Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Incontro tra Cesare Mirabelli e il card. Angelo Scola nella cattedrale di Genova, colma di gente
Feb 20, 2009

È vero che lo Stato, più è laico, più tiene la religione fuori dalla porta? La domanda posta dal moderatore, il giornalista Maurizio Belpietro, ha introdotto nella cattedrale di Genova il secondo di una serie di incontri sulla laicità: «Laicità e libertà religiosa». Una serata che ancora una volta ha mosso una città, con tale presenza (sedie, scalini, ardesie e balaustre completamente occupati nella pur grande san Lorenzo) da far entusiasmare anche uno dei protagonisti dell'incontro, il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia. Un grande bisogno, fame, forse, di capire fino a che punto, come ha detto il moderatore, la Chiesa può spingersi, e se è davvero ingerenza quando il Papa fa sentire la propria voce su temi etici. Il Papa e noi, che siamo Chiesa. Una premessa, da parte del cardinale di Venezia: politica e Stato sono di fatto investiti del potere di decidere su temi che toccano i fondamenti della quotidiana esistenza, e il processo storico della globalizzazione ci investe della responsabilità di orientarlo verso il bene nella tolleranza, integrazione e reciprocità. “Il che non significa”, ha detto, «un'unica pericolosa identità sincretistica, ma una continua reciproca comunicazione che realizzi il pratico star bene insieme». A questo equilibrio nuocciono i limiti di una concezione ormai vecchia di laicità «che si poggia», ha detto Scola, «sull'idea equivoca di neutralità. E in Italia neutralità non significa che lo Stato non deve preferire nessuna norma etica o concezione religiosa, ma significa neutralizzare ogni presenza religiosa in ambito politico. Neutro vuol dire questo, soprattutto nel nostro Paese». Un'idea distorta, che deve fare i conti con un paradosso: «Da una parte questa idea di laicità si fa aralda dei diritti umani, capace di abbracciare tutte le diversità culturali, ma il fatto è che non si può non riconoscere un'inevitabile connessione dell'etica pubblica con tutte le dichiarazioni dei diritti. E questo porta inevitabilmente a riconsiderare il ruolo delle tradizioni religiose». L'idea della laicità è rivisitata in questo senso da molti pensatori, da Habermas, a Bockenforde, a Rawls, «eppure», afferma il cardinale, «la pubblicistica italiana continua a presentare la laicità come opposizione al fatto religioso e in particolare cristiano». Quel Cristianesimo in cui è insita la separatezza tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, una distinzione che si fonda sulla concezione che lo Stato, non avendo in suo potere il senso ultimo dell'esistenza umana, non ne è mai il padrone. Concetto molto chiaro nei Paesi di origine anglosassone, dove è normale (e l'abbiamo ancora visto con il giuramento e i discorsi di Obama) richiamarsi continuamente a Dio. «La libertà religiosa», ha continuato il patriarca, «è il luogo nel quale si manifesta in modo evidente il nesso tra verità e libertà: il desiderio di infinito che abita nel cuore di ognuno esprime l'insopprimibile domanda di significato, cioè di verità». Ma nell'indomabile ricerca della verità, l'uomo corre sempre un rischio: la convinzione che si possa arrivare alla verità solo sulla base di ragionamenti, con un sistema di concetti da acquisire e applicare alla realtà. «La verità», ha spiegato il cardinale, «non è un insieme di nozioni da tradurre in regole, ma Un'esperienza di incontro personale. Ogni uomo è gettato in una trama costitutiva di rapporti, che è l'esperienza dell'incontro con la realtà: ed ecco che la verità fiorisce su un incontro di tutto l'"io" con la realtà». Ecco, allora il compito per «uno Stato che sia veramente rispettoso di una libertà religiosa così intesa: consentire l'edificazione di uno spazio pubblico qualificato nel quale le religioni possano raccontarsi, in vista di un reciproco riconoscimento». «La via maestra per il cristiano", ha detto Scola, «è la testimonianza, nel senso pieno, che propone la verità rischiando di persona e mai imponendola. Il testimone non lede il diritto di nessuno, ma semina bene». Se Dio lo vivo, poi lo "dico", e trovo spazio: «Coopero alla buona laicità non se non dico, ma se dico, senza rinunciare a proporre attraverso un appassionato reciproco racconto, ovviamente nell'ottica di uno stato di diritto». Ma è uno "spazio" contestato, come ha affermato anche Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, parlando degli aspetti giuridici della libertà religiosa. Mirabelli ha spiegato come, nella ricerca di una definizione univoca e rigorosa della laicità, ci si imbatta in quello che definisce «confessionismo laico, che si manifesta quando la laicità "espelle" gli altri, ed è espressione culturale non neutra, che diviene valore dominante a garanzia delle fedi religiose, ma solo se circoscritte all'ambito delle coscienze, non permettendo a esse un'incidenza sociale». Eppure è possibile «uno Stato che non compia scelte di tipo religioso, ma rispetti e dia sostanza a valori comuni, ammettendo il valore formativo della religione e l'acquisizione dei valori del cattolicesimo, nel rispetto delle manifestazioni fondamentali delle altre religioni».
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