Karl Cardinal Lehmann Karl Cardinal Lehmann
Function:
Bishop of Mainz, Germany
Title:
Cardinal Priest of San Leone I
Birthdate:
May 16, 1936
Country:
Germany
Elevated:
Feb 21, 2001
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Intervento del Cardinale Lehmann per l’apertura della GMG
Sept 03, 2005
Pubblichiamo di seguito in versione integrale l’intervento tenuto dal Cardinale Karl Lehmann, Vescovo di Magonza e Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, nel corso della Celebrazione eucaristica di apertura della Giornata Mondiale della Gioventù, questo martedì 16 agosto, nella “LTU-Arena” di Düsseldorf.

“Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti” (Mt 2,2b),
EGLI ci ha chiamato.

Letture: 1 Sam 3, 1-10; 1 Cor 12, 12-27; Mt 2, 1-2

È sorprendente vedere quanti giovani provenienti da tutto il mondo sin dalla inaugurazione delle Giornate Mondiali della Gioventù quasi 20 anni fa (La prima GMG ufficiale si svolse ufficialmente a Roma, nella Domenica delle Palme del 1986; nel 1987 per la prima volta fuori Roma, a Buenos Aires) siano sempre affluiti tutti insieme. Nessun ostacolo li ha potuti fermare. Si celavano dietro dei grandi aneliti di pace, la lotta contro la povertà e una “cultura dell’amore” (Papa Giovanni Paolo II) li hanno motivati a riunirsi. Ne abbiamo anche bisogno per edificare il futuro del nostro mondo.

Come sempre, numerose persino variegate sono le ragioni che spingono i pellegrini a partire. Si vorrebbe conoscere il mondo, anzi, altre realtà. Forse in altri Paesi si scoprono anche diversi modelli di vita e si fanno esperienze che ci aiutano. Non mancherà neanche la curiosità. Del resto, si aveva questo tipo di coscienza anche nei pellegrinaggi dei millenni e secoli passati.

Ma questo non basta a spiegare il tutto. Possiamo sì affermare che soprattutto una partenza improvvisa e un lungo viaggio hanno bisogno di un motivo più profondo per compiere questo sforzo senza temere alcun pericolo. A volte, siamo attirati e allo stesso tempo animati da un istinto interiore o da una voce ancora che si distingue a mala pena. Siamo ispirati a partire da ragioni che non provengono semplicemente da noi. Qui la bibbia è molto sensibile e ci offre esempi indimenticabili.

La promessa fatta ad Abramo, che Dio gli avrebbe donato un grande popolo, è strettamente legata ad un tale appello di partire verso un Paese sconosciuto e un futuro lontano. “Il Signore disse ad Abramo: vattene dal tuo Paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il Paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). Osserviamo la stessa cosa anche quando Gesù chiama i suoi discepoli a seguirlo. Durante la pesca lasciano le loro reti, seguono Gesù e diventano pescatori di uomini (cfr. Mc 1,14-20)

Tuttavia, le cose non sono sempre così evidenti come nel caso di Abramo e dei discepoli, non così evidenti dall’inizio e non per tutti. Ci sono infatti diversi appelli che noi udiamo nel brusio delle voci e che dobbiamo sempre saper distinguere. Non è facile individuare se una voce viene da Dio o se essa è un mero riflesso della nostra abitudine, se è una eco di seduttori segreti e raffinati, come per esempio la pubblicità o la propaganda, o infine solo l’espressione dei nostri desideri segreti. Questo si vede bene nella storia vocazionale di Samuele, che abbiamo appena sentito nella prima lettura.

Samuele serviva nel Tempio. Aveva già fatto numerose esperienze nella pratica della sua fede. Ma sembra che solo raramente nel corso della sua vita abbia sentito la parola diretta di Dio. “La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti”. (1 Sam 3,1) Eppure Dio parla. Però all’inizio Samuele non lo riconosce. Pensa che sia il suo maestro Eli che lo sta chiamando di notte. Solo al terzo appello Samuele si rende conto che non è stato Eli a chiamarlo, ma Dio stesso. Tuttavia, più tardi, Samuele troverà anche la risposta giusta. Quindi, ci vuole ciò che la Sacra Scrittura e la tradizione della spiritualità definiscono sin dall’inizio “il dono di distinguere gli spiriti” (cfr. 1 Cor 12, 10; Eb 5, 14). Sono soprattutto i segni dei tempi, per quanto possano essere equivoci e volubili, come i segni nel cielo, che hanno bisogno di un’interpretazione chiara (cfr. Mt 16,3; Lc 12,54; 21,7).

L’appello di Dio e anche l’appello di Gesù si riconoscono, perché essi ci sottraggono dalla massa, in cui ci possiamo nascondere più facilmente, e dalle abitudini della nostra vita delle quali non ci sentiamo veramente responsabili (“Ma lo fanno anche gli altri!”). È importante sapere che egli ci chiamerà per nome: così come Dio ci ha dato un nostro nome al momento della nostra nascita e del diventare cristiani (fede e battesimo) che esprime la dignità unica di ogni essere umano.

