la fede e la ragione del nostro tempo è il grande obiettivo del Pontificato di Benedetto XVI: è quanto sottolineato dal cardinale Camillo Ruini che ha indicato come questo sia anche il traguardo a cui mira il progetto culturale della Chiesa italiana. Tra gli orientamenti emersi nel Convegno ecclesiale di Verona, ha detto il porporato, c’è infatti il tentativo di coniugare la teologia, la filosofia e le scienze “nel pieno rispetto dei loro metodi” e della “loro reciproca autonomia”. Un servizio, questo, che l’Italia è chiamata a rendere all’Europa e al mondo. Il presidente della CEI si è così soffermato sull’orizzonte del progetto culturale dopo Verona:

“Il grande tema della verità, bellezza e 'vivibilità' del cristianesimo, da pensare, vivere e proporre nelle condizioni di oggi e di domani, specialmente in rapporto alla ragione ed ai codici etici dell’Occidente neoilluminista, che tenta di universalizzare il suo secolarismo”.

Il cardinale Ruini ha, quindi, espresso l’auspicio che il cattolicesimo italiano mantenga sempre la sua “caratteristica popolare” senza essere ridotto ad un “cristianesimo minimo”. “La fede in Gesù Cristo – è stata la sua esortazione – continui ad offrire, anche agli uomini e alle donne del nostro tempo, il senso e l’orientamento dell’esistenza ed abbia così un ruolo guida e un’efficacia trainante nel cammino della nazione verso il suo futuro”. Ed ha evidenziato che il progetto culturale ha molto a che fare con la “missionarietà dell’intero popolo di Dio e in esso specificamente dei laici”. Il porporato ha poi rivolto il pensiero al discorso pronunciato dal Papa a Ratisbona, al centro del quale sta l’affermazione che “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. D’altronde, Benedetto XVI mostra che in Dio logos e agape, ragione e amore, si identificano:

“Il Dio della fede cristiana è dunque sì il Dio della metafisica, ma è anche, e identicamente, il Dio della storia, il Dio cioè che entra nella storia e nel più intimo rapporto con noi. E’ questa, secondo Joseph Ratzinger, l’unica risposta adeguata alla questione del Dio della fede e del Dio dei filosofi”.


Nell’attuale clima culturale, ha detto il cardinale Ruini, “l’uomo con le sue sole forze” rimane prigioniero di “una strana penombra” e “delle spinte a vivere secondo i propri interessi, prescindendo da Dio e dall’etica”. Una condizione, ha proseguito, che possiamo superare solo grazie “all’iniziativa di Dio che in Cristo si manifesta all’uomo e lo chiama ad accostarsi a Lui”. Oggi, ha aggiunto, l’atteggiamento più diffuso tra i non credenti non è tanto l’ateismo quanto piuttosto l’agnosticismo “che sospende il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile”. Ma questo, ha affermato, è per il Papa un programma non realizzabile:

"Il motivo è che la questione di Dio non è soltanto teorica ma eminentemente pratica, ha conseguenze cioè in tutti gli ambiti della vita. Nella pratica sono infatti costretto a scegliere tra due alternative, già individuate da Pascal: o vivere come se Dio non esistesse, oppure vivere come se Dio esistesse e fosse la realtà decisiva della mia esistenza".

Dio, ha detto ancora, non può perciò essere “un’appendice da togliere o aggiungere senza che nulla cambi, ma è invece l’origine, il senso e il fine dell’universo, e dell’uomo stesso”. Infine, ha messo in guardia dai rischi insiti in quella assolutizzazione del relativismo che si verifica “quando la libertà individuale” viene eretta “a criterio ultimo al quale ogni altra posizione deve subordinarsi”.
Italian Lettera del Cardinal Ruini in occasione dell'80° genetliaco di Benedetto XVI
Feb 11, 2007
Pubblichiamo il testo della Lettera che il Cardinale Vicario Camillo Ruini ha inviato alla Diocesi e alla Città di Roma in occasione della celebrazione dell'80° genetliaco di Benedetto XVI.

Carissimi,
il Santo Padre, per il particolare affetto che lo lega alla sua Chiesa di Roma, ha accettato di festeggiare con noi il suo 80° genetliaco, con la celebrazione di una Santa Messa che Egli stesso presiederà in Piazza S. Pietro, domenica 15 aprile, vigilia del suo compleanno, alle ore 10.

Pertanto domenica 15 aprile tutti i parroci, i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e le religiose e i fedeli laici della Diocesi sono calorosamente invitati a partecipare a questa Eucaristia, secondo le modalità che saranno fatte conoscere al più presto.

Sarà questo per noi un giorno particolarmente lieto, nel quale ringrazieremo il Signore per il dono che ci ha fatto con il nostro Vescovo e Papa Benedetto XVI. Sarà anche il giorno in cui, in un clima intensamente pasquale, pregheremo con il Papa e per il Papa, chiedendo per Lui l'abbondanza delle benedizioni divine, che lo sostenga e lo conforti nello spirito e nel corpo, per essere per noi tutti modello e guida sicura nella fede, nell'amore di Dio e dei fratelli e nella speranza che non delude.

In quella domenica, dedicata alla Divina Misericordia, pregheremo con il Papa anche per la nostra Chiesa di Roma, affinché, corrispondendo agli inviti del Suo Vescovo, testimoni con generosità la gioia della fede e si impegni nell'educazione delle giovani generazioni e nella promozione dell'amore cristiano, della vita e della famiglia.

Anche nei giorni successivi, in particolare il 19 aprile, secondo anniversario dell'elezione di Papa Benedetto XVI, ogni parrocchia, chiesa e comunità religiosa o laicale è invitata a pregare per il Santo Padre e a ravvivare i vincoli di affettuosa comunione che ci uniscono a Lui.

Carissimi fratelli e sorelle, la celebrazione del genetliaco del Santo Padre sia per tutti noi l'occasione per cantare nuovamente l'invocazione Tu illum adiuva - sostieni, o Dio, il Successore di Pietro - quel canto orante che lo stesso Santo Padre, nell'omelia pronunciata all'inizio del Suo Pontificato, disse di aver sentito "come una grande consolazione" da parte di tutta la Chiesa, una Chiesa viva e giovane perché crede nel Cristo risorto, vivo e presente in mezzo al suo popolo.

Roma, 9 febbraio 2007
Camillo Card. RUINI
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma
English Top Italian Cardinal Speaks Out Against Homosexual Unions, Euthanasia
Jan 29, 2007
Explains Piergiorgio Welby denied Catholic funeral because of advocacy for legalized euthanasia.

VATICAN CITY, January 24, 2007 (LifeSiteNews.com) - Cardinal Camillo Ruini, head of the Italian episcopal conference, addressed the issue of homosexual marriage or civil union rights at the opening of the twice-yearly assembly of Italian bishops, saying, "It must be said that (homosexual unions) are at odds with basic anthropological facts, in particular with the nonexistence of the blessing of generating children, which is the specific reason for the social recognition of marriage."

Cardinal Ruini warned against new legislation to resolve legal issues around unmarried couples "that would inevitably be set up as something similar to a marriage." Slight changes to the country's civil code would be enough to resolve any legal gaps, he said, while new legislation would be "a sure way to make the creation of authentic families more difficult, with great damage to people, starting with the children, and to Italian society."

Proposed legislation, backed by the Radical Party, would grant unmarried couples similar rights to married couples, with inheritance rights, joint medical insurance, hospital and prison visiting rights and the right to make health decisions for one another in case of incapacitation, according to a report by the Associated Press.

As well, Cardinal Ruini reiterated the position of the Diocese of Rome in denying euthanasia advocate Piergiorgio Welby a Catholic funeral, after the disabled man asked to receive sedation and have his respirator removed, resulting in his death Dec.20, 2007.

Cardinal Ruini said the Vatican could not allow a Catholic funeral for Welby because "to the end, he persevered lucidly and consciously in the wish to be able to end his own life.

"In these conditions, a different decision would have been impossible and contradictory for the Church because it would have legitimized behaviour contrary to the laws of God."

Welby, who suffered from advanced muscular dystrophy, died after anesthesiologist Mario Riccio complied with his request to administer sedative drugs and unplug his respirator.

Welby had petitioned the State to interfere in his case and give permission for his euthanasia, in a highly publicized case that raised intense debate over the countries' laws against euthanasia and assisted suicide.

The Diocese of Rome said Welby was denied a Catholic funeral not because of the manner of his death, but because of his advocacy for legalized euthanasia in clear opposition to Church teaching.
German Kardinal Camillo Ruini zum „Fall Welby“
Jan 27, 2007
Kardinal Camillo Ruini, Vorsitzender der Italienischen Bischofskonferenz, eröffnete am Montag die Arbeiten der Frühjahrsvollversammlung des Ständigen Rates der Bischöfe.

ROM, 23. Januar 2007 (ZENIT.org).- In seiner einführenden Analyse befasste er sich mit in Italien viel diskutierten Themen: der rechtlichen Anerkennung der homo- und heterosexuellen De-facto-Partnerschaften und der Problematik der aktiven und passiven Sterbehilfe.

Auf internationaler Ebene hatte im Dezember der „Fall Piergiorgio Welby“ großes Aufsehen erregt: Nach jahrelangem Leiden an einer fortschreitenden degenerativen Krankheit (progressive Muskeldystrophie), die Welby nur mit der Unterstützung eines Beatmungsgerätes überleben ließ, hatte er sich an den Präsidenten der italienischen Republik und an die italienische Öffentlichkeit gewandt. Welby forderte, dass unter ärztlicher Aufsicht und unter narkotisierenden Mitteln das Beatmungsgerät abgeschaltet werde, was nach italienischem Gesetz nicht möglich ist. Das Gesetz sieht weder eine aktive noch eine passive Form von Sterbehilfe vor. Ein Arzt erklärte sich jedoch bereit, dem Wunsch Welbys Folge zu entsprechen. Er setzte ihn unter schwere Beruhigungsmittel und stellte das Beatmungsgerät ab. Welby starb am 20. Dezember 2006. Das Obduktionsergebnis über die Ursachen des Todes Welbys steht noch aus. Die Frage ist nun, ob der Patient an Erstickung gestorben ist oder ob die verabreichten Mittel den Tod verursacht haben. In letzterem Fall würde der anwesende Arzt des vorsätzlichen Mordes angeklagt werden.

Das römische Vikariat verweigerte Piergiorgio Welby eine kirchliche Bestattung, da er gerade in der letzten Zeit den Willen zum Sterben geäußert habe, um seinem Leiden ein Ende zu setzen. Diese Entscheidung Kardinal Ruinis erregte in der italienischen Öffentlichkeit großes Aufsehen und führte zu einer weitergehenden Diskussion über die Art der Hilfe, die einem an einer unheilbaren und zudem degenerativen Krankheit leidenden Menschen geleistet werden müsse, wenn der Patient selbst diese Hilfe ablehnt.

In seiner Ansprache vor den Bischöfen warnte Kardinal Ruini vor den Gesetzesvorhaben des italienischen Parlaments hinsichtlich des so genannten biologischen Testamtens oder der „vorweggenommenen Erklärung hinsichtlich künftiger Behandlungsmaßnahmen“. Die Kirche lehne jede Form der Euthanasie ab, unabhängig von den möglichen Gründen, Mitteln, Handlungen und Unterlassungen, die zu diesem Ziel dienten.

Der Kardinal erklärte, dass es berechtigt sei, eine Übertherapierung abzulehnen, das heißt: den Rückgriff auf außerordentliche ärztliche Praktiken, die für den Patienten zu schwer und zu gefährlich sind und in keiner Proportion zu den erwarteten Ergebnissen stehen. Gleichzeitig müsse es allerdings vermieden werden, dass der Verzicht auf eine ärztliche Übertherapierung zu einer Legitimierung von mehr oder weniger getarnten Formen von Euthanasie werde.

Diesbezüglich verurteilte der Kardinal vor allem den Verzicht auf eine Therapie, die den Patienten die notwendige vitale Unterstützung durch künstliche Ernährung nimmt. Somit sei es nicht möglich, dass der Wille des Kranken, der im Moment oder im Vorhinein zum Ausdruck komme, die Entscheidung zum Gegenstand habe, sich selbst das Leben zu nehmen.

Spezifische Schmerztherapien gehörten zur ärztlichen Pflicht, und die liebende und konstante Nähe zur Pflicht der Verwandten.

Zum „Fall Welby“ sagte Kardinal Ruini, dass es sich dabei um eine „schmerzhafte menschliche Angelegenheit “ gehandelt habe. Zur „erlittenen Entscheidung“ Ruinis, Welby eine katholische Beerdigung zu verweigern, sei es aufgrund der Tatsache gekommen, „dass der Verstorbene bis zum Schluss klar und bewusst auf dem Willen bestanden hat, seinem Leben ein Ende zu setzen: Unter diesen Umständen wäre eine andere Entscheidung für die Kirche unmöglich und widersprüchlich gewesen, denn das hätte eine Haltung legitimiert, die gegen das Gesetz Gottes gerichtet ist“.

Kardinal Ruini erklärte, dass er sich darüber im Klaren gewesen sei, mit dieser Entscheidung den Familienangehörigen und vielen anderen Menschen, die von Gefühlen menschlichen Erbarmens und der Solidarität zum Leidenden bewegt waren, Schmerz zuzufügen. Diese Menschen seien sich aber vielleicht weniger über den Wert jedes menschlichen Lebens bewusst gewesen, über das auch der Kranke selbst nicht verfügen könne.
Italian I vescovi del Lazio dal Papa per la visita ad Limina: intervista con il card. Ruini
Dec 05, 2006
Il Papa ha ricevuto stamani il primo gruppo di vescovi del Lazio, in visita ad Limina, guidati dal cardinale vicario Camillo Ruini, accompagnato dagli ausiliari.

(04 dicembre 2006 - RV) Il Lazio è una regione ecclesiastica con più di 5 milioni e 200mila abitanti, 1456 parrocchie e oltre 8300 sacerdoti, tra regolari e secolari. Sulla situazione ecclesiale di questa regione Paolo Ondarza ha intervistato lo stesso cardinale Ruini, che presiede la Conferenza episcopale laziale:

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R. – La Regione ecclesiastica del Lazio è, diciamo, una terra tipicamente italiana, è una terra di mezzo e nella quale ci sono certamente tantissimi segni della presenza del cristianesimo che sono, però, vivi ancora oggi e configurano il volto di questa Regione, che è pure attraversata da processi di scristianizzazione.

D. – Quando si pensa al Lazio viene in mente Roma. Ma i problemi delle altre diocesi della Regione sono diversi…

R. – C’è effettivamente una notevole diversità. Roma è una grandissima città, mentre le altre sono certamente più piccole e con molti territori di campagna. Inoltre sappiamo bene che Roma ha una sua unicità perché è la diocesi del Papa, ma è anche vero che tutto il Lazio ha un rapporto profondo con Roma e specialmente le diocesi più vicine a Roma, le diocesi suburbicarie. Man mano che la storia si è sviluppata sempre più, Lazio Nord da una parte e Lazio Sud dall’altra hanno scelto una loro configurazione autonoma ed hanno anche, quindi, dei problemi propri. Possiamo anche dire che hanno un maggior radicamento popolare della Chiesa rispetto a Roma, perché le parrocchie sono piccole, c’è molto meno anonimato e via dicendo. Dall’altra parte, però, Roma ha avuto forse più possibilità di assimilare il rinnovamento conciliare, perché risulta più facile una presenza attiva dei laici delle grandi parrocchie ed anche l’assunzione di responsabilità ai movimenti laicali è certamente più facile da svilupparsi rispetto ad un territorio più rurale o caratterizzato da piccole parrocchie.

D. – Veniamo ora alla risorse della Regione ecclesiastica del Lazio. Cosa dire?

R. – Pensiamo, ad esempio, alle Università Pontificie, alla grande presenza della vita consacrata a Roma, ai santuari del Lazio, al seminario storico di Agnani-Alatri; pensiamo anche alla presenza ancora abbastanza capillare del clero e al rinnovamento in atto del laicato. Ci sono risorse, ma evidentemente abbiamo anche problemi e problemi non piccoli perché la scristianizzazione incide. Per la nostra pastorale si tratta, quindi, di far fronte a queste grandi sfide.
Italian “L’interpretazione naturalistica dell’uomo è incompatibile con la nostra fede”
Nov 22, 2006
Intervento alla Conferenza internazionale “Università e Dottrina sociale della Chiesa”

ROMA, martedì, 21 novembre 2006 (ZENIT.org).- Intervenendo a Roma, venerdì 17 novembre, alla Conferenza internazionale “Università e Dottrina sociale della Chiesa”, il Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha spiegato che “la negazione della Trascendenza cancella la speranza” e per questo “l’interpretazione naturalistica dell’uomo è incompatibile con la nostra fede”.

“L’elemento più nuovo e specifico che ha dato origine all’attuale questione antropologica è costituito dai recenti sviluppi scientifici e tecnologici che hanno dato all’uomo un nuovo potere di intervento su se stesso”, ha esordito il porporato, aggiungendo che “parafrasando la celebre XI tesi di Marx su Feuerbach si può dire che non si tratta più soltanto di interpretare l’uomo, ma soprattutto di trasformarlo”.

Il Cardinal Ruini ha quindi sottolineato che la cultura dominante “rifiuta quel dualismo antropologico che concepisce l’uomo come costituito da anima e corpo” ed esprime “l’unità dell’essere in una maniera radicale e riduzionista” , con l’uomo che “viene ricondotto alla sua sola dimensione corporea”.

Il Vicario di Roma ha criticato anche quella specie “di scientismo di ritorno” che “considera l’uomo come oggetto conoscibile e misurabile attraverso forme di indagine sperimentale” negando o dimenticando che “l’uomo è anzitutto e irriducibilmente soggetto”.

Secondo il Presidente della CEI una certa interpretazione dell’evoluzione cosmica e biologica “contribuisce non poco ad una comprensione dell’uomo puramente naturalistica”.

Per il porporato, il terzo presupposto della questione antropologica è la cosiddetta “fine della metafisica” e cioè la “negazione della trascendenza” e la negazione “della realtà del Dio personale distinto dal mondo”.

Questi tre orientamenti filosofici sono da collegare – secondo Ruini – “all’indebolirsi della speranza e dell’attesa della salvezza verificatasi negli ultimi secoli”.

A questo proposito il Cardinale Vicario di Roma ha sottolineato che “l’interpretazione naturalistica dell’uomo” si collega alla questione antropologica ed è “incompatibile con la nostra fede”, perché “nega la trascendenza del soggetto umano ed il suo essere fatto ad immagine e somiglianza di Dio”.

Rifacendosi all’intervento pronunciato da Papa Benedetto XVI a Verona, in occasione del IV Convegno Ecclesiale Nazionale, il Cardinal Ruini ha spiegato che “anche le scienze empiriche devono trovare in ambito cattolico forte sostegno e incoraggiamento” e per questo “si favorisce il loro sviluppo proprio liberandole dagli ‘a priori’ riduzionismi”.

Questa liberazione in concreto riguarda in particolare i ricercatori “sono coloro che possono essere condizionati da simili ‘a priori’”, ha precisato il porporato, invitando poi tutti “ad allargare gli spazi della nostra razionalità”, secondo quanto già detto dal Pontefice a Verona.

In questo contesto, il Presidente della CEI ha sostenuto che “non vanno trascurati gli apporti che possono venire dalla valorizzazione del grande patrimonio dell’antropologia cristiana, teologica e filosofica, in rapporto alle problematiche della nuova questione antropologica”.

“E’ questo uno dei motivi – ha concluso il Cardinal Ruini – per i quali diventa oggi sempre più necessaria quella collaborazione tra credenti in Cristo e persone comunque sollecite della conservazione e dello sviluppo di un umanesimo autentico, della quale si è fatto promotore straordinariamente autorevole lo stesso Benedetto XVI”.
Italian La scienza sia aperta alla trascendenza
Nov 19, 2006
Liberare le scienze e le tecnologie dagli “a priori” riduzionisti e formare le persone dei ricercatori. E' quanto ha detto il cardinale Camillo Ruini nel suo intervento alla Conferenza internazionale “Università e Dottrina sociale della Chiesa".

(korazym.org, 18/11/2006) Liberare le scienze e le tecnologie dagli “a priori” riduzionisti e formare le persone dei ricercatori, “che sono coloro che possono essere direttamente condizionati da simili a priori” affinché il loro approccio culturale ed esistenziale sia “largo ed aperto, privo cioè di preclusioni nei confronti della trascendenza”. E' quanto ha detto il card. Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana nel suo intervento alla Conferenza internazionale “Università e Dottrina sociale della Chiesa” in corso a Roma.

Parlando della “nuova questione antropologica” e dei rapporti “tra scienze e filosofia e tra scienze e teologia”, il cardinale ha esortato "a non trascurare gli apporti che possono venire dalla valorizzazione del grande patrimonio dell'antropologia cristiana, teologica e filosofica" ed ha invocato "un cambio di approccio: passare cioè da quello oggi prevalente, che per conoscere la mente dell'uomo si concentra soprattutto sulla genesi degli stati mentali dall'organo cerebrale, alla rivalorizzazione di un approccio diverso, che prende in esame le prestazioni della nostra intelligenza e della nostra libertà, quali emergono dalla storia della cultura e anche da quelle capacità più elevate che sono proprie dell'uomo e lo differenziano da ogni altro animale nel modo più netto: tra esse la matematica, la filosofia, le creazioni letterarie ed artistiche”.

La questione antropologica, nel suo carattere globale, ha avvertito Ruini, “può essere affrontata positivamente soltanto attraverso un approccio multidisciplinare, che chiama in causa, con le scienze empiriche e con la filosofia e la teologia, la storia, il diritto, le lettere e le arti. Non si tratta solo del convergere di diverse discipline, ma di un’autentica globalità, nella quale trovano spazio, insieme alle varie forme di conoscenza, il vissuto personale e sociale, con tutta la molteplicità dei rapporti e delle implicazioni che lo caratterizzano”. Assumono dunque rilievo “sia le norme legislative, e in concreto la politica, sia le condizioni e gli interessi della vita sociale ed economica”.

In realtà, ha spiegato Ruini, “se esiste una possibilità concreta di orientare l’applicazione al soggetto umano delle nuove biotecnologie in modo da rispettare la sua specificità e dignità inalienabile, questa possibilità passa attraverso un grande lavoro e sforzo convergente, che dia forza a questa specificità dell’uomo nel contesto globale della nostra società e sia quindi in grado di influire realmente anche sull'operare dei ricercatori e degli specialisti”. E' questo uno dei motivi, ha concluso il presidente della Cei, "per i quali diventa oggi sempre più necessaria quella collaborazione tra credenti in Cristo e persone comunque sollecite della conservazione e dello sviluppo, nell’attuale contesto storico, di un umanesimo autentico, della quale si è fatto promotore straordinariamente autorevole lo stesso Benedetto XVI”.
Italian Verona, le conclusioni del cardinale Ruini: una Chiesa di testimoni in comunione
Nov 01, 2006
Il ruolo dei laici, la dimensione della testimonianza cristiana, la questione antropologica, il declino demografico, i compiti della politica. È un discorso di ampio respiro quello con cui il cardinale Camillo Ruini ha concluso il convegno di Verona.

(korazym.org, 20/10/2006) VERONA - Il ruolo dei laici, la dimensione della testimonianza cristiana, la questione antropologica, il declino demografico, i compiti della politica. È un discorso di ampio respiro quello con cui il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, ha concluso i lavori del quarto Convegno ecclesiale nazionale di Verona. Non si tratta di vere e proprie conclusioni, affidate ad un documento che l’assemblea della Cei elaborerà nei prossimi mesi, ma di una riflessione che cerca di sintetizzare gli spunti raccolti negli ultimi giorni: nell’incontro con il papa, ma anche nei gruppi di studio che stamani hanno presentato le sintesi del loro lavoro. Quindici pagine di discorso, per indicare agli italiani un modello di “cattolicesimo popolare”, non ridotto a “cristianesimo minimo”, ma capace di crescere attraverso la testimonianza della verità e la coerenza di vita.

Diventa così fondamentale “una tensione missionaria” che per il cardinale Ruini rappresenta “il principale criterio intorno al quale configurare e rinnovare progressivamente la vita delle nostre comunità”. Dito puntato contro “l’autoreferenzialità e il ripiegamento su di sé”, per riscoprire “l’attenzione alle persone e alle famiglie”, attraverso “l’ascolto e le relazioni interpersonali”. È una Chiesa che non si accontenta di “attendere” le persone, ma decide di raggiungerle nella vita concreta e quotidiana, comprese “le case in cui abitano, i luoghi in cui lavorano, i linguaggi che adoperano, l’atmosfera culturale che respirano”. Una vera e propria “conversione pastorale” per non ragionare più a comparti stagni ma in modo integrato e in ogni ambito. Il card. Ruini ha voluto, poi, precisare i contorni della “pastorale integrata”, che trova “nella comunione ecclesiale la sua radice e nella missione, da svolgere nell’attuale società complessa, la sua finalità e la sua concreta ragion d’essere. Essa, perciò, “punta a mettere in rete tutte le molteplici risorse umane, spirituali, pastorali, culturali, professionali non solo delle parrocchie ma di ciascuna realtà ecclesiale e persona credente, al fine della testimonianza e della comunicazione della fede in questa Italia che sta cambiando sotto i nostri occhi”.

In questo contesto, diventa importante il ruolo dei laici, la cui testimonianza deve essere fondata nella “comunione ecclesiale” e in una “spiritualità di comunione” con i sacerdoti. Insomma, bisogna “essere consapevoli che tra sacerdoti e laici esiste un legame profondo, per cui in un’ottica autenticamente cristiana possiamo solo crescere insieme, o invece decadere insieme”. In concreto, i laici diventano testimoni naturali del cristianesimo in diversi contesti: “nell’animazione cristiana delle realtà sociali, che essi devono compiere con autonoma iniziativa e responsabilità e al contempo nella fedeltà all’insegnamento della Chiesa”, ma anche “e non meno nei molteplici spazi della vita quotidiana”. I fedeli sono chiamati, in definitiva, a “svolgere una specie di apostolato o diaconia delle coscienze, esplicitando la propria fede e traducendo in comportamenti effettivi e visibili la propria coscienza cristianamente formata”, in modo da aiutare ogni persona “a riscoprire lo sguardo della fede e a mantenere desta a propria volta la coscienza”. Nella testimonianza cristiana entra così la centralità “della verità del cristianesimo”, che presuppone un confronto con posizioni spesso contrastanti “che mettono in dubbio non solo la verità cristiana ma la possibilità stessa che l’uomo raggiunga una qualsiasi verità non puramente soggettiva, funzionale e provvisoria”.

Rivolgendo uno sguardo all’Italia, che “attraversa una stagione non facile”, il cardinale evidenzia in particolare il “declino demografico” e l’irrisolta “questione meridionale”. Proseguendo il cammino intrapreso a Palermo, la Chiesa proseguirà nel non coinvolgimento “in scelte di partito o di schieramento politico”, “operando invece perché i fondamentali principi richiamati dalla dottrina sociale della Chiesa e conformi all’autentica realtà dell’uomo innervino e sostengano la vita della nostra società”. Stesso discorso sul versante delle tematiche antropologiche ed etiche, in particolare “sulla tutela della vita umana in tutte le sue fasi” e “sulla difesa e promozione della famiglia fondata sul matrimonio”, incoraggiando anche “la parità effettiva delle scuole libere”. Posizioni non ideologiche né tanto meno politiche, chiarisce il cardinale, che ritiene importante “per il futuro del nostro popolo, far crescere a tutti i livelli una rinnovata consapevolezza della realtà intrinsecamente relazionale del nostro essere e quindi del valore decisivo dei rapporti che ci uniscono gli uni gli altri”. Un modo per rispondere alla tendenza della società “a porre in maniera unilaterale l’accento sui diritti individuali e sulle libertà del singolo, piuttosto che sul valore dei rapporti che uniscono le persone tra loro e che hanno un ruolo essenziale non solo per il bene della società ma anche per la formazione e la piena realizzazione delle persone stesse”. “Il senso del nostro impegno di cattolici italiani – spiega Ruini - va dunque, prima che a fermare quei cambiamenti che appaiono negativi per il Paese, a mantenere viva e possibilmente a potenziare quella riserva di energie morali di cui l’Italia ha bisogno se vuole crescere socialmente, culturalmente e anche economicamente”.

Aspetti che chiamano in gioco anche i politici cattolici, invitati al discernimento, ferma restando la differenza “tra il discernimento rivolto direttamente all’azione politica o invece all’elaborazione culturale e alla formazione delle coscienze”. In generale, l’invito - e al tempo stesso la speranza - del cardinale è che tra i cattolici italiani possa crescere “il senso di appartenenza ecclesiale”, che “purtroppo fatica a penetrare l’intero corpo del popolo di Dio e talvolta anche in sue membra qualificate sembra scarso”. In questo senso, conclude Ruini, il papa “ci ha indicato ieri la strada giusta per maturare in noi il significato e il motivo autentico della nostra appartenenza, che non ignora, non nasconde e non giustifica le tante carenze, miserie e anche sporcizie di noi stessi e delle nostre comunità, ma sa bene perché non deve arrestare soltanto lì il proprio sguardo e perché esse non devono attenuare la sincerità e profondità della nostra appartenenza”.
Italian "Applicate le norme del papa in maniera esemplare"
Oct 24, 2006
Il testo integrale della lettera inviata dal vicario del papa per la diocesi di Roma, il card. Camillo Ruini, ai parroci e ai responsabili del Cammino Neocatecumenale. Tema: l’attuazione nella diocesi delle norme liturgiche stabilite dalla Santa Sede.

(korazym.org, 24/10/2006) ROMA - Ecco il testo della lettera inviata dal vicario del papa per la diocesi di Roma, il cardinale Camillo Ruini, ai parroci e ai responsabili del Cammino Neocatecumenale della diocesi nel maggio 2006. In essa il cardinale si riferisce alle disposizioni trasmesse nel dicembre 2005 dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti in merito alle modalità di celebrazione della messa nelle comunità neocatecumenali.

LA LETTERA

Roma, 24 maggio 2006

PROT. N.831/06

Ai Parroci e
ai Responsabili del Cammino Neocatecumenale
della Diocesi di Roma

Carissimi,

accogliendo le richieste e sollecitazioni che ho ricevuto da non pochi di voi, vi scrivo a proposito dell’attuazione nella Diocesi di Roma di quanto disposto nella lettera che il Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha indirizzato in data 1° dicembre 2005 ai Responsabili del Cammino Neocatecumenale, lettera di cui allego copia.

Desidero anzitutto ricordare quello che ha sottolineato il Santo Padre, nel suo discorso del 12 gennaio 2006 alle Comunità del Cammino Neocatecumenale, cioè che le norme impartite a Suo nome dalla predetta Congregazione hanno lo scopo di aiutare il Cammino “a rendere ancora più incisiva la propria azione evangelizzatrice in comunione con tutto il Popolo di Dio”. Perciò il Santo Padre si è dichiarato certo che tali norme saranno attentamente osservate.

In particolare nella Diocesi di Roma, della quale il Santo Padre è il Vescovo, le norme stesse, come in genere tutte quelle emanate dalla Santa Sede, devono essere osservate in maniera esemplare, secondo quella esemplarità a cui è chiamata, di fronte alle Chiese sorelle, la Diocesi del Papa. Ciò vale in rapporto sia ai contenuti delle norme sia ai tempi entro i quali devono essere applicate.

Non ritengo pertanto di aggiungere alcuna ulteriore determinazione particolare, oltre a quelle contenute nella lettera del Cardinale Arinze ai Responsabili del Cammino Neocatecumenale. Chiedo piuttosto che, sia da parte dei Sacerdoti impegnati nella pastorale nella Diocesi di Roma sia da parte dei Responsabili romani del Cammino, si voglia ottemperare alla lettera stessa pienamente e di buon grado.

Nel contempo desidero esprimere la gratitudine della Diocesi e mia personale per il grande servizio pastorale e missionario che le Comunità Neocatecumenali e i Sacerdoti formati nel Seminario Redemptoris Mater svolgono a Roma e in tante parti del mondo.

Con affetto e con la benedizione del Signore

Camillo Card. Ruini
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma
Italian Il testo integrale dell'intervista del Cardinale Ruini alla rubrica "A sua immagine"
Oct 23, 2006
Ieri - 22 ott 2006 - nella prima parte della puntata di "A Sua Immagine", rubrica religiosa di "Rai Uno", Andrea Sarubbi ha ospitato, in collegamento in diretta dal Vicariato di Roma, S.E. Card. Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, a conclusione del IV Convegno Ecclesiale Nazionale tenutosi a Verona.

Qui sotto il testo integrale dell’intervista trasmessa da Rai Uno.

D: Laici, sacerdoti, religiose e vescovi seduti allo stesso tavolo… hanno scambiato opinioni paritarie nei gruppi di lavoro… adesso, però, che cosa succede? Quale messaggio è venuto da Verona per la Chiesa?
R: Avete visto quello che capita normalmente nelle nostre diocesi e nelle nostre parrocchie, questo scambio fraterno. Quello che succederà è la missione comune che riprende con maggiore vigore e in questa missione ciascuno ha il ruolo suo proprio.

D: Tra gli ambiti di Verona c’era quello della cittadinanza… nei gruppi si è parlato molto del rapporto con gli immigrati, spesso di altre religioni… lei stesso ha citato nel suo intervento conclusivo il “risveglio dell’Islam”… Due identità, quella cristiana e quella musulamana, che possono convivere secondo Lei?
R: Ho citato il risveglio dell’Islam e anche di grandi nazioni e civiltà come la Cina e l’India. Tutto questo pone dei problemi di ordine sociale, politico ed economico e a noi cristiani un problema di ordine religioso, che si affronta attraverso il dialogo cordiale nel rispetto reciproco. Ho detto anche che in questo dialogo noi dobbiamo proporre con sincerità e chiarezza i contenuti e le motivazioni della nostra fede in Gesù Cristo.

D: L’Islam non fa paura alla Chiesa in Italia?
R: No, non fa paura, naturalmente deve stare dentro alla cornice delle leggi che riguardano tutti.

D: I giornali, a Verona,  hanno titolato: “Ruini accusa i cattolici di aver mancato l’obiettivo  sull’unità sui valori”. Il papa ha detto che la politica spetta ai laici ma illuminati dal magistero della Chiesa.
R: Ho letto i giornali e i titoli più che i contenuti sono davvero uno strano equivoco. Non ho assolutamente detto che è stata mancata l’unità dei cattolici sui contenuti essenziali. Sarebbe stato ben strano che lo dicessi proprio io, soprattutto dopo il referendum sulla procreazione assistita. Ho parlato invece del discernimento comunitario che si fa nelle parrocchie e nelle diocesi e ho detto che questo deve riguardare i temi che attengono alla pastorale, alla cultura e alla formazione delle coscienze.
Mentre, secondo quello che ci ha detto il Papa,  l’azione propriamente politica deve trovare i suoi luoghi di confronto non in ambito ecclesiale ma in altri spazi nei quali  svilupparsi e produrre le opportune convergenze sia tra cattolici sia anche tra coloro che condividono alcuni valori fondamentali.

D: A Verona si è riaperto il dibattito sugli atei devoti… Lei ha detto che “La Chiesa italiana apprezza una laicità sana e positiva”… che cosa intende per laicità sana e positiva?
R: Vuol dire una laicità che anzitutto tiene conto di quella che il Concilio chiama l’autonomia delle realtà terrene, delle professioni, del lavoro, dell’economia, della politica, delle scienze, ecc. Una laicità che tiene conto dell’autonomia e dell’indipendenza dello Stato dall’autorità ecclesiastica. Ma anche una laicità che non significa per lo Stato e per la politica, prescindere da quei grandi valori morali che sono inseriti nella natura dell’uomo e nemmeno da quella apertura a Dio, quel bisogno di Dio che pure è inserito nella struttura e nella realtà profonda di ogni essere umano.

D: Il Papa ha ribadito il no della Chiesa a forme deboli e deviate dell’amore. Il Papa si riferisce alle coppie di fatto, al matrimonio tra  omosessuali. Certo, la Chiesa si mette in una posizione un po’ scomoda. Lei ha detto: meglio le critiche dell’indifferenza!
R: Esattamente, quando c’è l’indifferenza vuol dire che Dio è messo ai margini della vita, che la fede non è ritenuta importante. Quando la fede sta al centro della vita, (arrivano) le critiche che ci sono sempre state sempre ci saranno, ma dobbiamo accoglierle con quello spirito che ci ha insegnato il Signore Gesù Cristo.

D: Benedetto XVI ha menzionato espressamente il ruolo della scuola cattolica… Lei ha chiesto una “parità effettiva”… Concretamente significa qualcosa o era solo un principio?
R: No, no, significa concretamente qualcosa e vorrei spiegarlo non dal punto di vista specifico cattolico ma  dell’interesse generale della società italiana. Dare forza alla scuola cattolica significa migliorare la qualità dell’educazione in Italia e renderla economicamente meno costosa, perché la scuola cattolica costa meno dell’altra. Questo è il significato pratico.

D: Il suo sogno per la chiesa italiana nei prossimi dieci anni…
R: Il mio sogno è che la Chiesa italiana continui ad essere anzitutto fedele al Signore Gesù Cristo e a porre Dio al centro, renda sempre più visibile il primato di Dio nella vita della Chiesa e così possa contribuire davvero al bene della società.

