Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian La via fondamentale dell’uomo che si rivela all’uomo di Angelo Scola
Mar 14, 2009

A trent’anni dalla “Redemptor hominis”
«A 30 anni dalla “Redemptor hominis”. Memoria e profezia» è il convegno che si svolge
il 10 e l'11 marzo presso la Pontificia Università Lateranense. Il convegno è organizzato
dallo stesso ateneo e dal Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis. Il cardinale
patriarca di Venezia ha sintetizzato per «L'Osservatore Romano» il suo intervento. Sotto
pubblichiamo uno stralcio di un'altra delle relazioni.

Per riflettere sulla Redemptor hominis, trovo opportuno richiamare la celebre
provocazione di Thomas S. Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità o l'umanità
che ha abbandonato la Chiesa?». Lo scavo della questione antropologica condotto da
Giovanni Paolo II - sappiamo bene che Karol Wojtyla aveva già ampiamente affrontato il
tema prima del suo pontificato (cfr. Persona e atto) - non lascerebbe dubbi circa la
risposta: «La Chiesa non può abbandonare l'uomo, la cui “sorte”, cioè la salvezza o la
perdizione, sono in modo così stretto e indissolubile unite al Cristo» (Redemptor
hominis, 14). Il vincolo che lega la Chiesa all'uomo e l'uomo alla Chiesa è indissolubile in
quanto radicato nel mistero dell'incarnazione e redenzione del Figlio, indagato da
Redemptor hominis nell'orizzonte di un «cristocentrismo obiettivo». La Chiesa, quindi,
per sua natura, non dovrebbe mai abbandonare l'uomo. Ma, a trent'anni dall'enciclica,
tanta immediata fiducia in tale semplice convinzione è realistica o non suona, piuttosto,
come un'acritica pretesa? Il cammino compiuto dall'uomo occidentale nell'articolato
percorso che va dalla modernità alla post-modernità sembra infatti documentare il suo
progressivo allontanamento da ogni sorta di legame e appartenenza ecclesiale. L'esito di
questo processo è suggestivamente evocato dal grido con cui Friedrich W. Nietzsche,
confutando alla radice le pretese dell'universalismo kantiano, rivendica l'ingresso
dell'uomo in una nuova dimensione svincolata da qualsiasi riferimento veritativo: «Noi
(...) vogliamo diventare quello che siamo: i nuovi, gli irripetibili, gli inconfrontabili, i
legislatori di se-stessi, quelli che si danno da sé la legge, che si creano da sé». A questo
proposito è importante sottolineare che il pensiero post-moderno - di cui Nietzsche può
a pieno titolo essere considerato il profeta - nel giusto tentativo di superare le aporie
della ragione illuminista, ha però anche finito col demolire l'uomo come «universale
concreto». Tema cui la Redemptor hominis, fortemente ancorata in Gaudium et spes, fa
continuo riferimento. In questa prospettiva non si potrebbe più parlare né della singola
persona intesa come soggetto integrale, frantumato nei singoli atti della sua volontà, né
della sua «sorte» - per usare la bella espressione di Redemptoris hominis 14 -
totalmente affidata alle possibilità offerte dal connubio tra scienza e tecnologia, di volta
in volta valutate unicamente in termini di scelte soggettive e utilità strumentale. Il
soggetto non sarebbe più l'uomo «nella sua irripetibile realtà dell'essere e dell'agire,
dell'intelletto e della coscienza e del cuore» (RH, 14), ma soltanto un'entità tecnocratica
e collettiva di cui il singolo uomo rappresenterebbe una mera funzione. Ma se davvero
parlare di uomo come persona-soggetto di diritti e doveri è il risultato di un arbitrio - di
«un'interpretazione», direbbe il pensiero post-moderno - allora la Chiesa, quand'anche
riuscisse a proporsi all'altezza del «nobile Redentore», non avrebbe più, propriamente
parlando, il suo interlocutore - l'uomo concreto. Di conseguenza la sua missione
risulterebbe priva di significato o tutt'al più, come da più parti le si rimprovera, soltanto
«un decisivo nodo di potere». «Eppure - scriveva l'allora arcivescovo di Cracovia Karol
Wojtyla - esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza dell'uomo» (Persona e
atto, 35). Nell'inesauribile convinzione che l'esperienza elementare dell'uomo, nella sua
«sostanziale semplicità» supera qualunque «incommensurabilità» e qualunque
«complessità», questa avversativa iniziale continua ad avere una presa assai realistica.
