Péter Cardinal Erdõ Péter Cardinal Erdõ
Function:
Archbishop of Esztergom-Budapest, Hungary
Title:
Cardinal Priest of St Balbina
Birthdate:
Jun 25, 1952
Country:
Hungary
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian L'omelia del cardinale Erdő per la Beatificazione di mons. Zoltán Meszlényi, martire del regime comunista ungherese
Nov 22, 2009

Questa mattina nella Basilica di Esztergom, in Ungheria, nel corso di una Messa solenne, è stato elevato all’onore degli altari il Servo di Dio Zoltán Lajos Meszlényi, vescovo e martire. Il presule ungherese è stato un coraggioso pastore, che ha offerto la sua vita alla cura spirituale e alla promozione umana dei fedeli della diocesi di Esztergom, di cui fu ausiliare tra il 1937 e il 1950. Durante la persecuzione del regime comunista ungherese contro la Chiesa, fu deportato dalla polizia nel campo di internamento di Kistarcsa e morì in seguito alle torture, il 4 marzo 1951. La Santa Messa è stata presieduta dal cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest, mentre a leggere la formula di Beatificazione è stato l’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, rappresentante del Papa. Di seguito i testi integrali dell'omelia del cardinale Erdő e del messaggio di mons. Amato:
Omelia del cardinale Erdő:

Eminenza Reverendissima Cardinale László Paskai,
Eccellenza Reverendissima Arcivescovo Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi,
Eccellenza Reverendissima Monsignor Juliusz Janusz, Nunzio Apostolico,
Arcivescovi e Vescovi,
Onorevole Presidende del Parlamento, della Corte Costituzionale e della Corte Suprema,
Onorevoli Rappresentanti del Governo della Repubblica Ungherese,
Onorevole Presidente Ferenc Mádl,
Onorevole Presidente dell'Accademia Scientifica Ungherese,
Onorevole Signor Sindaco Tamás Meggyes,
Stimati Rappresentanti della nostra vita politica, sociale e culturale,
Onorevoli Rappresentanti delle Chiese sorelle,
Carissimi fratelli nell'Ordine,
Fratelli amati in Cristo!

1. Oggi ci siamo riuniti nella Basilica principale della nostra Chiesa sul monte Sion ungherese, che, nel corso dei secoli, ha rappresentato per il nostro popolo la Provvidenza di Dio, la speranza nel ritorno e il rinnovamento della della nazione. Dopo la decadenza del periodo turco, di nuovo, per 150 anni, c'è stato bisogno di ricostruire la cattedrale. Oggi tra queste sante mura si celebra per la prima volta una cerimonia di beatificazione. La figura del vescovo martire Zoltán Meszlényi prende posto nella schiera dei santi e beati ungheresi. Egli è il primo ad essere elevato nella schiera dei beati tra i sacrifici della persecuzione della Chiesa del periodo stalinista nella nostra Patria. Che cos'è il messaggio del vescovo Meszlényi e la sua eredità per noi, cattolici di oggi, ungheresi di oggi? Quale profondità fa emergere l'esempio della sua vita? Che vita emerge dalla sua testimonianza eroica?

2. La lettura dell'antico testamento che abbiamo appena letto proviene dal libro della Sapienza. Generalmente vale, per la morte degli uomini giusti, ma soprattutto dei martiri, che “Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto” (Sap 3,1-6).
Già nei libri tardi dell'antico testamento, emerge la convinzione che la ricompensa di una vera vita di sequela della volontà di Dio non si mostra semplicemente nella fortuna e nel successo terreno, quanto piuttosto nella felicità eterna. Questa convinzione ha aiutato i martiri del tempo dei Maccabei a sacrificare la propria vita per la loro fede (cfr Mac 6,18-7,42). Inoltre, Gesù Cristo nella propria persona ha dato esempio del fatto che ogni uomo riceve una vocazione alla vita eterna, che l'amore del Padre Celeste è più importante di qualsiasi riconoscimento terreno. Nel Vangelo di san Matteo, Gesù così incoraggia gli apostoli: “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. ...Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,28.32). Pertanto, Cristo è la conferma della nostra speranza e della nostra gioia, perché cosa può accadere all'uomo di peggio della morte? Eppure lo sprofondamento delle anime nella perdizione è peggio della morte corporale. Ma la morte in questa terra non può togliere agli uomini l'intera vita, perché non si possono uccidere le anime. Solo Dio è Signore del destino delle anime.