D: Lei è contento della Chiesa oggi?
Sì, sono contento e ringrazio il Signore, ma vedo anche che abbiamo tanto cammino da fare e per questo anch’io prego il Signore che ci dia la forza di compierlo.
Italian Intervento del Cardinal Ruini su “Impresa e umanesimo cristiano”
Jul 03, 2006
In apertura del IV Simposio europeo dei Docenti universitari

ROMA, lunedì, 26 giugno 2006 (ZENIT.org).- Da giovedì 22 a domenica 25 giugno scorsi si è svolto a Roma il IV Simposio europeo dei Docenti universitari sul tema “L’impresa e la costruzione di un nuovo umanesimo”, promosso dall’Ufficio della Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma e organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore.

I lavori, a cui hanno preso parte 250 docenti universitari provenienti da 25 Paesi europei e non, sono stati introdotti dal Cardinale Camillo Ruini, Vicario generale della Diocesi di Roma e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, con un intervento sul tema “Impresa e umanesimo cristiano”.

Di seguito riportiamo il testo dell’intervento del Cardinal Ruini.

* * *

IV SIMPOSIO EUROPEO DEI DOCENTI UNIVERSITARI
Cardinale Camillo Ruini: Introduzione dei lavori
“Impresa e umanesimo cristiano”
Protomoteca del Campidoglio, 22 giugno 2006

Signor Ministro, gentili Autorità, chiarissimi Docenti, ci ritroviamo in questa Sala del Campidoglio per dare inizio ai lavori del IV Simposio europeo dei Docenti universitari. Desidero, anzitutto, manifestare la mia gratitudine al Comitato dei Docenti universitari e al loro non segreto animatore, Mons. Lorenzo Leuzzi, e rallegrarmi per la collaborazione, ormai consolidata, tra gli Atenei romani e in particolare tra le Facoltà di Economia. Vorrei rivolgere inoltre un sentito ringraziamento all’Università Cattolica del Sacro Cuore per la disponibilità ad assumere il non facile compito di coordinamento e di organizzazione.

Il titolo dato a questo mio piccolo intervento è assai impegnativo, “Impresa e umanesimo cristiano”, come impegnativo è il tema generale di questo Simposio. Personalmente oso dire qualcosa, oltre che per dovere di cortesia, come anziano “tuttologo” di antica matrice filosofica e teologica, ma anche di altrettanto antico interesse per i grandi temi dell’economia.

Sono ben noti gli studi sul rapporto storico tra il cristianesimo, protestante e cattolico, e la moderna economia d’impresa. Questi studi mantengono una grande importanza anche per un Simposio come questo, la cui ottica è rivolta piuttosto al futuro, ciò alla costruzione di un “nuovo umanesimo”: espressione che rischia di suonare scontata o velleitaria, ma che può avere una sua giustificazione e legittimità.

Io però devo dire qualcosa dell’impresa in rapporto all’umanesimo cristiano e quindi non posso evitare la domanda sulla natura, e sull’esistenza stessa, di questo umanesimo. A livello storico e fattuale la questione può apparire risolta, almeno in quanto si riconosca la matrice anche cristiana dell’umanesimo europeo. Ma la questione è stata problematizzata anche, e con peculiare radicalità, a livello teologico, a partire dalla trascendenza della salvezza cristiana rispetto alle singole culture e civiltà e dalla sua correlativa capacità di incarnarsi in ciascuna di esse.

Non voglio soffermarmi su questa questione, magari con il risultato di sottrarmi all’esame del rapporto tra l’umanesimo cristiano e l’impresa. Dirò dunque soltanto che, pur essendo innegabili, dal punto di vista della fede cristiana e della teologia, sia la trascendenza sia l’illimitata capacità di incarnazione del cristianesimo, è altrettanto vero che questa incarnazione non lascia le civiltà e le culture come stanno, ma le modifica profondamente e le trasforma, ed è anche vero che la direzione fondamentale di questa trasformazione è costante, dato che il suo motore e punto di riferimento è sempre anzitutto la persona, ben determinata, di Gesù Cristo.

Possiamo dire pertanto che ci sono, storicamente, molti umanesimi cristiani, a seconda che la spinta trasformatrice del cristianesimo si è esercitata in aree culturali tra loro diverse, e però anche che questi molti umanesimi cristiani hanno alcuni decisivi lineamenti comuni, e in questo senso è lecito parlare di un unico umanesimo cristiano, che si realizza in forme storicamente molteplici. I tratti comuni di tale umanesimo sono in radice tre: quello di esaltare la dignità dell’uomo – di ogni singolo uomo – al livello più alto possibile, come già sottolineava Hegel, in riferimento all’intelligenza e alla libertà umana e soprattutto alla figliolanza divina donata all’uomo in Gesù Cristo; quello di riconoscere al contempo la radicale debolezza dell’uomo e la sua necessità di essere salvato, ossia l’impossibilità per lui di una auto-salvezza, come insegnano San Paolo, Sant’Agostino e poi Biagio Pascal, che evidenzia il paradosso della grandezza e miseria dell’uomo; quello infine di affermare ed esigere che sia messo in pratica il vincolo di fraternità, universale e concreta, che unisce l’intera famiglia umana in Cristo, anche qui secondo l’insegnamento di San Paolo che in Cristo siamo un unico corpo e pertanto membra gli uni degli altri.

A questo punto possiamo ritornare sul rapporto con l’impresa e anche sulla questione del “nuovo umanesimo”. Non spiegherò a voi cos’è l’impresa moderna, quali possono essere i suoi attuali sviluppi e prospettive. Richiamerò soltanto l’affermazione dell’Enciclica Centisimus annus (n.32) che l’uomo stesso è “la principale risorsa dell’uomo” e “il fattore decisivo” dello sviluppo e della stessa produzione di beni: affermazione che mi sembra oggi largamente condivisa. Se è vero questo, la formazione della persona è una finalità “interna” dell’impresa, qualcosa che appartiene costitutivamente al suo dinamismo e alla sua etica intrinseca, non solo e non primariamente una norma che le viene “da fuori”, da esigenze etiche o religiose o sociali o politiche a lei estrinseche.

Dato che la personale non esiste se non nel contesto di una società e finalmente di una civiltà, non solo la formazione della persona ma il contributo alla costruzione di una civiltà “umanistica”, nella quale cioè la persona umana sia il valore centrale, sempre il fine e mai il mezzo, come insegna Kant, rientra anch’esso nelle finalità e nell’etica “interna” dell’impresa. Reciprocamente, tutto ciò che contribuisce alla formazione della persona e alla costruzione di una civiltà umanistica giova, almeno tendenzialmente, all’affermarsi del sistema delle imprese.

Se teniamo conto del grandissimo potenziale innovativo che è proprio dell’impresa e dell’economia d’impresa, non sembra difficile concordare che un umanesimo il quale cresca e si affermi nel contesto di una civiltà la cui fondamentale forma di organizzazione economica è l’economia d’impresa, sarà un umanesimo almeno parzialmente nuovo rispetto a quelli precedenti. Ciò diventa ulteriormente chiaro alla luce del legame tra impresa e scienze moderne, con le connesse tecnologie e con il loro enorme dinamismo innovativo.

Aggiungo una parola per tornare all’aggettivo “cristiano”, che è stato posto nel titolo del mio intervento. Si può discutere se l’economia d’impresa spinga verso un umanesimo che possa dirsi cristiano, che abbia cioè quelle tre caratteristiche di fondo a cui ho accennato prima: esaltazione della dignità della persona, riconoscimento della sua debolezza e del bisogno di essere salvati, vincolo di fraternità universale e concreta. Mi sembra però che da parte sua un umanesimo con queste caratteristiche sia un terreno quanto mai favorevole alla crescita e alla salute di lungo periodo dell’economia d’impresa, e perciò alla fine anche l’economia d’impresa abbia almeno un “interesse interno” a favorire la crescita di un tale umanesimo, nel rispetto della libertà delle persone e dei corpi sociali, e in particolare della libertà religiosa. Il mio auspicio per questo Simposio è che esso possa stimolare l’approfondimento di questi reciproci rapporti.
Italian “Noi non chiediamo nessuna legge contro gli omosessuali”
Jun 14, 2006
Il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana sui PACS

CITTÀ DEL VATICANO, venerdì, 19 maggio 2006 (ZENIT.org).- Il Cardinale Camillo Ruini, Vicario del Papa per la diocesi di Roma e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha detto questo venerdì mattina in conferenza stampa che “noi non chiediamo nessuna legge o aggravio contro gli omosessuali”, precisando che “ci sembrerebbe improprio che si riconoscesse la coppia omosessuale come simile al matrimonio”.

Incontrandosi con la stampa al termine della 56ª Assemblea Plenaria della CEI, il porporato ha specificato che un riconoscimento legislativo di questo tipo sarebbe “molto negativo per i giovani” e che si tratta di un “problema pastorale”.

Riferendosi poi in concreto alle coppie che vivono insieme pur non essendo sposate, il Cardinale ha rivelato di conoscere molte coppie eterosessuali che convivono e di avere “un ottimo rapporto con loro”: “Vogliono vedere come va; è una condizione transitoria che sfocia nel matrimonio, sia civile o religioso”.

In riferimento, invece, al comunicato reso noto questo venerdì dalla Santa Sede circa il fondatore dei Legionari di Cristo e del movimento Regnum Christi, padre Marcial Maciel Degollado, nel quale si invita il sacerdote messicano a rinunciare ad ogni ministero pubblico, il Cardinal Ruini ha dichiarato di non voler esprimere alcun giudizio sulla persona, tenendo però a “far presente la mia personale esperienza che a volte alcuni fondatori e fondatrici hanno dei lati discutibili ma che poi l’albero che è cresciuto è molto sano”.

In merito ai commenti negativi rilasciati dal neo Presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti, circa gli ultimi interventi del Papa sulla visione cristiana del matrimonio e della famiglia, il Cardinale Ruini ha risposto che “è possibile discutere e dissentire però ci può essere la riserva che lo faccia una persona con una carica pubblica e riferendosi alla persona. Io stesso faccio molti interventi ma non ho mai fatto nessun riferimento alle cariche istituzionali dello Stato”.

Successivamente, il porporato ha detto che il Seminario Minore Romano gode di buona salute ed ha fatto sapere che in alcune diocesi italiane (in Puglia e in Sicilia) esistono più ordinazioni sacerdotali oggi che cinquant’anni fa.

In conclusione, il Presidente della CEI ha annunciato che l’1 e il 2 settembre del 2007 si terrà un incorno dei giovani a Loreto.
Italian Sta il cardinale Camillo Ruini per terminare il suo lungo incarico di presidente della Cei
May 29, 2006
(www.panorama.it, 23 maggio 2006) Il cardinale Camillo Ruini, capo della Chiesa italiana, starebbe per terminare il suo lungo incarico di presidente della Cei. Potrebbe succedergli il cardinale Caffarra, arcivescovo di Bologna e amico di Prodi e Casini. Caffarra iniziò il mandato scagliandosi contro Gianni Vattimo e Umberto Eco - di Ignazio Ingrao
martedì.

Ha avuto il malinconico sapore del commiato l’assemblea dei vescovi italiani che il cardinale Camillo Ruini ha presieduto dal 15 al 19 maggio a Roma. Tutto lascia presumere che sia stata la sua ultima assemblea come presidente. In ottobre, a Verona, si terrà il Convegno ecclesiale nazionale, tappa conclusiva del ventennio che ha visto Ruini ai vertici della Chiesa italiana. A seguire potrebbe esserci il passaggio del testimone. Dopo l’incidente della «consultazione segreta», avviata dal nunzio in Italia, Paolo Romeo, e finita sui giornali, sul nome del futuro presidente della Cei è ripresa la giostra delle ipotesi.

L’ultima parola spetta al Papa che, in base all’attuale statuto della Cei, deciderà in totale autonomia chi sarà il successore di Ruini. Eppure sotto traccia, senza clamore, si fa strada una candidatura che Benedetto XVI terrà in debita considerazione: Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, insignito della porpora cardinalizia il 24 marzo. Non è sfuggito ai partecipanti all’assemblea della Cei il calore con il quale numerosi confratelli si sono congratulati con il neoporporato. Ed è noto il rapporto di particolare stima e affetto che lo lega al Papa.

Fu Ratzinger nel 1983 a volerlo come consulente della Congregazione per la dottrina della fede. L’asso nella manica di Caffarra, 68 anni, originario della provincia di Parma, è la sua eccezionale competenza in uno dei campi che oggi stanno più a cuore alla Chiesa: la famiglia, alla quale ha dedicato fin dagli anni 70 gran parte dei suoi studi come teologo moralista.

Nel 1981, su richiesta di Giovanni Paolo II, ha fondato l’Istituto per gli studi sul matrimonio e la famiglia presso la Pontificia Università Lateranense, al quale ha affiancato una vasta opera di insegnamento negli atenei di tutto il mondo. Il suo handicap è la fama di conservatore intransigente che lo accompagna fin dall’inizio della carriera, unita all’amicizia con Comunione e liberazione e l’Opus Dei.

Un «marchio» che ha rischiato di penalizzare Caffarra quando, alla fine del 2003, diversi vescovi dell’Emilia-Romagna cercarono di opporsi alla sua nomina come arcivescovo di Bologna. Si disse che lo stesso Ruini avesse messo in campo all’ultimo momento il segretario generale della Cei, Giuseppe Betori, per scongiurare l’arrivo di Caffarra a Bologna.

In realtà il rapporto tra i due cardinali è ambivalente: li lega la stessa attiva militanza in difesa dei valori cristiani della famiglia e della vita, li divide la diversa sensibilità ecclesiale. Caffarra è cresciuto nell’alveo di Cl, Ruini in quello dell’Azione cattolica. Politicamente condividono la comune amicizia con Pier Ferdinando Casini.

Ma l’arcivescovo di Bologna, a differenza dell’attuale presidente della Cei, conserva anche ottimi rapporti con Romano Prodi, che gli era accanto il giorno in cui ha ricevuto la berretta cardinalizia.

Nei tre anni trascorsi a Bologna Caffarra è stato l’uomo delle sorprese. Ha iniziato con un passo falso: una polemica innescata da un suo intervento contro i «cattivi maestri del pensiero laico», Umberto Eco e Gianni Vattimo. Ma ha proseguito con un’accorta strategia del dialogo che sta fugando i pregiudizi sul suo conto. Ha intessuto rapporti bipartisan con il mondo politico e culturale, conservando una marcata distanza dai partiti. Il prossimo colpo di scena sarà la nomina alla guida dei vescovi italiani? È presto per dirlo, ma diversi già fanno il tifo per lui.
Italian «Nel calcio non c’è più etica, come nella società»
May 29, 2006
La colpa è tutta dello sterco di Satana, quel fiume di denaro che si riversa sul mondo del pallone e lo tiene in «ostaggio» ed è causa «di un deficit di eticità».

(Il Tempo, 17 maggio 2006) Sull'inchiesta giudiziaria che ha messo in ginocchio il calcio si sono registrate anche le preoccupazioni dell'episcopato italiano in questi giorni riunito al di là del Tevere per l'annuale assemblea plenaria. Il tema d'attualità ha fatto capolino durante i lavori del primo giorno, accanto a tanti altri argomenti di carattere più pastorale. Tra gli interventi in aula quelli di due vescovi che, senza entrare nel merito, hanno manifestato il proprio sconcerto. Al tavolo della presidenza il cardinale Camillo Ruini nella sua replica conclusiva - al termine di un lungo dibattito - ha voluto associarsi alle «preoccupazioni» mentre più tardi, in conferenza stampa, il segretario della Cei, Giuseppe Betori lamentava: «Si assiste a un deficit di eticità che si manifesta nel calcio, così come in altri aspetti della nostra società».
Italian Indirizzo di saluto del Cardinale Camillo Ruini a Benedetto XVI
May 25, 2006
Pubblichiamo l'indirizzo di saluto pronunciato dal Cardinale Camillo Ruini in occasione dell'udienza in Vaticano concessa da Benedetto XVI ai partecipanti alla 56ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (18 maggio 2006).

Padre Santo, è questa la seconda volta nella quale i Vescovi italiani, riuniti in Assemblea Generale, hanno la grande gioia di incontrare Vostra Santità, di esprimerLe tutto il loro affetto e la loro gratitudine, di attestarLe la loro piena e profonda comunione, di ascoltare e di accogliere la Sua parola.

Come Vostra Santità ha continue occasioni di constatare, questi medesimi sentimenti sono condivisi di cuore dai nostri sacerdoti e dal popolo italiano: questo popolo percepisce infatti quanto sia preziosa la Sua guida per rafforzare la fede in Gesù Cristo nostro unico Salvatore, per “vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo”, come Vostra Santità ha scritto nell’Enciclica Deus caritas est, e per trovare in Cristo la misura del vero umanesimo.

Padre Santo, proprio riguardo alla misura del vero umanesimo, e quindi a quei “principi non negoziabili” che toccano in particolare la promozione e la tutela della vita umana, della famiglia fondata sul matrimonio e non di altre forme di unione, del diritto dei genitori ad educare i propri figli, il Magistero di Vostra Santità, al quale come Vescovi uniamo con la più grande convinzione la nostra voce, è accolto dal nostro popolo come un punto di riferimento illuminante e indispensabile, in un tempo nel quale vengono messe in discussione le verità fondamentali inscritte nel nostro essere.

Le reazioni e le polemiche contro l’insegnamento della Chiesa, che talvolta assumono forme particolarmente inappropriate, rendono in realtà ancora più evidente la necessità di una parola chiara e coraggiosa: Padre Santo, Le siamo dunque ancora più grati! Vorrei ancora dirLe un grazie anticipato per la Sua personale presenza, il prossimo 19 ottobre, al Convegno ecclesiale di Verona e per le Visite ad limina che, come Vescovi italiani, potremo fare a Vostra Santità a partire dal mese di novembre.

Padre Santo, questo è l’animo con il quale ora La ascoltiamo.
French Le « billet » du cardinal Ruini sur la tombe de Jean-Paul II
Apr 27, 2006
Le ministère de l’évêque est « avant tout celui d’intercéder auprès du Seigneur pour l’Eglise »: cardinal vicaire pour Rome, Camillo Ruini, a confié ce qu’il aurait voulu écrire à Jean-Paul II, lors d’un entretien sur « Telepace », lundi 3 avril, avec Angela Ambrogetti.

ROME, Jeudi 6avril 2006 (ZENIT.org) – Le cardinal Ruini a en effet confié que s’il devait écrire un « billet » comme le font des milliers de pèlerins sur la tombe du défunt pape, il voudrait exprimer sa « profonde gratitude pour sa prière, avant tout, parce qu’il a été en premier lieu un homme de prière, un homme qui était profondément convaincu et le mettait en pratique, que le ministère de l’évêque est avant tout celui d’intercéder auprès du Seigneur pour l’Eglise ».

Le cardinal Ruini disait ensuite: « Je voudrais aussi le remercier pour son dévouement quotidien, pour sa sollicitude quotidienne qu’il a manifestée de façon si grande. Et en troisième lieu, pour la force avec laquelle il a proposé la vérité du christianisme. Il nous a donné confiance dans le fait que la vérité du christianisme est valide aujourd’hui et pas moins que par le passé, au contraire, elle ouvre la voie de l’avenir ».

A propos du procès diocésain pour la cause de béatification et canonisation ouverte le 28 juin dernier au Latran, le cardinal Ruini précisait : « Cette cause avance très bien, nous avons une masse immense de témoignages. Nous avons aussi des événements extraordinaires qui nous ont permis d’ouvrir la cause au niveau diocésain, non seulement sur les vertus du pape, mais aussi sur les guérisons extraordinaires survenues en ayant recours à son intercession ».

Le cardinal renvoyait au site Internet mis spécialement à la disposition des fidèles pour se tenir informés et pour envoyer leurs témoignages (http://www.vicariatusurbis.org/Beatificazione), et maintenant aussi la revue « Totus Tuus ». Une revue demandée avant même sa sortie par 20 000 réservations.
French Le cardinal Ruini, troisième homme de la campagne
Apr 22, 2006
Le président de la Conférence épiscopale italienne distribue bons et mauvais points aux hommes politiques.

(Le Figaro, 05 avril 2006) Il est évêque et cardinal, mais la politique est sa seconde nature. Camillo Ruini, vicaire de Benoît XVI pour le diocèse de Rome, inamovible et omnipotent président de la Conférence épiscopale italienne, est le troisième homme des législatives dans la Péninsule. Parfois surnommé, en référence à l'intransigeance du Pape, le «Ratzinger italien», cet homme à la silhouette et au coeur fragiles a l'énergie de ses convictions. Fidèle de Jean-Paul puis de son successeur allemand, il déteste la tiédeur. Pragmatique, il sait jouer de ses réseaux, encourager le lobbying des mouvements catholiques, s'assurer des relais à droite comme à gauche. L'éminence grise de Silvio Berlusconi, Gianni Letta, lui est tout dévoué, comme l'aumônier de l'Assemblée nationale et recteur de l'université pontificale du Latran, qui n'est autre que son bras droit, Mgr Salvatore Fisichella.

Depuis quinze ans, son autorité sur les 226 évêques de la Péninsule est incontestée. Alors que les spéculations allaient bon train sur la fin de «l'ère Ruini», le Pape a reconduit sans hésiter, en février, cet homme de 75 ans à la tête de la Conférence épiscopale. On n'abandonne pas un tel stratège en pleine campagne électorale. Si, selon l'adage officiel, «des affaires italiennes, le Pape ne s'occupe pas», l'Eglise catholique a toujours exercé une influence prépondérante sur la politique transalpine.

Anathème sur le projet de pacs

Depuis la disparition de la Démocratie chrétienne, qui fut sa vitrine pendant toute la seconde moitié du XXe siècle, elle s'engage directement. Au prix d'une centralisation absolue, l'habile cardinal a su s'imposer dans la classe politique. Plusieurs fois par an, il distribue publiquement les mentions aux programmes gouvernementaux et électoraux. Ses avis sont écoutés et souvent suivis.

Ses prises de parole, quand elles ne suscitent pas la franche hostilité, soulèvent la polémique. La gauche dénonce régulièrement «l'OPA vaticane sur la société et la politique italiennes». Tout aussi régulièrement, le cardinal Ruini se défend de pratiquer toute ingérence. «L'Eglise, dit-il, est consciente de devoir être un facteur d'unité et non de division.» Les faits le font mentir. En juin 2005, son appel à l'abstention pour le référendum sur la fécondation contribua à son échec. Cinq mois plus tard, en novembre, il mena campagne contre l'introduction de la pilule abortive. Aujourd'hui, il lance l'anathème sur les projets de pacs du centre gauche.

Dans la dernière ligne droite, le vote catholique, éclaté sur tout l'échiquier politique, peut faire la différence. Silvio Berlusconi, divorcé-remarié, et Romano Prodi, le «catholique adulte» formé à l'Action catholique et marié par Ruini, le savent. La droite place son programme sous les auspices de «la doctrine sociale de l'Eglise». Prodi se fait discret sur le projet de Pacs. Sa coalition se déchire entre laïcs et catholiques accusés d'être «des agents de Ruini». Le cardinal, lui, n'a donné sa bénédiction à personne. Il se sait incontournable, quel que soit le vainqueur.
Spanish El cardenal Ruini aclara criterios sobre la enseñanza del Islam en escuelas italianas
Mar 26, 2006
Este lunes, al inaugurar la sesión de la permanente de la Comisión Episcopal de Italia, el cardenal Camillo Ruini, presidente de este órgano colegial, presentó aclaraciones sobre la posibilidad de enseñar el Islam en las escuelas públicas italianas.

ROMA, martes, 21 marzo 2006 (ZENIT.org). - Tras recordar que la Iglesia es competente en «las relaciones con el Estado italiano respecto a la enseñanza del catolicismo y no respecto a otra religiones», el presidente del episcopado puntualizó que «vale para todos el derecho a la libertad religiosa y, en principio, no parece imposible la enseñanza de la religión islámica».

«Es necesario sin embargo que se den algunas condiciones fundamentales --subrayó el purpurado--, aplicables a toda enseñanza en las escuelas públicas italianas: en concreto, que no haya contraste en los contenidos con nuestra Constitución, por ejemplo en materia de derechos civiles, empezando por la libertad religiosa, la equiparación hombre-mujer y el matrimonio».

«En concreto --siguió aclarando el purpurado--, falta hasta ahora un ente representativo del Islam, habilitado para establecer un acuerdo al respecto con el Estado italiano; haría falta además asegurarse de que la enseñanza de la religión islámica no dé lugar de hecho a un adoctrinamiento socialmente peligroso».

Según el presidente de los obispos italianos es muy diferente el caso de la «enseñanza de la religión católica, dado que ésta, como afirma el artículo 9 del Acuerdo de Revisión del Concordato [entre la Santa Sede y el Estado italiano], tiene entre sus motivaciones el hecho de que “los principios del catolicismo forman parte del patrimonio histórico del pueblo italiano"».

Ante quienes proponen eliminar la posibilidad de enseñar la religión católica en las escuelas públicas, el purpurado afirmó que esta sugerencia «no tiene en cuenta un dato de hecho: el 91% de los alumnos va libremente a clase de religión católica».

Recordó que esta materia responde también a la demanda «de conservar y robustecer nuestras raíces» como pueblo italiano.

Hablando de las relaciones con el Islam, el cardenal Ruini recordó las palabras pronunciadas por Benedicto XVI, al recibir el 20 de febrero pasado al nuevo embajador de Marruecos, Ali Achour, para la entrega de sus cartas credenciales.

En aquella ocasión el Papa, tras la ola de violencia desencadenada por la publicación de las caricaturas de Mahoma, condenó «las provocaciones que hieren la conducta y los sentimientos religiosos de los creyentes» pero precisó que «la intolerancia y la violencia no pueden justificarse nunca como respuesta a las ofensas, porque no son respuestas compatibles con los sagrados principios de la religión».

El cardenal recordó que Benedicto XVI defendió también el derecho a la reciprocidad: «Para los creyentes, como para todos los hombres de buena voluntad, la única vía que puede llevar a la paz y a la hermandad es la del respeto de las convicciones y prácticas religiosas de los demás, para que, de manera recíproca, en todas las sociedades, se asegure realmente a cada uno el ejercicio de la religión elegida libremente».

Ruini subrayó que «hay que seguir por esta vía, con gran sentido de responsabilidad y con sincera coherencia con el mandamiento supremo del amor, y al mismo tiempo sin dejarse condicionar por el temor y sin enmascarar el testimonio abierto por nuestra fe».

«En realidad, en la medida en que Italia, como otros países que comparten la gran herencia de la fe cristiana, sepa alimentarse en este manantial de vida y de cultura, tendrá mayores y más auténticas energías morales para afrontar de manera constructiva las dificultades y los peligros que se han condensado en los últimos años en el escenario internacional», advirtió el cardenal Ruini.

El purpurado concluyó recordando el asesinato del sacerdote romano Andrea Santoro, el 5 de febrero, mientras oraba en la iglesia de Santa María, en Trabzon (Turquía), su parroquia, y concluyó pidiendo no olvidarse «de tantos otros creyentes, sacerdotes, religiosos, muertos por su fe y su servicio de amor».
Italian Il martirio di don Santoro dimostra l’esigenza della libertà di religione
Mar 26, 2006
Il sacerdote ucciso voleva “rendere presente Cristo” in Turchia. Il problema della reciprocità. Le condizioni per un eventuale insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche.

Roma (AsiaNews, 21 Marzo 2006) – Solo il pieno, reciproco riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, unito al rispetto per le fedi ed i loro simboli, può evitare che si creino tensioni come quelle seguite alla pubblicazione delle vignette su Maometto, nel clima delle quali c’è stata l’uccisione di don Andrea Santoro, missionario in Turchia per “rendere presente Cristo in quelle terre”. C’è anche un  lungo ricordo del sacerdote romano ucciso il 5 febbraio nella prolusione con la quale il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha aperto oggi pomeriggio a Roma il lavori del Consiglio episcopale permanente.

Don Andrea, nelle parole del cardinale, “era convinto che una presenza di preghiera e di testimonianza di vita sarebbe stata segno efficace di Gesù Cristo e fermento di amore e di riconciliazione. Era consapevole di suscitare anche delle ostilità e di correre dei rischi, ma era sostenuto da un grande coraggio cristiano, quel tipico coraggio di cui, attraverso i secoli, tanti martiri hanno dato prova e che ha la sua radice nell’unione con Cristo, dal quale nemmeno la morte ci può separare (cfr Rom 8,31-38). Le parole pronunciate dalla sua anziana madre: ‘La mamma di Don Andrea perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è Amore’, sono la corona di questo sacrificio”.

Il card. Ruini, ricordando poi che l’uccisione di don Santoro “è avvenuta, quali che siano le sue concrete motivazioni, nel contesto di quella ondata di violenze che ha preso spunto dalle vignette offensive nei confronti dell’Islam pubblicate a fine settembre su un quotidiano danese, causando in numerosi Paesi molte vittime e distruzioni e coinvolgendo anche i rapporti tra l’Italia e la Libia”, ha ripetuto quanto Benedetto XVI ha detto il 20 febbraio all’ambasciatore del Marocco. “La Chiesa cattolica resta convinta che, per favorire la pace e la comprensione tra i popoli e tra gli uomini, sia necessario e urgente che le religioni e i loro simboli siano rispettati, e che i credenti non siano oggetto di provocazioni che feriscono la loro condotta e i loro sentimenti religiosi. Tuttavia l’intolleranza e la violenza non possono mai giustificarsi come risposta alle offese, poiché esse non sono risposte compatibili con i principi sacri della religione: per questo non si può che deplorare le azioni di quanti approfittano deliberatamente dell’offesa causata ai sentimenti religiosi per fomentare atti violenti, tanto più che ciò avviene a fini estranei alla religione. Per i credenti come per tutti gli uomini di buona volontà, l’unica via che può condurre alla pace e alla fratellanza è quella del rispetto delle altrui convinzioni e pratiche religiose, affinché, in maniera reciproca in tutte le società, sia realmente assicurato a ciascuno l’esercizio della religione liberamente scelta”.

La questione dei rapporti tra cristiani e islamici è stata affrontata poi dal cardinale Ruini sia in relazione ad alcune situazioni internazionale sia in rapporto ad un dibattito sorto in Italia sulla possibilità di un insegnamento scolastico della religione musulmana.

Sotto il profilo internazionale, il presidente della Cei ha parlato della Nigeria, “per la tendenza ad imporre la legge islamica in alcuni Stati di quella popolosa nazione, ma spesso anche per ragioni che non hanno a che vedere con la religione”. “Le violenze – ha aggiunto - sono frequenti pure nelle Filippine, per non dire della difficile situazione dei cristiani in vari Paesi a dominanza musulmana, o anche retti da sistemi politici avversi alla religione: sono gravi e urgenti dunque i motivi per cercare di costruire, o ripristinare, forme di convivenza civile e di collaborazione, nel rispetto reciproco e nel riconoscimento sincero della libertà di religione. Le stesse nazioni occidentali sono chiamate a prestare più grande e concreta attenzione a queste problematiche, nelle quali sono in gioco fondamentali diritti umani”.

Quanto infine alla discussione su un eventuale insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche, il cardinale ha sostenuto che “in primo luogo vale per tutti il diritto alla libertà religiosa e in linea di principio non appare impossibile l’insegnamento della religione islamica. Occorre però che ricorrano alcune fondamentali condizioni, che valgono nei confronti di ogni insegnamento nelle scuole pubbliche italiane: in particolare che non vi sia contrasto nei contenuti rispetto alla nostra Costituzione, ad esempio riguardo ai diritti civili, a cominciare dalla libertà religiosa, alla parità tra uomo e donna e al matrimonio”. “Bisognerebbe inoltre assicurarsi che l’insegnamento della religione islamica non dia luogo di fatto a un indottrinamento socialmente pericoloso”.

“Non regge, in ogni caso – ha concluso il cardinale - il paragone con l’insegnamento della religione cattolica”, dato che esso per l’Accordo di revisione del Concordato tra Italia e Santa Sede ha tra le sue motivazioni il fatto “che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”. (FP)
English Cardinal stirs political waters
Mar 26, 2006
A speech given by Italy's highest-ranking cardinal just three weeks before elections has sparked a debate over what sort of guidance, if any, the Catholic Church offers voters.

(ANSA) - Rome, March 21 - Cardinal Camillo Ruini said the Church would take no side in the electoral campaign, but advised Catholic voters to consider carefully the church's position on life issues and family values when casting their ballots .

Monday's address to the Italian bishops' conference led several newspapers to talk about an implicit preference for the centre-right alliance of Premier Silvio Berlusconi, which includes the Catholic-oriented UDC party .

Many highlighted his opposition to so-called PaCS contracts, sometimes dubbed 'gay marriages' in the media. The centre right rejects them outright, while the centre left is open to some form of legal rights for unmarried couples, including same-sex unions .

Corriere della Sera highlighted four issues raised by the cardinal as crucial for Catholics: abortion, euthanasia, the traditional family and unmarried couples .

"On all four points his words are closer to the programme of the centre right than to that of the centre left," said the daily, which supports the centre left .

The centre right's electoral programme states specifically that it sees the family as the "natural community founded on marriage between man and woman". Berlusconi said that he was in "absolute agreement" with Ruini's speech. He also said his own Forza Italia party had always been firmly convinced of the "centrality of the family and life values" .

Other centre right parties also said they shared Ruini's concerns wholeheartedly. "It's clear that a Christian can't vote for the centre left," said one leading Northern League politician .

Agriculture Minister Gianni Alemanno, a member of the rightwing National Alliance, welcomed Ruini's call. "We need a Church which is active and present. Obviously then it's up to everyone to decide themselves what to do," he said .

But opposition leader Romano Prodi, a Catholic, said he too agreed with Ruini's priorities. He dismissed charges from the far left of his coalition and from elsewhere that the Italian prelate was interfering with national politics .

"I applaud the invitation to talk about concrete things and to tone down polemics. His words give a lucid list of political and moral priorities which I agree with," he said .

Francesco Rutelli, leader of the opposition Daisy party, also defended the Church's right to voice its opinions on politics. In any case, Ruini's speech would not "shift votes", he added .

The largest opposition party, the Democratic Left, chose to highlight the cardinal's call for a less polemical political debate ahead of elections. Leader Piero Fassino also underlined Ruini's declaration of neutrality. Cardinal Ruini, who heads the Italian bishops' conference, used his speech to touch on other questions as well as family values and life issues .

He expressed cautious openness to the idea of Islamic religion classes in Italian schools, while warning that a series of constitutional conditions needed to be met before this could be put into practice .

He also referred to the international scene, talking about the risk of civil war in Iraq and Iran's apparent bid to become a nuclear power .

But it was his negative comments on PaCS and unmarried couples that drew most attention. "Ruini's words offend four million Italians who live without any recognition for the value of their unions," said LIFF, a group campaigning for the rights of families without a married couple at their centre .

In recent days Catholic nuns and priests have publicly objected to a booklet sent to them by Berlusconi's Forza Italia party, in which it says the present government has approved laws inspired by the Gospel .

"What laws? The ones that protect the rich from justice?" said two nuns in a letter cited on Monday by the Adista Catholic news agency .
Spanish El cardenal Ruini aclara criterios sobre la enseñanza del Islam en escuelas italianas
Mar 24, 2006
Este lunes, al inaugurar la sesión de la permanente de la Comisión Episcopal de Italia, el cardenal Camillo Ruini, presidente de este órgano colegial, presentó aclaraciones sobre la posibilidad de enseñar el Islam en las escuelas públicas italianas.

ROMA, martes, 21 marzo 2006 (ZENIT.org). - Tras recordar que la Iglesia es competente en «las relaciones con el Estado italiano respecto a la enseñanza del catolicismo y no respecto a otra religiones», el presidente del episcopado puntualizó que «vale para todos el derecho a la libertad religiosa y, en principio, no parece imposible la enseñanza de la religión islámica».

«Es necesario sin embargo que se den algunas condiciones fundamentales --subrayó el purpurado--, aplicables a toda enseñanza en las escuelas públicas italianas: en concreto, que no haya contraste en los contenidos con nuestra Constitución, por ejemplo en materia de derechos civiles, empezando por la libertad religiosa, la equiparación hombre-mujer y el matrimonio».

«En concreto --siguió aclarando el purpurado--, falta hasta ahora un ente representativo del Islam, habilitado para establecer un acuerdo al respecto con el Estado italiano; haría falta además asegurarse de que la enseñanza de la religión islámica no dé lugar de hecho a un adoctrinamiento socialmente peligroso».

Según el presidente de los obispos italianos es muy diferente el caso de la «enseñanza de la religión católica, dado que ésta, como afirma el artículo 9 del Acuerdo de Revisión del Concordato [entre la Santa Sede y el Estado italiano], tiene entre sus motivaciones el hecho de que “los principios del catolicismo forman parte del patrimonio histórico del pueblo italiano"».

Ante quienes proponen eliminar la posibilidad de enseñar la religión católica en las escuelas públicas, el purpurado afirmó que esta sugerencia «no tiene en cuenta un dato de hecho: el 91% de los alumnos va libremente a clase de religión católica».

Recordó que esta materia responde también a la demanda «de conservar y robustecer nuestras raíces» como pueblo italiano.

Hablando de las relaciones con el Islam, el cardenal Ruini recordó las palabras pronunciadas por Benedicto XVI, al recibir el 20 de febrero pasado al nuevo embajador de Marruecos, Ali Achour, para la entrega de sus cartas credenciales.