Lascia intendere che la travagliata situazione dell'uomo contemporaneo non può essere
aggirata neppure dalla tecnoscienza. Va percorsa fino in fondo, perché lo esige la
domanda suprema di significato - «Chi alla fine mi assicura?» - inestirpabile
dall'esperienza costitutiva (integrale/trascendentale e categoriale/elementare). In
quanto costitutiva questa esperienza è, in un certo senso, autoevidente poiché se «l'atto
costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela» (Persona e atto, 53), allora
nella misura in cui cresce il bisogno di comprendere chi sia la «persona» che sempre
vive in azione «la categoria di esperienza acquista il suo pieno significato» (Persona e
atto, 50). Pertanto anche quest'uomo - cioè ciascuno di noi oggi - è «via della Chiesa»
come dice l'enciclica. E non in modo astratto, ma facendosi carico di tutte le sue
determinazioni storiche che, anche nelle forme più radicali, «caratterizzano la sua
situazione» (RH, 19). Quella che Giovanni Paolo II - ma anche von Balthasar - chiamava
un'«antropologia adeguata» conserva tutto il suo valore. Perché? Perché tiene conto del
fatto che quando l'uomo giunge a riflettere su di sé, non può formulare il discorso prima
di cominciare a essere uomo, ma è «obbligato» a farlo sorprendendosi in azione. Si
trova già dentro un «esserci» e, dall'interno di questo esserci, riflette su chi egli sia. Non
v'è spazio per un'ipotetica riflessione aprioristica di carattere teorico sulla natura
dell'uomo da cui dedurre una conoscenza da applicare successivamente alla vita.
Pertanto il linguaggio della persona rivela che l'uomo è sempre storicamente situato. È
nella storia che si gioca il dramma della sua libertà finita in cerca della libertà infinita di
Dio. Di conseguenza le molteplici oggettivazioni e determinazioni cui il soggetto
tecnocratico oggi lo sottopone debbono legittimamente fare il loro ingresso e far sentire
tutto il loro peso all'interno di una antropologia drammatica (l'unica adeguata), ma
senza che per questo possano far tacere il suo agostiniano inquietum cor. L'uomo di oggi
non è pertanto meno desideroso di infinito di quello di ogni tempo. Il Redemptor
hominis irrompe all'interno di questa sua costitutiva esperienza. Anche quest'uomo «è
stato redento da Cristo, perché con l'uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna -
Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell'uomo non è di ciò consapevole»
(RH, 14). Il profondo e delicato passaggio di Gaudium et spes 22, diventa la chiave per
affrontare l'«enigma uomo», al riparo da ogni sterile dualismo tra eterno e tempo,
necessario e contingente, dogma e storia. Infatti la redenzione non va intesa solo in
chiave escatologica, come se l'azione di Cristo fosse esclusivamente finalizzata alla
speranza di un riscatto in un astratto aldilà. La redenzione è all'opera nella stessa
possibilità donata all'uomo di dedicarsi incessantemente all'affascinante compito di
svelamento dell'enigma del suo «esserci». L'uomo «è prima e fondamentale via della
Chiesa». E lo è proprio in virtù della «via tracciata da Cristo stesso, via che
immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione» (RH,
14). Ovviamente il riferimento a Cristo, in quanto immagine perfetta del Padre, è
determinante per comprendere tutta la portata dell'affermazione di Giovanni Paolo ii. E
questo spiega il desiderio dell'enciclica che, come asserisce con forza in apertura il
Vaticano ii, «ardentemente desidera con la luce [di Cristo] splendente sul volto della
Chiesa, illuminare tutti gli uomini» (LG, 1). «Ci occuperemo della Chiesa solo nella
misura in cui esso può e vuole essere una mediazione della forma (Gestalt) della
Rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Dicendo questo abbiamo probabilmente posto la
questione decisiva. E forse, nei riguardi della Chiesa non c'è più alcuna domanda da
porre oltre a questa» scrive Hans Urs von Balthasar. Ogni uomo può essere incorporato
a Gesù Cristo mediante la Chiesa, da Lui amata di un amore sponsale (cfr. Lettera agli
Efesini, 5). Egli partecipa in questo modo della figliolanza divina del Redentore che è
l'inverarsi, in pienezza di umanità, della totale comunione intratrinitaria. Il percorso fatto
mostra tutta la pregnanza dell'affermazione di Redemptor hominis 14, che «l'uomo è la
prima e fondamentale via della Chiesa».
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