Ancora oggi nel mondo uomini vengono uccisi per il solo fatto di essere cristiani. Ma i seguaci di Cristo molte volte devono soffrire anche altre prove oltre alla violenza e all'omicidio. Anche ai giorni nostri spesso siamo esposti a maldicenze, insinuazioni contro la nostra Chiesa, denigrazioni, sempre nuove ondate di falsificazioni storiche, odio diretto verso la Chiesa, emarginazione dei credenti e delle istituzioni ecclesiali, ma il mandato dell'uomo cristiano non è annunziare se stesso, ma Gesù Cristo, il Signore, perché – come scrive san Paolo – Dio “rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6). Lo Spirito Santo dà la capacità di testimoniare apertamente Cristo.

3. La vita del vescovo martire Zoltán Meszlényi è un esempio di testimonianza di un uomo cristiano reso forte dallo Spirito Santo. Nacque nel 1892, perse presto la madre. Dall'esperienza conobbe quale sia la sorte dei bambini mezzi orfani, poi di quelli orfani. In un altro uomo, questo avrebbe causato uno sradicamento, eventualmente amarezza nei confronti della società, o completo disorientamento. Invece questa esperienza ha accompagnato fino alla fine della sua vita il vescovo Zoltán, e lo ha spinto a prendersi cura con i propri soldi dei bambini e dei giovani che vivevano nell'abbandono o orfani, senza risparmiare né tempo, né energie. La Provvidenza, pertanto, lo ha messo alla prova, ma questo è servito al suo approfondimento spirituale e alla sua nobilitazione.

Ma egli ricevette da Dio anche altri doni: ricevette un eccezionale talento e la vocazione sacerdotale. Oggi, nell'anno del sacerdozio, dobbiamo prestare attenzione particolare al fatto che egli, agli inizi della sua giovinezza, riconobbe la parola viva di Cristo. In Józsefváros, l'ideale di Cristo che irradiava dall'insegnamento dei buoni preti e degli insegnanti di catechismo conquistò il suo spirito. Così si presentò per il servizio nella diocesi di Esztergom. A Esztergom i giovani seminaristi frequentavano il liceo benedettino. Qui eccelse tra i suoi compagni con le sue doti eccezionali; per questo, dopo la maturità, fu mandato a Roma a studiare presso il Collegio Germanico-Ungarico. Continuò i suoi studi all'Università Gregoriana, dove ottenne il dottorato in Filosofia e Teologia e il baccalaureato in Diritto Canonico. Tuttavia, non potè godere di una preparazione indisturbata: giunse la Prima Guerra Mondiale. L'Italia passò dal lato dell'Intesa. Per questo motivo, l'ordine gesuita trasferì a Innsbruck gli studenti del proprio collegio romano, in modo da evitare che le autorità italiane li internassero in quanto cittadini nemici. Ma Zoltán pregava, studiava, e, più tardi, si ricordò con devozione di questi anni di preparazione. Non permise che gli avvenimenti tempestosi turbassero il suo spirito. Tuttavia, fedelmente, precisamente e con responsabilità davanti a Dio, si diresse verso il proprio fine stabilito, perché sapeva che non aveva scelto la chiamata al sacerdozio semplicemente cercando una vita bella e comoda, o semplicemente in base al sentimento, ma per obbedienza nei confronti della irresistibile parola di Cristo. “Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore” (Rm 12,11). Questa magnanimità in Zoltán Meszlényi non si mostrava con gesti teatrali; la sua spiritualità non cercò il successo esteriore e nemmeno l'ebbrezza della fama di un momento. Piuttosto, questa magnanimità si mostrava nel fatto che cercò la volontà di Dio appassionatamente e, con precisione, con coscienza e fedeltà, adempì ogni suo dovere, in particolare adempì quei doveri propri della sua situazione, come studente, come prete, più tardi come segretario episcopale, come direttore di ufficio, come membro del tribunale ecclesiastico, come economo della diocesi e, dal 1937, come vescovo ausiliare. Ma con la stessa fedeltà e precisione, adempì tutto quello a cui lo obbligava l'amore per i parenti e l'amore nei confronti dei poveri e sfruttati a lui affidati.