En aquella ocasión el Papa, tras la ola de violencia desencadenada por la publicación de las caricaturas de Mahoma, condenó «las provocaciones que hieren la conducta y los sentimientos religiosos de los creyentes» pero precisó que «la intolerancia y la violencia no pueden justificarse nunca como respuesta a las ofensas, porque no son respuestas compatibles con los sagrados principios de la religión».

El cardenal recordó que Benedicto XVI defendió también el derecho a la reciprocidad: «Para los creyentes, como para todos los hombres de buena voluntad, la única vía que puede llevar a la paz y a la hermandad es la del respeto de las convicciones y prácticas religiosas de los demás, para que, de manera recíproca, en todas las sociedades, se asegure realmente a cada uno el ejercicio de la religión elegida libremente».

Ruini subrayó que «hay que seguir por esta vía, con gran sentido de responsabilidad y con sincera coherencia con el mandamiento supremo del amor, y al mismo tiempo sin dejarse condicionar por el temor y sin enmascarar el testimonio abierto por nuestra fe».

«En realidad, en la medida en que Italia, como otros países que comparten la gran herencia de la fe cristiana, sepa alimentarse en este manantial de vida y de cultura, tendrá mayores y más auténticas energías morales para afrontar de manera constructiva las dificultades y los peligros que se han condensado en los últimos años en el escenario internacional», advirtió el cardenal Ruini.

El purpurado concluyó recordando el asesinato del sacerdote romano Andrea Santoro, el 5 de febrero, mientras oraba en la iglesia de Santa María, en Trabzon (Turquía), su parroquia, y concluyó pidiendo no olvidarse «de tantos otros creyentes, sacerdotes, religiosos, muertos por su fe y su servicio de amor».
Italian Il martirio di don Santoro dimostra l’esigenza della libertà di religione
Mar 24, 2006
Il sacerdote ucciso voleva “rendere presente Cristo” in Turchia. Il problema della reciprocità. Le condizioni per un eventuale insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche.

Roma (AsiaNews, 21 Marzo 2006) – Solo il pieno, reciproco riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, unito al rispetto per le fedi ed i loro simboli, può evitare che si creino tensioni come quelle seguite alla pubblicazione delle vignette su Maometto, nel clima delle quali c’è stata l’uccisione di don Andrea Santoro, missionario in Turchia per “rendere presente Cristo in quelle terre”. C’è anche un  lungo ricordo del sacerdote romano ucciso il 5 febbraio nella prolusione con la quale il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha aperto oggi pomeriggio a Roma il lavori del Consiglio episcopale permanente.

Don Andrea, nelle parole del cardinale, “era convinto che una presenza di preghiera e di testimonianza di vita sarebbe stata segno efficace di Gesù Cristo e fermento di amore e di riconciliazione. Era consapevole di suscitare anche delle ostilità e di correre dei rischi, ma era sostenuto da un grande coraggio cristiano, quel tipico coraggio di cui, attraverso i secoli, tanti martiri hanno dato prova e che ha la sua radice nell’unione con Cristo, dal quale nemmeno la morte ci può separare (cfr Rom 8,31-38). Le parole pronunciate dalla sua anziana madre: ‘La mamma di Don Andrea perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è Amore’, sono la corona di questo sacrificio”.

Il card. Ruini, ricordando poi che l’uccisione di don Santoro “è avvenuta, quali che siano le sue concrete motivazioni, nel contesto di quella ondata di violenze che ha preso spunto dalle vignette offensive nei confronti dell’Islam pubblicate a fine settembre su un quotidiano danese, causando in numerosi Paesi molte vittime e distruzioni e coinvolgendo anche i rapporti tra l’Italia e la Libia”, ha ripetuto quanto Benedetto XVI ha detto il 20 febbraio all’ambasciatore del Marocco. “La Chiesa cattolica resta convinta che, per favorire la pace e la comprensione tra i popoli e tra gli uomini, sia necessario e urgente che le religioni e i loro simboli siano rispettati, e che i credenti non siano oggetto di provocazioni che feriscono la loro condotta e i loro sentimenti religiosi. Tuttavia l’intolleranza e la violenza non possono mai giustificarsi come risposta alle offese, poiché esse non sono risposte compatibili con i principi sacri della religione: per questo non si può che deplorare le azioni di quanti approfittano deliberatamente dell’offesa causata ai sentimenti religiosi per fomentare atti violenti, tanto più che ciò avviene a fini estranei alla religione. Per i credenti come per tutti gli uomini di buona volontà, l’unica via che può condurre alla pace e alla fratellanza è quella del rispetto delle altrui convinzioni e pratiche religiose, affinché, in maniera reciproca in tutte le società, sia realmente assicurato a ciascuno l’esercizio della religione liberamente scelta”.

La questione dei rapporti tra cristiani e islamici è stata affrontata poi dal cardinale Ruini sia in relazione ad alcune situazioni internazionale sia in rapporto ad un dibattito sorto in Italia sulla possibilità di un insegnamento scolastico della religione musulmana.

Sotto il profilo internazionale, il presidente della Cei ha parlato della Nigeria, “per la tendenza ad imporre la legge islamica in alcuni Stati di quella popolosa nazione, ma spesso anche per ragioni che non hanno a che vedere con la religione”. “Le violenze – ha aggiunto - sono frequenti pure nelle Filippine, per non dire della difficile situazione dei cristiani in vari Paesi a dominanza musulmana, o anche retti da sistemi politici avversi alla religione: sono gravi e urgenti dunque i motivi per cercare di costruire, o ripristinare, forme di convivenza civile e di collaborazione, nel rispetto reciproco e nel riconoscimento sincero della libertà di religione. Le stesse nazioni occidentali sono chiamate a prestare più grande e concreta attenzione a queste problematiche, nelle quali sono in gioco fondamentali diritti umani”.

Quanto infine alla discussione su un eventuale insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche, il cardinale ha sostenuto che “in primo luogo vale per tutti il diritto alla libertà religiosa e in linea di principio non appare impossibile l’insegnamento della religione islamica. Occorre però che ricorrano alcune fondamentali condizioni, che valgono nei confronti di ogni insegnamento nelle scuole pubbliche italiane: in particolare che non vi sia contrasto nei contenuti rispetto alla nostra Costituzione, ad esempio riguardo ai diritti civili, a cominciare dalla libertà religiosa, alla parità tra uomo e donna e al matrimonio”. “Bisognerebbe inoltre assicurarsi che l’insegnamento della religione islamica non dia luogo di fatto a un indottrinamento socialmente pericoloso”.

“Non regge, in ogni caso – ha concluso il cardinale - il paragone con l’insegnamento della religione cattolica”, dato che esso per l’Accordo di revisione del Concordato tra Italia e Santa Sede ha tra le sue motivazioni il fatto “che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”. (FP)
English Cardinal stirs political waters
Mar 24, 2006
A speech given by Italy's highest-ranking cardinal just three weeks before elections has sparked a debate over what sort of guidance, if any, the Catholic Church offers voters.

(ANSA) - Rome, March 21 - Cardinal Camillo Ruini said the Church would take no side in the electoral campaign, but advised Catholic voters to consider carefully the church's position on life issues and family values when casting their ballots .

Monday's address to the Italian bishops' conference led several newspapers to talk about an implicit preference for the centre-right alliance of Premier Silvio Berlusconi, which includes the Catholic-oriented UDC party .

Many highlighted his opposition to so-called PaCS contracts, sometimes dubbed 'gay marriages' in the media. The centre right rejects them outright, while the centre left is open to some form of legal rights for unmarried couples, including same-sex unions .

Corriere della Sera highlighted four issues raised by the cardinal as crucial for Catholics: abortion, euthanasia, the traditional family and unmarried couples .

"On all four points his words are closer to the programme of the centre right than to that of the centre left," said the daily, which supports the centre left .

The centre right's electoral programme states specifically that it sees the family as the "natural community founded on marriage between man and woman". Berlusconi said that he was in "absolute agreement" with Ruini's speech. He also said his own Forza Italia party had always been firmly convinced of the "centrality of the family and life values" .

Other centre right parties also said they shared Ruini's concerns wholeheartedly. "It's clear that a Christian can't vote for the centre left," said one leading Northern League politician .

Agriculture Minister Gianni Alemanno, a member of the rightwing National Alliance, welcomed Ruini's call. "We need a Church which is active and present. Obviously then it's up to everyone to decide themselves what to do," he said .

But opposition leader Romano Prodi, a Catholic, said he too agreed with Ruini's priorities. He dismissed charges from the far left of his coalition and from elsewhere that the Italian prelate was interfering with national politics .

"I applaud the invitation to talk about concrete things and to tone down polemics. His words give a lucid list of political and moral priorities which I agree with," he said .

Francesco Rutelli, leader of the opposition Daisy party, also defended the Church's right to voice its opinions on politics. In any case, Ruini's speech would not "shift votes", he added .

The largest opposition party, the Democratic Left, chose to highlight the cardinal's call for a less polemical political debate ahead of elections. Leader Piero Fassino also underlined Ruini's declaration of neutrality. Cardinal Ruini, who heads the Italian bishops' conference, used his speech to touch on other questions as well as family values and life issues .

He expressed cautious openness to the idea of Islamic religion classes in Italian schools, while warning that a series of constitutional conditions needed to be met before this could be put into practice .

He also referred to the international scene, talking about the risk of civil war in Iraq and Iran's apparent bid to become a nuclear power .

But it was his negative comments on PaCS and unmarried couples that drew most attention. "Ruini's words offend four million Italians who live without any recognition for the value of their unions," said LIFF, a group campaigning for the rights of families without a married couple at their centre .

In recent days Catholic nuns and priests have publicly objected to a booklet sent to them by Berlusconi's Forza Italia party, in which it says the present government has approved laws inspired by the Gospel .

"What laws? The ones that protect the rich from justice?" said two nuns in a letter cited on Monday by the Adista Catholic news agency .
Italian L'opinione: a proposito del cardinale Camillo Ruini
Mar 22, 2006
Il cardinale Camillo Ruini, 75 anni, da Sassuolo, Vicario Generale del Papa per la Diocesi di Roma, e Presidente dei 250 Vescovi della Chiesa italiana, è l'uomo che, con il suo coraggioso e autorevole magistero, e la sua discesa in campo contro i referendum sulla fecondazione, contro aborto, divorzio e unioni di fatto, ha messo in crisi le certezze granitiche laiciste di tanti cattolici sinistrorsi e settari mandando all'aria i loro piani politici improvvidi e pericolosi. Da Alberto Giannino.

(imgpress.it, 21/03/2006) - Quei cattolici, tiepidi e molli, che hanno un'idea di Chiesa di minoranza, ghettizzata, chiusa nelle nuove catacombe del terzo millennio che taccia sempre, che rasenti i muri e che non parli. E in questo modo hanno sbagliato di grosso nel valutare l'operato del Presidente della CEI perchè egli volutamente non solo non ha dato indicazioni di voto per le prossime elezioni politiche del 9 aprile, ma non intende recedere dalle sue posizioni in materia etica e di di difesa dei valori cristiani: la vita, la famiglia e il matrimonio. Il Presidente CEI, Camillo Ruini, infatti, anche lunedi scorso, nella sua Prolusione davanti al Consiglio Permanente della CEI è andato "controcorrente", rispetto ai tanti cattolici pavidi e mediocri dell'Unione, e ha sbaragliato con le sue posizioni, forti e decise, (cogliendoli di sorpresa) i cattolici di sinistra come Prodi, Rosy Bindi, Monaco, Duilio, Monticone, i vertici dell'Azione cattolica nazionale, e altri ancora orfani del cattolicesimo filoprotestante che mette al centro solo la Parola, senza la sacra Tradizione e il Magistero della Chiesa. Questi cattolici, hanno rinunciato da tempo ad "essere nel mondo" per "essere del mondo", come dice efficacemente san Giovanni. Essi si sono "venduti" per un piatto di lenticchie ( un collegio elettorale sicuro nella coalizione dell'Unione), di fronte alle minacce verso i valori della vita e della famiglia e, in particolare, verso l'istituto del matrimonio, capeggiati dal loro leader Romano Prodi, per appoggiare i PACS (Patti di solidarietà fra coppie gay e non ) che darebbero una veste giuridica alle loro unioni. Ebbene, attraverso Prodi, alcuni cattolici della Margherita, hanno preso una posizione ambigua a favore delle unioni di fatto fra coppie gay e non , sia pure con i PACS, che è un modello di famiglia (?) esportato dalla Francia, che il deputato Grillini (DS), dell'Arcigay lo ha fatto proprio da tempo: lo vende e lo rivende come tale, e ha raccolto, su circa 1000 parlamentari, solo 161 adesioni, cioè il 15% del Parlamento. Davvero un po' poco per licenziare una legge abnorme che vuole frantumare la famiglia tradizionale! La sorpresa per i cattolici prodiani è stata enorme. Si aspettavano un Presidente dei Vescovi italiani, curiale, che desse solo buoni consigli di buona condotta, mite, ancora succube alla cultura di sinistra, simile a don Abbondio, ma si sono trovati di fronte a un successore degli Apostoli deciso, sicuro di sè e con la serena consapevolezza di svolgere un ministero episcopale al servizio della Chiesa conforme al Magistero , alla sacra Tradizione e alla sacra Bibbia. E il cardinale modenese Camillo Ruini, diplomatico quanto si vuole, raffinato teologo e filosofo, uomo di buone letture, coerente con il Vangelo, li ha spiazzati tutti, questi cattolici orfani dell'ideologia e della ex sinistra democristiana degli affari, della Rai, degli Enti pubblici, delle Banche, del Mezzogiorno e dei boiardi negli Enti di Stato. Sinistra che usava la faccia pulita di Zaccagnini, Moro e Martinazzoli, ma attivissima all'Eni, alla Cariplo e nei Ministeri per decenni. E, Prodi, ha fatto l'ennesima figuraccia con le gerarchie ecclesiastiche, chiedendo prima ospitalità a Famiglia Cristiana per rinnegare quanto aveva detto sui Pacs che favoriscono le coppie di fatto (solo per ragioni meramente economiche: intascare la pensione di reversibiltà del compagna/a e per le disposizioni testamentarie ma ovviamente senza alcun dovere come invece nel matrimonio tra un uomo e una donna che si impegnano a procreare e a educare i loro figli), poi scrivendo una lettera il 1 marzo scorso ai Presidenti Arcigay e Arcilesbica chiedendo tempo e voti per varare una legge sui PACS una volta Presidente del Consiglio. . Prodi, col suo comportamento politico anomalo per un cattolico, ha dimostrato, sostanzialmente, tre cose: 1) che per avere il consenso politico dei gay, delle coppie lesbiche e delle coppie eterosessuali egli era disposto ad andare nelle gambe del diavolo (ma è poi cosi vero che i gay in Italia sono tre-quattro milioni quando ai vari Gay Pride il popolo gay è quasi sempre composto da 100 mila persone?); 2) che la morale sessuale cattolica per il cattolico Prodi è opzionale, è facoltativa, è discrezionale; 3) che il Magistero dei Vescovi e del Papa è relativo e che lui non è tenuto, in quanto cattolico, ad attenervisi. E con queste idee anti cattoliche, egli intendeva girare le parrocchie d'Italia col suo pulmann per chiedere voti ancora una volta ai cattolici praticanti, stufi marci della sua politica degenere, i quali seguono fedelmente le indicazioni della Chiesa e sono attaccati seriamente ai valori della famiglia tradizionale. Ma Prodi non aveva fatto i conti con il Presidente CEI, cardinale Camillo Ruini che, da oltre 15 anni, è alla guida della Chiesa Italiana e non intende deflettere dai principi della morale cattolica che discende dalla Parola di Dio per presunti privilegi, concessioni varie, ammiccamenti e amicizie coi potenti dell'Unione. Al card. Ruini basta essere un Pastore che sta alla sequela di Gesù il quale ha detto: " il vostro sia un si si o un no no". E lo ha dimostrato anche diventando il bersaglio preferito de Il Manifesto, di Repubblica, del Corriere della Sera e de La Stampa. Dopo l'attacco sferrato alla famiglia, partito dai Radicali di Pannella, Bonino e Faccio, negli anni '70, che hanno introdotto aborto e divorzio in Italia, rovinando tante donne sole, spezzando tante famiglie e creando notevoli problemi ai loro figli, il cattolicissimo Prodi si apprestava a dare un'altra spallata all'istituto del matrimonio, ma sulla sua strada ha incontrato il Cardinale modenese che ha rovinato la festa a lui, a Grillini (DS) e all'Unione. E il cattolico Prodi insieme ai radicali, socialisti boselliani, e anticleriali vari, pretendeva pure che la Chiesa italiana stesse alla finestra, timida e guardinga, paurosa dei laicisti, con i soliti complessi di inferiorità culturale, a guardare una società italiana che ormai è sempre più avviata allo sfacelo morale, in balìa della "dittatura del relativismo" come hanno denunciato autorevolmente papa Benedetto XVI e il Presidente del Senato Marcello Pera, in tempi non sospetti.

Alberto Giannino
Presidente nazioanale Adc - Associazione docenti cattolici
German Scharfe Kritik am Wahlkampf von Kardinal Ruini
Mar 22, 2006
Der Präsident der italienischen Bischofskonferenz (CEI), Kardinal Camillo Ruini, hat am Montag den Wahlkampf für die Parlamentswahlen am 9. und 10. April scharf kritisiert.

(dolomiten.it, 21. März 2006) Die Wahlkampf-Töne seien zu polemisch, warnte Ruini. Die Kirche werde für kein Bündnis und keine Partei Stellung beziehen. Ruini rief die katholische Wählerschaft jedoch auf, die politischen Programme bezüglich Familie, Ehe und Respekt des menschlichen Lebens von der Empfängnis bis zum natürlichen Ende zu berücksichtigen.

Ruini zeigte sich über Pläne politischer Gruppierungen wie des Oppositionsbündnisses „Unione“ besorgt, das sich für die Legalisierung zusammenlebender Paare einsetzt. Die Familie müsse sich auf die Ehe stützen, so Ruini. Zu Beginn der Sitzung der italienischen Bischofskonferenz bezog Ruini Position zu Plänen, in italienischen Schulen Islam-Unterricht für moslemische Kinder einzuführen. Er warnte, dass beim Unterricht die Prinzipien der italienischen Verfassung berücksichtigt werden müssten, wie Religionsfreiheit und Gleichberechtigung zwischen Mann und Frau.

Unterdessen geht die Polemik um den Auftritt von Ministerpräsident Silvio Berlusconi vor dem Unternehmerverband Confindustria am vergangenen Samstag weiter. Berlusconis Sprecher Paolo Bonaiuti goss erneut Öl ins Feuer. Bonaiuti beschuldigte den Unternehmerverband erneut, gegen den Ministerpräsidenten voreingenommen zu sein. „Die verleumderischen Attacken einiger Mitglieder der Confindustria-Spitze gegen Berlusconi beweisen, dass sich die Führung offen an die Seite der Opposition stellt“, meinte Bonaiuti. Kritik kam erneut von der Opposition.
Italian «Serve un nuovo femminismo cristiano»
Mar 20, 2006
Italian Indirizzo di saluto del Cardinal Ruini durante l’udienza papale al Clero di Roma
Mar 11, 2006
CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 3 marzo 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’indirizzo di saluto rivolto dal Cardinale Vicario Camillo Ruini a Benedetto XVI in occasione dell’udienza concessa da quest’ultimo al Clero della Diocesi di Roma il 2 marzo.

Padre Santo,

i sacerdoti e i diaconi della Chiesa di Roma Le sono profondamente grati per il dono di questa Udienza che ha luogo, secondo una felice consuetudine seguita costantemente dal Suo venerato Predecessore, all’inizio della Quaresima, nel giovedì dopo le Ceneri.

Vostra Santità aveva già incontrato il Clero romano lo scorso 13 maggio, poco dopo la Sua elezione alla Sede di Pietro, nella Basilica Cattedrale di San Giovanni in Laterano, e tutti noi conserviamo vivissima memoria di quell’incontro, nel quale Vostra Santità diede il lieto annuncio dell’apertura del Processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II, e del discorso di Vostra Santità, che ci ha ricondotto all’autentica natura del nostro sacerdozio e della nostra comune missione, cioè al nostro rapporto con Cristo e con la Chiesa, alla necessità di stare presso il Signore per potersi spendere per i fratelli nel suo nome, e anche al legame sacramentale e personale che unisce ciascuno di noi, sacerdoti e diaconi romani, a Vostra Santità, Vescovo di Roma.

Padre Santo, nel nostro servizio quotidiano cerchiamo di mettere in pratica le Sue parole, dedichiamo speciale attenzione alla pastorale della famiglia, alla formazione delle persone e alla trasmissione della fede, secondo gli indirizzi della pastorale diocesana, ma, naturalmente, siamo anche impegnati a far fronte alle diverse e molteplici esigenze e imprevisti quotidiani della cura delle anime, secondo la varietà dei compiti affidati a ciascuno. Proprio per questo avvertiamo forte il bisogno di silenzio interiore, di ascolto e di preghiera: questo incontro con Vostra Santità, all’inizio della Quaresima, è per noi un aiuto prezioso anche a questo scopo.

Padre Santo, desideriamo essere infatti quei sacerdoti "preparati e coraggiosi che, senza ambizioni e timori, ma convinti della verità evangelica", si preoccupano anzitutto di annunciare Cristo e, in suo nome, sono pronti a chinarsi sulle sofferenze umane, dei quali Vostra Santità ha parlato il 20 gennaio, ricevendo in Udienza i seminaristi del Collegio Capranica.

Padre Santo, meno di un mese fa, la domenica 5 febbraio, siamo stati tutti intimamente colpiti dalla morte violenta che ha raggiunto un nostro fratello, Don Andrea Santoro, mentre era raccolto in preghiera nella chiesa di Trabzon, in Turchia, dove era andato come "fidei donum" della Chiesa di Roma. Vostra Santità, con animo di Padre, si è fatto interprete del nostro comune dolore, ma anche della nostra preghiera e della nostra fiducia che il sacrificio di Don Andrea sia per tutti sorgente di grazia. Anche per questo, Padre Santo, di cuore La ringraziamo.

Nell’incontro del 13 maggio in San Giovanni in Laterano Vostra Santità ascoltò molte domande di preti romani e alla fine rispose a ciascuno, con parole che sono state per noi tutti un autentico dono. Le chiediamo di ascoltare anche oggi i Suoi preti, che Le vogliono un grande bene, che ripongono in Lei una profonda fiducia e che faranno di nuovo tesoro delle Sue parole.
Padre Santo, grazie ancora.
Spanish El Cardenal Ruini visita el Seminario Redemptoris Mater de Roma
Feb 28, 2006
El Cardenal Camillo Ruini visitó el Seminario "Redemptoris Mater" de Roma por la festividad de Santos Cirilio y Metodio, patrones del Seminario.

CAMINEO.INFO, 25-2-06) - El pasado 14 de febrero, fiesta de los Santos Cirilio y Metodio, primeros evangelizadores de los pueblos eslavos, tuvo lugar una liturgia eucarística en el Seminario "Redemptoris Mater" de Roma, el primer Seminario de estas características erigido por el Papa Juan Pablo II, al cual se han ido uniendo los 63 Seminarios diocesanos misioneros "Redemptoris Mater" que hay en todo el mundo.

La Eucaristía estuvo presidida por el Cardenal Camillo Ruini, recién confirmado como Presidente de la Conferencia Episcopal italiana por el Papa Benedicto XVI, y contó con la participación de los iniciadores del Camino Neocatecumenal, Kiko Argüello, Carmen Hernández y el Padre Mario Pezzi.

El Seminario, erigido a principios de 1988, cuenta con casi un centenar de seminaristas de distintas nacionalidades, y de él han surgido decenas de presbíteros que, incardinados en la diócesis de Roma, realizan su labor evangelizadora también en la ciudad eterna.
French Funérailles du P. Santoro: Homélie du cardinal Camillo Ruini (1)
Feb 22, 2006
« Au début, sa demande de partir pour l’Anatolie m’a laissé perplexe, et a trouvé en moi une certaine résistance » , a confié le cardinal Ruini aux funérailles de don Andrea Santoro.

ROME, Vendredi 10 février 2006 (ZENIT.org) – Voici la première partie de l’homélie du cardinal Camillo Ruini qui a présidé ce matin en la basilique Saint-Jean du Latran les obsèques de don Santoro en présence de milliers de fidèles, de centaines de prêtres, et d’autorités civiles, militaires et religieuses.

Homélie du cardinal Ruini (1)

Nous célébrons la messe en suffrage d’un prêtre romain, don Andrea Santoro. Un parmi beaucoup, parce que ce diocèse a environ 900 prêtres et chaque année certains d’entre eux retournent vers le Seigneur. Et pourtant cette basilique est extraordinairement comble, et nous savons tous pourquoi. Don Andrea avait 60 ans, il était originaire de Priverno, mais en tant que prêtre, il était totalement romain: né dans une famille profondément chrétienne, il s’était formé au petit séminaire de Rome, puis au grand séminaire. Il était devenu prêtre il y a 35 ans, le 18 octobre 1970. Il avait ensuite parcouru les étapes habituelles de la vie et du ministère d’un prêtre romain: vicaire paroissial à la paroisse des Saints Marcellin et Pierre, sur la Casilina, et à cella de la Transfiguration. Il avait ensuite été curé de la paroisse de Jésus de Nazareth, et finalement des Saints Fabien et Venace, jusqu’à l’année sainte 2000. Et pourtant, depuis de nombreuses années, don Andrea manifestait une étrange inquiétude qui pouvait sembler une instabilité de caractère. Il a en effet demandé à plusieurs reprises et avec une forte insistance, d’abord au cardinal Poletti et ensuite à moi, de pouvoir quitter Rome pour se consacrer à des expériences nouvelles et différentes, mais toujours centrées sur la recherche de la proximité du Christ et de la prière. Ainsi, en 1980, il a passé un temps à Jérusalem, et il a également passé une année sabbatique en 1993-1994, conduisant différents pèlerinages de l’Œuvre romaine des pèlerinages en Terre sainte et au Moyen Orient.

Mais sa route personnelle, son appel spécifique et définitif, don Andrea les a trouvés avec certitude seulement à un âge mûr, à travers les expériences des pèlerinages qu’il continuait à conduire au Moyen Orient et avec l’affectueuse insistance du vicaire apostolique de l’époque en Anatolie, la partie orientale de la Turquie, Mgr Ruggero Franceschini, qui le voulait avec lui, comme prêtre « fidei donum », don de la foi, envoyé par Rome pour rendre le Christ présent en ces terres où la foi chrétienne avait poussé au début des racines robustes et fécondes, arrivant de là bien vite à Rome. C’était justement l’état d’esprit avec lequel don Andrea a demandé d’aller en Anatolie: il entendait être une présence croyante et amie, favoriser un échange de dons, avant tout spirituels, entre l’Orient et Rome, entre chrétiens, juifs, et musulmans.

Au début, sa demande de partir pour l’Anatolie m’a laissé perplexe, et a trouvé en moi une certaine résistance: je rechignais à priver Rome d’un très bon curé et je craignais que don Andrea, un homme plein d’initiatives, ne supporte pas longtemps une situation qui ne permettait pas au contraire une grande marge d’action ni une richesse de relations.

Et don Andrea ignorait d’ailleurs complètement la langue turque. Mais c’était un homme qui demandait avec ténacité, lorsqu’il considérait devoir correspondre à un appel du Seigneur. Il est donc parti et je me souviens de l’insistance avec laquelle, alors et de nombreuses fois ensuite, il m’a demandé la confirmation qu’il ne partait pas de son propre chef et en son nom propre, mais au nom et par mandat de l’Eglise de Rome. Oui, parce que don Andrea était, instinctivement, un homme de l’Eglise, il ne concevait pas non plus de pouvoir appartenir au Christ sans appartenir à l’Eglise.

C’est ainsi qu’a commencé, en l’an 2000, son séjour en Anatolie, d’abord à Urfa, près de la localité biblique de Harran, la terre d’origine du patriarche Abraham.

Son séjour en Anatolie a ainsi commencé en l’an 2000, d’abord à Urfa, près de la localité biblique de Harran, terre d’origine d’Abraham : à Urfa, don Andrea était intimement heureux, en dépit de la solitude dans laquelle il vivait, et les grandes difficultés pour l’apprentissage de cette nouvelle langue. Il sentait en effet s’accomplir mystérieusement en lui les paroles de l’appel d’Abraham, qu’il répétait souvent : « Quitte ton pays, ta patrie, et la maison de ton père, pour le pays que je t’indiquerai » (Gn 12,1). Mais après trois ans, une nouvelle possibilité s’ouvrit à lui : il pouvait avoir une petite communauté chrétienne et ouvrir et restaurer une église. Il partit donc pour Trébisonde - en Turc, Trabzon - avec joie et confiance, et là il continuait à prier, à chercher à faire le bien, dans le respect des lois locales, jusqu’à dimanche dernier, cette fin imprévue que le monde entier connaît mais dont, dans l’optique de don Andrea, il n’est pas important d’approfondir les détails. Nous devons seulement repousser avec indignation les accusations et les insinuations absurdes et calomnieuses concernant des moyens illicites pour obtenir des conversions, exclues radicalement par sa conscience rigoureuse de chrétien et de prêtre.

Je voudrais plutôt m’arrêter à la véritable substance de sa vie, et de sa mission, qui est aussi la signification et l’enseignement de sa mort. Don Andrea a pris Jésus Christ terriblement au sérieux, et en homme tenace, rigoureux, et même têtu qu’il était, il a cherché de toutes ses forces d’agir toujours et rigoureusement dans la logique du Christ, et encore auparavant, de se confier au Christ dans la prière, sans présumer de ses forces humaines. Les paroles que l’apôtre Paul a dites sur lui-même sont donc vraiment valables pour lui : « Pour moi vivre c’est le Christ, et mourir est un avantage » (Ph 1,21).

C’est pour cela que don Andrea a été, inséparablement, un homme de foi et un témoin de l’amour chrétien. Un homme de foi, avant tout : au cours des nombreuses années de son ministère de prêtre à Rome, il ne se lassait pas de chercher des personnes à conduire, à ramener à la rencontre du Seigneur. Il était poussé par la certitude profonde que Jésus Christ est le Fils unique de Dieu et notre unique Sauveur : une certitude qui soutenait sa vie, et lui demandait impérieusement de se conformer au Christ dans tous ses choix, et son comportement quotidien. C’est pourquoi don Andrea vivait pauvrement, était exigent avec lui-même, et souvent aussi avec les autres. Mais ses demandes étaient dictées par l’amour, naissaient de la charité du Christ qui brûlait en lui et qui parfois semblait lui faire oublier un peu le sens de la mesure.

Au centre de son comportement il y avait en effet cette conviction simple que sur la croix Jésus Christ a donné sa vie pour tous et que donc un disciple de Jésus, et encore plus un prêtre, devait à son tour aimer tout le monde, se dépenser pour tous, sans distinctions. Comme l’écrit l’apôtre Paul : « L’amour du Christ nous presse à la pensée qu’un seul est mort pour tous » (2 Co 5,14).

Nous pouvons peut-être ainsi comprendre plus profondément son choix d’aller vivre pour exercer son ministère en Turquie, et même dans la partie pour nous la plus reculée de la Turquie. Don Andrea était un homme d’une intelligence pénétrante, et très concret quand il le fallait. Il savait bien que sur cette terre-là et parmi ces populations, son élan apostolique allait devoir accepter de grandes limitations et, de fait, il les avait acceptées et intériorisées. Il était convaincu qu’une présence de prière et de témoignage de vie auraient parlé par eux-mêmes, auraient été un signe efficace de Jésus Christ, et un ferment d’amour et de réconciliation.

Sa fin violente pourrait pousser à conclure qu’il se faisait des illusions. Mais lui, il avait certainement envisagé une telle fin, il en avait envisagé la possibilité concrète : beaucoup de paroles, et peut-être encore plus certains de ses silences, nous en donnent la certitude : moi aussi j’en suis témoin. Le fait est que don Andrea croyait à fond dans les paroles de Jésus que nous avons entendues dans l’Evangile de cette messe : « Si le grain de blé tombé en terre ne meurt il demeure seul ; mais s’il meurt, il porte beaucoup de fruit ». En réalité, don Andrea était un homme qui ne manquait pas de courage, un homme assez lucide et qui voulait, jour après jour affronter, désarmé, le risque de la vie. Son courage était en effet un courage chrétien, ce courage typique dont les martyrs ont fait preuve, au cours des siècles, à d’innombrables occasions : c’est-à-dire un courage qui a ses racines dans l’union avec Jésus Christ, dans la force qui vient de lui, de manière aussi mystérieuse que vraie et concrète.

C’est d’un courage analogue que chacun de nous a besoin s’il veut aborder en chrétien le chemin de sa vie. Et nous en avons besoin tous ensemble, si nous voulons, dans la situation historique actuelle, affirmer le droit à la liberté de religion, mère de toute liberté, comme valide concrètement partout dans le monde, vraiment sans discrimination.
French Conférence épiscopale italienne : Le card. Ruini reste président
Feb 22, 2006
Le pape Benoît XVI a confirmé le cardinal Camillo Ruini comme président de la Conférence épiscopale italienne (CEI), jusqu’à ce qu’il pourvoie à la nomination de son successeur : il a lancé une consultation des évêques d’Italie. Le communiqué officiel dit : « donec aliter provideatur » , c’est-à-dire, « jusqu’à ce que l’on y pourvoie autrement ».

ROME, Mardi 14 février 2006 (ZENIT.org) - La formule avait été employée en avril dernier, pour reconduire les responsables de la curie romaine dans les fonctions assumées sous Jean-Paul II.

Le président de la conférence épiscopale italienne est en effet nommé par le pape et non pas élu par ses pairs. Le cardinal Ruini a déjà effectué à ce poste trois mandats de 5 ans.

Par l’annonce de cette prolongation, le pape coupe court aux spéculations, d’autant que l’Italie est en période de campagne électorale

Le 3e mandat du cardinal Ruini aurait dû s’achever début mars, et, en tant que vicaire du pape pour Rome, il atteindra la limite d’âge de 75 ans le 19 février.

Le cardinal Ruini est originaire de Sassuolo. Il a été ordonné prêtre en 1954 et évêque en 1983. En 1991, Jean-Paul II l’a « créé » cardinal, lui a confié le diocèse de Rome en le choisissant comme son vicaire, et la présidence de la conférence des évêques : un mandat renouvelé en 1996 et en 2001.
Italian Primarie per la successione al cardinal Ruini
Feb 22, 2006
Sorpresa in Vaticano, ma sarà il Papa a decidere chi andrà a guidare la Conferenza episcopale

(14 febbraio 2006) Consultazione tra i vescovi indetta dal nunzio apostolico in Italia, monsignor Paolo Romeo, per il nuovo capo della Cei

L'APERTURA di una tornata di «consultazioni» tra i vescovi italiani sul nome del successore del cardinale Camillo Ruini a capo della Cei, ha colto di sorpresa non pochi vescovi. E anche in Vaticano c'è chi non ha nascosto meraviglia davanti alla pubblicazione di una notizia di un sondaggio «sub secreto pontificio» effettuato dal nunzio apostolico in Italia, monsignor Paolo Romeo, per conto della Santa Sede. Attraverso una lettera datata 26 gennaio e indirizzata a tutti i 226 vescovi residenziali, l'arcivescovo invitava a indicare «con cortese sollecitudine» il nome del «presule che» si vuole «suggerire» per questo incarico. Poi «ringraziava vivamente» per l'aiuto «al Successore di Pietro». Il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa a Roma e assai vicino a Benedetto XVI, ricopre l'incarico di presidente della Cei da tre mandati consecutivi. Fu nominato da Papa Wojtyla nel 1991 e via via confermato nell'incarico. Il 6 marzo scadrà il terzo mandato. Ci si interroga da chi sia giunto l'input al nunzio apostolico per un’iniziativa inusuale per la scelta del presidente della Cei. La prassi utilizzata è, infatti, routine per le nomine dei vescovi ma non lo è, invece, per la scelta del presidente della Cei dato che la nomina spetta al Papa per il suo particolare legame con l'Italia, di cui è Primate. Il «venerato incarico» di cui parla il nunzio nella lettera datata 26 gennaio, memoria dei santi Timoteo e Tito, è antecedente di una decina di giorni all'udienza che Papa Benedetto XVI gli ha accordato in Vaticano lo scorso 6 febbraio. Precedenti consultazioni vaticane per individuare il presidente della Cei si ebbero nel '79, quando il neo-papa Wojtyla chiese il parere dei presidenti delle 16 conferenze episcopali regionali prima di passare a designare monsignor Anastasio Ballestrero come successore del cardinale Poma. Vincolati al segreto molti vescovi hanno negato persino di aver ricevuto la lettera arrivata a tutti i titolari delle diocesi. Ma anche in assenza di commenti espliciti, la consultazione avviata dal nunzio sta facendo discutere e apre scenari. È, infatti, diffusa la convinzione che pur essendo il cardinale Ruini in scadenza a marzo, il Papa intenda confermarlo alla presidenza della Cei almeno fino a ottobre di quest'anno, quando la Chiesa italiana terrà a Verona il suo convegno nazionale. Quanto all'incarico di vicario del Papa, invece il porporato emiliano sembra destinato a restare al suo posto ancora a lungo. Non è affatto detto che la consultazione della nunziatura significhi una immediata sostituzione. C'è chi osserva che il cardinale Ruini - che presto festeggerà i 75 anni - proprio per la vicinanza e la sintonia con Papa Ratzinger resterà alla guida della diocesi di Roma per un periodo più o meno lungo. È orientamento del pontefice accettare le sue dimissioni (secondo quanto prescrive il Codice) a tempo indeterminato, secondo la disposizione del «donec aliter provideatur». La decisione sarà assolutamente del Papa.
Italian Santoro akbar, prete martire
Feb 16, 2006
Il dolore di Ruini e la richiesta di libertà religiosa là “dove regnano intolleranza e disprezzo”.

