Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Intervista al cardinale Angelo Scola: don Luigi Giussani e il genio cristiano dell’esperienza umana
Feb 26, 2009

«Don Luigi Giussani è stato un genio dell’educazione, capace di un pensiero originale - io lo definisco “sorgivo” - che lo portava non solo a mettere a frutto una notevole messe di letture, ma soprattutto a interpretare in maniera autentica l’esperienza elementare dell’uomo. Ciò gli ha consentito di affascinare centinaia di migliaia di persone di ogni generazione, e in maniera particolare i giovani».
Così il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ricorda col Riformista la grande figura di uomo di Chiesa che fu don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e liberazione, scomparso il 22 febbraio di quattro anni fa. L’occasione per ricordare Giussani la offre l’intenso volume che Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e per anni portavoce di Cl in Vaticano, ha dedicato al prete brianzolo: Don Giussani. La sua esperienza di Dio e dell’uomo (San Paolo, 165 pag. - 14 euro).

Eminenza, Camisasca narra dei luoghi dove si è formata la vocazione di Giussani. Anche lei viene dalla diocesi di Milano. Quale tratto di Giussani testimonia maggiormente la sua milanesità?
«Lo straordinario senso della concretezza e la forza della solidarietà, il gusto naturale del senso cristiano della vita, l’apertura a 360 gradi per un confronto instancabile con chiunque».

Giussani ha cominciato il suo movimento nella scuola. E da subito ha dato un respiro missionario al movimento mandando i suoi giovani in tutto il mondo. Quale contributo principale ha da dare il Comunione e liberazione alla Chiesa oggi?
«Secondo me il movimento di Comunione e liberazione deve continuare, come mi pare stia facendo, a documentare in modo persuasivo, attraverso la testimonianza personale e comunitaria, la “convenienza” umana di aderire al fatto di Cristo. E farlo in tutti gli ambienti dell’umana esistenza, dove gli uomini sono chiamati a vivere: la scuola, l’università, la fabbrica, i quartieri, il mondo dell’economia, della cultura e della politica, ecc.
Si tratta di un compito affascinante da svolgere in tutti i paesi del mondo, soprattutto quando lo domandano le Chiese e i loro vescovi».

Nella Chiesa si sente spesso parlare del problema delle crisi delle vocazioni. In Cl, come in tanti movimenti ecclesiali del post-Concilio, queste non mancano. Qual è il segreto del fiorire delle vocazioni? Come la Chiesa può affrontare con praticità questo problema?
«È uno solo: concepire la vita stessa come vocazione ed educare appassionatamente a questo.
Prima di parlare del cosiddetto “stato di vita”, cioè il matrimonio o la consacrazione, bisogna educare i giovani a percepire l’esistenza di tutti i giorni come una chiamata di Dio alla mia libertà per la mia felicità, il mio compimento. Solo così i giovani possono trovare l’energia per dedicarsi a Dio o per un autentico matrimonio. Se intendo la vita prima di tutto come vocazione, sarà poi facile - leggendo i segni oggettivi che sempre lo Spirito manda - capire la forma vocazionale specifica per me. La Chiesa in Italia come altrove deve superare una “pastorale vocazionale” separata, prevalentemente legata a tecniche psicopedagogiche o a sterili biblicismi. Deve edificare comunità giovanili veramente aperte, abbattendo tutti i bastioni, riconoscendo che, dopo Gesù, la terra santa è tutto il mondo. Ci saranno allora giovani che, godendo della bellezza della vita in Cristo, potranno dire ai compagni “Vieni e vedi”, come fece Gesù con i primi discepoli».