Dio ci afferra nelle profondità ultime della nostra vita quando ci chiama. L’appello di Dio richiede sempre coraggio, perché si rivolge direttamente a noi senza che possiamo sostituire le cose. Ci piacerebbe sostituire tutto, in particolare le cose difficili della nostra vita: responsabilità e oneri. La particolarità dell’appello di Dio è che egli ci conduce dapprima verso un futuro estraneo e sconosciuto. Ciò vale per ogni cristiano, e chiaramente in particolare per tutti coloro che l’hanno seguito direttamente.

Però qui ci sono sempre due cose che coincidono: l’appello di Dio è rivolto non solamente all’edificazione della persona o ai desideri spirituali degli individui. Ma questa inconfondibilità dell’appello è anche legata ad una missione, all’appartenenza dell’individuo ad una comunità e in particolare al servizio del Vangelo in tutto il mondo. L’appello e la missione sono inseparabili. Un appello non serve semplicemente all’edificazione personale o solo al desiderio spirituale individuale. Egli ci assegna sempre un determinato posto, come ci dimostrano molte storie vocazionali della Bibbia.

Così la missione corrisponde all’appello. Tramite la missione Gesù ci affida un incarico - di solito tramite la Chiesa che parla in suo nome -. L’individuo mette le sue capacità e i suoi carismi al servizio della comunità, e in particolare della Chiesa. La lettura del 12° capitolo della prima Lettera ai Corinzi ci ha dimostrato come i numerosi doni si completano a vicenda, proprio a causa della loro ricchissima varietà. “Vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti... Ma tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole” (1 Cor 12,4-11). Solo l’unico Spirito ci aiuta anche ad andare oltre la caparbietà e il falso amor proprio. I doni dello Spirito (Carismi) sono solo veri se sono utili e servono alla comunità dei credenti nelle cose quotidiane della Chiesa, e non quando si gonfiano e si danno delle arie per la loro particolarità.

Per questo, dobbiamo continuamente ascoltare la nostra voce interiore e prestare attenzione alla parola di Dio per verificare se abbiamo veramente sentito l’appello di Dio o se ci siamo fermati durante alcune tappe di passaggio. Forse l’appello di Dio ci conduce verso profondità ancora più grandi. Anche le persone che hanno scelto di imitare Gesù e l’hanno praticato per molto tempo , si chiedono di tanto in tanto dopo molti anni: Questo era tutto? E se Dio volesse da me di più e cose diverse? Spesso ci opponiamo ad un tale appello più vasto di Dio e ci piacerebbe scusarci come persino i profeti fanno: cerca un altro! Sono ancora troppo giovane! Non so parlare bene! Ma Dio insiste poi sulla radicalità del suo appello. Qui vale la parola abissale e misteriosa di Gesù a Pietro: “Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18).

All’inizio avevamo detto che noi tutti abbiamo ricevuto da qualche parte un impulso o un cenno qualsiasi che ci ha ispirato a partire verso la Giornata Mondiale della Gioventù 2005. Dio parla con noi attraverso molti segnali. Una volta sono palesi e inequivocabili. Un’altra volta facciamo fatica ad individuare la sua voce e dobbiamo davvero filtrare le tante voci del nostro mondo per sentirla. Ciò vale per ciascuno di noi. La Giornata Mondiale della Gioventù non crea una massa anonima, ma si propone di dimostrare ad ognuna ed ognuno di noi la sua missione e il suo posto nella Chiesa.

Anche per questo ci sono sempre stati giovani adolescenti durante le GMG che hanno scoperto la loro vocazione per il servizio spirituale: Maschi e femmine! Allo stesso tempo riceviamo nuovamente anche la nostra vocazione come Chiesa, con i diversi significati di questa parola: nella comunità più piccola del matrimonio e della famiglia che chiamiamo “Chiesa domestica”, nelle nostre parrocchie, nelle nostre diocesi e nei nostri paesi, ma soprattutto anche come Chiesa universale che vive dello scambio dei suoi membri. In essa dobbiamo cercarce il nostro posto concreto.

Proprio qui a Colonia, dove andremo fra poco e dove passeremo i prossimi giorni, i “Re Magi” fanno parte Giornata Mondiale della Gioventù 2005. I saggi che si sono fatti chiamare in un modo ben particolare. Non sapevano cosa li aspettava. Ma erano ricercatori appassionati della verità della nostra vita, di un orientamento per tutta la nostra esistenza, di un ultimo sostegno e di una certezza infallibile in mezzo alle vicissitudini della nostra vita.

Questa ricerca fa parte dell’individuo che non si vuole piegare. Sono pagani. Percepiscono l’appello di Dio in una stella: “Dove è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”. (Mt 2,2) Si tratta proprio di questo: avvicinarsi ad una stella in modo incessante e appassionato. Gesù è la stella della nostra vita, la stella del mattino e la stella della sera, l’inizio e la fine. Seguiamo anche noi questa stella, oggi e domani, per raggiungere le tante sorelle e i tanti fratelli a Colonia, e da lì, dopo questi giorni, torneremo trasformati nella nostra patria. Amen.
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