(Il Foglio, 11/02/2006) C’è chi giura d’aver visto piangere il cardinale Camillo Ruini. La voce rotta sì. Certo l’immagine del presidente della Cei, con quella sua aria di anima disincarnata seguita dal corteo di vescovi, e ripiegata su di sé come il bastone pastorale che teneva nella sinistra, era comunque l’immagine di una sofferenza solenne. Era il dolore di dover salutare don Andrea Santoro con la formalità che si riserva ai martiri. Sarà beatificato, don Andrea, morto ammazzato da mano islamica in Anatolia domenica scorsa, Ruini l’ha promesso per iscritto e poi a voce alle migliaia di persone dentro e fuori la basilica romana di san Giovanni in Laterano.

Ha detto così: “Permettetemi di esprimere con franchezza la mia personale convinzione. Rispetteremo pienamente, nel processo di beatificazione e canonizzazione che ho in mente di aprire, tutte le leggi e i tempi della chiesa, ma fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano”. A quel punto – si era quasi alla fine dell’omelia cardinalizia – nella chiesa c’è stato un attimo di esitazione, come il pudore di non contaminare la promessa, poi l’applauso.

Il primo dei tre applausi che hanno fatto da cadenza alle parole di Ruini (più un ultimo alla lettura del messaggio arrivato da Carlo Azeglio Ciampi). Gli altri due? Quando il cardinale ha ripetuto le parole pronunciate dalla madre di don Andrea – “La mamma perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui figlio dell’unico Dio che è amore” – e quando l’omelia si è conclusa tra le fumigazioni d’incenso che disegnavano una corona intorno alla bara.

Dunque la chiesa cattolica guadagnerà un santo in più nella propria riserva celeste, ma non voleva andasse così. Anche questo lo s’intuisce ascoltando Ruini. Lui l’ha confessato come avrebbe fatto un padre: “All’inizio la sua richiesta di partire per l’Anatolia mi ha lasciato perplesso e ha trovato in me una certa resistenza: mi rincresceva privare Roma di un ottimo parroco e temevo che don Andrea, uomo pieno d’iniziative non reggesse a lungo in una situazione che non consentiva, invece, molti margini di azione e nemmeno una ricchezza di relazioni”. Invece l’ha spuntata il sacerdote “originario di Priverno ma totalmente romano”. Con quel suo carattere animato da “strana inquietudine”. “Tenace, rigoroso, addirittura testardo che era” – sempre Ruini – fino a “dimenticare un poco il senso della misura”, “Don Andrea ha preso tremendamente sul serio Gesù Cristo”. E allora “la sua fine violenta potrebbe portare a concludere che si illudeva. Ma egli una simile fine l’aveva sicuramente messa nel conto, considerata una possibilità concreta: molte sue parole, e forse ancor più alcuni suoi silenzi, ci rendono certi di questi, anch’io ne sono testimone”.

L’ambivalenza del messaggio della chiesa

Piangere piangevano in molti, ovvio, mentre Ruini pronunciava quell’avverbio così insolito sulle sue labbra metalliche: “Tremendamente”. Mentre il coro faceva il resto intervallato dalle letture – san Paolo ai romani: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” – e modulato dagli strumenti esprimeva una vocalità ritmata che ha raggiunto l’estenuazione della nenia funebre quando il feretro (legno chiarissimo) ha imboccato alla fine la via d’uscita verso il carro funebre che l’avrebbe condotto al Verano, nel luogo della tumulazione, nella tomba dei parroci. Se esiste un significato complessivo da riconoscere alla cerimonia di ieri è forse nella ambivalenza del messaggio della chiesa di fronte allo scommessa del cristiano martirizzato e allo scandalo del suo trapasso. Un messaggio necessariamente palindromo accerchiava la salma di don Andrea, aveva il volto delle parole di Benedetto XVI rinnovate da Ruini: “Il Signore faccia sì che il sacrificio della sua vita contribuisca alla causa del dialogo fra le religioni e della pace tra i popoli”. E’ la glossa papale al passo evangelico sul chicco di grano caduto in terra: “Se non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Il secondo volto è adombrato nella lacerazione di chi ha consegnato don Andrea alla terra musulmano-anatolica in cui è morto: “Là dove troppo spesso regnano l’intolleranza, il disprezzo e l’odio”. Chissà se e come redimibili. Infine.

La cronaca dice che il capo del governo era rappresentato da Gianni Letta; che c’erano i presidenti delle Camere (Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini), Romano Prodi, Francesco Rutelli, Piero Fassino, Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri, Clemente Mastella, la triade romano-laziale formata da Walter Veltroni, Enrico Gasbarra e Piero Marrazzo. La delegazione della comunità ebraica (con il rabbino capo Riccardo Di Segni) e quella copta. Più altri, fra i quali Mario Borghezio che a cerimonia conclusa ripristinava l’indispensabile secolarità delle cose rivelando la speranza di arrivare vivo alla fine della campagna elettorale.
Italian In vacanza per fede, ecco il "pellegrino" del 2006
Feb 12, 2006
Il turista religioso non cerca facili evasioni, ma sa "sperimentare il silenzio", e viaggiare (anche) con l'anima. L'identikit fornito dal Cardinale Camillo Ruini all'Opera Romana Pellegrinaggi.

(romaone.it) Roma, 9 febbraio 2006 - Il turista religioso? Non solo un "vacanziero", ma anche una persona che sa sperimentare il silenzio, che prega, che fa opere di carita'. L'identikit del pellegrino del nuovo secolo viene dal cardinale Camillo Ruini, che ha aperto oggi il convegno nazionale dell'Opera romana pellegrinaggi, una emanazione della diocesi di Roma che e' anche uno dei maggiori vettori cattolici italiani per i pellegrinaggi in Italia e nel mondo.

In Italia il turismo religioso produce un giro di affari di almeno 3,5 miliardi di euro, 12 milioni di pernottamenti e oltre 35 milioni di turisti, di cui il 30 per cento stranieri. Circa 500 tra monasteri e strutture religiose, inoltre, hanno disponibilita' ricettive.

''Non potremmo mai concepire il pellegrino come un turista'', ha dunque osservato il cardinale Ruini , che per la sua prolusione ha tenuto presente anche l'enciclica di Benedetto XVI ''Deus caritas est''. Il pellegrino, ha indicato il porporato, ''e' chiamato a fare suo il linguaggio della preghiera nei diversi momenti del viaggio e della giornata''. Inoltre il suo ''linguaggio del corpo puo' essere accompagnato dal linguaggio del silenzio, che e' l'espressione culminante dell'orante''. Infine ''perche' il pellegrinaggio abbia tutta la sua valenza'' e' ''importante il linguaggio della carita': da sempre il pellegrino ha dato testimonianza della carita'''.

Intervenendo al convegno il ministro per l'innovazione tecnologica, Lucio Stanca, ha annunciato una intesa con l'Opr per il programma ''Scegli Italia'' e il ''Portale nazionale del turismo www.italia.it'' per il turismo religioso. A regime il Portale sara' in otto lingue mentre l'Opr collaborera' a ''Scegli Italia'' per quanto riguarda le proposte del turismo religioso.

Un importante settore di attivita' dell'Opr sono i pellegrinaggi in Terra Santa. Nel 2004 in Israele sono giunti dall'Italia circa 49.900 turisti, di cui il 10% portati dall'Opr. Nel 2005 ne sono giunti circa 75.000, di cui sempre il 10% attraverso l'Opr. La previsione dell'Opera romana per l'anno in corso e' di 10.000-12.000 pellegrini.
English Italian Cardinal Condemns EU Resolution on Homosexuals
Feb 08, 2006
Italian prelate, Cardinal Camillo Ruini, the Pope’s Vicar for Rome, yesterday condemned a recent resolution passed by the European Union on homosexuals and same-sex “marriage,” calling the measure “profoundly wrong and full of negative consequences,” according to a Catholic Universe report.

ROME, January 30, 2006 (LifeSiteNews.com) – Among other things, the resolution, passed January 18, calls for action against member states who fail to implement programs directed at fair treatment of homosexuals in employment and occupation, and to “ensure that same-sex partners enjoy the same respect, dignity and protection as the rest of society” throughout the EU.

Cardinal Ruini called the EU exploit a “moral pressure aimed at weakening the very cornerstones of our civilisation.” He added that the Catholic Church denounced “equating the rights of homosexual couples with those of true and legitimate families.”

The Cardinal, who is also head of the Italian Bishops Conference, condemned the “widespread tendency in many countries and also presently in Italy, as different signs show, to introduce norms that, while they do not respond to actual social needs, would compromise the value and functions of the legitimate family, founded on marriage, and the respect due to human life from conception to its natural end.”

Italy is preparing for national elections to take place April 9.
Italian Da Ruini un manifesto politico
Jan 30, 2006
Il presidente della Cei chiede ad elettori e parlamentari di prestare attenzione alla famiglia, fondata esclusivamente sul matrimonio, e alla vita "fin dal suo concepimento e fino al suo termine naturale".  Ruini ha aperto il Consiglio Permanente della Cei con una prolusione a 360 gradi: affronta le questioni internazionali, per poi dilungarsi sulla situazione politica italiana. Villetti: un manifesto politico elettorale, si propone come ago della bilancia del giorno dopo.

(sdionline.it, 23 gennaio 2006) La Chiesa afferma di non schierarsi politicamente alle elezioni di aprile, ma dà chiare indicazioni sui valori da tutelare. Il 'manifesto' del cardinale Camillo Ruini parla da solo. Nonostante assicuri che "la Chiesa non si schiererà", il presidente della Cei chiede ad elettori e parlamentari di prestare attenzione alla famiglia, fondata esclusivamente sul matrimonio, e alla vita "fin dal suo concepimento e fino al suo termine naturale".
Ruini ha aperto il Consiglio Permanente della Cei con una prolusione a 360 gradi: affronta le questioni internazionali, per poi dilungarsi sulla situazione politica italiana.
“Il Cardinal Ruini – commenta Roberto Villetti della Rosa nel Pugno - ha presentato un suo vero e proprio manifesto politico elettorale. Lo scopo è evidente. Qualsiasi schieramento vinca le elezioni, sosterrà che ciò è avvenuto per i voti cattolici che grazie a lui ha orientato la Conferenza episcopale italiana. In questo il presidente della Cei dimostra di avere una grande capacità tattica, già del resto ben sperimentata quando ha fatto figurare l’esistenza di una maggioranza integralista in Italia assumendosi la paternità di tutti i non votanti in occasione del referendum sulla fecondazione assistita. Ruini in questo modo continua ad essere un protagonista della vita politica italiana: fa l’ago della bilancia ma per il giorno dopo. Nessuno si può permettere di limitare in alcun modo il diritto di espressione di chiunque. Non saremo quindi noi a invocare censure nei confronti del cardinal Ruini. Resta però il fatto che tutto ciò contraddice lo spirito del Concordato che assicura alla Chiesa cattolica privilegi storicamente giustificati soltanto con una rinuncia a interferire nella vita politica italiana. E proprio perché in nome dei principi della democrazia liberale non vogliamo condizionarne la piena libertà – conclude l’esponente socialista della Rosa nel Pugno - vanno superati tutti quei privilegi di cui attualmente gode la Chiesa nel nostro Paese”.
“Dalla famiglia alla politica estera, dall'energia alle infrastrutture: ormai non c'è questione che sfugga a Ruini”, ha aggiunto Daniele Capezzone, definendo l'intervento di Ruini un vero e proprio “programma di governo, un avvertimento elettorale ai poli, e un'opa sulla società Italiana”.
Il presidente dei vescovi italiani è tornato ancora una volta a difendere la famiglia fondata sul matrimonio e a scagliarsi contro i Pacs. E va oltre: Ruini richiama elettori e parlamentari ad una maggiore attenzione nelle scelte da fare sul tema. “La tendenza diffusa in molti Paesi e ben presente in Italia - ha detto il presidente della Cei - ad introdurre normative che comprometterebbero gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio” richiede “un supplemento di attenzione a questi temi nelle scelte degli elettori e poi nell'esercizio delle loro responsabilità da parte dei futuri parlamentari”. Sulle tematiche della famiglia, della natalità e dell'educazione, ha aggiunto Ruini “l'Italia ha bisogno di un forte e durevole impegno” sia “sul versante culturale e morale” che “su quello delle politiche sociali”.
French Un cardinal critique un texte anti-homophobes
Jan 30, 2006
Le chef de l'Eglise catholique italienne, proche de Benoît XVI, dénonce un texte du Parlement européen visant à protéger des violences homophobes.

(NOUVELOBS.COM, 23.01.06) Le chef de l'Eglise catholique italienne, le cardinal Camillo Ruini, a vivement critiqué lundi 23janvier une résolution du Parlement européen dénonçant les discriminations envers les homosexuels.
Le cardinal Ruini, un proche du pape Benoît XVI dont il est l'adjoint pour le diocèse de Rome, a estimé que le texte adopté le 18 janvier à une large majorité par les députés européens s'en prend "aux bases de notre civilisation".
La résolution du Parlement européen demande aux Etats membres de protéger les homosexuels des discours et violences homophobes et déplore que "dans certains pays membres, les partenaires de même sexe ne jouissent pas de tous les droits et protections accordés aux partenaires mariés de sexes opposés".

Une "pression morale" sur les Etats ?

Lors d'une réunion du conseil permanent de l'épiscopat italien, le cardinal Ruini, a jugé "légitime" le rejet des discriminations et des violences homophobes, mais il a repoussé l'idée d'une "équivalence des droits des personnes homosexuelles avec ceux des familles véritables et légitimes".

Bien que cette résolution n'ait pas de valeur contraignante pour les Etats, le prélat italien estime qu'elle viole le principe de "subsidiarité" et constitue une "pression morale" sur les Etats pour leur faire abandonner "les fondements mêmes de notre civilisation".
L'Eglise catholique s'oppose à la reconnaissance du mariage entre homosexuels et à toute autre forme d'union civile qui leur semblent contraire à la "loi naturelle" et porter atteinte à l'institution du mariage et de la famille.

"Décrédibiliser le Parlement européen"

Le 19 janvier, le secrétaire du conseil des conférences des évêques européens, Mgr Aldo Giordano, avait déjà déclaré que des décisions comme la résolution sur l'homophobie risquaient de "décrédibiliser le Parlement européen".
"Il devrait être clair que certains sujets, notamment ceux relatifs à la famille, ne sont pas de la compétence directe de l'Union européenne, mais de la compétence reconnue de chacune des nations", avait-il déclaré.
Italian La Chiesa Italiana non tifa per i partiti politici, ma per la famiglia e la vita umana
Jan 27, 2006
Il Cardinale Vicario di Roma Camillo Ruini ha indicato la “centralità della persona, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e il rispetto per la vita umana dal concepimento al suo termine naturale”, come temi centrali per le scelte degli elettori e per i futuri parlamentari.

ROMA, lunedì, 23 gennaio 2006 (ZENIT.org).- Sono stati questi alcuni dei passaggi chiave della prolusione svolta il 23 gennaio a Roma dal porporato, in apertura del Consiglio Episcopale Permanente della CEI, nella quale ha tenuto a precisare che in vista del prossimo appuntamento elettorale del 9 aprile i Vescovi italiani non intendono schierarsi con nessuno.

"Confermiamo in primo luogo quella linea di non coinvolgerci - ha detto il Presidente dell'episcopato italiano -, come Chiesa e quindi come clero e come organismi ecclesiali, in alcuna scelta di schieramento politico o di partito, linea che non è frutto di indifferenza o di disimpegno, ma di rispetto della legittima autonomia della politica e ancor prima della genuina natura e missione della Chiesa".

Secondo il Cardinale Ruini, con questo atteggiamento si intende “contribuire a quel rasserenamento del clima e a quella concordia sui valori e gli interessi fondamentali della nazione di cui si avverte acutamente il bisogno”.

Nello stesso tempo però, ha continuato il Presidente della CEI, “è nostro dovere riproporre, con rispetto e chiarezza, agli elettori e ai futuri eletti quei contenuti irrinunciabili, fondati sul primato e sulla centralità della persona umana, da articolare nel concreto dei rapporti sociali, e sul perseguimento del bene comune prima che di pur legittimi interessi particolari, che appartengono al patrimonio della dottrina sociale della Chiesa”.

A questo proposito il Cardinale ha ricordato le parole che il Pontefice Benedetto XVI ha rivolto il 12 gennaio scorso agli Amministratori della regione Lazio, del comune e della provincia di Roma, secondo cui non si tratta solo di “norme peculiari della morale cattolica”, bensì “verità elementari che riguardano la nostra comune umanità”.

Il Cardinale Vicario di Roma ha quindi sottolineato “Il rilievo crescente che vanno assumendo determinate problematiche antropologiche ed etiche anche in sede politica e legislativa".

A questo proposito, il porporato ha parlato della "tendenza diffusa in molti Paesi e ben presente anche in Italia, come mostrano svariati segnali, ad introdurre normative che, mentre non rispondono ad effettive esigenze sociali, comprometterebbero gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale”.

Su questi temi il Cardinale Ruini ha chiesto “un supplemento di attenzione” sia nelle “scelte degli elettori” che “nell’esercizio delle loro responsabilità da parte dei futuri parlamentari”.

Il Presidente della CEI ha spiegato che “richiamando a questa speciale attenzione, la Chiesa adempie alla sua vocazione di essere 'il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana'” (cfr. Gaudium et spes, 76)”.

Preoccupazioni sul non rispetto dei valori umani e cristiani, Ruini le ha sollevate anche in merito ad alcune decisioni del Parlamento Europeo.

Il Vicario di Roma ha indicato come “profondamente errata e gravida di conseguenze negative” la tendenza del Parlamento Europeo “a non rispettare il criterio della sussidiarietà e ad approvare risoluzioni che, sebbene non vincolanti per i singoli Paesi, costituiscono una spinta e una specie di pressione morale ad allontanarsi dai cardini stessi della nostra civiltà”

In particolare, il porporato ha criticato una risoluzione votata il 18 gennaio scorso dal Parlamento Europeo e che “respinge giustamente gli atteggiamenti di discriminazione, disprezzo e violenza contro le persone omosessuali, ma sollecita anche una equiparazione dei diritti delle coppie omosessuali con quelli delle vere e legittime famiglie” (cfr. ">Europarlamento: approvata una Risoluzione che mira ad imporre il riconoscimento delle coppie gay, ZENIT, 19 gennaio 2006).

“Conforta il fatto che gran parte degli europarlamentari italiani si è opposta a tale risoluzione”, ha concluso poi il Presidente della CEI.
Italian Discorso del Cardinale Ruini all’Inaugurazione dell’Università Europea di Roma
Jan 16, 2006
Pubblichiamo di seguito il discorso tenuto questo martedì dal Cardinale Vicario di Roma, Camillo Ruini, durante l’atto di inaugurazione dell’Università Europea di Roma, 10 gennaio 2006.

Desidero compiacermi con il Magnifico Rettore e con tutti i Responsabili di questa nuova Università, già articolata in tre Corsi di laurea, che inizia il suo cammino nella Città eterna. La Chiesa cattolica, e in particolare la Chiesa presente in Italia, guarda con grande attenzione ed interesse al mondo della cultura e della ricerca, come anche all’impegno nella formazione delle persone. Perciò il sorgere di una nuova struttura universitaria, che si richiama ai grandi principi della fede e della cultura d’ispirazione cristiana, è per noi un evento positivo e incoraggiante.

Sappiamo tutti che nell’odierno contesto culturale sono all’opera forti correnti che spingono nel senso della secolarizzazione, e anche della cristianizzazione, e che pertanto una ricerca e un insegnamento che si richiamino all’eredità cristiana, per inverarla e attualizzarla nel presente e nel futuro, devono affrontare una sfida non facile. Possiamo confidare però non soltanto nel grande patrimonio di verità e bellezza che ci viene dal nostro passato, ma anche nella luce dello Spirito Santo, che guida i passi della Chiesa, e nelle energie positive che il medesimo Spirito suscita sempre di nuovo, per rispondere ai compiti che man mano si profilano.

La mia presenza qui oggi vuol essere un segno della vicinanza della Chiesa di Roma e delle altre Chiese d’Italia: a loro nome esprimo l’augurio che la giovane pianta di questa Università, appena germogliata, possa crescere rapidamente e diventare un albero robusto e ricco di frutti di bene. Sono certo che essa si inserirà con forte spirito di comunione nella pastorale universitaria della Diocesi di Roma: contribuirà a questo fine anche la presenza e l’opera del Cappellano, già opportunamente nominato.

E’ stato ricordato che l’Università Europea di Roma ha una vocazione internazionale, che proviene anzitutto dal suo Ente promotore, la Congregazione dei Legionari di Cristo, che ha dato vita a una rete di Università in molte parti del mondo. La vocazione internazionale è naturale per il cattolicesimo, anche e specificamente in ambito universitario: la fede cristiana è infatti capace di incarnarsi nelle più diverse culture, per comunicare loro la propria linfa di verità e valorizzare quanto di vero, di buono e di bello in esse è contenuto. Così è accaduto finora nella storia e così deve accadere anche oggi.

Di fronte a quel distacco dal cristianesimo che si è purtroppo verificato in molti ambienti culturali europei, vorrei ripetere qui le parole assai impegnative, ma anche cariche di speranza, pronunciate a Subiaco dall’allora Cardinale Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione al Pontificato: “Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità.

Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”. Il mio fervido auspicio è che questa nuova Università contribuisca a formare un tale genere di uomini.

La dimensione internazionale è molto importante anche in rapporto all’attuale configurazione dell’Europa, al cui itinerario di unificazione stanno partecipando le istituzioni universitarie, secondo il ben noto “processo di Bologna”. Il compito di costruire una casa comune per le nuove generazioni esige responsabilità, collaborazione, coscienza dei valori da trasmettere: queste caratteristiche confidiamo possano essere fortemente presenti nella nuova Università che oggi inauguriamo.

Vorrei infine rivolgere un saluto particolare ai giovani che iniziano il loro cammino di studenti presso l’Università Europea di Roma. Cari giovani, questa è una fase particolarmente importante della vostra vita, una fase decisiva per la vostra maturazione. Dalla preparazione che acquisirete in questi anni dipende in buona misura il vostro futuro e anche quello di tante altre persone, a voi legate o che ora nemmeno conoscete. Siete chiamati pertanto ad investire nel modo migliore il tempo che avete a disposizione; a stabilire con i vostri docenti e formatori un dialogo personale, aperto e fiducioso; a consolidare i valori cristiani nella vostra vita, conoscendoli più profondamente e mettendoli in pratica; a contribuire lealmente alla creazione di una comunità accademica contrassegnata dall’amicizia e da rapporti sinceri, che possano durare e accompagnarvi nel cammino della vita; ad accrescere giorno per giorno la vostra maturità personale e capacità di giudizio critico. In futuro dovrete probabilmente svolgere ruoli significativi nella società italiana ed europea e vi sarà preziosa la preparazione acquisita negli anni degli studi universitari.

Sono certo che il Magnifico Rettore e tutti i Docenti e collaboratori profonderanno il massimo impegno per sostenere il vostro cammino e per corrispondere alla fiducia che voi e le vostre famiglie riponete oggi in questa giovane Università.

Auguri di cuore a tutti.
Italian La “vocazione internazionale”, elemento connaturato al cattolicesimo
Jan 16, 2006
Inaugurando questo martedì il I Anno Accademico dell’Università Europea di Roma (UER), il Cardinale Camillo Ruini, Vicario per la diocesi di Roma, ha affermato che il cattolicesimo ha una “vocazione internazionale” che lo rende valido per tutti i popoli.

ROMA, martedì, 10 gennaio 2005 (ZENIT.org).- La fede cristiana, infatti, è “capace di incarnarsi nelle più diverse culture, per comunicare loro la propria linfa di verità e valorizzare quanto di vero, di buono e di bello in esse è contenuto”, ha affermato il porporato dopo aver benedetto i presenti e le strutture e aver presieduto la dedica dell’auditorium a Giovanni Paolo II.

Se “la vocazione internazionale è naturale per il cattolicesimo”, ha osservato, ciò è vero “anche e specificamente in ambito universitario”.

“La Chiesa cattolica, e in particolare la Chiesa presente in Italia, guarda con grande attenzione ed interesse al mondo della cultura e della ricerca, come anche all’impegno nella formazione delle persone”, ha ricordato il Cardinale, spiegando che per questo motivo la nascita di una nuova Università “che si richiama ai grandi principi della fede e della cultura d’ispirazione cristiana” è un evento “positivo e incoraggiante”.

Constatando che “nell’odierno contesto culturale sono all’opera forti correnti che spingono nel senso della secolarizzazione, e anche della cristianizzazione”, il Cardinale Vicario di Roma ha osservato che “una ricerca e un insegnamento che si richiamino all’eredità cristiana, per inverarla e attualizzarla nel presente e nel futuro, devono affrontare una sfida non facile”.

Nonostante la difficoltà del compito, si può confidare “non soltanto nel grande patrimonio di verità e bellezza che ci viene dal nostro passato, ma anche nella luce dello Spirito Santo, che guida i passi della Chiesa, e nelle energie positive che il medesimo Spirito suscita sempre di nuovo, per rispondere ai compiti che man mano si profilano”.

“Di fronte a quel distacco dal cristianesimo che si è purtroppo verificato in molti ambienti culturali europei”, il Cardinal Ruini – che è anche Presidente della Conferenza Episcopale Italiana – ha quindi citato le parole “assai impegnative, ma anche cariche di speranza”, pronunciate a Subiaco dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione al Pontificato.

“Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo – affermava il futuro Benedetto XVI –. (…) Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”.

“Il mio fervido auspicio è che questa nuova Università contribuisca a formare un tale genere di uomini”, ha affermato il Cardinal Ruini, esprimendo il desiderio che “la giovane pianta di questa Università, appena germogliata, possa crescere rapidamente e diventare un albero robusto e ricco di frutti di bene”.

L’Università Europea di Roma è nata dall’impegno della Congregazione dei Legionari di Cristo, fondata nel 1941 in Messico da padre Marcial Maciel e che attualmente conta 23 Università in sei Paesi (Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti, Messico e Cile) e circa 300 centri di formazione.

Presentando l’Università, il Rettore, padre Paolo Scarafoni, L.C., ha sottolineato che “si tratta di un laboratorio che prepara alla vita concreta”, insegnando ad impegnarsi per cercare “il vero, il bello, il bene, al di fuori dei vantaggi immediati”.

Alla cerimonia di inaugurazione del I Anno Accademico della nuova Università erano presenti anche il Direttore Generale dei Legionari di Cristo, padre Álvaro Corcuera, che ha augurato all’UER un “lungo e fruttuoso cammino”, e numerose autorità.

Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha ricordato le tre parole che “sono insieme l’identità di questa Università e la finalità di questa iniziativa”: “laboratorio”, ovvero “piccolo cenacolo, non grande officina” – che “porta con sé quei valori della tradizione artigiana che fanno più forte la ricerca della verità” che è l’obiettivo dell’UER –, “comunità” e “cattolica”, vale a dire “ricerca disinteressata”.

“Noi consacriamo oggi una comunità di studio e di lavoro e le auguriamo un percorso luminoso”, ha affermato, auspicando che “parta da questo nuovo Ateneo romano un viaggio alla scoperta di una nuova Europa che noi vogliamo fortemente ancorata alle radici antiche”.

Richiamando queste radici, il Presidente del Senato, Marcello Pera, ha ricordato i due compiti di un’Università cristiana: la “consapevolezza del valore e del ruolo della civiltà cristiana” e la “determinazione a diffondere e a promuovere i principi e i valori della civiltà cristiana”.

Come Giovanni Paolo II “ha saputo tenere insieme l’identità e l’apertura”, infatti, così oggi bisogna unire “la curiosità e il valore”, ha affermato il Sindaco di Roma Walter Veltroni, ricordando che questo costituisce la grande sfida della nostra civiltà.

Gli interventi delle personalità presenti all’inaugurazione del I Anno Accademico dell’UER sono stati seguiti da un concerto della banda musicale dell’Arma dei Carabinieri, diretta dal Tenente Colonnello Massimo Martinelli.

Giovanni Paolo II ha benedetto l’Università Europea di Roma il 14 dicembre 2004 nella sua ultima apparizione nella Basilica vaticana in occasione dell’incontro con gli studenti universitari. Il 15 dicembre scorso, durante l’ultimo incontro con gli universitari, l’UER è stata presentata a Benedetto XVI.
English The Cardinal's Virtues
Dec 16, 2005
Camillo Cardinal Ruini is not shy about pushing Church doctrine onto the Italian political agenda

(TIME, December 4, 2005) Church and state rub shoulders in the Eternal City — two adjacent cultures with their own rhythms and pageantry. The crowd packing a conference room at Rome's Villa Aurelia last Friday morning — nearly all men, most in business suits — look like members of a political tribe. They greet each other with kisses on each cheek and chatter away as they await one of the most influential public figures in Italy, who is expected to deliver a key policy speech. At a few minutes after 10 a.m. the hubbub ceases, and all eyes turn to the man at the microphone. He begins to speak, calmly and quietly. Camillo Cardinal Ruini doesn't need to raise his voice to command attention. For some months now, Italian politicians, as well as his colleagues in the Church hierarchy, have been hanging on his words.

Last April's election of traditionalist Pope Benedict XVI boosted the standing of conservatives like Ruini, 74. The Cardinal, the head of the Italian Bishops' Conference, also serves as the Vicar of Rome, charged with standing in for the Pope in many of his duties as official Bishop of Rome. In that role, Ruini forged close relationships with Pope John Paul II and with his successor, then Joseph Cardinal Ratzinger, another top official in the Roman Curia. Vatican insiders say Ruini's support for Ratzinger in the conclave was crucial to his election. The Pope has since praised Ruini repeatedly for his aggressive — and effective — defense of Roman Catholic values in Italy's public sphere. A lanky figure with a tendency to slouch, Ruini can seem dour at times. But when it's time to work a room and press the flesh of the faithful, he knows how to crack a smile.

Over the past six months, Ruini has skillfully used the political stage to steer the Italian public closer to the Church's teachings. In 1974 and 1981, Italian citizens voted in referendums to legalize divorce and abortion respectively. But in June, the public failed to ratify a proposal that would have overturned Italy's restrictive laws on assisted fertility and stem-cell research. Politicians of all stripes acknowledge Ruini as the architect of that victory, thanks to a strategy that simply called for Italians to stay home. The measure attracted a voter turnout of 25.9%, far below the 50% required for a binding result.

And he hasn't stopped there. Buoyed by the outcome, Ruini has used lectures, homilies and rare interviews to help squash talk of Italy following Spain's lead on gay marriage, has challenged the use of the abortion pill RU486, and has called on the state to use pro-life counselors to speak with women considering an abortion. "Cardinal Ruini has immense political capacity," says one well-placed Catholic observer. "He knows you can't just talk about the sacraments. You need to use secular language. And you also need to know when to say nothing."

The last of these skills isn't much in evidence these days. Ruini's latest speech capped a week of almost constant headlines generated by earlier calls to restrict abortion, and warnings against intermarriage between Catholics and Muslims. On Friday, after defending the state's fundamental role in Italian society, he spoke up for the first time in favor of "intelligent design," the controversial theory popular with some U.S. conservatives that says evolution alone cannot explain the existence of the natural world. The Cardinal insists that he is just voicing the Church's teachings, as he has always done. But nowadays his message is attracting an ever more powerful congregation.

That's possible because the relationship between Church and state has been in flux for well over a decade. In postwar Italy, the Christian Democrats held or shared power in every government until 1992. But despite its leaders' intimate ties to the Vatican hierarchy, the party continued to stress the secular nature of politics. Its collapse after a bribery scandal in the early 1990s created a diaspora of former Christian Democrats into rival parties, and fierce competition among erstwhile colleagues. Each sought to demonstrate greater fidelity to the Church and better connections to the Holy See. "There was a whole political class of orphans, and Ruini was skillful in realizing that he could see which would offer more [help in pushing Catholic values]," says Edmondo Berselli, editor of the political journal Il Mulino. This "created something akin to a ratings agency for politicians' positions on moral values issues." Emma Bonino, a leader of the Radical Party, which led successful referendum battles to legalize divorce and abortion, is one of the few high-ups who aggressively challenges Ruini. "It has never been this bad, where their influence is so extensive and leveraged publicly on such a daily basis," she says of the Church hierarchy. "In the past, no matter what the debate, it was politicians on the front line, not the bishops."

Ruini's defenders say he has every right to seek to influence government policy. Francesco Rutelli, leader of the the centrist opposition Margherita party, used to be a Radical Party ally of Bonino, but rediscovered his Catholic faith while serving as mayor of Rome in the 1990s. He angered many of his center-left allies by backing Ruini's boycott of the assisted fertility referendum. Rutelli told Time that Italy remains a strongly secular state, but that it is "fully legitimate" that the bishops take public stances.

Italian Minister of Culture Rocco Buttiglione had his own battle over Church–state issues last year. His nomination as a European Commissioner was torpedoed after he defended Catholic teaching on abortion and homosexuals in his confirmation hearings in Strasbourg. Buttiglione, who has known Ruini for more than 30 years, says he is "very irritating for the intellectual establishment because he doesn't have an inferiority complex about his Catholic values. He says quite clearly what he thinks ... that what the Church does in Italy is positive for the country, that religion offers important values you need in public life." Buttiglione adds that the Cardinal has a talent for communicating with his countryfolk. "Cardinal Ruini is deeply, deeply Italian," he says.

That's a talent that will be in even greater demand in the run-up to April elections, when Italian voters will decide whether to reinstall Prime Minister Silvio Berlusconi for another five years or to oust him in favor of former European Commission President Romano Prodi. Thirty-six years ago, a young priest officiated at the wedding of a fresh-faced economics professor, who, like the priest, came from a region near Bologna. The priest and the professor, Ruini and Prodi, have weathered the years; their early rapport may have endured less well. Prodi ignored the Cardinal's call to boycott the June referendum, saying he was "a grown-up Catholic and I'm going to vote." But Prodi has since been more careful. As Italians are learning, the Cardinal wields enough influence to preside not only over marriages, but over the funerals of political hopes.
Italian Il cardinale Ruini e gli scenari inquietanti della scienza
Dec 15, 2005
Il Vaticano mette in guardia contro "gli inquietanti scenari sulla produzione di esseri umani da usare come cavie o sulla clonazione", aperti dallo sviluppo di nuove capacita' tecnologiche che andrebbero "ben al di la' del legittimo aiuto della procreazione umana".

(staminali.aduc.it, 9 Dicembre 2005) Questo il monito del cardinale vicario Camillo Ruini, pronunciato lo scorso 26 novembre nella giornata di chiusura del congresso internazionale "Scienza ed etica per una procreazione responsabile", svoltosi all'Universita' Cattolica di Roma.

"E' in via di ultimazione la mappatura del genoma umano che certamente rappresenta una grande acquisizione con conseguenze di estremo interesse per il futuro dell'uomo, ma proprio ora sembra che si stia smarrendo la mappa dell'esistere umano, che si stiano perdendo le coordinate della dignita' e del destino della vita umana".

"Conoscere di piu' l'uomo dal punto di vista scientifico non equivale automaticamente a saperne di piu' sul valore e sul senso della sua esistenza, anzi, la molteplicita' degli approcci con la tendenza ad assolutizzare il punto di vista di ciascuno di essi puo' far perdere di vista cio' che e' essenziale". Da qui la condanna al "dominio sui processi generativi, frutto di nuove capacita' tecnologiche, andando ben al di la' del legittimo aiuto alla procreazione umana, apre inquietanti scenari sulla produzione di esseri umani da usare come cavie o sulla clonazione".

Un rinnovato appello va dunque agli "uomini di scienza responsabili della cosa pubblica, alla necessita' di non disgiungere mai una riflessione sull'uomo e sulla sua dignita' dalle delicate scelte che si stanno compiendo nel campo della ricerca scientifica, in particolare per quanto concerne le tecniche di riproduzione".

Un appello anche sul versante educativo e informativo, rivolto all'"opera dei consultori e dei centri specializzati" per quanto riguarda il settore della fertilita' naturale. "Confidiamo in una maggiore attenzione da parte delle facolta' di Medicina e delle altre strutture dove si formano gli operatori sanitari soprattutto in ambito ginecologico. Piu' ampiamente la conoscenza dei processi biologici che regolano la sessualita', strettamente connessi con le dimensioni emotiva e intellettiva nonche' spirituale dell'essere umano, porta ad una maggiore consapevolezza del valore della persona e delle responsabilita' cui e' chiamata".