Che posizione ricopriva per Giussani la liturgia nella vita del movimento?
«Era centrale, ma assolutamente sobria. In un certo senso ha riproposto a tutto il movimento l’esperienza straordinaria che visse nel seminario milanese di Venegono, abitato allora da più di mille persone, dove la liturgia ambrosiana, di una bellezza straordinaria nei suoi inni e testi, era curata con assidua essenzialità.
A questo don Giussani aggiunse anche una passione speciale per il canto gregoriano e polifonico, ma seppe anche valorizzare canti che taluni giovani, particolarmente dotati, incontrando il movimento, furono capaci di creare. Penso a Claudio Chieffo, per esempio.
Mi impressionava sempre l’attenzione che don Luigi Giussani dedicava a preparare la santa messa: discuteva con il capo del coro, equilibrava il canto del popolo con quello meditativo, mirava ad una liturgia essenziale, ma profondamente radicata nella tradizione, a tal punto che non aveva bisogno di richiamarci alla partecipazione alla santa messa quotidiana, perché era un avvenimento di bellezza che si imponeva da sé».

Giussani definì la politica «passione per l’uomo». Camisasca scrive che non aveva una visione negativa del potere. Ma, insieme, ricorda che dal cosiddetto Movimento Popolare (un Movimento di esplicito impegno politico) Cl è passato alla Compagnia delle Opere (un impegno più sociale). Che significato ha a suo avviso questa evoluzione?
«Don Luigi Giussani era un grande realista, aveva il senso del concreto ed aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato sulla mamma e viceversa, come si comprende dallo scambio di un sorriso tra i due.
Anche la valenza pubblica e politica del potere era tesa per Giussani alla relazione di riconoscimento positivo che è alla base della vita personale e sociale.
Un giudizio sul passaggio dal Movimento Popolare alla Compagnia delle Opere richiederebbe un’analisi approfondita, troppo lunga e complessa da sviluppare in questa intervista. Per come l’ho capita io, che non ho potuto seguire la nascita e la crescita della Compagnia delle Opere, essendo diventato Vescovo, ebbe origine dall’intuizione che bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore di una pratica del bene comune. Si trattava di una importante intuizione. Penso a Jacques Maritain che, quando contribuì alla scrittura della Carta dei Diritti dell’Uomo, rilevò che il problema primario in una società plurale non è mettersi d’accordo sulle mondo-visioni, ma far leva sul bene pratico dell’essere insieme, sulla base del quale confrontarsi, e non viceversa.
Da questo punto di vista il Movimento Popolare poteva rischiare l’ideologia e, là dove c’è l’ideologia, il condizionamento dell’egemonia, favorita dal potere politico, è più facile.
Però ci furono certamente intuizioni di valore nell’esperienza del Movimento Popolare che meriterebbero di essere ripensate e forse recuperate oggi».

Camisasca ricorda che gli ultimi anni di vita Giussani li visse convivendo col Parkison. Si può parlare anche nei suoi confronti di «purificazione»?
«Certamente. Ricordo la cura con cui passava ore sul breviario del giorno o la passione con cui voleva dialogare su temi come la Trinità e la Santissima Vergine, per ricordare solo alcuni dei miei ultimi dialoghi con lui.
Sicuramente egli è stato chiamato negli anni finali a un distacco da sé e dalla sua grande opera che ha tutti i tratti della santità.
Paradossalmente (ma è il paradosso dell’inscindibile legame tra croce e resurrezione) fu questa la strada dell’approfondirsi misterioso e doloroso della sua paternità nei confronti del popolo che aveva suscitato. “Nessuno genera se non è generato” ripeteva spesso don Giussani. Mi piace leggere nel suo abbandono progressivo al volto buono del Mistero - per usare una sua intensa espressione - segnato dalla mortificazione delle sue eccezionali capacità espressive, un intensificarsi della sua energia generativa, della sua paternità».

Quando ha conosciuto Giussani? Cosa ricorda della prima volta che lo ha visto?
«La prima volte che lo vidi fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù Studentesca, ancora legata all’Azione Cattolica di Roma, invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola che vinse le mie resistenze. Non amavo molto la Gioventù Studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni quasi tutti di estrazione “borghese”, piuttosto che a me.
Don Luigi Giussani tenne una splendida lezione sulla “gioventù come tensione” e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati - sulla scia dell’impegno socialista massimalista di mio padre - sulla politica e sulla letteratura russa e americana.
Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa».
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