Ma come la fedeltà nel piccolo porta all'offerta di sé, come può diventare l'eroica abnegazione del martirio? Come? Quasi impercettibilmente. Il “sì” detto giorno per giorno alla volontà di Dio, la ricerca appassionata e umile del volto di Cristo, in se stessa esorta l'uomo su una strada su cui è già lo Spirito Santo a dirigere i nostri passi. Tutto questo processo eccezionale si sviluppa sempre dietro le quinte della vita quotidiana. Occuparsi del mantenimento materiale delle istituzioni della diocesi durante le vicende della Seconda Guerra Mondiale, accorgersi delle molte miserie umane, stare al fianco dei preti con particolare comprensione e carità e, nel contempo, non trascurare la preghiera e neppure lo studio, queste furono per il vescovo Zoltán le principali sfide. Egli in tal modo visse i suoi giorni quotidiani che molte volte guardò nelle profondità delle cose di questo mondo, nei continui nuovi problemi, dal punto di vista di Dio e dell'eternità. Lo sguardo profondo del vescovo Zoltán anche alla fine della guerra, seppe intravvedere dietro le sofferenze umane la deprimente e scoraggiante immagine della distruzione spirituale, e percepì anche il martirio che aspettava i cristiani. Il 2 dicembre del 1945, nella chiesa del centro di Esztergom, disse la seguente cosa: “Il nostro popolo, anticamente sano spiritualmente, oggi giace in un tale abisso morale che, se Dio misericordioso non avrà pietà di noi, e se non avrà parte a un rinnovato avvento del Signore, allora possiamo veramente disperare riguardo al suo futuro. Riceviamo notizie di rapine, saccheggi, omicidi” dice il vescovo riguardo alla circostanza del dopoguerra “si ama facilmente attribuire agli altri queste cose – continua – ma non giustifichiamoci: questi crimini, in molti casi, gridano vendetta a causa dei nostri stessi fratelli... Allora, quando l'insieme delle disgrazie nazionali dovrebbe unire gli uomini ungheresi, proprio allora emerge la spaccatura spirituale e gli uomini, uno contro l'altro, si lanciano accuse, si denunciano tra di loro, contro uomini innocenti... possiamo sperare in una risurrezione spirituale senza l'avvento del Signore?”. Chi potrebbe liberarci – si chiede successivamente – al di fuori di Cristo, in cui appaiono la misericordia e l'umanità?
 L'insegnamento del vescovo Meszlényi è eccezionalmente attuale: anche oggi percepiamo che il nostro egoismo individuale e comunitario, la nostra miopia, il nostro desiderio di potere, i nostri odi, ci fanno cadere in una trappola da cui non possiamo liberarci con le nostre forze. Il crollo, lo sfascio delle circostanze esteriori si coniuga con l'atteggiamento umano. Non dobbiamo semplicemente affrontare le conseguenze dell'impersonale economia mondiale: anche noi stessi, chi più, chi meno, siamo responsabili dei nostri problemi. E le difficoltà non raramente opprimono nella maniera più dura quelli che sono i meno responsabili della rovina delle proprie sorti. Ma forse è ancora più grande il problema nel mondo dello spirito dove su molti prende sempre più potere lo sconforto, la disperazione, la depressione, il senso di mancanza di significato, oppure l'amarezza e il rancore. Da questo cerchio infernale, solo l'amore misericordioso di Dio ci può salvare. Gli eccezionali testimoni di questo amore sono quegli uomini che sono pronti a sacrificare anche la loro vita per amore di Dio, nella speranza della vita eterna. Pertanto la fedeltà dei martiri è fonte di speranza per noi. Squarcia sopra di noi la grigia volta intessuta dal peccato e dalla miseria, così che possiamo vedere più ampiamente nel Regno del Cieli, perché là è la nostra vera patria (v. Fil 3,20), nella gioia di Dio (v. Mt 25,21-23).

Con questo spirito elevato, il vescovo Zoltán visse la guerra; con tale saggezza contemplò la pressione sempre più opprimente nei confronti degli uomini credenti e della Chiesa, la instaurazione della dittatura comunista. Nel 1948 con parole quasi profetiche così parla: “La profezia del Salvatore che si prepara alla morte sulle sofferenze che avrebbero aspettato i suoi discepoli … riguarda i cristiani credenti in Cristo di ogni tempo” – dice. “Secondo san Cipriano, lo spargimento del sangue dei cristiani è quella semina da cui” si sviluppano le folle dei cristiani. A questo aggiunge: “ Sappiate bene che il tempo dei martiri non è finito con i primi secoli. Finora non c'è mai stata una generazione in cui non ci sono stati martiri in uno o in un altro punto della Chiesa universale”. Ma l'approssimarsi della persecuzione fece nascere nel cuore del vescovo Zoltán anche la comprensione nei confronti dei persecutori. “Queste persecuzioni – dice – sono state compiute da uomini fanatici. A tutti loro si riferisce la parola del Signore Gesù: hanno ucciso i fedeli perché attraverso questo nel proprio modo pensavano di rendere servizio a Dio”. In questa epoca drammatica “è lo Spirito Santo consolatore la nostra speranza – sottolinea il vescovo Meszlényi – che ci insegna come si deve perseverare in difesa della verità di Cristo, come dobbiamo difendere la fede nei confronti di ogni tentazione, come dobbiamo desiderare la corona celeste”.