"La cosa davvero inquietante e' che si vogliano proibire terapie ed imporre sofferenze", cosi' Daniele Capezzone, della segreteria della Rosa nel pugno. "Prosegue anche nelle parole del cardinale Ruini, una campagna di mistificazione volta a confondere 'clonazione riproduttiva' (che nessuno vuole, ovviamente) e clonazione terapeutica, che servirebbe invece a ridare una speranza di vita e di guarigione a milioni di malati". "Siamo in una fase spettacolare della storia umana: tra uno, due o cinque anni, in Corea del Sud o negli Usa, attraverso le staminali adulte o quelle embrionali o attraverso gli studi sul genoma umano, assisteremo a guarigioni straordinarie. Cosa ci diranno, allora, politici e ayatollah nostrani: forse di non curarci, di non avvalerci di quei rimedi?".

"Questa volta l'allarme del cardinal Ruini sui rischi delle manipolazioni genetiche e della clonazione merita un'attenzione non strumentale da parte della politica": lo afferma il coordinatore politico dei Verdi Paolo Cento. "La sola possibilita' che la clonazione umana possa produrre delle cavie per gli esperimenti genetici conferma la necessita' su questo punto di una legislazione nazionale ed internazionale rigorosa e senza equivoci capace di mettere al riparo ogni essere vivente da questa sottomissione dalla logica delle multinazionali e del profitto. Su questi temi e' assai utile che saltino gli steccati e le divisioni e anche il mondo laico si interroghi per dare un contributo positivo a questa riflessione".
Italian Il matrimonio, espressione del dono reciproco d’amore e non “frutto di convenzioni”
Dec 04, 2005
In un intervento tenuto sabato 26 novembre, il Cardinale Vicario Camillo Ruini ha ribadito il valore del matrimonio come espressione dell’esperienza unitiva e del dono reciproco d’amore di un uomo e una donna, contro la tendenza attuale a fare di esso il “frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili”.

ROMA, lunedì, 28 novembre 2005 (ZENIT.org).- Queste le parole pronunciate dal porporato nel corso del Convegno Internazionale, tenutosi a Roma, presso la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nel contesto della serie di eventi organizzati per il centenario del matrimonio dei Beati coniugi Beltrame Quattrocchi (25 novembre).

All’incontro aperto alle coppie di Roma e del Lazio, erano presenti anche i coniugi John ed Evelyn Billings, ideatori e promotori del metodo per la regolazione naturale della fertilità, conosciuto in tutto il mondo come “Metodo Billings”, insigniti il 24 novembre della Laurea “honoris causa” in Medicina e Chirurgia dalla Facoltà di Medicina di Tor Vergata.

“L’uomo non può vivere senza amore – ha spiegato il Vicario di Roma – la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente”.

Richiamando gli insegnamenti di Giovanni Paolo II, il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha poi affermato che “l’amore trova la sua originaria e privilegiata applicazione proprio nella famiglia” perché “la famiglia, fondata e vivificata dall’amore, è una comunità di persone: dell’uomo e della donna sposi, dei genitori e dei figli, dei parenti”.

A tale proposito Giovanni Paolo II aveva scritto nella Lettera alle donne (n. 7): “Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno”.

Nel corso della sua relazione il Cardinale Ruini ha sottolineato che “il valore irriducibile e i significati dell’essere uomo e donna” sono la risposta della Chiesa a “quella deriva culturale che tende sempre più a relativizzare e svalutare gli elementi costitutivi dell’amore umano”.

Successivamente, il porporato ha criticato la tendenza attuale a mettere “in discussione il senso della ‘unidualità’ uomo-donna: esso appare minato dal diffondersi di una visione che riduce la differenza sessuale a fattore culturale e di costume”.

“C’è inoltre una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio – ha constatato Ruini – assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili”.

Nel contesto della vita sociale, tra gli esiti più pericolosi e dalle conseguenze difficilmente prevedibili, secondo il Presidente della CEI, è da annoverare “la perdita di centralità della famiglia in quanto tale e dei valori tipicamente familiari, sia per la cronica assenza di strutturali e organiche politiche familiari sia per il sostanziale modellarsi dell’organizzazione e dei servizi sociali più sugli individui che sui nuclei familiari”.

Il Cardinale Ruini ha quindi ricordato le parole del Pontefice Benedetto XVI che, rivolgendosi ai Vescovi italiani in occasione dell’Assemblea Generale della CEI, il 30 maggio scorso, aveva rilevato come “anche in Italia la famiglia è esposta, nell'attuale clima culturale, a molti rischi e minacce che tutti conosciamo”.

“Alla fragilità e instabilità interna di molte unioni coniugali – aveva detto allora il Santo Padre – si assomma infatti la tendenza, diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio”.

Il Cardinale Vicario di Roma ha quindi ricordato l’esortazione del Pontefice ad impegnarci sempre più nel “difendere la sacralità della vita umana e il valore dell'istituto matrimoniale, ma anche nel promuovere il ruolo della famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che sostengano le giovani famiglie nella generazione ed educazione dei figli”.

“L’amore che l’uomo e la donna si promettono nel matrimonio comporta una condivisione totale di tutte le dimensioni dell’essere umano: abbraccia la componente corporea e sessuale; investe la sfera dei sentimenti e delle emozioni; comporta la condivisione responsabile di un progetto di vita costruito insieme”, ha aggiunto Ruini.

Il Presidente della CEI ha quindi concluso invitando a guardare alla“percezione della propria corporeità, e in particolare della sessualità, non come un’appendice esterna, di cui si può disporre in modo indiscriminato, ma come l’espressione del proprio essere, o meglio ancora come la manifestazione della propria identità personale”.

E’ questo, ha spiegato, “il dato antropologico basilare da cui partire per costruire una relazione di coppia che sia veramente espressione del dono sincero e totale di sé e rimanga aperta all’accoglienza della vita”.
Italian Relazione all’Incontro delle coppie e delle famiglie di Roma e del Lazio
Dec 04, 2005
In occasione del centenario del matrimonio (25 novembre 2005) dei Beati coniugi Beltrame Quattrocchi, l’Ufficio per la Pastorale Familiare del Vicariato ha organizzato un Convegno internazionale sul tema: “Scienza ed etica per una procreazione responsabile”.

Sabato 26 novembre, il Convegno, tenutosi presso l’Auditorium della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica e aperto alle coppie di Roma e del Lazio, ha visto la partecipazione del Cardinale Vicario Camillo Ruini, intervenuto sul tema: “L’amore umano e il dono della vita”. Pubblichiamo di seguito il testo integrale della sua relazione.

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L’amore umano e il dono della vita

1. L’amore umano: un bene da riscoprire, custodire e far crescere

Saluto tutti cordialmente ed esprimo particolare gratitudine a chi ha promosso questo incontro che si inserisce nelle celebrazioni per i dieci anni dell’Enciclica di Giovanni Paolo II Evangelium vitae e per il centenario delle nozze dei coniugi Beltrame Quattrocchi (25 novembre 1905), beatificati nel 2001 per il cammino di santità maturato nel contesto della loro vita familiare. Vorrei iniziare la nostra riflessione a partire da questa Enciclica, che ha il merito di aver evidenziato la rilevanza dei temi connessi con la vita umana e l’amore coniugale e, ancor più, di aver precisato che questi temi sono al centro dell’annuncio evangelico e appartengono al nucleo sorgivo ed essenziale della missione della Chiesa.

L’Enciclica ci ricorda che “è necessario far giungere il Vangelo della vita al cuore di ogni uomo e donna e immetterlo nelle pieghe più recondite dell’intera società”. E prosegue enunciandone i contenuti: “Esso è annuncio di un Dio vivo e vicino, che ci chiama a una profonda comunione con sé e ci apre alla speranza certa della vita eterna; è affermazione dell’inscindibile legame che intercorre tra la persona, la sua vita e la sua corporeità; è presentazione della vita umana come vita di relazione, dono di Dio, frutto e segno del suo amore; è proclamazione dello straordinario rapporto di Gesù con ciascun uomo, che consente di riconoscere in ogni volto umano il volto di Cristo; è indicazione del «dono sincero di sé» quale compito e luogo di realizzazione piena della propria libertà” (nn. 80-81).

È interessante notare che in questo denso passaggio dell’Evangelium vitae, su cui avremo modo di ritornare, riecheggia uno dei capisaldi del Concilio Vaticano II, della cui conclusione celebriamo proprio in questi giorni i quarant’anni. Al centro della Costituzione pastorale Gaudium et spes, in cui si affrontano i nodi e le sfide del tempo presente per la missione della Chiesa nel mondo, troviamo infatti un’interessante riflessione che individua come criterio centrale di discernimento il fatto che l’uomo non possa comprendersi e ritrovarsi se non nel “dono sincero di sé”. Il testo conciliare, al n. 24, ci dice infatti che il Signore “mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nella carità. Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”. È certamente questa la chiave di lettura da cui dobbiamo partire per capire fino a che punto attorno alle questioni dell’amore umano e della vita si concentrino oggi sfide grandi e decisive per l’intera umanità.

Al di là e prima di ogni possibile sviluppo economico, culturale, scientifico e tecnologico il futuro dell’uomo è legato cioè alla sua capacità di riscoprire, custodire e far crescere il bene primario e irrinunciabile dell’amore umano. Attraverso questa esperienza infatti l’uomo realizza pienamente se stesso e nello stesso tempo percorre una delle principali vie di accesso al mistero ultimo del suo esistere, ossia al mistero stesso di Dio. È paradossale, ma nello stesso tempo assai indicativo, che proprio quando più forte è diventata la capacità tecnico-scientifica di intervenire sull’essere umano, l’uomo rischia di perdere di vista il senso e il valore della propria vita. È in via di ultimazione la mappatura del genoma umano, che certamente rappresenta una grande acquisizione, con conseguenze di estremo interesse per il futuro dell’uomo, ma proprio ora sembra che si stia smarrendo la mappa dell’esistere umano, che si stiano perdendo le coordinate della dignità e del destino della vita umana. Conoscere di più l’uomo dal punto di vista scientifico non equivale automaticamente a saperne di più sul valore e sul senso della sua esistenza, anzi, la molteplicità degli approcci, con la tendenza ad assolutizzare il punto di vista di ciascuno di essi, può far perdere di vista ciò che è essenziale.

Proprio in quegli ambiti che vengono indicati come fattori di sviluppo e di liberazione si evidenziano gli elementi di maggiore “criticità antropologica”: la cosiddetta “liberazione sessuale” non ha certo conferito una maggiore dignità all’amore tra uomo e donna, che anzi appare sempre più ferito e segnato da profonde lacerazioni; il dominio sui processi generativi, frutto di nuove capacità tecnologiche, andando ben al di là del legittimo aiuto alla procreazione umana, apre inquietanti scenari sulla produzione di essere umani da usare come cavie o sulla clonazione; o ancora, in termini più ampi, sul versante sociale, sembra incrinarsi la solidarietà generazionale, con la crisi demografica e la tendenza a ripiegarsi sul presente anziché operare per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni.

Le accresciute capacità di intervento dell’uomo sul mondo e su noi stessi richiedono invece una maggiore capacità di discernimento e di esercizio della responsabilità. L’umanità oggi dispone di straordinarie opportunità e ogni essere umano, almeno nei paesi sviluppati, può coltivare una molteplicità di interessi e ha davanti a sé numerose possibilità di scelta, ma in questo sviluppo si è insinuato un pericoloso virus, quello dell’autoreferenzialità, dell’esaltazione delle esigenze, dei bisogni, o dei diritti individuali. È un processo che sta conducendo l’uomo contemporaneo verso una china pericolosa, che ha come principale indicatore la difficoltà a riconoscere e vivere l’esperienza fondamentale dell’amore in tutte le sue dimensioni: coniugale, genitoriale, filiale, solidale ... . Ovviamente una tale deriva individualista non è da confondere con la sana soggettività, che è invece una grande acquisizione positiva della modernità.

All’inizio del suo Pontificato Giovanni Paolo II ha voluto affrontare in modo esplicito e diretto questo “dramma” del nostro tempo ricordando che è centrale e imprescindibile per la dignità e la felicità dell’uomo, in ogni epoca e in ogni situazione, amare sinceramente e sentirsi veramente amati. Scriveva infatti nella sua prima Enciclica Redemptor hominis: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (n. 10) e nella Familiaris consortio precisava che “quanto ho scritto nell’Enciclica Redemptor hominis trova la sua originaria e privilegiata applicazione proprio nella famiglia come tale” perché “la famiglia, fondata e vivificata dall’amore, è una comunità di persone: dell’uomo e della donna sposi, dei genitori e dei figli, dei parenti. Suo primo compito è di vivere fedelmente la realtà della comunione nell’impegno costante di sviluppare un’autentica comunità di persone. Il principio interiore, la forza permanente e la meta ultima di tale compito è l’amore” (n. 18).

Un notevole contributo alla comprensione del significato e della specificità dell’amore coniugale è venuto dal progressivo dispiegarsi del Magistero di Giovanni Paolo II che, a partire dai sei cicli di catechesi sull’amore umano agli inizi degli anni ottanta, passando per la Lettera apostolica Mulieris dignitatem (1988), la Lettera alle famiglie (1994) e la Lettera alle donne (1995), e attraverso gli innumerevoli discorsi su queste tematiche, soprattutto in occasione delle Giornate Mondiali della famiglia, ha offerto un orizzonte di grande vastità e profondità, che solo con il passar del tempo potremo gustare in tutta la sua ricchezza e forza profetica. Dobbiamo essergli particolarmente grati e riconoscenti per aver sviluppato e ampiamente diffuso quell’ “antropologia adeguata” che ci permette oggi di comprendere meglio, nei suoi diversi risvolti, i significati della complementarietà e della reciprocità che qualificano il rapporto d’amore tra l’uomo e la donna.

Mi permetto di richiamare due aspetti in particolare. Sul versante teologico sembra quanto mai significativo il riferimento, che ritorna in numerosi documenti e discorsi, alla radice trinitaria e alla forma cristologico-ecclesiale della realtà familiare. Cito solo un passaggio molto suggestivo della Lettera alle famiglie: “Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il Noi divino costituisce il modello eterno del noi umano; di quel noi innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina. Le parole del Libro della Genesi contengono quella verità sull’uomo a cui corrisponde l’esperienza stessa dell’umanità. L’uomo è creato sin dal principio come maschio e femmina: la vita dell’umana collettività – delle piccole comunità come dell’intera società – porta il segno di questa dualità originaria. Da essa derivano la mascolinità e la femminilità dei singoli individui, così come da essa ogni comunità attinge la propria caratteristica ricchezza nel reciproco completamento delle persone” (n. 7).

Sul versante filosofico non meno importante è la sottolineatura che l’essere umano sussiste sempre e solo come uomo o come donna, specificità entro cui si iscrive la vocazione all’amore: ciò costituisce una chiave fondamentale, di natura ontologica, per sviluppare una moderna e autentica antropologia. Così Giovanni Paolo II scriveva nella Lettera alle donne: “Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno” (n. 7). Questo riproporre, in termini sostanzialmente nuovi e maggiormente elaborati, il valore irriducibile e i significati dell’essere uomo e donna è la risposta più pertinente ed efficace che la Chiesa possa dare a quella deriva culturale che tende sempre più a relativizzare e svalutare gli elementi costitutivi dell’amore umano.

È in discussione infatti, in primo luogo, il senso della “unidualità” uomo-donna: esso appare minato dal diffondersi di una visione che riduce la differenza sessuale a fattore culturale e di costume. C’è inoltre una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili. Infine, nel contesto della vita sociale, tra gli esiti più pericolosi e dalle conseguenze difficilmente prevedibili è da annoverare la perdita di centralità della famiglia in quanto tale e dei valori tipicamente familiari, sia per la cronica assenza di strutturali e organiche politiche familiari sia per il sostanziale modellarsi dell’organizzazione e dei servizi sociali più sugli individui che sui nuclei familiari.

Di questa situazione è ben consapevole Benedetto XVI che, rivolgendosi ai Vescovi italiani in occasione dell’Assemblea Generale della CEI, il 30 maggio scorso, rilevava come “anche in Italia la famiglia è esposta, nell'attuale clima culturale, a molti rischi e minacce che tutti conosciamo. Alla fragilità e instabilità interna di molte unioni coniugali si assomma infatti la tendenza, diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio. Proprio l’Italia poi è una della nazioni in cui la scarsità delle nascite è più grave e persistente, con conseguenze già pesanti sull'intero corpo sociale”.

Il Papa ci esortava pertanto ad impegnarci sempre più nel “difendere la sacralità della vita umana e il valore dell'istituto matrimoniale, ma anche nel promuovere il ruolo della famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che sostengano le giovani famiglie nella generazione ed educazione dei figli”.

2. Amore e vita espressioni dell’unico dono reciproco

La riflessione sull’amore umano che si realizza nell’esperienza del matrimonio e della famiglia, per essere completa, non può non includere la dimensione generativa e la missione educativa dei genitori. I due aspetti dell’amore umano, cioè l’unione dell’uomo e della donna e la capacità generativa, sono i due volti non separabili del medesimo dono reciproco. L’amore che l’uomo e la donna si promettono nel matrimonio comporta una condivisione totale di tutte le dimensioni dell’essere umano: abbraccia la componente corporea e sessuale; investe la sfera dei sentimenti e delle emozioni; comporta la condivisione responsabile di un progetto di vita costruito insieme. Per chi matura tale scelta nel contesto dell’esperienza di fede si tratta di una condivisione anche spirituale che nasce dalla vocazione a seguire il Signore nell’amore sponsale, per dare vita ad una famiglia che, come “chiesa domestica”, è componente fondamentale del popolo di Dio ed è chiamata ad essere protagonista della missione evangelizzatrice.

È utile soffermarsi brevemente su un aspetto che già Paolo VI nell’ Enciclica Humanae vitae, e successivamente Giovanni Paolo II con numerosi interventi, hanno evidenziato nella sua grande rilevanza morale, a partire però da una considerazione eminentemente antropologica: mi riferisco all’inscindibile valenza unitiva e procreativa dell’atto sessuale. Paolo VI ha affermato il principio morale a partire dai fondamenti antropologici della sessualità umana, facendo emergere i contenuti e le forme autentiche dell’amore coniugale, intrinsecamente aperto alla procreazione. Quella che ad alcuni è apparsa come un’applicazione di principi morali estrinseci, è in realtà la visione più adeguata e pertinente dei valori della sessualità e della procreazione umana. La medesima questione si ripropone con maggiore evidenza in ordine all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, dove la scissione tra la dimensione unitiva della coppia e la generazione della vita appare scontata.

Per questo la Chiesa non si stanca di richiamare tutti, e in particolare gli uomini di scienza e i responsabili della cosa pubblica, alla necessità di non disgiungere mai la riflessione sull’uomo e sulla sua dignità dalle delicate scelte che si stanno compiendo nel campo della ricerca scientifica, in particolare per quanto concerne le tecniche di riproduzione. Abbiamo accennato ad alcune problematiche che sono sfaccettature dell’unica e fondamentale questione del rapporto della persona con se stessa e la sua corporeità. Dal rapporto con la propria corporeità prendono forma anche le relazioni con gli altri e le scelte affettive. La percezione della propria corporeità, e in particolare della sessualità, non come un’appendice esterna, di cui si può disporre in modo indiscriminato, ma come l’espressione del proprio essere, o meglio ancora come la manifestazione della propria identità personale, è il dato antropologico basilare da cui partire per costruire una relazione di coppia che sia veramente espressione del dono sincero e totale di sé e rimanga aperta all’accoglienza della vita. Il dibattito su questi temi deve farsi ampio e diffuso, uscendo dall’ambito strettamente tecnico-scientifico per diventare oggetto di riflessione condivisa, in ordine alle scelte che le persone e le comunità devono poter fare avendo una chiara e onesta informazione.

Ci sono in questa direzione segnali positivi che dobbiamo saper cogliere e che ci incoraggiano a proseguire sulla strada del servizio all’uomo e alla sua dignità: servizio che da sempre si esprime negli ambiti della solidarietà e della vicinanza ai più poveri, dell’educazione come della cura della salute, ma che oggi prende anche la forma di un lavoro culturale per formare le coscienze e sviluppare un dialogo serrato sulle questioni che toccano la famiglia e la dignità della vita umana.

Sì, la sfida è primariamente culturale, in un duplice senso: da una parte, di confronto con chi opera a livello scientifico, politico, economico e orienta l’opinione pubblica; dall’altra parte, di un impegno capillare per dare a tutti gli strumenti di un discernimento che deve essere compiuto a partire dalla centralità dell’uomo e dal suo inviolabile diritto alla vita, dal concepimento al termine naturale.
Di grande utilità, in questo contesto, è stato il lavoro avviato dalla Chiesa italiana dieci anni fa, a partire dal Convegno ecclesiale di Palermo, nell’ottica del “progetto culturale”; progetto che ha trovato nella questione antropologica il suo fulcro e, in ultima analisi, la sua principale ragion d’essere.

Il rapporto mente-corpo, le diverse questioni bioetiche, il nesso tra antropologia e promozione del bene comune sono stati i temi che hanno guidato la ricerca, le riflessioni e le iniziative del progetto culturale cristianamente ispirato e che hanno avuto, e potranno sempre più avere, importanti ricadute, dirette e indirette, sulle questioni più scottanti che toccano oggi la famiglia e la vita umana. Da più parti, e non solo in Italia, si riconosce oggi la lungimiranza e l’efficacia di questa iniziativa della Chiesa italiana, che ha visto progressivamente allargarsi l’interesse e le collaborazioni.

È di questi giorni un importante riconoscimento sul versante accademico, che premia il rigore scientifico e la dedizione dei Professori John ed Evelyn Billings, che hanno contribuito in modo eminente con le loro ricerche sulla fertilità umana non solo ad ottenere importanti conoscenze scientifiche, ma anche ad individuare meglio le condizioni attraverso cui l’uomo e la donna possono vivere in modo pienamente responsabile e autenticamente libero gli aspetti unitivo e procreativo della sessualità umana. Che questo riconoscimento sia conferito oggi da un’importante istituzione universitaria pubblica conferma la rilevanza scientifica, e quindi antropologica, degli studi condotti dai Professori Billings e la fondatezza di quanto la Chiesa insegna in questo ambito.

Tale riconoscimento costituisce un ulteriore incentivo per attuare quanto sollecitato da Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Familiaris consortio riguardo alla conoscenza dei ritmi di fertilità: “Bisogna far di tutto perché una simile conoscenza sia resa accessibile a tutti i coniugi, e prima ancora alle persone giovani, mediante un’informazione e un’educazione chiare, tempestive e serie, ad opera di coppie, di medici e di esperti” (n. 32).

Auspichiamo pertanto in questo settore un rinnovato impegno pastorale delle comunità cristiane, oltre che l’opera dei consultori e dei centri specializzati, e confidiamo in una maggiore attenzione da parte delle Facoltà di medicina e delle altre strutture dove si formano gli operatori sanitari, soprattutto in ambito ginecologico. Più ampiamente, la conoscenza dei processi biologici che regolano la sessualità, strettamente connessi con le dimensioni emotiva e intellettiva nonché spirituale dell’essere umano, porta ad una maggiore consapevolezza del valore della persona e delle responsabilità a cui è chiamata.

3. Un mistero da vivere con sapienza e responsabilità

Le tematiche dell’amore umano e della vita, all’interno del quadro antropologico su cui ci siamo soffermati, ricevono luce più penetrante dalla fede e costituiscono aspetti importanti della Rivelazione e del Magistero della Chiesa. Ciò che è chiaro già per la ragione può essere infatti meglio compreso nel contesto del progetto salvifico di Dio. La ragione, come è stato ampiamente illustrato da Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio (cfr nn. 36-48), non viene sminuita o esautorata dalla fede, piuttosto viene illuminata ed aiutata a comprendere fino in fondo le verità iscritte nelle realtà create. In particolare la fede può aiutare la ragione a comprendere meglio l’altissima dignità dell’essere umano, maschio e femmina, fatto ad immagine e somiglianza di Dio perché possa partecipare al suo mistero di comunione e di fecondità. Si comprendono così l’appello di San Paolo: “Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1Cor 6, 20) e la ragione per cui il corpo umano, con i suoi caratteri di mascolinità o femminilità, rappresenti una via fondamentale per conoscere la verità sull’uomo e fondare correttamente la legge morale, come ampiamente illustrato nell’Enciclica Veritatis splendor (nn. 46-50). Promuovendo i valori della famiglia e della vita promuoviamo, oltre al vero bene dell’uomo, anche la riconoscibilità di Dio e del suo progetto di amore agli occhi dell’uomo contemporaneo. Infatti, se viene stravolto il senso dell’amore umano, viene inesorabilmente oscurata la Signoria di Dio e la sua gloria non si manifesta più nell’uomo vivente.

Quale immagine di uomo avremo? E’ la domanda inquietante che si poneva pochi giorni prima di diventare Papa il Card. Ratzinger nella fondamentale relazione tenuta a Subiaco sull’Europa nella crisi delle culture: “Egli [l’uomo] ha scandagliato i recessi dell’essere, ha decifrato le componenti dell’essere umano, e ora è in grado, per così dire, di costruire da sé l’uomo, che così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto del nostro agire, prodotto che, pertanto, può anche essere selezionato secondo le esigenze da noi stessi fissate. Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo?”.

È questo il dato che introduce nuove e inesplorate questioni. Se fino ad oggi abbiamo sperimentato i pericoli derivati dalle ideologie politiche ora siamo di fronte a quello che nasce non da un’idea errata elevata a sistema ma da una manipolazione dell’uomo stesso fatta in nome della libertà e del progresso, con il possibile esito di cancellare ogni reale libertà e di perdere di vista la fonte della dignità umana. In questa grande sfida ci assiste e ci accompagna con saggezza il Magistero della Chiesa, che tanto ha fatto e sta facendo per aiutare il popolo di Dio e l’intera umanità ad operare un attento discernimento su questioni che possono apparire, per certi aspetti, lontane dalle preoccupazioni quotidiane, mentre di fatto costituiscono decisivi banchi di prova del presente e del futuro dell’umanità.

Per affrontare con lucidità e vigore il confronto cu
Italian Pacs: La famiglia è un principio stabilito dalla Costituzione
Dec 04, 2005
«Credo sia molto pericoloso confondere il concetto di convivenza con il concetto di famiglia». Il cardinale Ruini ribadisce la differenza tra convivenza e matrimonio.

(Dalla Gazzetta del Mezzogiorno, 26/11/2005) «Credo sia molto pericoloso confondere il concetto di convivenza con il concetto di famiglia. La famiglia è uno status, è un principio stabilito dalla Costituzione. Abbiamo una condizione molto particolare in Europa, dove vi sono regimi giuridici profondamente diversi. Non vi sarà mai uno status europeo matrimoniale né un principio europeo sul matrimonio». Lo ha detto il vicepresidente della Commissione europea e commissario responsabile di Giustizia libertà e sicurezza, Franco Frattini, a margine di un convegno su «Immigrazione e sviluppo», commentando il dibattito in corso sui Pacs rilanciato in giornata dal cardinale Camillo Ruini.

Di fronte tentativo di equiparare le coppie di fatto alle famiglie fondate sul matrimonio, i cattolici debbono «impegnarsi sempre di più nel difendere la sacralità della vita umana ed il valore dell’istituto matrimoniale, ma anche nel promuovere il ruolo della famiglia, chiedendo misure economiche e legislative che sostengano le giovani famiglie nella generazione ed educazione dei figli». A chiederlo sono insieme il Papa e i vescovi, ha detto Ruini, intervenendo al congresso internazionale sulla procreazione responsabile, in corso all’Università Cattolica di Roma.

Secondo il presidente della Cei, «c’è una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili». Questo processo che si è innescato, e che potrebbe portare al varo dei cosidetti Pacs, scaturisce per il porporato da ‘un pericoloso virus’ che si è insinuato nello sviluppo della società: quello dell’autoreferenzialità, dell’esaltazione delle esigenze, deibisogni o dei diritti individuali».

«I diritti individuali delle persone - ha continuato Frattini - vanno ovviamente rispettati. Non posso neanche pensare di discriminare i gay, in quanto tali, nell’accesso al lavoro e nei loro diritti personali. Ma certo, quando si parla di adozione, qui le cose cambiano».

Il portavoce del Vaticano ha accennato inoltre al tema della procreazione assistita: «Conoscere di più l’uomo dal punto di vista scientifico - ha proseguito Ruini - non equivale automaticamente a saperne di più sul valore e sul senso della sua esistenza, anzi, la molteplicità degli approcci con la tendenza ad assolutizzare il punto di vista di ciascuno di essi può far perdere di vista ciò che è essenziale». L’appello del cardinale è andato dunque agli «uomini di scienza responsabili della cosa pubblica, alla necessità di non disgiungere mai una riflessione sull’uomo e sulla sua dignità dalle delicate scelte che si stanno compiendo nel campo della ricerca scientifica, in particolare - ha ribadito il vicario di Roma - per quanto concerne le tecniche di riproduzione». E un appello anche sul versante educativo e informativo, rivolto all’opera dei consultori e dei centri specializzati per quanto riguarda il settore della fertilità naturale.

Secondo Ruini, comunque, «l’impegno per favorire una maggiore e più corretta attenzione ai temi della vita umana e della famiglia non è e non può essere esclusivo dei cattolici, proprio perchè tali problematiche non sono questioni cattoliche, ma rappresentano - ha concluso - aspetti decisivi per la vita di tutti».
Italian Congresso alla Cattolica sulla procreazione responsabile
Dec 04, 2005
Cardinal Ruini duro: no ai Pacs e alla clonazione. «Le unioni di fatto attentano al valore del matrimonio». Appello a una scienza più etica

(La Padania, 27/11/2005) Le unioni di fatto attentano «al valore del matrimonio», mentre le nuove tecniche di clonazione vanno «ben al di là del legittimo aiuto della procreazione umana» e aprono «inquietanti scenari» sul futuro dell’uomo.

E’ un nuovo intervento in difesa dei valori della vita e della famiglia quello pronunciato ieri dal cardinale Camillo Ruini nell’ambito del congresso «Scienza ed etica per una procreazione responsabile», svoltosi dell’Università Cattolica di Roma. «C'è una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’ istituto del matrimonio - ha detto Ruini sul tema delle coppie civili e di fatto - assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’ amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili».

«Alla fragilità e instabilità interna di molte unioni coniugali - ha denunciato, citando il discorso di Benedetto XVI ai vescovi italiani in occasione dell’Assemblea generale della Cei del 30 maggio scorso - si assomma infatti la tendenza, diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio», ha proseguito il cardinale.

La condanna del porporato è andata, più in generale, al «pericoloso virus dell’autoreferenzialità», cioè «dell’ esaltazione delle esigenze, dei bisogni o dei diritti individuali». «E' un processo - ha rilevato - che sta conducendo l’uomo contemporaneo verso una china pericolosa, che ha come principale indicatore la difficoltà a riconoscere e vivere l’esperienza fondamentale dell’amore in tutte le sue dimensioni: coniugale, genitoriale, filiale, solidale».

A questo si lega anche l’altra denuncia del presidente della Cei, quella relativa alla clonazione e alla ricerca genetica, con cui ha messo in guardia contro il «dominio sui processi generativi, frutto di nuove capacità tecnologiche», che «andando ben al di là del legittimo aiuto alla procreazione umana, apre inquietanti scenari sulla produzione di esseri umani da usare come cavie o sulla clonazione».

«E' in via di ultimazione la mappatura del genoma umano - ha spiegato - che certamente rappresenta una grande acquisizione con conseguenze di estremo interesse per il futuro dell’uomo, ma proprio ora sembra che si stia smarrendo la mappa dell’esistere umano, che si stiano perdendo le coordinate della dignità e del destino della vita umana».

«Conoscere di più l’uomo dal punto di vista scientifico - ha proseguito Ruini - non equivale automaticamente a saperne di più sul valore e sul senso della sua esistenza, anzi, la molteplicità degli approcci con la tendenza ad assolutizzare il punto di vista di ciascuno di essi può far perdere di vista ciò che è essenziale». L’appello del cardinale è andato dunque agli «uomini di scienza responsabili della cosa pubblica, alla necessità di non disgiungere mai una riflessione sull'uomo e sulla sua dignità dalle delicate scelte che si stanno compiendo nel campo della ricerca scientifica, in particolare - ha ribadito il vicario di Roma - per quanto concerne le tecniche di riproduzione».

E un appello anche sul versante educativo e informativo, rivolto all’«opera dei consultori e dei centri specializzati» per quanto riguarda il settore della fertilità naturale. Secondo Ruini, comunque, «l'impegno per favorire una maggiore e più corretta attenzione ai temi della vita umana e della famiglia non è e non può essere esclusivo dei cattolici, proprio perché tali problematiche non sono questioni cattoliche, ma rappresentano - ha concluso - aspetti decisivi per la vita di tutti».

«Il cardinale Ruini scambia la volontà di due persone che si amano e che vogliono costruire un progetto di vita comune con gli atteggiamenti individualistici e d’edonismo che attraversano le società moderne», ha ribattuto il segretario nazionale dell’Arcigay Aurelio Mancuso.

«Quest’enorme errore di valutazione non fa vedere, ad una gerarchia cattolica sempre più lontana dalle aspirazioni concrete delle persone, che c'è una diffusa richiesta di sostegno e di tutela di relazioni affettive, che oggi non sono riconosciute come tali», ha proseguito Mancuso. «Mettere in conflitto la difesa dell’istituzione matrimoniale con il riconoscimento delle convivenze - secondo Mancuso - acuisce le discriminazioni, rigetta nell’oscurità e nella solitudine milioni di persone, che invece vorrebbero essere aiutate a costruire relazioni stabili, utili ad elevare il grado di solidarietà e partecipazione responsabile della casa dell’uomo».

«Perché voler alzare steccati e creare contrapposizioni inesistenti? Assegnare responsabilità e diritti alle milioni di coppie di fatto non significa, come è ovvio, mettere in discussione la famiglia», ha affermato la coordinatrice donne dei Ds Barbara Pollastrini.
«In Italia oltre due milioni di persone vivono in coppie di fatto, ed è impossibile per la società, ma soprattutto per il legislatore, non prendere atto di un fenomeno così corposo e così rilevante. Sbaglia, quindi, il cardinale Camillo Ruini ad affermare che un’estensione dei diritti alle coppie di fatto rappresenterebbe una deminutio per le famiglie tradizionali», ha detto Franco Grillini (Ds), presidente onorario di Arcigay.

«La cosa davvero inquietante è che si vogliano proibire terapie ed imporre sofferenze», ha dichiarato Daniele Capezzone della segreteria della Rosa nel pugno. «Prosegue - ha sottolineato una campagna di mistificazione volta a confondere “clonazione riproduttiva” (che nessuno vuole, ovviamente) e clonazione terapeutica, che servirebbe invece a ridare una speranza di vita e di guarigione a milioni di malati».

Per Riccardo Pedrizzi, presidente della Consulta etico-religiosa di AN, «con una legge come quella sul Pacs saremmo di fronte ad una deriva individualistica in stile Zapatero, perché la norma non può essere il prodotto dei desideri e delle rivendicazioni individuali, ma deve guardare al bene comune».
Italian «Attentato al matrimonio»
Dec 04, 2005
Il presidente della Cei: «Si tende a sminuirne il valore assimilandolo ad altre forme di unione: la centralità della famiglia è a rischio.» «Si sono aperti inquietanti scenari sulla produzione di esseri umani da usare come cavie o sulla clonazione»

(Il Giornale, 28-11-05) C’è una «diffusa tendenza a depotenziare il valore» del matrimonio, «assimilando a esso» altre forme di unione e convivenza, la famiglia perde centralità e gli esiti di questo processo sono «pericolosi e dalle conseguenze difficilmente prevedibili». Parola del cardinale Camillo Ruini, che ieri mattina è intervenuto, all’Università cattolica di Roma, all’incontro delle coppie e delle famiglie in occasione dei dieci anni dell’enciclica «Evangelium vitae» e del centenario delle nozze dei coniugi Beltrame Quattrocchi, beatificati da Giovanni Paolo II nel 2001. Un’occasione per ribadire la preoccupazione della Chiesa italiana per i Pacs e denunciare la perdita delle «coordinate della dignità e del destino della vita umana» proprio nell’epoca in cui la scienza è arrivata alla mappatura del genoma umano.
Il cardinale, ripercorrendo il magistero di Papa Wojtyla, ha ricordato che «femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico» ed è «soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno». Questo riproporre «il valore irriducibile e i significati dell’essere uomo e donna» è la risposta più pertinente ed efficace, secondo Ruini, che la Chiesa possa dare a «quella deriva culturale che tende sempre più a relativizzare e svalutare gli elementi costitutivi dell’amore umano». Il cardinale denuncia il «diffondersi di una visione che riduce la differenza sessuale a fattore culturale e di costume». Quindi aggiunge: «C’è una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando a esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili». Il riferimento ai Pacs è chiaro ma al tempo stesso Ruini appare attento a non offrire nuove occasioni di polemica sulla presunta «ingerenza» della Chiesa.
Il cardinale ricorda inoltre la mancanza di politiche adeguate che aiutino la famiglia. «Nel contesto della vita sociale, tra gli esiti più pericolosi e dalle conseguenze difficilmente prevedibili - ha detto - è da annoverare la perdita di centralità della famiglia in quanto tale e dei valori tipicamente familiari, sia per la cronica assenza di strutturali e organiche politiche familiari sia per il sostanziale modellarsi dell’organizzazione e dei servizi sociali più sugli individui che sui nuclei familiari».
Nel suo intervento, Ruini ha toccato un tema accennato venerdì da Benedetto XVI, quello della «paternità responsabile» e dei metodi naturali. Ha ricordato «l’inscindibile valenza unitiva e procreativa dell’atto sessuale» che «è in realtà la visione più adeguata e pertinente dei valori della sessualità e della procreazione umana». «La medesima questione si ripropone con maggiore evidenza in ordine all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita - ha aggiunto - dove la scissione tra la dimensione unitiva della coppia e la generazione della vita appare scontata». Erano presenti all’incontro i professori australiani John ed Evelyn Billings, che Ruini ha elogiato per le loro ricerche sulla fertilità umana che permettono «anche a individuare meglio le condizioni attraverso cui l’uomo e la donna possono vivere in modo pienamente responsabile e autenticamente libero gli aspetti unitivo e procreativo della sessualità umana».
Dure le parole del porporato sulla fecondazione artificiale: «Il dominio sui processi generativi, frutto di nuove capacità tecnologiche, andando ben al di là del legittimo aiuto alla procreazione umana, apre inquietanti scenari sulla produzione di essere umani da usare come cavie o sulla clonazione». Infine, il cardinale ha ribadito l’importanza del progetto culturale della Chiesa italiana e la centralità della «questione antropologica»: «È paradossale - ha detto - ma nello stesso tempo assai indicativo, che proprio quando più forte è diventata la capacità tecnico-scientifica di intervenire sull’essere umano, l’uomo rischia di perdere di vista il senso e il valore della propria vita. È in via di ultimazione la mappatura del genoma umano, che certamente rappresenta una grande acquisizione, con conseguenze di estremo interesse per il futuro dell’uomo, ma proprio ora sembra che si stia smarrendo la mappa dell’esistere umano, che si stiano perdendo le coordinate della dignità e del destino della vita umana».
Italian Necessario evidenziare la “perenne novità della fede” al mondo attuale
Dec 04, 2005
Intervenendo questo mercoledì all’inaugurazione dell’Anno Accademico 2005-2006 della Pontificia Università Lateranense (PUL), il Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha affermato che “è importante trovare contenuti e forme espressive che permettono di evidenziare la perenne novità della fede”.

ROMA, mercoledì, 23 novembre 2005 (ZENIT.org).- Per questo, ha aggiunto il porporato che è anche Gran Cancelliere della PUL, a 40 anni dal Concilio Vaticano II questa Università “si pone come una delle sue finalità la presentazione di una rinnovata antropologia incentrata sulla persona di Gesù Cristo”.

“Quanti si accostano a Lui – ha sottolineato il porporato – e nella fede lo accolgono, trovano il senso di una vita e la direzione giusta per poter vivere nel mondo in maniera significativa”.

Nel suo discorso, il Cardinale Vicario di Roma ha poi espresso particolare soddisfazione per il fatto “che l’Università del Papa è sempre più punto di riferimento per le sue numerose attività”.

“I Vescovi che da tante chiese inviano in questa università i loro studenti possono essere sicuri dell’impegno formativo che questo centro accademico fornisce non senza fatica e forte investimento di risorse”, ha poi aggiunto.

Questo anche perché, ha poi continuato, “è impegno dell’Università di aiutare i giovani a percepire la propria chiamata e a sostenerla con una preparazione culturale che sia di solida garanzia per lo svolgimento del proprio impegno ministeriale e professionale”.

Nell’intervenire, il Rettore della PUL e del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, monsignor Rino Fisichella, ha invece ricordato l’enorme valenza umana della cultura ed ha sottolineato l’importanza di una cultura che “permetta di accedere alla contemplazione del bello, del buono e del vero”.

E’ possibile raggiungere tale obbiettivo, ha continuato monsignor Fisichella, nella misura in cui la cultura “sarà impregnata della fede in Gesù Cristo, il cui mistero è chiave ermeneutica per illuminare e rivelare l’enigma della condizione umana”

La cultura è segno di unità e non divisione, ha affermato il Rettore della PUL, ricordando a tale proposito la molteplicità delle culture rappresentate dagli studenti provenienti da più di cento Paesi diversi.

“L’unità nella fede – ha spiegato monsignor Fisichella – permette un autentico dialogo tra culture diverse e linguaggi differenti che reciprocamente si rispettano perché trovano fondamento comune da cui scaturisce la sorgente di ogni vera identità personale e cioè la persona che porta impressa in sé l’immagine del Creatore”.

“Le diversità vengono mantenute ma riportate in una sintesi superiore formata dalla condivisa necessità per la comune ricerca della verità, per l’intelligenza della fede e per la passione nei confronti del diritto fonte di giustizia”, ha aggiunto.

Fisichella ha quindi illustrato come l’Eucaristia rappresenti per i cristiani una fonte di cultura, perché “fondiamo la vita su qualcosa che non si ferma alla cultura ma la abbraccia e solleva verso un infinito di senso che trascende ogni possibile limite”.

Secondo il Rettore della PUL, “l’Eucaristia può sostenere a pieno titolo una cultura che conduce alla contemplazione per la bellezza del mistero. E la bellezza del mistero eucaristico sta nell’amore di cui è portatrice”.

“L’Eucaristia è puro dono perché offerta libera di Gesù Cristo di donare se stesso per amore. L’Eucaristia insegna a percepire il valore del dono e della gratuità solo per la forza dell’essere amati”, ha spiegato.

Da questo punto di vista l’Eucaristia può alimentare una cultura ispiratrice di comportamenti che tendono concretamente all’unità del genere umano, e cioè “il riconoscimento di quanto ognuno può dare per il bene comune, una cultura che non sia solo ispiratrice ma concreto strumento di perdono”.

Monsignor Fisichella ha poi ricordato che a conclusione del Concilio Vaticano II i Padri inviarono al mondo alcuni messaggi, fra i quali uno in particolare rivolto ai giovani, nel quale si chiedeva loro di lottare contro ogni forma di egoismo.

“Non cedete alla seduzione di filosofie dell’egoismo e del piacere o a quelle della disperazione e del nichilismo. Di fronte all’ateismo affermate la vostra fede nella vita e in quanto dà senso alla vita: la certezza di un Dio giusto e buono”, ha detto.

“E’ in nome di questo Dio che la Chiesa vi guarda con fiducia e con amore e vi invita a costruire nell’entusiasmo un mondo migliore”, ha quindi concluso.

Infine, ha preso la parola il Presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, il quale ha elogiato la Chiesa di fronte alle prospettive offerte dal mondo attuale.

“La Chiesa – ha infatti affermato Casini –, grazie alla coerenza e alla forza con cui porta avanti il suo progetto, riesce a muovere le coscienze degli uomini, alimenta le loro speranze, dà un senso alla loro vita: una capacità, questa, che oggi manca alla politica”.

In riferimento a coloro che in questi giorni “paventano indebite intrusioni ed invocano regolamenti di confine” per la Chiesa, o che pensano di scorgere in essa le premesse di un disegno politico, “destinato magari a riproporre gli schemi del passato”, Casini ha detto che essi dimostrano “di non saper leggere ciò che hanno dinanzi agli occhi”.

Il Presidente della Camera ha quindi sottolineato che: “chi si rivolge al Magistero della Chiesa, lo fa per riceverne un ordinamento per la propria coscienza e per la propria azione: è di questo che oggi abbiamo soprattutto bisogno”.
Italian Cattolicesimo italiano e futuro del Paese
Dec 04, 2005
Pubblichiamo di seguito la prolusione svolta questo venerdì - 2 dicembre 2005 - , dal Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in apertura dei lavori del VII Forum del progetto culturale su “Cattolicesimo italiano e futuro del Paese”, che si terrà a Roma, presso il Centro Villa Aurelia, fino al 3 dicembre.

1. La questione dell’etica pubblica

A un anno di distanza dal VI Forum del progetto culturale, dedicato al Concilio Vaticano II, siamo qui per rilanciare quelle riflessioni, a partire dal riferimento dinamico al Concilio stesso, concentrandole sulle prospettive attuali dell’Italia. Non tendiamo a fornire un’analisi della situazione esistente, e ancor meno a mettere a punto previsioni, di solito abbastanza improbabili, sul nostro futuro. Cercheremo piuttosto di immaginare e delineare i contributi che il cattolicesimo italiano, nella sua multiforme presenza e realtà, può dare al cammino della nazione.

La mia prolusione non ha ambizioni di globalità, nemmeno nell’enunciazione dei problemi. Apre solo la strada ai tre interventi programmati del Prof. Luigi Alici, di Mons. Gianni Ambrosio e del Dott. Dino Boffo, che individueranno alcune tematiche e questioni di peculiare e concreta rilevanza. Incomincio facendo riferimento all’anno 2005, che è quello che ci separa dal Forum precedente. Per la Chiesa e i cattolici italiani si è trattato senza dubbio di un anno particolarmente intenso e, possiamo aggiungere, di un anno in cui l’Italia nella sua globalità ha fortemente percepito la sua “anima” e il suo “fondo” cattolici. Ciò è avvenuto soprattutto con l’aggravarsi della malattia e poi con la morte e le esequie di Giovanni Paolo II, seguite dalla rapida elezione di Benedetto XVI e dal riversarsi su di lui, con spontanea continuità, dell’affetto popolare che era cresciuto intorno al suo Predecessore. È stata, questa, una straordinaria esperienza di unità per il nostro popolo, come del resto – pur con ovvie gradazioni e differenze – quasi per l’umanità intera, compresa la sua grande parte non cattolica.

Un’altra circostanza significativa di questo 2005, sebbene di natura assai diversa, è stata il referendum sulla legge per la procreazione assistita. Esso ha rappresentato un forte motivo di impegno e di unità per i cattolici italiani e al contempo di incontro e convergenza con significativi rappresentanti della cultura laica. Ha anche contribuito però a far emergere una nuova e certamente non desiderabile fase di tensione nei rapporti con altri laici, soprattutto sul piano politico e mediatico, mentre nella realtà concreta del Paese una simile difficoltà sembra di gran lunga meno presente.

Nella prospettiva del contributo che potremo dare come cattolici al nostro Paese nei prossimi anni è importante comunque riflettere su queste problematiche, dato che esse, al di là delle vicende contingenti, appaiono destinate ad acquisire un rilievo crescente, non solo in Italia e non solo in relazione alla Chiesa cattolica, e già presentano aspetti nuovi e profondamente diversi rispetto alle forme in cui si ponevano tradizionalmente le questioni dei rapporti Stato-Chiesa e della laicità. Attualmente infatti i veri motivi di contrasto non riguardano più, se non in via del tutto secondaria e per così dire “di risulta”, il contenzioso classico tra Chiesa e Stato in quanto istituzioni e le loro rispettive competenze: queste materie hanno trovato ormai degli assetti largamente condivisi e sostanzialmente stabili, sebbene diversi nei singoli Paesi a seconda della storia e della realtà di ciascuno di essi.

Quelle che invece stanno emergendo in maniera prepotente sono le questioni che fanno riferimento all’area della soggettività personale e delle norme pubbliche entro le quali occorre in qualche modo inquadrarla. L’approccio che ha trovato la sua formulazione classica già con Ugo Grozio nel 1625, secondo il quale le norme fondamentali del diritto conserverebbero la loro validità “ etsi Deus non daretur”, perché fondate nella natura umana, ha infatti esaurito ormai da tempo la sua efficacia storica, come risulta dal progressivo venir meno, nel corso del secolo XX, di quella larga coincidenza materiale e contenutistica tra etica pubblica civile e morale cristiana che era a lungo sopravvissuta all’affermarsi dell’autonomia degli Stati rispetto all’autorità ecclesiastica. Del resto lo stesso fondamento teoretico della formula di Grozio è entrato in crisi non da oggi, con la contestazione sempre più radicale del concetto stesso di “natura umana” e quindi di diritti naturali.

Già alla fine dell’800 F. Nietzsche pone di fatto un’alternativa totale all’“ etsi Deus non daretur”: per lui infatti la conseguenza della morte, o più espressivamente dell’“uccisione” di Dio, è la trasformazione di tutti i valori, il venir meno di ogni precedente punto di riferimento. In concreto è diffusa, e tende ad affermarsi come unica valida nello spazio pubblico, la posizione secondo la quale la libertà individuale e i “diritti di libertà” costituiscono il valore fondamentale che misura tutti gli altri, con la conseguente esclusione di ogni vera o presunta discriminazione ai danni di qualcuno. Questo dovrebbe essere pertanto l’unico criterio regolatore dell’etica pubblica, o almeno di quella parte di essa che si esprime in norme giuridicamente vincolanti, mentre non potrebbe essere ammesso, a livello pubblico, alcun riferimento a ciò che è bene o male in se stesso, ma soltanto alla valutazione delle conseguenze, utili o dannose, dei nostri comportamenti: un’illustrazione assai penetrante di questa situazione e delle sue radici e implicazioni è stata fatta dall’allora Cardinale Ratzinger nella relazione tenuta a Subiaco poco prima della sua elezione al Pontificato (cfr ora “ L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, ed. Cantagalli, pp. 29-79).

Si comprende quindi facilmente come questa libertà individuale che non discrimina, per la quale in ultima analisi tutto è relativo al soggetto, tenda ad escludere o sottomettere ogni altra posizione, che può essere lecita, sempre a livello pubblico, soltanto finché rimane subordinata e non in contraddizione rispetto a un tale criterio relativistico. È questo il vero motivo di contrasto non solo con ogni pretesa di valenza pubblica di un’etica di ispirazione cristiana, o di altra matrice religiosa, ma anche con un’etica che si richiami a un proprio oggettivo fondamento umanistico. In un tale dibattito è dunque scarsamente efficace, perché non tocca il fondo del problema, richiamarsi al fatto che le norme alle quali cerchiamo di conservare una valenza pubblica, pur essendo state formulate all’interno della tradizione cristiana, esprimono aspetti che valgono per l’uomo in quanto tale e promuovono il suo bene autentico: resta in piedi infatti la discriminante decisiva, che quelle norme non si sottometterebbero al criterio relativistico.

Prima di allargare lo sguardo a una problematica più ampia, entro la quale possano intravedersi non solo le vie per superare l’approccio relativistico, ma soprattutto i modi per rispondere in forma positiva alla domanda circa il contributo dei cattolici al cammino dell’Italia, vorrei avanzare una proposta, che può suonare abbastanza ovvia, ma che ha il merito di superare, a livello pratico, lo stallo generato dalla contrapposizione tra i sostenitori e gli avversari dell’approccio relativistico in materia di etica pubblica, senza obbligare né gli uni né gli altri a recedere dall’agire secondo i propri convincimenti. Si tratta cioè di affidarsi, anche in questi ambiti, al libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli. Così già, fortunatamente e nella sostanza, avviene di fatto, in un Paese democratico come il nostro, ma è bene che tutti ne prendiamo più piena coscienza, per stemperare il clima di un confronto che prevedibilmente si protrarrà assai a lungo, arricchendosi di sempre nuovi argomenti. I fautori del relativismo continueranno a pensare che in certi casi siano stati violati i “diritti di libertà”, mentre i sostenitori di un approccio collegato all’essere dell’uomo continueranno a ritenere che in altri casi siano stati violati diritti fondati sulla natura, e perciò antecedenti ad ogni umana decisione, ma non vi sarà motivo di accusarsi reciprocamente di oltranzismo antidemocratico.

È appena il caso di aggiungere che, pur all’interno dell’alternativa fondamentale tra queste due concezioni dell’etica pubblica, esiste una molteplicità di posizioni sui singoli problemi concreti, che non si presta ad essere inquadrata entro schemi prefissati.

2. Allargare gli spazi della razionalità

Mi sono soffermato piuttosto a lungo sulla questione dell’etica pubblica perché essa ha certamente un suo oggettivo e grande rilievo, e anche perché non sarebbe realistico evitarla, interrogandoci oggi sul contributo dei cattolici al cammino dell’Italia. Sono però più che fondate le preoccupazioni riguardo ai limiti e ai danni che comporterebbe un appiattirci su tali problematiche. L’etica pubblica stessa, del resto, non sta mai da sola: essa rimanda anzitutto all’etica dei comportamenti vissuti, alle scelte quotidiane – di per sé libere e al contempo molteplicemente condizionate – delle persone, delle famiglie, dei vari gruppi sociali. Ma anche l’ambito dell’etica preso nella sua interezza non è isolabile e non si regge in alcun modo da solo: rimanda piuttosto sia alle concezioni di fondo sull’uomo e sulla realtà che improntano una cultura sia, e ancora più profondamente, al mistero dell’esistenza personale, a quella dimensione nella quale l’uomo ha a che fare con il Mistero originario. Sarebbe davvero grave se proprio i credenti in Cristo dessero anche solo l’impressione di mettere tra parentesi questa dimensione.

Un compito al quale Benedetto XVI spesso ci richiama, da ultimo nel discorso all’Università Cattolica del Sacro Cuore, è quello di allargare gli spazi della razionalità. Quella forma di razionalità che possiamo denominare scientifica e funzionale, per la quale è razionalmente valido soltanto ciò che, direttamente o indirettamente, è sperimentabile e calcolabile, ha certo una sua legittimità e necessità nell’ambito scientifico-tecnologico e costituisce un grande e fondamentale fattore di sviluppo, ormai a livello planetario. Se dimentica però il proprio carattere di scelta metodologica e pretende di costituire l’unica forma di conoscenza davvero razionale della realtà contraddice quel canone e quel limite che essa stessa si è giustamente imposta e rende in concreto razionalmente non decidibili, anzi non proponibili, le questioni del bene e del male morale, e più fondamentalmente del senso e del destino dell’uomo e dell’universo, in ultima istanza la questione di Dio.

In particolare a proposito dell’uomo una simile restrizione della razionalità comporta inevitabilmente che il soggetto umano sia razionalmente conoscibile solo in quanto venga per così dire “misurato”, attraverso qualche forma di indagine sperimentale, e che in tal modo si perda di vista proprio il soggetto in ciò che gli è specifico, cercando invece di ricondurre l’uomo all’interno della serie degli oggetti naturali. Particolarmente indicative, in questo contesto, sono le direzioni delle ricerche sui rapporti mente-cervello, sulle questioni della coscienza e dell’autocoscienza, come anche sul linguaggio umano, a confronto con quello attribuito ad altri animali.

È evidente d’altronde l’intima coerenza che unisce tra loro la posizione del relativismo etico, la restrizione della razionalità all’ambito di ciò che è sperimentabile e calcolabile e – a livello contenutistico – la riduzione dell’uomo ad uno degli oggetti della natura. Insieme a questa intima coerenza non è difficile però percepire un curioso paradosso, e finalmente un’autentica contraddizione interna: infatti ridurre l’uomo a un prodotto della natura implica inevitabilmente la negazione della sua reale libertà e della sua stessa autentica razionalità, e quindi anche la messa in discussione dei suoi “diritti di libertà”.

Prendere atto degli elementi di criticità più profondi, e alla fine più influenti, del contesto socio-culturale nel quale ci muoviamo non deve indurci però ad essere ciechi o indifferenti verso altri aspetti, di segno ben diverso, che sono a loro volta presenti e che anzi sembrano essere quelli più nuovi e meglio capaci di futuro. Ci stimola a prestar loro fiduciosa attenzione anzitutto Papa Benedetto XVI, ad esempio nel discorso del 19 novembre alla Conferenza sul genoma umano promossa dal Pontificio Consiglio per la pastorale della salute, dove ha messo in rilievo che il secolarismo radicale “non soddisfa più gli spiriti maggiormente consapevoli ed attenti” e che “nelle popolazioni di lunga tradizione cristiana rimangono presenti semi di umanesimo non raggiunti dalle dispute della filosofia nichilista, semi che tendono … a rafforzarsi quanto più gravi diventano le sfide”.

In concreto, quella convergenza tra cattolici, laici e credenti di altre confessioni che in Italia è diventata particolarmente visibile in occasione del referendum sulla procreazione assistita, e che ha rappresentato una conferma fattuale delle parole aggiunte a braccio da Benedetto XVI al suo discorso del 30 maggio all’Assemblea della CEI, “non lavoriamo per l’interesse cattolico ma sempre per l’uomo creatura di Dio”, non è certo limitata al nostro Paese e si verifica anche su terreni diversi da quello dell’etica pubblica. Particolarmente significativo e incoraggiante è il fatto che le grandi domande sull’uomo, sulla vita, sulla totalità dell’universo interessano e coinvolgono con forza crescente proprio coloro che più sono impegnati nella ricerca scientifica, perché l’avanzare delle scienze stimola a porre problemi che debordano dai canoni metodologici delle scienze stesse.

Al riguardo una questione sulla quale vorrei fermarmi brevemente è quella dell’evoluzione, non solo perché intorno ad essa si è sviluppato oggi un nuovo dibattito scientifico-teologico, ma soprattutto per la rilevanza che essa ha nella cultura del nostro tempo, e anche per le precisazioni epistemologiche che essa richiede e consente. Già Pio XII nell’Enciclica Humani generis aveva ammesso, a determinate condizioni, libertà di discussione sulla “ipotesi” evoluzionistica, mentre Giovanni Paolo II, nel messaggio del 24 ottobre 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze, affermava che “nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi” bensì appunto una teoria – o più esattamente delle teorie, diverse anche per le filosofie a cui fanno riferimento – che si è “progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere”: resta comunque fermo che lo spirito dell’uomo non può essere ricondotto alla materia.

Non è certo il caso di fare dei passi indietro rispetto a queste precisazioni di Giovanni Paolo II. Bisogna però essere lucidamente attenti a quella filosofia, o visione del mondo, a cui spesso la teoria dell’evoluzione viene collegata e della quale diventa veicolo di diffusione, fino a proporsi come la spiegazione scientifica – almeno potenziale – di tutto il creato o, secondo le parole del Cardinale Ratzinger nel libro Fede Verità Tolleranza (ed. Cantagalli, pp. 187-192), come “una specie di «filosofia prima» che rappresenta per così dire l’autentico fondamento della comprensione razionale del mondo”, al di là della quale “le ulteriori domande sull’origine e la natura delle cose non siano più lecite o necessarie”, con la chiara conseguenza che non rimane alcuno spazio per un’Intelligenza creatrice.

A una simile proiezione filosofica e ateistica dell’evoluzionismo è senz’altro giusto opporre anzitutto che essa deborda, costitutivamente, dall’ambito e dai canoni della ricerca scientifica. È possibile però fare anche un passo ulteriore e oggi si tenta di compierlo, seguendo due vie che occorre tenere accuratamente distinte. Una di esse cerca di individuare nei viventi alcune strutture complesse non suscettibili di essere spiegate con i meccanismi dell’evoluzione, che richiederebbero quindi un disegno intelligente. Non sono ovviamente in grado di pronunciarmi sulla fondatezza scientifica di tali posizioni; a livello metodologico esse, nella misura in cui intendano concludere direttamente a un’Intelligenza creatrice, sembrano incorrere nella medesima obiezione di sconfinamento dai canoni dalla ricerca scientifica che si deve opporre all’interpretazione ateistica dell’evoluzionismo; il loro eventuale merito può essere piuttosto di contribuire al progresso della scienza, facendo emergere interrogativi cui le teorie attualmente diffuse non siano in grado di dare risposta.

L’altra via non si riferisce a singole questioni scientifiche ma si colloca fin dall’inizio a livello filosofico, interrogandosi sulle condizioni di possibilità dell’intero sviluppo della razionalità scientifica e individuandole, dal punto di vista dell’oggetto conosciuto, nell’intelligibilità dell’universo, a sua volta ultimamente non spiegabile se non riconducendo a un’Intelligenza creatrice l’universo stesso (mi permetto di rinviare in proposito anche a un mio vecchio libretto, Le ragioni della fede, ed. Paoline, pp. 57-76).

3. Vivere senza prescindere da Dio

Benedetto XVI nell’udienza generale di mercoledì 9 novembre, attraverso un commento di grandissimo respiro al Salmo 135 (136), ha mostrato tutta la portata che hanno per la fede cristiana queste problematiche: riferendosi alle parole sorprendentemente attuali di un Padre della Chiesa del IV secolo, San Basilio il Grande, il Papa ha affermato che oggi sono più numerosi di allora quanti “tratti in inganno dall’ateismo, ritengono e cercano di dimostrare che tutto sia privo di guida e di ordine, come in balia del caso”, ed ha aggiunto: “il Signore con la Sacra Scrittura risveglia la ragione che dorme e ci dice: all’inizio è la Parola creatrice … questa Parola – che ha creato questo progetto intelligente che è il cosmo – è anche amore. Lasciamoci, quindi, risvegliare da questa Parola di Dio; preghiamo che essa rischiari anche la nostra mente, perché possiamo percepire il messaggio del creato – iscritto anche nel nostro cuore –, che il principio di tutto è la Sapienza creatrice, e questa Sapienza è amore, è bontà: «La sua misericordia rimane in eterno»”.

Queste parole di Papa Benedetto esprimono sinteticamente quanto egli ha elaborato attraverso decenni di riflessione teologica, nella quale l’opposizione al relativismo e al materialismo non prende mai la forma di un assolutismo della ragione, di un chiuso razionalismo. Fa corrispondere invece all’unità in Dio creatore di sapienza e amore libero e gratuito l’intimo nesso di ragione, amore, rivelazione e grazia, nel nostro aprirci al mistero di Dio.

In concreto, proprio riguardo all’alternativa fondamentale tra Intelligenza creatrice e interpretazione materialistica dell’evoluzionismo, l’allora Cardinale Ratzinger riconosce che “il pensiero filosofico stesso qui giunge al suo limite” ( Fede Verità Tolleranza, p. 191): a livello filosofico pertanto “il Logos … all’origine di ogni cosa rimane, più che mai, l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi … che esiga da parte nostra di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell’ascolto umile” ( L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, p. 123).

Più in generale, nemmeno ai nostri giorni l’evidenza di Dio è stata eliminata, “ma va riconosciuto che essa, più che mai, è resa irriconoscibile dalla violenza che il potere e il profitto esercitano su di noi”. Permane e si accentua cioè quella tensione tra l’apertura interiore dell’anima umana a Dio e l’attrazione più forte dei bisogni e delle esperienze immediate che attraversa la storia intera. Da solo pertanto l’uomo, pur non essendo capace di sbarazzarsi completamente di Dio, non ha nemmeno la forza di mettersi concretamente in cammino verso di Lui, “non è in grado di chiarire completamente la strana penombra che grava sulla questione delle realtà eterne”: Dio stesso deve prendere dunque l’iniziativa di rivolgersi all’uomo e di venirgli incontro, perché possa sorgere in noi una vera relazione con Lui (cfr ibidem, pp. 123-124). È profonda la consonanza tra questi pensieri e ciò che scrive l’Apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, cap. 1, 16-32 e anche cap. 7.

Proprio in questo contesto il cardinale Ratzinger, nella relazione tenuta a Subiaco il 1° aprile di quest’anno, avanza, nella sua “qualità di credente”, “una proposta ai laici”: quella di sostituire all’ormai storicamente consunto “ etsi Deus non daretur” l’assioma inverso: “anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur , come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno” ( ibidem, pp. 60-63).

Su simili basi trovano il loro pieno significato e la loro autentica motivazione le espressioni a favore di una “sana” e “positiva” laicità dello Stato formulate da Benedetto XVI in occasione della sua visita al Presidente della Repubblica, e poi più ampiamente nel messaggio al Presidente del Senato per il convegno su libertà e laicità svoltosi in ottobre a Norcia: in virtù di una tale laicità “le realtà temporali si reggono secondo norme loro proprie, alle quali appartengono anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essere stesso dell’uomo. Tra queste istanze, primaria rilevanza ha sicuramente quel «senso religioso» in cui di esprime l’apertura dell’essere umano alla Trascendenza”.

Nel momento stesso in cui si propone ai laici di vivere “come se Dio ci fosse” emerge nella sua radicale serietà la vocazione e missione dei credenti di inverare la loro fede nella loro concreta e quotidiana esistenza. Interpella dunque ciascuno di noi la testimonianza del nuovo Beato Charles de Foucauld: “Come credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui solo”.

Non dobbiamo mai dimenticare, anzitutto, che la nostra fede in Dio e il nostro vivere per Lui hanno origine dalla rivelazione di Dio, dal libero dono che Dio fa di se stesso a noi. La parola “rivelazione”, che purtroppo nella cultura attuale ha perso per lo più il suo genuino significato biblico e teologico, sta ad indicare, prima ancora che la Scrittura come parola di Dio nella quale la rivelazione si è espressa, l’atto stesso con cui Dio si mostra e si comunica a noi. Del concetto di rivelazione fa sempre parte pertanto il soggetto che la riceve: dove infatti nessuno percepisce la rivelazione, nulla viene svelato, nessuna rivelazione è realmente avvenuta. Perciò la comunità credente, in concreto il popolo di Israele nell’Antico Testamento e la Chiesa, il nuovo popolo di Dio, nel Nuovo Testamento, è costitutivamente implicata e coinvolta nella rivelazione stessa, con la sua risposta di fede e di vita secondo la fede.

A Colonia, nella Giornata Mondiale della Gioventù, Benedetto XVI ha spiegato ai giovani come, per accogliere il Dio che si rivela a noi in Gesù Cristo crocifisso e risorto, sia necessario lasciarsi sorprendere da Lui, cambiare le nostre idee umane su Dio e sull’uomo, comprendere che il potere e il modo di agire di Dio sono diversi da quelli degli uomini, e in specie dei potenti del mondo. Tutto ciò ha la sua realizzazione più alta e la sua sorgente dinamica nel mistero dell’Eucaristia: con le parole pronunciate sul pane e sul vino nel cenacolo Gesù anticipa la propria morte, “l’accetta nel suo intimo e la trasforma in un’azione di amore”. È questa la trasformazione sostanziale, la sola in grado di suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo, fino a che Dio sia tutto in tutti (cfr 1Cor15,28).

Questa stessa trasformazione fondamentale, che avviene quando il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo, esige e produce anzitutto la trasformazione nostra. Quel corpo e quel sangue sono infatti dati a noi affinché noi veniamo trasformati a nostra volta: veniamo cioè uniti a Cristo e al Padre e diventiamo così realmente capaci di sottometterci a Dio, di fare di Lui la misura del nostro vivere, con un atto che non ci estranea da noi stessi, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere; in concreto, ci rende capaci di amore, di dedizione e di perdono, in compagnia e a imitazione di Gesù Cristo.

Queste parole di Benedetto XVI a Colonia non possono essere ridotte ad una, per quanto ottimamente articolata, esortazione spirituale. Al contrario, soltanto prendendole davvero sul serio nella realtà del nostro agire personale e comunitario – pur appesantito da tante spinte che ben conosciamo e che vanno in senso contrario – è possibile non lasciarci dettare dalle logiche di questo mondo la nostra agenda quotidiana, privata e pubblica, i modi di pensare, i comportamenti e le scelte.

In concreto, come abbiamo bisogno di una razionalità più larga, rispetto a quella soltanto scientifica e funzionale, così, e forse maggiormente, abbiamo bisogno di un ethos più autenticamente umano rispetto a quello che può offrirci una teoria evoluzionistica elevata a interpretazione ultima della realtà. Un tale ethos evoluzionistico non può non avere infatti la sua struttura portante nel modello della selezione, e quindi nella lotta per la sopravvivenza, nell’adattamento riuscito e nella vittoria del più forte. Vi può essere in tutto ciò un’apparenza di grande realismo, ma ben poco di moralmente persuasivo e appagante; ben poco di utile a ciò di cui l’umanità ha oggi maggiormente bisogno: un’etica della pace, dell’andare oltre il proprio interesse particolare – di persone, di nazioni o di categorie –, finalmente un’etica dell’amore concreto del prossimo.

Nella prospettiva cristiana, al contrario, il primato del Logos, e quindi di una razionalità più larga, si identifica con il primato dell’Amore da cui tutto ha origine, e quindi di un ethos che ha il suo centro nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Nei primi secoli della sua storia il cristianesimo ha convinto e si è diffuso “grazie al legame della fede con la ragione e grazie all’orientamento dell’azione verso la caritas, la cura amorevole dei sofferenti, dei poveri e dei deboli, al di là di ogni differenza di condizione sociale” (J. Ratzinger, Fede Verità Tolleranza, p. 183). Pur nella profonda diversità delle situazioni storiche, questo è anche oggi, nella sostanza, il grande compito che sta davanti a noi: un compito nel quale i cristiani laici (qui finalmente uso la parola “laici” nel suo significato ecclesiale e teologico) hanno un ruolo essenziale e determinante.

Per i cristiani tutti, ma certamente in modo specifico per i laici, vale l’appello con cui l’allora Cardinale Ratzinger concludeva la sua relazione del 1° aprile a Subiaco: “Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa dei cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini” (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture , pp. 63-64). Queste parole ci indicano la via per dare corpo all’obiettivo del Convegno di Verona dell’ottobre prossimo: rendere visibile Gesù Cristo come speranza del mondo.

Vorrei terminare rifacendomi ad un intervento di Ernesto Galli della Loggia, apparso sul Corriere della Sera del 31 ottobre scorso, che coglieva nella religione e nella scienza le due prospettive valoriali maggiormente in grado di plasmare il futuro, in un periodo nel quale l’individuo e la sua soggettività hanno ricuperato il centro della scena. Mi sembra che una simile valutazione sia in buona misura condivisibile, ma penso, e soprattutto mi auguro, che queste due prospettive, pur nella loro indubbia diversità, non siano destinate a contrapporsi sistematicamente e possano trovare invece una reale e non forzata complementarietà, tenendo insieme il valore perenne della persona creata a immagine di Dio, affermato dal cristianesimo, e quelle in certo senso illimitate potenzialità di progresso che la scienza assicura proprio in virtù dell’apertura illimitata al vero e al bene iscritta nell’intimo del nostro essere.

[Fonte: Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana]
Italian La prolusione del card. Camillo Ruini che ha aperto i lavori dell'Assemblea generale della Cei ad Assisi
Nov 24, 2005
Ecco l'intervento integrale del cardinal Camillo Ruini, presidente della Cei, alla 55.Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana che si tiene ad Assisi da ieri al 18 novembre.

Assisi (aidanews.it), 16 novembre 2005. "Venerati e cari Confratelli, dopo la breve Assemblea di fine maggio, ci ritroviamo qui ad Assisi, e più precisamente a Santa Maria degli Angeli, per un'Assemblea che avrà una durata leggermente maggiore di quella delle nostre usuali assemblee residenziali e nella quale affronteremo anche i temi che fu necessario accantonare a maggio. Esprimiamo la nostra viva gratitudine ai Frati Minori, che ci ospitano con delicata premura in questa "Domus Pacis" e in edifici adiacenti, e alle Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino. Salutiamo con deferente affetto il Nunzio Apostolico in Italia, Mons. Paolo Romeo, e lo ringraziamo di cuore per la sua presenza tra noi. Diciamo un grazie fraterno al Vescovo della Chiesa che ci ospita, Mons. Sergio Goretti, e assicuriamo la nostra preghiera per lui e per la sua Diocesi. Trascorrendo insieme quasi un'intera settimana avremo modo di vivere concretamente la nostra comunione e di approfondire i legami di reciproca amicizia. L'atmosfera di fede e di raccoglimento che si respira in questi luoghi delle grandi memorie francescane sosterrà la nostra preghiera e ci aiuterà a mantenere nel solco del Vangelo ogni nostra riflessione e deliberazione.

Il nostro pensiero si rivolge anzitutto al Santo Padre Benedetto XVI. Dopo la grande e felice esperienza della XX Giornata Mondiale della Gioventù, a Colonia, il Papa ha presieduto, nel mese di ottobre, l'XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata all'Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. L'Enciclica Ecclesia de Eucharistia e la celebrazione dell'Anno dell'Eucaristia, con la Lettera apostolica ad esso dedicata Mane nobiscum Domine, hanno costituito la più sostanziale e feconda preparazione dell'Assemblea sinodale. La stessa Giornata Mondiale della Gioventù, con gli interventi di Benedetto XVI e con l'impronta fortemente eucaristica dell'intero evento, ha rappresentato a sua volta un ottimo preludio allo svolgimento del Sinodo. In un clima di preghiera, di comunione e di scambio libero e fraterno, i lavori sinodali hanno messo ulteriormente in luce la centralità dell'Eucaristia, nella quale è raccolto e "concentrato" per sempre il mistero della nostra salvezza, e pertanto l'intimo legame tra Eucaristia e Chiesa, e in particolare il rapporto tra Eucaristia e sacerdozio ministeriale ed anche tra Eucaristia e sacramento del matrimonio. I Padri del Sinodo hanno ampiamente condiviso la grande validità e fecondità della riforma liturgica del Concilio Vaticano II e la necessità di una maggiore sottolineatura della dimensione verticale della liturgia e del senso del mistero, insistendo in particolare sul valore dell'adorazione eucaristica, essenzialmente connessa alle celebrazione della Messa e alla presenza reale di Cristo. Con riferimento alle catechesi di Benedetto XVI a Colonia, è stato evidenziato il dinamismo in virtù del quale l'Eucaristia deve diventare nella vita quel che significa nella celebrazione, con tutte le conseguenze personali e sociali che ciò implica. L'incontro del Santo Padre con i bambini della prima Comunione, presenti in numero straordinariamente grande sabato 15 ottobre in Piazza San Pietro, è stato, per le domande dei bambini stessi e le riposte del Papa, tanto semplici e chiare, vive e convincenti, come per l'atmosfera di gioia e di festa e al contempo di preghiera e di adorazione, un felice momento nel quale si è potuto toccare con mano come il contenuto del Sinodo sull'Eucaristia sia vita e speranza della Chiesa e dell'umanità.