4. Tale fu pertanto quella vita e quella spiritualità che lo ha guidato fino al momento della eroica perseveranza finale. Quando, il 15 giugno del 1950, morì János Drahos, vicario generale che aveva governato la diocesi al posto del cardinale Mindszenty che stava in prigione, la paura scosse il clero e i fedeli, dal momento che fino ad allora, nonostante ogni difficoltà, la diocesi era stata governata in fedeltà al papa e al proprio arcivescovo imprigionato. Cosa consegue a questo? Il 17 giugno, dopo il funerale del vicario generale Drahos, si dovette eligere un vicario capitolare per la guida della diocesi ormai orfana. Solo che un'intollerabile pressione esterna si opponeva alla libertà dell'elezione. In ogni caso, i poteri statali desidervano l'elezione di Miklós Beresztóczy, che a quell'epoca era già l'organizzatore del Movimento della Pace. I canonici di Esztergom, e tra loro il vescovo Meszlényi non si furono arrabbiati con Miklós Beresztóczy. In lui potevano vedere un fratello prete con una preparazione simile alla loro, che si occupava del diritto canonico e del governo della Chiesa, e con cui, a fianco del cardinale Jusztinián Serédi, lavoravano nell'interesse della Chiesa. Ma sapevano di lui che era stato in prigione. Con tristezza comune, sospettavano anche che, per molti versi, avesse ceduto nel tempo passato in prigione. Ma le varie violente pressioni statali, arrivate per più canali, avevano portato il capitolo alla conclusione che, se avessero scelto Beresztóczy questa non sarebbe stata una scelta libera, e pertanto non sarebbe potuta essere un'elezione valida. In ogni caso, era necessario evitare che i fedeli e i preti fossero insicuri riguardo a chi fosse il legittimo pastore della diocesi. Perché l'unità con il successore di San Pietro non è semplicemente una formalità esteriore, ma una forza vivificante, da cui deriva la sorgente della fede e della grazia. L'unità con il romano pontefice rafforza la chiesa locale, così che possa essere fedele al mandato di Cristo. Questo fu il punto di vista che spinse il vescovo Zoltán Meszlényi ad accettare umilmente questo pericoloso compito, scusandosi ma accettandolo.

Nella sua prima ed unica lettera pastorale fece i conti con la sua vita. Descrive così la sua accettazione della elezione: “Nella circostanza presente non fui libero di declinare questo peso che volevano mettermi addosso”. Ancora in questo momento sorse il pensiero se non si potesse persuadere il nuovo vicario capitolare, contro la volontà dell’arcivescovo imprigionato, deviando dalle prescrizioni della Chiesa, a fare delle grosse concessioni nella direzione del potere statale. Le annotazioni eseguite riguardo a lui a quell'epoca e le esaminazioni ricercavano proprio questo. Forse speravano di prendersi gioco di lui contro il cardinale Mindszenty. Forse speravano che nel suo cuore ci fosse risentimento perché, nonostante il fatto che fosse diventato vescovo sette anni prima di Mindszenty, e riguardo alla conoscenza delle lingue e anche alla formazione lo superasse, Mindszenty e non lui era diventato l'arcivescovo della diocesi. Ma in lui non viveva amarezza. Anzi, proprio al meglio mostrò la sua fedeltà ed obbedienza quando il cardinale Mindszenty era già in prigione. Il vescovo Zoltán nelle sue omelie, esortava i fedeli ad essere fedeli al loro vescovo imprigionato. E questa non è l'espressione di un uomo pieno di rancore. Lo stesso agente che scrive il rapporto sul vescovo Meszlényi nel luglio del '50 interpreta così la situazione: non esiste eventualità di guadagnare il nuovo vicario capitolare a una particolare collaborazione, perché Zoltán Meszlényi è un uomo in cui non c’è alcuna traccia di opportunismo. Questa è la veritiera confessione circa il suo carattere; questo mostra la sua grandezza e la sua disponibilità al martirio per amore nei confronti della Chiesa. Per questo fu prelevato il 29 giugno del 1950; per questo fu tenuto in condizioni disumane, con le finestre aperte nel freddo invernale, costringendolo scalzo nel cortile ricoperto di scorie, senza le medicine necessarie, isolandolo severamente fino alla fine nella cella di rigore. Se il loro scopo era spezzare la Chiesa, intimorirla con questo tipo di persecuzione, anche questo conferma il martirio. Se la loro intenzione era distruggere il vescovo, nel tentativo di dominare sulla Chiesa, anche questo loro comportamento rafforzava il martirio. Pertanto, questa morte non fu un incidente casuale, ma una testimonianza assunta con spirito obbediente per la fede e per la Chiesa di Cristo.