Cari Confratelli, nel corso di questa Assemblea celebreremo il 40° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, rivolgendo un messaggio alle nostre comunità e agli uomini di buona volontà. Già ora vorrei soffermarmi un poco su questo fondamentale evento ecclesiale che il Sinodo straordinario dei Vescovi "a vent'anni dal Concilio" ha riconosciuto come "la massima grazia" del XX secolo (Relazione finale, II, D, 7). Mi sia consentito anzitutto rimandare a due testi che rimangono decisivi per cogliere l'intenzione e il significato complessivo del Vaticano II: il discorso pronunciato da Giovanni XXIII l'11 ottobre 1962, nella solenne apertura del Concilio, e l'omelia di Paolo VI del 7 dicembre 1965, al termine del Concilio stesso. È bene poi riascoltare ciò che Giovanni Paolo II ha scritto a proposito del Vaticano II nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente. Si tratta di "un Concilio simile ai precedenti, eppure tanto diverso; un Concilio concentrato sul mistero di Cristo e della Chiesa ed insieme aperto al mondo", in risposta evangelica alle esperienze sconvolgenti del secolo XX. Esso segna un'epoca nuova nella vita della Chiesa, attingendo però molto dalle esperienze e dalle riflessioni del periodo precedente, in particolare dal pensiero di Pio XII: nella storia della Chiesa, infatti, il "nuovo" cresce dal "vecchio" e il "vecchio" trova nel "nuovo" una sua più piena espressione (cfr n. 18). Un'enorme ricchezza di contenuti ed "un nuovo tono, prima sconosciuto" nella loro presentazione "costituiscono quasi un annuncio di tempi nuovi. I Padri conciliari hanno parlato con il linguaggio del Vangelo, ... del Discorso della Montagna e delle Beatitudini. Nel messaggio conciliare Dio è presentato nella sua assoluta signoria su tutte le cose, ma anche come garante dell'autentica autonomia delle realtà temporali" (n. 20). Non è certamente questa l'occasione per ripresentare le ricchezze degli insegnamenti del Vaticano II. Come non ricordare però, per mantenerle sempre presenti ed efficaci nella vita e nella testimonianza attuale della Chiesa, le linee portanti dei suoi principali documenti, a cominciare dalle quattro Costituzioni conciliari? Così nella Costituzione Dei Verbum emerge il carattere centrale e fondante - per la fede, per la Chiesa e per tutto il cristianesimo - dell'atto con cui Dio prende l'iniziativa di rivelare se stesso a noi, introducendoci nel mistero della sua vita e della sua libera volontà. Vengono messe in luce pertanto le dimensioni personali, dinamiche, storiche e salvifiche della divina rivelazione, la sua indole cristologica e trinitaria. La Sacra Scrittura viene riproposta in tutto il suo valore e la sua fecondità, per la Chiesa, per la teologia e per la vita di ciascun credente, e sono approfonditi i rapporti tra la Scrittura, la Tradizione e la Chiesa con il suo Magistero vivente. La Costituzione Sacrosanctum Concilium, la prima approvata dal Vaticano II, ha riscoperto l'indole profonda dell'azione liturgica - soprattutto dell'Eucaristia - mediante la quale "si attua l'opera della nostra redenzione": è reso cioè efficacemente presente il mistero della morte e risurrezione di Cristo. La liturgia pertanto "contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa" (n. 2). La riforma liturgica che ha preso avvio da questa Costituzione, e che ha introdotto nella liturgia cattolica l'uso delle lingue moderne, è stata concepita e voluta per favorire in primo luogo questo più pieno incontro con il mistero di Cristo e lo ha ampiamente promosso, al di là di quelle deviazioni che hanno potuto verificarsi nella sua attuazione. Uno spazio centrale, nel Concilio Vaticano II, è occupato senza dubbio dalla Costituzione Lumen gentium. Tra le sue molte ricchezze facciamo menzione almeno delle nozioni fondamentali: la Chiesa come mistero o sacramento, dove è messo in evidenza il suo essenziale riferimento a Cristo, e quindi a Dio che ci salva, agli uomini che Dio salva e finalmente alla salvezza escatologica, oltre che la "non debole analogia" tra la realtà - una e insieme complessa - della Chiesa e il mistero del Verbo fatto carne. La Chiesa come popolo di Dio, con la riscoperta del sacerdozio comune dei fedeli fondato nel battesimo, l'insistenza sulla condizione di dignità e di libertà propria di tutti i figli di Dio, la sottolineatura dell'universale vocazione alla santità e la precisazione di quel che potremmo chiamare lo "statuto teologico" del cristiano laico, con la connessa grande valorizzazione del suo ruolo nella Chiesa e nel mondo. La più compiuta definizione, rispetto al Concilio Vaticano I, della costituzione gerarchica della Chiesa, con l'affiancamento al primato del Papa della collegialità dei Vescovi, nel quadro di un più approfondito ed equilibrato rapporto tra Chiesa particolare e Chiesa universale e della forte affermazione dell'indole di servizio che caratterizza la sacra potestà. L'unica Chiesa di Cristo "sussiste nella Chiesa cattolica, ... ancorché al di fuori del suo organismo visibile - vale a dire nelle altre Chiese e comunità cristiane - si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, quali doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l'unità cattolica" (Lumen gentium, 8): è posta così la fondamentale premessa ecclesiologica di quel nuovo slancio ecumenico che ha trovato piena espressione nel Decreto Unitatis redintegratio e che caratterizza ormai in maniera irreversibile il cammino della Chiesa cattolica. L'indole e la vocazione missionaria della Chiesa è stata a sua volta approfondita, sempre sulla base della Lumen gentium, nel Decreto Ad gentes, partendo dalla forte affermazione teologica che "La Chiesa peregrinante per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre" (n. 2). La Costituzione pastorale Gaudium et spes si alimenta di tutte queste ricchezze per delineare e proporre un'apertura di grande respiro - non però unilaterale e acritica - della Chiesa al mondo contemporaneo. Alla base di tale apertura sta un approccio nettamente antropologico, che pone l'uomo al centro, ma anche un preciso radicamento cristologico, in quanto "solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo" (n. 22). Parimenti la legittima autonomia delle realtà terrene è vigorosamente affermata ma è fondata e garantita attraverso la loro dipendenza creaturale da Dio e viene congiunta con la ricapitolazione di tutte le creature in Cristo. Entro questo quadro la Gaudium et spes opera il ricupero cristiano di quella "svolta antropologica" che, fin dai tempi dell'Umanesimo e del Rinascimento, ha caratterizzato la modernità, e affronta le grandi tematiche umane e sociali della nostra epoca. Nella medesima linea la Dichiarazione Dignitatis humanae pone a fondamento del diritto alla libertà sociale e civile in materia religiosa la dignità stessa, o la natura, della persona umana, che è presente in ogni uomo quali che siano le sue convinzioni e le sue idee. Così, da un lato, è superata quella posizione che considerava la libertà religiosa semplicemente come un diritto civile, da ammettersi da parte della Chiesa solo in determinate situazioni storiche, perché unicamente la verità, e non l'errore, potrebbe avere dei diritti. Dall'altro lato è ugualmente superata quella concezione relativistica della libertà religiosa, e delle libertà civili e politiche in genere, che ha dominato e tuttora in buona parte domina il panorama culturale dell'epoca moderna, facendo dipendere la libertà dall'assenza di una verità conoscibile e accertabile. Attraverso questo duplice superamento si compie una importantissima riconciliazione tra la Chiesa e la "storia della libertà". La Dichiarazione Nostra aetate offre a sua volta una chiara indicazione di apertura e accoglienza nei confronti delle religioni non cristiane e in particolare dell'ebraismo, insieme alla esplicita affermazione della pienezza di verità e del ruolo salvifico della fede in Cristo. La recezione del Concilio, ossia la sua assimilazione e attuazione concreta nella vita e nella missione della Chiesa, è stata - e difficilmente poteva essere diversamente - un'opera complessa e spesso travagliata, per cause sia esterne sia interne alla Chiesa stessa, già individuate in buona parte dal Sinodo straordinario celebrato a vent'anni dal Concilio. Ma i frutti positivi sono comunque assai grandi e ben più rilevanti delle difficoltà e degli inconvenienti: abbiamo dunque tutti i motivi per ringraziare il Signore del dono che ci ha fatto attraverso il Vaticano II. In Italia, in particolare, dobbiamo essere grati a Dio perché il rinnovamento conciliare ha inciso in maniera profonda sul volto e sulla realtà delle nostre Chiese, ed anche sui modi e sulle forme della presenza cristiana nella vita del Paese, senza arrestare certo i processi di secolarizzazione e purtroppo di scristianizzazione, aiutando però a comprendere le radici di questi fenomeni e soprattutto stimolando una risposta pastorale e culturale non ripiegata sulla sola difesa della nostra grande eredità cristiana, bensì rivolta a far nuovamente fruttificare questa eredità, in chiave di missione e di evangelizzazione. Anche gli aspetti di travaglio, di contestazione e di crisi del periodo successivo al Concilio in Italia sono stati meno acuti e soprattutto meno profondi che in altre nazioni. Negli ultimi anni, in particolare, è cresciuta una rinnovata consapevolezza della comunione ecclesiale e della responsabilità missionaria che tutti condividiamo, con un impegno capillare e generoso dei laici cristiani e delle loro molteplici aggregazioni. La recezione del Vaticano II, in Italia come ovunque nel mondo, non può tuttavia in alcun modo dirsi già compiuta. Essa richiede da parte di tutte le membra del corpo del Signore, e in modo peculiare da parte di noi Pastori, docile fiducia nella guida dello Spirito Santo, coraggio e discernimento evangelico, profondo senso della comunione ecclesiale. Nei quarant'anni trascorsi dalla conclusione del Vaticano II è stata sempre più confermata la diagnosi conciliare che vede nel cambiamento, o meglio nell'accelerazione dei mutamenti, la caratteristica saliente dell'attuale periodo storico (cfr Gaudium et spes, 4-5). Basti ricordare quella rivoluzione della cultura e del costume che si è soliti indicare con la data dell'anno 1968; l'improvvisa caduta della cortina di ferro, nel 1989, con tutte le sue conseguenze e ripercussioni; la cosiddetta "rivoluzione informatica", i processi di globalizzazione e i grandi fenomeni di emigrazione, connessi con il persistere - e talvolta l'aggravarsi - delle tragedie del sottosviluppo e della fame in vaste aree della terra, ma anche con la crescita rapida e tumultuosa di grandi nazioni di antica civiltà che si pongono ormai come nuove protagoniste sulla scena mondiale; il salto di qualità del terrorismo internazionale, a far data dall'11 settembre 2001, che costituisce una deriva tragica rispetto al legittimo risveglio identitario dei popoli islamici; la nuova frontiera delle biotecnologie, che sono solo ai loro inizi ma già comportano straordinarie possibilità e interrogativi altrettanto profondi. Il panorama è dunque grandemente cambiato, rispetto a quello in cui è stato celebrato il Vaticano II. D'altra parte il Concilio stesso ci ha insegnato a "discernere negli avvenimenti ... i veri segni della presenza e del disegno di Dio" (Gaudium et spes, 11) e al contempo ci ha ammonito che "al di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli (cfr Eb 13,8)" (Gaudium et spes, 10). La Chiesa è chiamata pertanto a continuare oggi, e sempre di nuovo, quella grande opera di discernimento e di orientamento profetico che il Vaticano II, sotto la guida dello Spirito Santo, ha saputo compiere tanto fruttuosamente. Ma proprio nel perseguire questo impegnativo compito rimane decisiva la grande indicazione che ci viene dal Concilio e che esprime l'unità profonda dell'evento conciliare: concentrarsi sul mistero di Cristo, vivente nella Chiesa, rifacendosi alle ricchezze della Sacra Scrittura, dei Padri, della liturgia, e fondare su queste basi l'apertura, missionaria e dialogica, all'umanità del nostro tempo.

Cari Confratelli, questa nostra Assemblea affronterà un tema che è particolarmente vicino al cuore e alla sollecitudine pastorale di ciascuno di noi: la formazione al ministero presbiterale e quindi la vita dei seminari, per i quali dovremo esaminare e possibilmente approvare i rinnovati "Orientamenti e norme". Mons. Italo Castellani e Mons. Gualtiero Bassetti ci introdurranno a queste problematiche, che poi approfondiremo nei gruppi di studio. Per parte mia vorrei richiamare quello che il Papa, incontrando i seminaristi a Colonia, ha indicato come lo "scopo più profondo" del seminario: "far conoscere intimamente quel Dio che in Gesù Cristo ci ha mostrato il suo volto". Benedetto XVI ha aggiunto che "Il seminario è tempo di preparazione alla missione". Avvertiamo in questa duplice sottolineatura l'eco delle parole evangeliche: "Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (Mc 3,13-15). In una Chiesa che avverte sempre più acutamente la necessità e priorità dell'evangelizzazione, anzitutto la figura del sacerdote deve assumere una più marcata caratterizzazione missionaria. Ciò richiede in lui una identità spirituale e ministeriale ben chiara e profondamente radicata in Cristo, lieta e convinta della propria appartenenza ecclesiale, e al contempo aperta e per così dire "estroversa", capace cioè di capire le persone e i contesti sociali e culturali in cui si è chiamati ad operare, di testimoniare con la vita e di proporre amabilmente e coraggiosamente la fede e la sequela di Cristo, in maniera diretta e personale ed in ogni opportuna circostanza. Ne derivano conseguenze evidenti per la formazione dei seminaristi e per la stessa configurazione dei seminari: occorre aiutare i candidati al sacerdozio a fare sintesi della loro fede personale ed ecclesiale, a livello non solo intellettuale ma anche vitale e in rapporto alla società e alla cultura; sostenere la crescita della responsabilità personale e delle doti e carismi di ciascuno, favorendo il formarsi e consolidarsi di soggetti forti e motivati, idonei a diventare per le comunità guide e punti di riferimento, ed evitando invece gli appiattimenti, come anche le fughe nell'intimismo o nell'estetismo; al contempo bisogna far superare ogni approccio individualistico e aiutare i seminaristi a comprendere seriamente e ad integrare nella realtà della loro vita il grande principio che "il ministero ordinato ha una radicale «forma comunitaria» e può essere assolto solo come «un'opera collettiva»" (Pastores dabo vobis, 17). In questa ottica sembra importante che nei seminari le regole da una parte non siano troppo minuziose e non pretendano di inquadrare ogni momento della giornata, dall'altra siano prese sul serio e rispettate concretamente. Di vitale rilevanza è finalmente che i candidati al sacerdozio imparino fin dagli anni del seminario a ritornare sempre di nuovo a Cristo, a rimanere nel suo amore (cfr Gv 15,9) e per così dire a riposarsi in esso: questa è infatti, come ha detto il Papa a Colonia, la condizione perché quando saranno preti non si inaridiscano e non si smarriscano nelle fatiche e nei pericoli che la missione inevitabilmente comporta.

Il secondo argomento che tratteremo nella nostra Assemblea riguarderà la Chiesa e il mondo della salute: anche su di esso rifletteremo nei gruppi di studio, dopo la relazione di Mons. Giuseppe Merisi e le comunicazioni del Dott. Antonio Cicchetti, di Fr. Mario Bonora e di Mons. Italo Monticelli, che ci introdurranno nei diversi aspetti di questa tanto importante quanto complessa tematica. La affronteremo quindi cercando di essere attenti a questa sua complessità, ma consapevoli anzitutto dell'intimo legame che unisce la sofferenza umana al centro stesso della nostra fede, alla passione, morte e risurrezione di Cristo: resta in proposito pienamente attuale ed illuminante la Lettera apostolica Salvifici doloris, che Giovanni Paolo II non soltanto ha scritto ma ha anche esemplarmente inverato nella sua vita e nella sua morte. Attraverso questa nostra Assemblea intendiamo pertanto sostenere e incrementare l'azione pastorale ed evangelizzatrice della Chiesa nel mondo della salute, tenendo conto dei cambiamenti in corso nelle attività e metodologie terapeutiche e in tutta l'organizzazione sanitaria. Proprio questi cambiamenti, con l'abbreviazione dei tempi delle degenze ospedaliere e con l'auspicato potenziamento dell'assistenza domiciliare, spingono nella direzione della "pastorale integrata" anche per quanto riguarda la collaborazione, che deve crescere, tra quanti operano direttamente nell'ambito della sanità e le altre realtà pastorali, a cominciare dalle parrocchie: solo così potrà aversi in concreto quel "rinnovato impulso all'evangelizzazione del mondo della sanità" che Giovanni Paolo II auspicava nel Messaggio ai malati dell'11 febbraio 2001. La pastorale della salute costituisce infatti un terreno privilegiato per accogliere le più serie e profonde domande esistenziali, per rispondere alle attese di una salute e salvezza piena nel Signore risorto, per promuovere in concreto un'autentica cultura della vita e della solidarietà, incentrate sulla visione cristiana dell'uomo con la sua dignità unica, la sua fondamentale apertura a Dio, il suo orizzonte escatologico. Dal mondo della sofferenza e della malattia dobbiamo dunque lasciarci costantemente interpellare, per chiederci come si possa meglio attualizzare oggi l'opera del Signore Gesù, medico del corpo e dello spirito, sia nell'assistenza religiosa agli ammalati e alle loro famiglie, sia attraverso l'azione degli istituti sanitari di ispirazione cristiana, sia con l'attenzione e l'impegno dei credenti verso il vasto mondo della sanità pubblica. In proposito, alla luce del primato della persona che rimane il principale criterio di ogni attività sanitaria, mi sia consentito aggiungere tre rapide osservazioni. Nel contesto della regionalizzazione del servizio sanitario occorre uno sforzo speciale per migliorare la qualità di tale servizio nelle regioni meridionali. In presenza dell'invecchiamento della popolazione appare indispensabile potenziare le capacità di assistenza ai malati cronici. Di fronte all'aumento dei casi di disagio e anche di vera e propria patologia psichica, sembra ugualmente necessario incrementare e rendere più facilmente usufruibili le possibilità di intervento e cura in tale delicato settore, anche per prevenire eventi tragici e per non gravare di oneri insopportabili le famiglie.

Cari Confratelli, la vita dell'umanità, in un mondo sempre più interdipendente, si presenta particolarmente turbata, in questi mesi, da molteplici e ripetuti eventi drammatici. Tremende sono state le devastazioni provocate l'8 ottobre dal terremoto nel Kashmir, ed enorme è il numero delle vittime - tra cui moltissimi bambini - e ancor più dei feriti, mentre rimane tuttora gravissima la situazione delle popolazioni superstiti. Dobbiamo inoltre constatare con tristezza che nel mondo le reazioni di solidarietà concreta sono state purtroppo complessivamente deboli, tanto da apparire proporzionate, più che all'immensità della tragedia, alla sua limitata copertura mediatica. La nostra Conferenza Episcopale è già intervenuta con una prima erogazione, a cui ne segue oggi un'altra, mentre anche la Caritas è alacremente all'opera. I nostri aiuti vanno inoltre alle popolazioni colpite da nuovi uragani, che hanno a loro volta provocato gran numero di vittime, soprattutto in America Centrale e particolarmente in Guatemala. Il terrorismo di matrice islamica continua a colpire in diverse parti del mondo: così nell'isola di Bali in Indonesia, a Nalcik nel Caucaso russo, a Nuova Delhi in India, e da ultimo ad Amman in Giordania. In Egitto e in Indonesia sono avvenute purtroppo uccisioni di cristiani e attacchi anche ad una chiesa. Il Rapporto 2005 sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato dall'associazione "Aiuto alla Chiesa che soffre", mostra quanto grande sia il numero delle persone e delle comunità, di molte religioni ma soprattutto cristiane, perseguitate a motivo della loro fede. In Iraq la situazione rimane assai grave ed è qui che si registra di gran lunga il maggior numero di vittime e di stragi. Il testo della nuova Costituzione è stato però approvato, attraverso un referendum che ha visto un'alta partecipazione alle urne. Prosegue dunque - nonostante tutto - il faticoso cammino di riscatto di questo tanto martoriato Paese: affinché esso possa pervenire ad un assetto pacifico, democratico e rispettoso dei diritti delle persone rimane però da compiere un grande sforzo ulteriore, per realizzare accordi condivisi da ciascuna delle sue componenti, salvaguardando al contempo una effettiva libertà religiosa anche per le minoranze. In Afghanistan, dove un nostro militare, Michele Sanfilippo, è stato purtroppo ucciso incidentalmente, le elezioni per ricostituire, dopo più di trent'anni, il Parlamento si sono svolte con buona partecipazione e regolarità. È nuovamente peggiorata invece, dopo gli sviluppi positivi dello sgombero degli insediamenti israeliani dalla striscia di Gaza e del ritiro delle truppe, la situazione in Terra Santa, particolarmente a causa dell'attentato suicida del 26 ottobre ad Hadera, cui ha fatto seguito una serie di rappresaglie. Tanto più necessario diventa dunque uno sforzo convergente per non restare di nuovo prigionieri della spirale della violenza. Hanno malauguratamente contribuito ad aumentare le tensioni nell'intera area medio-orientale le dichiarazioni - francamente inaccettabili - del Presidente della Repubblica iraniana contro l'esistenza dello Stato d'Israele. In Africa, pur in presenza di tante situazioni di estrema difficoltà, per la fame e la sete, il diffondersi di malattie contagiose, i conflitti endemici - da ultimo gli scontri ad Addis Abeba in Etiopia -, continuano i tentativi coraggiosi di stabilire condizioni di pace e di autentico sviluppo: ad esempio, in questo mese di novembre, nella regione dei Grandi Laghi, dove si sono consumate tante tragedie. Preoccupa però grandemente il ritardo che già si sta registrando nel dare attuazione agli impegni presi a luglio nella riunione dei Paesi del G 8. In un contesto internazionale di questo genere pesa maggiormente la scarsezza di una presenza concorde e dinamica, e pertanto efficace, dell'Unione Europea, che stenta a riprendere il proprio cammino dopo gli esiti negativi di alcuni referendum sul Trattato costituzionale. L'improvviso dilagare di atti vandalici e violenze nelle periferie di Parigi e di tante altre città francesi, ad opera di giovanissimi figli e nipoti di immigrati, mostra quanto siano profondi, complessi e bisognosi di vigile attenzione i problemi e le difficoltà che possono porsi sulla strada di una effettiva integrazione.

Nel panorama politico italiano ha già assunto forte rilievo la scadenza elettorale della primavera prossima. La Camera dei Deputati ha approvato infatti, nonostante la forte opposizione della minoranza, la nuova legge elettorale su base proporzionale con premio di maggioranza che, se sarà confermata al Senato, potrà generare modifiche profonde negli assetti politici e nelle dinamiche di governo, sulle quali è in corso un acceso dibattito. Pochi giorni dopo hanno avuto luogo le elezioni "primarie" per la designazione del candidato a Primo Ministro del centro-sinistra, con larga partecipazione popolare. È seguita a breve distanza l'approvazione in seconda lettura, da parte della Camera dei Deputati, della riforma della seconda parte della Carta costituzionale. Manca ancora soltanto un ultimo voto favorevole del Senato per queste norme assai controverse, che dovranno essere poi sottoposte a referendum popolare confermativo. È stato invece definitivamente approvato il provvedimento di riforma della docenza universitaria, pur tra accese manifestazioni di protesta. Nelle ultime settimane, per la verità, simili manifestazioni si sono succedute con grande frequenza e per motivazioni molto diverse, con toni che a volte sono sembrati eccessivi e con forme non sempre accettabili. Il 13 ottobre ho sottoscritto con il Ministro competente gli "Obiettivi specifici di apprendimento" per l'insegnamento della religione cattolica nei licei e negli istituti di istruzione e formazione professionale: è stato completato così il previsto adeguamento dell'insegnamento della religione alle modifiche introdotte dalla riforma scolastica. In un contesto economico e sociale dove gli accenni di ripresa si sono intensificati, almeno sotto alcuni aspetti, ma le preoccupazioni e i motivi di incertezza rimangono grandi, la legge finanziaria attualmente all'esame del Parlamento non può certamente prescindere dall'obiettivo di contenere la spesa pubblica. Ciò non deve comportare però una compressione dei fondi per il sostegno alle fasce più povere della popolazione, o ulteriori decurtazioni di quelli destinati alla cooperazione internazionale. Un tema nevralgico è quello delle politiche per il Mezzogiorno, dove i segnali positivi che vengono dalla società civile, come ad esempio l'intesa tra il Forum del Terzo Settore e le Fondazioni bancarie denominata "Progetto Sud", hanno bisogno di essere sostenuti da interventi, in particolare sulle grandi infrastrutture, che mettano il Meridione in condizioni di minore svantaggio rispetto alle altre aree del Paese. L'omicidio a Locri di Francesco Fortugno, Vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, è stato una nuova manifestazione del peso insopportabile che la criminalità organizzata continua ad esercitare sulla vita di alcune regioni d'Italia. La grande risposta data nei giorni successivi soprattutto da tanti giovani è comunque un chiaro segno di speranza, mentre si è alzata forte la voce della Chiesa e si intensifica l'impegno dello Stato per contrastare questo gravissimo e purtroppo assai radicato fenomeno. Sappiamo bene d'altronde come la sconfitta delle organizzazioni malavitose sia indispensabile per lo stesso sviluppo economico e come d'altra parte proprio le condizioni di arretratezza e mancanza di lavoro favoriscano il reclutamento di forze per la criminalità: questa spirale perversa va pertanto simultaneamente aggredita in entrambi i suoi aspetti. Un capitolo della legge finanziaria che ci sta altrettanto a cuore è quello che riguarda la famiglia e il sostegno per la nascita e il mantenimento dei figli. Gli aiuti per i nuovi nati, come anche per le giovani coppie che acquistano casa e per le famiglie che mandano i figli negli asili nido, sono certo dei segnali positivi. Si rimane però nell'ambito di cifre che non consentono di impostare una politica familiare capace di incidere seriamente sull'andamento demografico. A una tale politica devono certamente aggiungersi altri fattori culturali e sociali di fondamentale importanza - per promuovere i quali anche la pastorale della Chiesa deve operare senza stancarsi - e soprattutto le concrete scelte di vita delle coppie e delle famiglie. Le parole "senza figli non c'è futuro", già pronunciate da Giovanni Paolo II e ripetute da Benedetto XVI nell'Udienza generale di mercoledì 2 novembre rivolgendosi all'Associazione Nazionale Famiglie Numerose, esprimono dunque, insieme ad una verità fin troppo evidente, l'avvertimento più serio per quanti hanno peculiari responsabilità nella vita sociale e per tutto il nostro popolo. Il leggero incremento del tasso di natalità che si registra costantemente nel nostro Paese in questi ultimi anni rappresenta, in un quadro che rimane assai oscuro, un segno di speranza. Ben diverso è, purtroppo, il segnale che viene dalla corsa, in atto in alcune regioni, ad introdurre l'uso della pillola abortiva RU-486. Si compie così un ulteriore passo in avanti nel percorso che tende a non far percepire la reale natura dell'aborto, che è e rimane soppressione di una vita umana innocente. Un grande motivo di preoccupazione nasce dal rapido diffondersi del consumo della cocaina, droga devastatrice anche se presentata come piacevole stimolante. In realtà sul versante della droga l'Italia rimane pesantemente esposta, anche e sempre più per quanto riguarda i giovanissimi, con enormi sofferenze di tante famiglie. Si impone dunque un deciso incremento dell'attenzione e degli sforzi, sul triplice fronte della prevenzione, della repressione e della cura e ricupero dei tossicodipendenti. Questa mattina, cari Confratelli, ho partecipato alla commemorazione, alla presenza del Capo dello Stato, della storica visita compiuta al Parlamento italiano, tre anni or sono, da Giovanni Paolo II. Nell'occasione il Nunzio Apostolico ha letto un importante Messaggio di Benedetto XVI: ricordando, secondo le parole del suo Predecessore, gli "impulsi altamente positivi" che sia la Chiesa sia l'Italia hanno tratto dal loro profondo legame attraverso i secoli, il nuovo Pontefice ha auspicato che "tale spirito di sincera e leale collaborazione si approfondisca sempre più" ed ha ribadito che la Chiesa "non intende rivendicare per sé alcun privilegio, ma soltanto avere la possibilità di adempiere la propria missione, nel rispetto della legittima laicità dello Stato". Nello stesso solco si collocano le parole di Benedetto XVI, all'omelia della Messa di apertura del Sinodo dei Vescovi, sull'ipocrisia contenuta nei tentativi di bandire Dio dalla vita pubblica, come pure il Messaggio da lui inviato al Presidente del Senato in occasione del convegno di Norcia su libertà e laicità, con l'affermazione della "laicità positiva", aperta alla Trascendenza, e dei diritti fondamentali "iscritti nella natura stessa della persona umana e ... pertanto rinviabili ultimamente al Creatore". Ricordiamo bene, inoltre, le parole che il Papa ha aggiunto a braccio, nel suo intervento alla nostra Assemblea Generale di fine maggio, "non lavoriamo per l'interesse cattolico ma sempre per l'uomo creatura di Dio". Vorremmo dire dunque, con serenità e senza alcuno spirito polemico, a quanti temono o lamentano una eccessiva presenza o anche ingerenza della Chiesa nella vita pubblica italiana, che la pace civile e religiosa sta molto a cuore anche a noi e che la Chiesa è consapevole di dover essere fattore di unità e non di divisione dell'Italia. L'impegno aperto e concreto a favore della persona umana, "con i valori inerenti alla sua dignità individuale e sociale" - secondo le parole del Messaggio odierno di Benedetto XVI -, non rappresenta a nostro avviso una violazione della laicità della nostra Repubblica, ma piuttosto un contributo, offerto alla libertà di ciascuno, per il suo bene autentico. Una Chiesa che tacesse su questi temi, per salvaguardare i propri pur legittimi interessi istituzionali, non farebbe invero molto onore né a se stessa né all'Italia. Cari Confratelli, ieri mattina, insieme a due religiose italiane, è stato iscritto nel numero dei Beati Charles de Foucauld: nel mezzo degli impegni pastorali e dei dibattiti pubblici non perdiamo di vista la sua testimonianza di una totale sequela di Gesù nell'umiltà, nel nascondimento e nella dedizione ai più poveri dei fratelli. Chiediamo al Signore di guidare e illuminare con il dono del suo Santo Spirito queste giornate di preghiera e di lavoro comune. Intercedano per noi la Vergine Maria, Madre della Chiesa, il suo sposo Giuseppe, i Santi Francesco e Chiara di Assisi. Vi ringrazio di avermi ascoltato e di quanto vorrete osservare e proporre.
Italian Ruini scomunica la Lega e Casini
Nov 24, 2005
Il cardinale Ruini è in questo momento il personaggio politico italiano più ascoltato.Dopo l'impegno sulla difesa della vita fin dal suo concepimento è passato a vie di fatto con la Lega e Casini sulla riforma in 55 articoli della Costituzione.

(corsera.it, 18 novembre 2005) In prosieguo dovrebbe attaccare per coerenza il governo nella difesa dei valligiani di Val di Susa che si ribellano alla Tav, delle popolazioni che si difendono bloccando i binari ferroviari e le strade dalle discariche che inquinano le loro terre coltivabili, dei sardi che vogliono liberare La Maddalena dai sommergibili atomici USA.

Coerenza nella difesa della vita dall'alfa all'omega. Staremo a vedere se la Cei saprà compiere la sua opera che si concentra nell'uomo.Bene la scomunica della devolution nella parte che riguarda la sanità. Scomunica che colpisce Bossi, Berlusconi e Fini e che sconfessa Casini. Quest' ultimo ha peccato e nel peccare ha commesso uno scandalo accettando supinamente la riforma della Costituzione. " Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel Regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato nella Geenna,dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue" ( Marco, 9,47). Ora Casini chiede perdono e l'Udc tenta di cavarsela invitando i suoi fedeli elettori alla libertà di voto nel referendum confermativo. " Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ,ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità" ( Matteo, 23, 27-28). La condanna assoluta della Chiesa delle posizioni ideologiche e politiche della Lega e del governo. La Cei si sta rendendo conto della deriva fascista della riforma costituzionale che appare evidente nella alterazione degli equilibri istituzionali. Il rischio già segnalato in altre nostre note è evidente.La questione delle prerogative regionali in talune materie d'interesse generale e nel caso di specie l'organizzazione sanitaria appaiono lesive del diritto di eguaglianza che si sostanzia nella differenziazione sociale ed economica da regione a regione. La penalizzazione dei ricoveri fuori regione prevista dalla finanziaria è la cartina di tornasole che la differenziazione sociale ed economica è palpabile. Il funzionamento o la disfunzione tra regione e regione deve essere corretto a livello nazionale altrimenti il flusso di ricoveri verso regioni funzionanti aumenterà progressivamente. Si creano situazioni di posizioni dominanti in un settore economico e sociale che non possono essere tollerato da uno Stato di diritto. Le stesse considerazioni valgono per le altre due materie assegnate alle regioni. Scuola e polizia amministrativa. L'insegnamento diventa facoltativo negli indirizzi e sbilanciato nei mezzi, sicché alla fine l'obiettivo essenziale di coltivare le generazioni e di strapparle all'analfabetismo non si realizzerà in modo da offrire a ciascun cittadino in età scolare l'apprendimento di base né agli studenti di valorizzare adeguatamente e al meglio le rispettive attitudini allo studio.L'opera di formazione sarà zoppa. Quanto al trasferimento dell'altra materia sorge il dubbio, più che un dubbio è una certezza, che favorisca la mafia e la'ndrangheta, trattandosi di compiti di rilevanza amministrativa. La lettura di 55 articoli che attendono la firma del capo dello Stato e la conferma referendaria proporrà ulteriori scomuniche non solo da parte del cardinale Ruini. Sono in gioco gli equilibri istituzionali già compromessi dal governo Berlusconi e dalla sciagurata maggioranza che lo sostiene. I Maddaleni pentiti dell'Udc sapranno cogliere l'occasione per mollare il governo?
Italian Il Cardinale Ruini difende la famiglia e denuncia la pillola abortiva RU-486
Nov 24, 2005
Nel corso della prolusione alla 55a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) in svolgimento ad Assisi, il Cardinale Camillo Ruini, Presidente della CEI, ha indicato come segnali positivi gli aiuti varati dalla legge finanziaria del Governo italiano per la famiglia, nel sostegno alla nascita e al mantenimento dei figli.

ASSISI, lunedì, 14 novembre 2005 (ZENIT.org).- E' stato, infatti, deciso il contributo di mille Euro per ogni figlio nato o adottato nel 2005. Mentre, il “maxiemendamento” del Governo alla Finanziaria che la settimana scorsa ha ricevuto il via libera dal Senato, prevede altri interventi a sostegno dei genitori, come l'assegno da 160 Euro per ogni figlio nato tra il 1° gennaio 2003 e il 31 dicembre 2005.

Inoltre sono previsti 120 Euro per le famiglie che hanno mandato i figli agli asili nido privati nel 2005. Ci sarà una detrazione d'imposta del 19% “per le spese documentate sostenute dai genitori per il pagamento di rette relative alla frequenza di asili nido per un importo complessivamente non superiore a 632 Euro annui per ogni figlio”.

In arrivo anche un aiuto alle famiglie che hanno figli studenti universitari fuori sede con un primo stanziamento in via sperimentale di 25 milioni di Euro.

“Gli aiuti per i nuovi nati, come anche per le giovani coppie che acquistano casa e per le famiglie che mandano i figli negli asili nido, sono certo dei segnali positivi”, ha affermato il Cardinale Ruini, anche se “si rimane però nell’ambito di cifre che non consentono di impostare una politica familiare capace di incidere seriamente sull’andamento demografico”.

“A una tale politica – ha sostenuto il Presidente della CEI – devono certamente aggiungersi altri fattori culturali e sociali di fondamentale importanza per promuovere i quali anche la pastorale della Chiesa deve operare senza stancarsi e soprattutto le concrete scelte di vita delle coppie e delle famiglie”.

Ruini ha ricordato che le parole “senza figli non c’è futuro”, già pronunciate da Giovanni Paolo II e ripetute da Benedetto XVI nell’Udienza generale di mercoledì 2 novembre rivolgendosi all’Associazione Nazionale Famiglie Numerose, “esprimono insieme ad una verità fin troppo evidente, l’avvertimento più serio per quanti hanno peculiari responsabilità nella vita sociale e per tutto il nostro popolo”.

“Il leggero incremento del tasso di natalità che si registra costantemente nel nostro Paese in questi ultimi anni rappresenta, in un quadro che rimane assai oscuro, un segno di speranza”, ha però tenuto a precisare.

Secondo il porporato “ben diverso è, purtroppo, il segnale che viene dalla corsa, in atto in alcune regioni, ad introdurre l’uso della pillola abortiva RU-486”, la cui sperimentazione è stata riavviata presso l’Ospedale Sant’Anna di Torino, e per la cui importazione dall’estero la Regione Toscana ha deciso di stanziare dei fondi.

“Si compie così un ulteriore passo in avanti nel percorso che tende a non far percepire la reale natura dell’aborto, che è e rimane soppressione di una vita umana innocente”, ha osservato il Cardinale.
Italian Il secco no del cardinal Ruini
Sept 27, 2005
Il presidente della Cei chiarisce la posizione dei vescovi al Consiglio episcopale permanente, riunito da oggi a Roma: "Non vi è alcun reale bisogno di norme che, come i Pacs istituiti in Francia, potrebbero portare ad un piccolo matrimonio"

(La Nazione, 19 settembre 2005) - I vescovi italiani dicono "no" ai Pacs, che ricordano troppo da vicino il matrimonio e dunque ne sviliscono la dignità, ma non escludono la possibilità che lo Stato riconosca forme diverse di protezione giuridica alle unioni di fatto.

Bocciatura piena dunque per la posizione espressa nella lettera al presidente onorario dell'Arcigay, Francesco Grillini, dal leader dell'Unione Romano Prodi.

Attenzione invece verso la proposta avanzata nei giorni scorsi in un'intervista dal presidente della Margherita, anche se, viene ribadito con forza, che "il sostegno alla famiglia legittima dovrebbe essere la prima e vera preoccupazione dei legislatori".

Si può sintetizzare così il passaggio conclusivo dell'attesa prolusione del Presidente della Cei al Consiglio Episcopale Permanente, riunito da oggi a Roma. "La nostra Costituzione nell'art. 29 - ha ricordato il card. Camillo Ruini - intende con univoca precisione la famiglia come 'società naturale fondata sul matrimonio e ne riconosce i diritti. Per conseguenza la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne l'esigenza di una parificazione di trattamento".

''Non vi e' alcun reale bisogno'' di norme che, come i ''Pacs istituiti in Francia'', potrebbero portare ad un ''piccolo matrimonio'', che ''produrrebbe al contrario un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano''.

Secondo il presidente della Cei, "per quelle unioni che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni".

"Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque - ha spiegato - dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell'ambito dei diritti e doveri delle persone".

E dunque, ha scandito il cardinale, «tali norme dovrebbero valere anche per convivenze non di indole affettivo-sessuale".
German Kardinal Ruini attackiert Pläne von Prodi
Sept 27, 2005
Der Vatikan läuft Sturm gegen das Vorhaben von Oppositionschefs Romano Prodi, die Rechte unverheirateter Paare rechtlich festzuschreiben. Prodi plant die Ausarbeitung eines Gesetzes, mit dem unverheiratete Paare rechtlichen Schutz in Bezug auf die Pension und die Wohnung eines verstorbenen Partners erhalten.

(Dolomiten, 19. September 2005) „Die erste Sorge der Gesetzgeber sollte der Schutz der legitimen Familie sein“, betonte der Präsident der italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Camillo Ruini.

Ruini warnte vor einer angeblich drohenden „Gefahr der sozialen Auflösung“, die verheerende Folgen für „Kinder, schwächere Individuen und für die Zukunft der gesamten Gesellschaft“ hätte. Eine demokratische Gesellschaft, die die Familie nicht verteidige, habe keine Zukunft, betonte Ruini.

Bisher war in Italien jeglicher Versuch zur Legalisierung unverheirateter Paare gescheitert. Der Vatikan hatte in den vergangenen Monaten öfters vor Gesetzen gewarnt, die „die auf der Ehe begründete Familie“ gefährden und „nicht mit dem Plan Gottes übereinstimmen“. Der Papst warnte auch vor Gesetzen, die Ehen unter Homosexuellen legalisierten und die Einheit der Familie gefährdeten.

Prodi hatte vergangene Woche mit einem ersten Schritt in Richtung Legalisierung von Homo-Partnerschaften für heftige Diskussionen in Italien gesorgt. In einem Brief an die Organisation für die Rechte der italienischen Homosexuellen, Arcigay, hatte Prodi Unterstützung für die Einführung des so genannten „Zivilen Solidaritätspakts“ (PACS) signalisiert, der in Frankreich die gemeinsame steuerliche Veranlagung, Gütergemeinschaft und bevorzugte Erbbestimmungen von Paaren vorsieht.

In seinem Schreiben versprach Prodi, dass die Frage des PACS „ganz bestimmt eine Lösung im Wahlprogramm der Mitte-Links-Allianz ’Unione’ haben wird“. Die vatikanische Tageszeitung „L’Osservatore Romano“ hatte Prodis Pläne scharf kritisiert. „Hände weg von der Familie und der Ehe“, schrieb die vatikanische Nachrichtenagentur Sir, die der italienischen Bischofskonferenz CEI nahe steht. „Man darf eine wesentliche Institution wie die Familie nicht aus Zwecken der Wahlpropaganda zerrütten“, warnte die Nachrichtenagentur.
Italian Chiesa. Il cardinale Ruini fischiato dagli studenti a Siena
Sept 24, 2005
Doveva ritirare un premio, ma è stato subissato dai fischi. Il cardinale Camillo Ruini era a Siena perché invitato dalla Fondazione Liberal a ritirare il premio "Liberal Siena 2005", ma una quarantina di giovani contestatori hanno interrotto la cerimonia di premiazione.

(Siena, 23 settembre 2005, rainews24.it) Il cardinale aveva appena iniziato a leggere il suo discorso di ringraziamento a Palazzo Chigi Saracini, dove è in corso un convegno della Fondazione Liberal, quando si è sollevato un coro di fischi e grida. "Vergogna, vergogna", hanno ripetuto le decine di studenti delle scuole medie e dell'università entrate in sala, volendo così contestare, a loro parere, "le ripetute intrusioni, ingerenze della Chiesa negli affari dello Stato".

Il presidente della Cei ha quindi richiuso in una cartella il suo discorso e si è allontanato dal podio. Gli studenti hanno continuato a contestarlo issando anche uno striscione sul quale si leggeva: "Libero amore in libero Stato". I giovani hanno poi scandito numerosi slogan tra i quali "Siamo tutti omosessuali" e "Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti". Alla fine alcuni commessi di Palazzo Chigi Saracini, sono riusciti a convincere i ragazzi ad abbandonare la sala.

La protesta, durata circa una decina di minuti, è stata promossa da varie formazioni giovanili che fanno riferimento all'area della sinistra, tra le quali Udu-Unione degli universitari, Farfalle rosse, Giovani comunisti, Uds e anche Arcigay e Arcilesbica. Una volta terminata la contestazione, il cardinale Ruini ha ripreso il suo discorso che è stato salutato dagli applausi dei partecipanti al convegno della Fondazione Liberal. Gli studenti universitari, parlando poi con i cronisti, hanno spiegato di essere almeno un centinaio, ma solo la metà ha potuto varcare il portone del Palazzo Chigi Saracini.

Con il sorriso sulle labbra, il cardinale ha definito quanto accaduto oggi a Siena una "piacevole interruzione". Adornato, invece, ha sottolineato che i giovani contestatori meritano "un ringraziamento perché sono riusciti a manifestare ciò che io ho detto in cinquanta minuti e cioè che quando si abusa della libertà, cala il silenzio". Il cardinale Ruini è stato poi finalmente premiato con una croce stilizzata.

Casini: "Primi frutti avvelenati di una campagna contro la Chiesa"
Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera, è intervenuto sulla vicenda da San Marino, dove si trova per un convegno su papa Benedetto XVI e il suo libro di recente pubblicazione. Casini, oltre a esprimere la sua solidarietà nei confronti del cardinale Ruini, ha dichiarato: "Vorrei rivolgere un invito a tutti a essere più sereni e cauti nel giudicare la Chiesa e i suoi interpreti. La laicità del nostro Stato - ha proseguito Casini - è fondata sul concetto di libertà per tutti, anche per le autorità ecclesiastiche che non possono essere minorate nei propri diritti di espressione. Ma temo che questo triste episodio sia uno dei primi frutti avvelenati di una campagna caratterizzata da troppe intolleranze verso la Chiesa".
Italian Discorso del cardinal Ruini per l’apertura della Causa di Beatificazione di Karol Wojtyła
Jun 30, 2005
Riportiamo di seguito il testo integrale del discorso pronunciato dal cardinale Camillo Ruini, Vescovo Vicario di Roma, in occasione della Sessione di apertura dell’Inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità del Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła), nella Basilica di San Giovanni in Laterano, martedì 28 giugno 2005.

Lo scorso 13 maggio, nel giorno della Vergine di Fatima, il Santo Padre Benedetto XVI in questa Basilica Lateranense, al termine del suo primo discorso al clero romano, annunciava di avere concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła) e che pertanto la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del medesimo Servo di Dio poteva avere inizio subito. Erano trascorsi soltanto 41 giorni dalla morte di Giovanni Paolo II e ricorreva il 24° anniversario dell’attentato compiuto contro di Lui in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981.

Nella certezza di interpretare il vostro unanime sentimento, desidero rinnovare al Santo Padre Benedetto XVI l’espressione della vivissima gratitudine della Diocesi di Roma, di quella di Cracovia e del mondo intero per questa decisione, con la quale Egli ha accolto l’istanza di un grandissimo numero di Padri Cardinali, fattisi voce della corale e ardente supplica levatasi dal popolo di Dio nei giorni indimenticabili della morte e delle esequie di Giovanni Paolo II.

Ogni parola che io possa ora aggiungere, come sempre avviene al termine della sessione di apertura dell’Inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di un Servo di Dio, per illustrare la figura di Giovanni Paolo II e motivare l’apertura della sua Causa di Beatificazione e Canonizzazione, per un verso appare superflua, essendo tanto grande e universale la conoscenza di Lui e tanto profondo e unanime il convincimento della sua santità. Ciò che sto per dire nasce però dal mio cuore e confido possa trovare felice corrispondenza nel cuore di ciascuno di voi.

Karol Józef Wojtyła è nato a Wadowice il 18 maggio 1920, da Karol e da Emilia Kaczorowska, genitori profondamente cattolici, ed è stato battezzato il 20 giugno dello stesso anno nella chiesa parrocchiale di Wadowice. La Polonia aveva da poco ritrovato la sua unità e indipendenza e soltanto due mesi dopo, il 16 e 17 agosto, seppe vittoriosamente difenderla, per sé e per l’Europa, respingendo l’invasione dell’Armata Rossa nella battaglia detta “il miracolo della Vistola”. Faccio menzione di questo evento, che consentì al bambino e all’adolescente Karol di crescere e formarsi in un contesto sociale e culturale serenamente improntato al cattolicesimo, perché ho personalmente udito Giovanni Paolo II ricordare in molteplici occasioni, con commossa gratitudine, il “miracolo della Vistola”..

Nel settembre 1926 Karol, detto familiarmente Lolek, inizia a frequentare la scuola elementare. Poi, ancora bambino di nove anni, il 13 aprile 1929, perde la madre, deceduta per malattia a soli 45 anni di età. Un mese dopo riceve la prima comunione. Nel 1930 passa alla scuola media, presso il Ginnasio Statale di Wadowice, scegliendo l’indirizzo neoclassico. Ma di nuovo, il 5 dicembre 1932, Karol è colpito da un gravissimo lutto, con la morte del fratello maggiore Edmund, giovane medico che perde la vita curando i malati di una epidemia di scarlattina.

Rimasto solo con il padre, è da lui guidato a una vita nella quale la preghiera e l’ascesi hanno uno spazio determinante, e proprio così trovano posto adeguato non soltanto lo studio, ma anche il gioco, l’allegria e lo sport. Un’altra persona che contribuirà grandemente alla formazione cristiana di Karol fu Padre Kazimierz Figlewicz, un giovane sacerdote che dal 1930 insegnava catechismo nella scuola di Wadowice e seguiva i chierichetti, tra cui Karol, nella parrocchia. Il piccolo Wojtyła si confessava da lui, lo ammirava e gli si affezionò profondamente. A sua volta il sacerdote descrive Karol come “un ragazzo vivacissimo, di grande talento, molto sveglio e buonissimo”.

I tratti peculiari della pietà in cui il ragazzo viene formato sono l’amore alla Vergine Maria e la devozione allo Spirito Santo, caratteristiche che rimangono profondamente iscritte nel suo animo e alle quali si mantenne fedele per sempre. La sua vita religiosa era alimentata mediante l’assidua preghiera personale, la frequenza ai sacramenti, le pratiche di pietà, in particolare i pellegrinaggi ai santuari mariani, ma anche attraverso l’impegno nelle associazioni cattoliche: la vigilia dell’Assunzione del 1934 entra a far parte del Sodalizio Mariano della sua parrocchia e due anni dopo ne diventa presidente. Già nel 1934 Karol comincia inoltre a partecipare a delle recite e due anni dopo inizia un’intensa collaborazione con il regista teatrale d’avanguardia Mieczysław Kotlarczyk, innamorato del teatro e profondamente credente.

Il 3 maggio 1938 Karol riceve la cresima, il 27 dello stesso mese consegue la licenza liceale: alla cerimonia di consegna del diploma viene chiamato a tenere il discorso di commiato. Nell’agosto successivo si trasferisce con il padre a Cracovia, per iscriversi alla Facoltà di filosofia dell’Università Jagiellonica, seguendo i corsi di filologia polacca. Come scrive nel suo libro Dono e Mistero, questa strada introdusse il futuro Giovanni Paolo II “nel mistero stesso della parola”.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale, iniziata con l’invasione della Polonia il 1° settembre 1939, cambia però radicalmente il corso della vita di Karol. Egli nella primavera di quell’anno aveva già portato a termine il volume di poesie, allora inedite, Salmo rinascimentale / Libro slavo, di cui fa parte l’inno Magnificat, nel quale si legge: “Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante – grato, perché misteriosamente rendesti angelica la mia giovinezza, perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta. Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi”. Queste parole, che non possiamo ascoltare senza commozione, dicono moltissimo non solo sulla vita, la profondità spirituale, la comprensione di sé e il genio poetico del giovane Wojtyła, ma anche, profeticamente, su come la Provvidenza, avrebbe scolpito la sua figura e la sua persona attraverso i drammi e gli imprevisti della storia.

L’Università Jagiellonica fu costretta a interrompere i corsi e nel settembre 1940, per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania, il giovane Karol iniziò a lavorare come operaio in una cava di pietra collegata con lo stabilimento chimico Solvay, nel quale un anno dopo sarebbe passato a lavorare direttamente. Quanto questa esperienza abbia influito su di lui, gli abbia dato una più profonda e completa esperienza della realtà e della fatica della vita oltre che della solidarietà tra gli uomini, è espresso emblematicamente in un verso del poema La cava di pietra, scritto nel 1956: “tutta la grandezza del lavoro è dentro l’uomo”..

Il 18 febbraio 1941 il padre, malato da tempo ma non ritenuto in pericolo di vita, muore improvvisamente. Karol perde così l’ultimo, e fortissimo, legame e affetto familiare. Più tardi ricorderà: “non m’ero mai sentito tanto solo” come in quella notte di veglia e di preghiera, nonostante la presenza con lui di un amico. La vita, nella Polonia occupata, era terribilmente dura, la Chiesa sistematicamente perseguitata, moltissimi sacerdoti uccisi o imprigionati. Eppure, proprio in quella situazione, il giovane Wojtyła non solo continuò a scrivere, in particolare a comporre drammi, e a recitare, nel “teatro rapsodico” clandestino, alimentando così la resistenza morale all’oppressione nazista e l’identità spirituale e culturale polacca, ma approfondì la sua esperienza religiosa, in particolare attraverso il contatto con Jan Tyranowski, un sarto di alta spiritualità e un autentico formatore di giovani, che lo introdusse alla lettura dei grandi mistici carmelitani San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila, e l’incontro con il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di San Luigi Maria Grignion de Montfort, dal quale comprese più profondamente il legame tra Maria e Cristo e ricavò il motto di affidamento mariano “Totus Tuus”, autentico emblema della sua vita e non solo del suo episcopato.

I pellegrinaggi al santuario mariano di Kalwaria contribuirono a delineare questo itinerario di preghiera e di contemplazione, che avrebbe orientato i passi del giovane Karol verso il sacerdozio.
Insegnanti ed amici, già a Wadowice e poi a Cracovia, avevano più volte detto a Karol che egli appariva loro destinato all’altare, ma egli aveva sempre opposto resistenza a questa idea, soprattutto perché profondamente attratto da un’altra vocazione, quella per il teatro, l’arte, le lettere.

Nel mistero della chiamata al sacerdozio, e dell’accoglienza di essa da parte di Karol, ha avuto un ruolo particolare, come attesta lo stesso Giovanni Paolo II nel libro “Dono e Mistero”, la grande figura di Adam Chmielowski, il Santo Frate Alberto, celebre patriota e pittore polacco che ebbe la forza di rompere con la propria arte quando comprese che Dio lo chiamava a servire i diseredati e a condividere la loro vita. A lui Karol Wojtyła dedicherà il dramma “Fratello del nostro Dio” e poi, divenuto Papa, lo proclamerà Beato in Polonia nel 1983 e Santo a Roma nel novembre 1989, mentre crollava la “cortina di ferro”.

La vocazione sacerdotale di Karol giunse a piena maturazione nel corso del 1942 e nell’autunno di quell’anno egli prese la decisione di entrare a far parte del seminario di Cracovia, che funzionava clandestinamente, pur continuando il suo lavoro in fabbrica. In pari tempo, nell’itinerario di formazione al sacerdozio presso la Facoltà teologica dell’Università Jagiellonica, anch’essa clandestina, incominciò lo studio sistematico della filosofia, in particolare della metafisica. Il Cardinale Arcivescovo di Cracovia, Principe Adam Stefan Sapieha, sistemò poco dopo il seminario clandestino presso la propria residenza e qui il seminarista Wojtyła trovò rifugio dal settembre 1944 e visse la notte della liberazione di Cracovia da parte dell’Armata Rossa, il 18 gennaio 1945.

L’anno accademico 1945-46 potè svolgersi regolarmente e il Cardinale Sapieha, avendo deciso che Karol Wojtyła completasse gli studi a Roma, lo ordinò sacerdote, in anticipo sui suoi compagni di corso, il 1° novembre 1946, nella propria cappella privata. Toccante è la descrizione che Giovanni Paolo II ci ha lasciato, nel libro “Dono e Mistero”, di quell’ordinazione e delle tre Sante Messe celebrate dal novello sacerdote il giorno dopo, 2 novembre, nella cripta di San Leonardo della Cattedrale del Wawel.

Alla fine di quel mese di novembre Don Karol era già a Roma, iscritto ai corsi di laurea in teologia presso il Pontificio Ateneo Angelicum, dove primeggiava la figura del Padre Réginald Garrigou Lagrange, O.P., che fu anche relatore della tesi di Dottorato, dedicata alla “Doctrina de fide apud S. Ioannem a Cruce”, la dottrina intorno alla fede secondo S. Giovanni della Croce, che Don Karol discusse il 19 giugno 1948.

Abitando per quei due anni al Collegio Belga, in un ambiente culturalmente e teologicamente assai vivo, il giovane sacerdote polacco fu animato dal forte desiderio di “imparare Roma”, trasmessogli in particolare dal Rettore del Seminario di Cracovia, P. Karol Kozłowski, e di Roma effettivamente non solo apprese la storia e la bellezza, ma assimilò il respiro universale e cattolico, che spontaneamente si innestava nella grande tradizione cattolica polacca. Don Karol nelle vacanze estive visitò inoltre la Francia, l’Olanda e il Belgio, conoscendo da una parte le nuove problematiche pastorali espresse nella formula “Francia, paese di missione”, e però anche sostando ad Ars dove, dall’incontro con la figura di San Giovanni Maria Vianney, trasse la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessionale, come egli stesso attesta nel libro Dono e Mistero.

L’atteggiamento complessivo col quale già allora Don Karol affrontava la vita è bene espresso dalle sue parole riportate da uno dei sacerdoti suoi compagni: “È necessario organizzare la vita in modo tale che questa tutta possa glorificare Dio”. Ritornato in Polonia, egli viene inviato a Niegowic come Vicario parrocchiale, ma dopo un solo anno è chiamato a Cracovia per essere Vicario parrocchiale nella parrocchia di San Floriano ed avviare una cappellania per gli studenti universitari.

Nonostante gli ostacoli frapposti dal regime comunista, dà prova di una straordinaria capacità educativa e creatività pastorale e culturale: sa penetrare infatti l’inquietudine del cuore dei giovani ed entrare in profonda sintonia con loro, introducendoli allo stesso tempo nella verità, bellezza e impegnatività della persona e della croce e risurrezione del Signore Gesù. Incomincia così, già allora, ad esercitare su di loro quel fascino meraviglioso che esprimerà, da Pontefice, attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù.

Dopo la morte del Cardinale Sapieha, l’Arcivescovo Eugeniusz Baziak volle però che Don Karol si dedicasse all’insegnamento universitario e gli concesse, a partire dal 1° settembre 1951, due anni sabbatici per scrivere la tesi di abilitazione, dal titolo Valutazioni sulla possibilità di costruire un’etica cristiana sulle basi del sistema di Max Scheler. Questo studio, che ottenne l’approvazione accademica il 30 novembre 1953, consentì al giovane sacerdote di penetrare il pensiero fenomenologico, giungendo alla conclusione che la fenomenologia è uno strumento importante e prezioso per indagare le dimensioni dell’esperienza umana, ma ha bisogno di essere fondata sulla concezione realistica dell’essere e della conoscenza, che Don Karol aveva approfondito nei suoi studi precedenti.

È indicata così la direzione di fondo del suo personale progetto filosofico, che intende legare l’oggettività e il realismo del pensiero classico con la sottolineatura moderna della soggettività e dell’esperienza e che culminerà nella grande opera Persona e atto, pubblicata nel 1969, quando Karol Wojtyła era già Cardinale. Questo orientamento di fondo è ben visibile, del resto, anche nel suo insegnamento di Pontefice: ricordo soltanto le pagine iniziali dell’Enciclica Dives in misericordia, con il principio della congiunzione “organica e profonda” di teocentrismo ed antropocentrismo.

La soppressione della Facoltà di teologia dell’Università Jagiellonica, decretata dal regime nel 1954, fece sì che il nuovo Professore svolgesse la sua carriera accademica non a Cracovia, come previsto, ma all’Università Cattolica di Lublino, a partire dall’autunno 1954, ottenendo già nel novembre 1956 la cattedra di etica nella Facoltà di filosofia e continuando fino al 1961 una regolare attività accademica. Sono quelli gli anni dei suoi continui viaggi in treno, tra Cracovia e Lublino: Karol Wojtyła infatti, che aveva accettato solo per ubbidienza i due anni sabbatici richiestigli dall’Arcivescovo Baziak, proseguì un’intensa attività pastorale a Cracovia, soprattutto con i giovani, condividendo con loro anche le vacanze.

Continuò inoltre a comporre drammi e poesie. Proprio nel mezzo di una vacanza con i giovani, il 4 luglio 1958, Don Karol apprese dal Cardinale Primate di Polonia Stefan Wyszyński di essere stato nominato dal Papa Pio XII Vescovo Ausiliare di Cracovia, all’età di soli 38 anni, e fu consacrato nella Cattedrale del Wawel il 28 settembre, festa di San Venceslao, Patrono della medesima Cattedrale, dall’Arcivescovo Eugeniusz Baziak. Nel libro "Alzatevi, Andiamo!" lo stesso Giovanni Paolo II descrive ampiamente questi eventi e lo spirito con il quale egli li visse. Già la sera dell’ordinazione si recò pellegrino al santuario di Częstochowa, con i suoi amici più stretti, e la mattina seguente celebrò la S. Messa davanti all’Icona della Madonna Nera.

A seguito della morte dell’Arcivescovo Baziak, Mons. Wojtyła, il 16 luglio 1962, viene eletto dal Capitolo Metropolitano Vicario Capitolare dell’Arcidiocesi di Cracovia. Dopo un anno e mezzo Paolo VI, il 13 gennaio 1964, lo promuove Arcivescovo Metropolita e l’8 marzo egli prende solenne possesso dell’Arcidiocesi. Erano gli anni nei quali Mons. Wojtyła prese intensamente parte a tutto il Concilio Vaticano II, dando un contributo di straordinaria importanza specialmente all’elaborazione della Costituzione Gaudium et spes, oltre che alla Dichiarazione sulla libertà religiosa e anche alla Costituzione Lumen gentium e al Decreto sull’apostolato dei laici.

L’esperienza del Concilio è stata decisiva per l’Episcopato cracoviense e per il successivo Pontificato romano di Karol Wojtyła, completando armoniosamente tutta la sua formazione ed esperienza precedente: è rimasta infatti per sempre scolpita in lui la convinzione che il Vaticano II è “l’evento chiave della nostra epoca” (Discorso al clero romano del 14 febbraio 1991).

Proprio per mettere in pratica il Concilio e per farne rivivere l’esperienza a tutta l’Arcidiocesi, l’Arcivescovo Wojtyła, nel frattempo creato Cardinale da Paolo VI nel Concistoro del 26 giugno 1967, indisse il Sinodo di Cracovia l’8 maggio 1972, dopo un anno di intensi preparativi: fu un Sinodo quanto mai partecipato e coinvolgente, durato per sette anni e concluso dallo stesso Giovanni Paolo II, ormai Papa, l’8 giugno 1979, nel nono centenario di San Stanislao.

Stanisław è anche il nome del suo fedelissimo Segretario, Mons. Dziwisz, a noi tutti tanto caro, che ha condiviso la sua vita per 39 anni e ora gli succede sulla Cattedra di Cracovia, dopo il Cardinale Franciszek Macharski, a sua volta amico di sempre e collaboratore prezioso di Giovanni Paolo II. Se mi è lecito azzardare una sintesi dei venti anni nei quali Karol Wojtyła è stato Vescovo a Cracovia, direi che, sulla base di una totale fiducia in quella Divina Misericordia di cui egli si era sempre più compenetrato, in particolare attraverso l’incontro con l’esperienza mistica di Suor Faustina Kowalska, da lui poi proclamata Beata il 18 aprile 1993 e Santa il 30 aprile 2000, egli seppe fare sintesi della sua forza intellettuale e del suo genio artistico con quell’amore appassionato per Cristo, per la Chiesa e per gli uomini che lo Spirito Santo aveva infuso in lui.

Così egli è riuscito ad essere un Pastore capace di comprendere, di guidare e di far crescere il suo clero e il suo popolo, pure in situazioni di gravissima difficoltà. Ha saputo non soltanto resistere alla pressione del regime, ma minarne le fondamenta, sul piano umano e culturale oltre che spirituale, secondo quelle grandi intuizioni che poi ha raccolto nell’ Enciclica Centesimus Annus. È stato il Vescovo che ha e che deve avere coraggio, come egli stesso ha scritto nell’ultimo capitolo del libro "Alzatevi, Andiamo!", e nel medesimo tempo è stato l’uomo e il testimone dell’amore e del perdono, che vince il male con il bene, secondo la parole dell’Apostolo Paolo (Rom 12,21) riprese nel suo ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.

Il 16 ottobre 1978, secondo il disegno della Provvidenza di Dio, Karol Wojtyła è stato eletto Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa. I ventisei anni e mezzo del suo Pontificato sono scolpiti nella memoria e nel cuore di ciascuno di noi e non hanno bisogno di essere riproposti qui. Ricordiamo tutti, infatti, quel suo forte invito all’inizio solenne del suo ministero, il 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Un invito al quale egli per primo è rimasto
sempre fedele.

Ricordiamo i suoi innumerevoli viaggi apostolici, per portare l’annuncio di Cristo, nostro unico Salvatore, in ogni parte della terra. Le sue visite alle parrocchie di Roma, l’affetto e la premura costante con cui ha guidato questa Diocesi, attraverso il Sinodo, la Missione cittadina, il Grande Giubileo che ha coinvolto il mondo intero. Ricordiamo la straordinaria iniziativa pastorale delle Giornate Mondiali della Gioventù, che hanno aperto una nuova e grande via all’incontro dei giovani con Cristo. E come dimenticare quell’amore e quella sollecitudine per l’umanità comunque minacciata che lo ha portato ad un’opera instancabile per scongiurare le guerre e ristabilire la pace, per assicurare ai popoli più poveri, agli ultimi della terra, una speranza di vita e di sviluppo, per difendere la dignità intangibile di ogni esistenza umana, dal concepimento al termine naturale, per tutelare e promuovere la famiglia e l’autentico amore umano.

Ancora, non possiamo dimenticare la lungimiranza e il coraggio con cui ha contribuito ad abbattere il muro che divideva l’Europa e poi a richiamare alle sue radici cristiane l’Europa stessa. La generosità con cui si è speso per l’unità dei cristiani, avvertita da lui come una precisa e non declinabile volontà di Gesù. L’impegno che ha profuso perché le religioni siano portatrici di pace tra i popoli. La sincerità disarmante con cui ha chiesto perdono per i peccati dei figli della Chiesa e al contempo la forza e la tenacia con cui ha difeso e proclamato il legame indissolubile della Chiesa con Cristo e l’integrità della dottrina cattolica.

Di questa dottrina, della sua verità e della sua rilevanza per l’uomo di oggi, sono espressione insigne le sue 14 Encicliche, il Catechismo della Chiesa Cattolica e tutti gli altri suoi documenti e discorsi. Della sua sollecitudine per la collegialità dell’Episcopato, l’unità e la vita della Chiesa, testimoniano le 15 Assemblee del Sinodo dei Vescovi da lui convocate, come anche la promulgazione dei Codici di diritto canonico della Chiesa latina e delle Chiese orientali. Alla radice di tutta questa instancabile azione apostolica sta chiaramente l’intensità e la profondità della preghiera di Giovanni Paolo II, di cui tanti di noi sono diretti testimoni, quell’intima unione con Dio che lo ha accompagnato dalla fanciullezza fino al termine della sua esistenza terrena.

Voglio solo ricordare le parole che egli ha pronunciato all’inizio del suo Pontificato, il 29 ottobre 1978, al Santuario della Mentorella: “La preghiera … è … il primo compito e quasi il primo annuncio del Papa, così come è la prima condizione del suo servizio nella Chiesa e nel mondo”. Ma vi è un’ulteriore dimensione, ugualmente decisiva, del rapporto che ha unito Karol Wojtyła a Cristo Salvatore e all’umanità da Lui redenta. È il rapporto del sangue. Nel breve poema Stanisław, composto pochi giorni prima del Conclave che lo avrebbe eletto Papa, egli ha scritto: “Se la parola non ha convertito, sarà il sangue a convertire”.

Il proprio sangue Giovanni Paolo II lo ha realmente versato in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981, e poi di nuovo, non il sangue ma la vita intera, ha offerto durante i lunghi anni della sua malattia. Da ultimo la sua sofferenza e la sua morte, la sua benedizione ormai senza voce dalla finestra, al termine della S. Messa di Pasqua, sono state per l’umanità intera una testimonianza straordinariamente efficace di Gesù Cristo morto e risorto, del significato cristiano della sofferenza e della morte e della forza di salvezza che in esse può trovare dimora, in ultima analisi del vero volto dell’uomo redento da Cristo. Perciò i giorni delle sue esequie sono diventati, per Roma e per il mondo, giorni di straordinaria unità, di riconciliazione, di
apertura dell’anima a Dio.

L’allora Cardinale Joseph Ratzinger ha incentrato la sua omelia, alla Messa esequiale di venerdì 8 aprile in Piazza San Pietro, sulla parola “seguimi”, che Gesù risorto ha rivolto a Pietro quando lo incaricava di pascere il suo gregge (cfr Gv 21,15-23), individuando nella sequela di Cristo la sintesi dell’esistenza di Karol Wojtyła, Giovanni Paolo II, per poi concludere: “Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice”.

Sì, questa è anche la nostra certezza e perciò chiediamo al Signore, con tutto il cuore, che la Causa di Beatificazione e Canonizzazione che questa sera ha inizio possa giungere molto presto al suo coronamento. Le tante testimonianze che continuamente ci giungono riguardo alla santità di vita del compianto Pontefice e alle grazie impetrate attraverso di lui confermano questa nostra preghiera.

Termino dicendo, come italiano, un grandissimo e specifico grazie a Giovanni Paolo II per l’amore e la sollecitudine che egli ha avuto non solo per Roma ma per tutta la sua “seconda Patria”, l’Italia, e ringraziando dal profondo del mio animo la Chiesa sorella di Cracovia e tutta l’amata Nazione polacca, nelle quali Karol Wojtyła ha ricevuto la vita, la fede e la sua mirabile ricchezza cristiana e umana, per essere così donato a Roma e al mondo intero.
Spanish El cardenal Ruini apoya la manifestación de España a favor de la familia.
Jun 25, 2005
La Iglesia “no puede renunciar a dar su parecer moral porque no se trata de un parecer que debe quedar en el ámbito privado sino público”:

(VERITAS, 21/06/2005) El cardenal Camillo Ruini, Vicario General del Papa en Roma, durante la presentación del primer libro de Benedicto XVI “La Europa de Benedicto. En la crisis de las culturas”, apoyó la actuación de las personas de la pasada manifestación en España contra los matrimonios homosexuales.

Ante la presencia de los obispos españoles en la manifestación, el cardenal Ruini aseguró que “la Iglesia no puede no tener en cuenta las circunstancias sociales en que vive. Cada tema que se plantea en la sociedad, como es el caso del tema de los matrimonios homosexuales en España, la Iglesia tiene el deber de luchar para que se defienda la verdad. El matrimonio se compone de la unión de un hombre y una mujer. Este criterio de fondo es el que debe proponer como conciencia moral a la sociedad.

La Iglesia “no puede renunciar a dar su parecer moral porque no se trata de un parecer que debe quedar en el ámbito privado sino público”

Ante la insistencia del periodista moderador Bruno Vespa de si el criterio que determina la Iglesia en este caso concreto en España es por el hecho de utilizar el término matrimonio o por la unión entre homosexuales, el cardenal respondió que “la objeción vale igual y es la misma cuando se habla de "matrimonio homosexual" que de unión, porque en los dos casos se atenta contra la misma sustancia”.
Spanish Catolicismo popular italiano respondió a referéndum
Jun 25, 2005
El Vicario de Roma y Presidente de la Conferencia Episcopal Italiana, Cardenal Camillo Ruini, sugirió que el fracaso del referéndum que pretendía despojar al embrión humano de sus derechos como persona, puede leerse como una respuesta del “catolicismo popular italiano”.

ROMA, 15 Jun. 05 (ACI).- "El catolicismo popular italiano ha dado una óptima respuesta. Además muchos laicos del mundo cultural, social y político han compartido plenamente la línea de defensa del valor del hombre como tal", explicó el Purpurado en declaraciones a Radio Vaticana.

El Cardenal Ruini aseguró que el comité "Ciencia y Vida", que promovió la abstención en el referéndum, continuará su trabajo y lo definió como "el más significativo e importante proyecto cultural de la Iglesia Católica".

Asimismo, aclaró que él no se siente "un ganador" del referéndum, pues sólo cumplió su deber al invitar a la abstención a los italianos, como mejor método para que no ganase el 'sí'. No he luchado para ganar y no he ganado. He intentado sólo hacer mi deber de obispo y escuchar mi conciencia de hombre, cristiano y ciudadano", explicó.

Según el Purpurado, la escasa participación en el referéndum se ha debido "a la madurez del pueblo italiano, que se ha opuesto a pronunciarse sobre temas técnicos y complejos, que ama la vida y que desconfía en una ciencia que pretende manipularla".

También precisó que la Iglesia no se ha inmiscuido en la laicidad del Estado con la petición de la abstención. "Si por laicidad se entiende que la Iglesia no puede tener una expresión pública, entonces no hablamos de laicidad sino de laicismo, que daña no sólo a la Iglesia sino al Estado", indicó.

En este sentido, agregó que la laicidad "es la libertad de cada uno y la distinción de las tareas y esto no se ha tocado. La Iglesia, en materias de gran importancia moral y humana, tenía el deber de expresar su voz claramente. Una voz que ha sido escuchada y compartida por muchos ciudadanos, en base a su conciencia personal".
La participación en el referéndum fue del 25,9 por ciento, cifra muy inferior al quórum del 50 por ciento más uno de los votos. De esta manera, la ley sobre reproducción asistida que más protege la vida en Europa, se mantiene invariable.
Italian Ruini boccia i patti civili per i gay
Jun 25, 2005
Fede e religione peseranno sulle elezioni politiche del 2006. Lo annuncia il presidente del Senato Marcello Pera alla Radio vaticana prima di presentare nel pomeriggio insieme al cardinale Camillo Ruini l'ultimo libro di Joseph Ratzinger, ormai diventato Pontefice.

(La Repubblica, 22 giugno 2005) ROMA - "Il fenomeno chiamato risveglio religioso, richiesta di fede e di valori, ha già giocato un ruolo nelle elezioni americane e può giocarlo anche nei paesi europei, Italia compresa", sottolinea la seconda carica dello Stato, distintasi nella campagna referendaria per aver elogiato l'astensionismo.

E, infatti, l'incontro che si tiene nel tardo pomeriggio a palazzo Wedekind, in una sala dal soffitto dorato sorretto da robuste cariatidi, più che a un dibattito assomiglia a un matrimonio. Radioso il cardinale Ruini, reduce dalla vittoria referendaria. Felice il presidente del Senato, che Comunione e liberazione ha appena invitato ad aprire il Meeting di Rimini esaltandolo come "politico atipico di straordinaria laicità, che ha una concezione dello Stato esattamente come la nostra".
Officia Bruno Vespa, mentre si celebra il patto tra gerarchia cattolica e laici devoti, che sottoscrivono riga per riga le analisi ratzingeriane sui guasti del relativismo e su una Chiesa ghettizzata e respinta ai margini. Immagine persecutoria, che in realtà poco riflette l'Italia, ma a nessuno la discrepanza sembra importare.

Platea d'eccezione per l'evento. Il presidente della Camera Casini insieme al sottosegretario Letta e al senatore Andreotti. Il cardinale Herranz in zucchetto porpora con il cardinale Re in semplice clergyman. Più in là il rettore della Lateranense Fisichella e il segretario papale Gaenswein, che si mescola discretamente