La morte del vescovo Zoltán è stata per lungo tempo circondata da un silenzio di tomba; solo tre anni dopo è stato reso noto il decesso con una data falsa. Di nuovo, ci vollero dodici anni prima che autorizzarono a cercare il sepolcro e a trasportare qui, nella cripta della basilica, i suoi resti mortali. Il funerale di allora cercò di evitare pubblicità. A tal punto i poteri avevano paura del vescovo Meszlényi morto 15 anni prima, che, tra l'altro, non era nemmeno stato un famoso protagonista della politica.

Nell'estate del '50, la Conferenza Episcopale, tenne una seduta straordinaria sotto la pressione delle deportazioni dei religiosi. Il tema era la firma dell’accordo con il governo. Anche se la maggior parte fece notare che ufficialmente si doveva chiederne conto al governo di quello che era successo a un membro della Conferenza Episcopale, ma, tra le circostanze della grande pressione politica, questa lettera in cui si chiedeva conto dell'accaduto non fu mai scritta. Un profondo e lungo silenzio ha coperto la figura del vescovo martire per molti anni. Ma “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1,25).

Beato vescovo Zoltán! Siamo venuti per inchinarci davanti alla grandezza del tuo martirio. Siamo venuti per ricevere giubilando la decisione di papa Benedetto, e per venerarti sull'altare nella schiera dei santi e beati del nostro popolo. Siamo venuti per contemplare lo specchio limpido della tua fiducia e della tua fedeltà, e chiediamo il tuo sostegno. Prega per la nosta Conferenza Episcopale, per il nostro clero e per i nostri religiosi, così che instancabilmente e coscienziosamente consacriamo la nostra vita alla causa di Cristo. Prega per l'intero nostro popolo, affinché Dio guarisca le tante ferite del nostro spirito. Che la tua beatificazione sia anche per noi la grande festa della riconciliazione! Che le ferite del nostro passato, alla luce della misericordia, non siano sorgente di amarezza e di discordia, ma mostrino la via della comprensione e della riappacificazione! Prega per tutti quelli che hanno sofferto a causa dell'ingiustizia, perché la meravigliosa possibilità del perdono è sempre a loro disposizione. Prega per noi che ci pentiamo sinceramente se abbiamo causato ferite o sofferenza agli altri e perché siamo pronti alla riconciliazione! Prega per tutti noi, affinché il rinnovamento dei cuori renda migliore e più felice il mondo intorno a noi e guidi sempre più uomini a Cristo che è la definitiva e piena felicità nostra! Amen.


Messaggio di mons. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi:

Siamo grati al Santo Padre Benedetto XVI per questo dono che egli ha fatto oggi alla gloriosa Chiesa ungherese. Ma il beato Zoltan Meszlényi, Vescovo Ausiliare di Esztergom, è una gloria anche della Chiesa universale. Come ogni martire cristiano, all’odio per la sua fede, egli rispose con la fortezza e la dolcezza degli innocenti. Con il sacrificio della sua vita, egli è un testimone eroico del Vangelo di Cristo, il maestro divino, che insegnava ad amare i persecutori e a pregare per loro.

Il martire cristiano, infatti, non odia e non vuole la morte dei nemici. Il martire cristiano prega, perdona e ama. Non porta divisione, ma concordia; non fa la guerra ma la pace; non disprezza né si vendica ma rispetta e onora il prossimo.

Il beato Zoltan Meszlényi ci invita a essere fedeli al Vangelo di vita e di verità. È questo il suo messaggio oggi: vivere nella comunione, nella libertà e nella carità, e costruire, promuovere e testimoniare una civiltà dell’amore, della vita e della fraternità universale.

Continuiamo a tenerlo nella nostra memoria orante e a chiedere la sua intercessione per rimanere anche noi forti e perseveranti nella fede, nella speranza e nella carità.

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