Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian "Pronti al dialogo con gli Islam ma rispettino i nostri valori"
Aug 04, 2007
Le persecuzioni dei cristiani: sono gravi, ma la fede chiama anche al martirio. La poligamia: chi viene qui rinuncia. La reciprocità: è giusto chiederla, ma non si può subordinare ad essa il confronto. L’intervista di Politi su "la Repubblica".

(La Repubblica, 30 luglio 2007) Il confronto tra Croce e Mezzaluna, lo ha ricordato il segretario del Papa, sta in cima all'agenda di Benedetto XVI. Per la Chiesa cattolica, per l'Europa è la questione che caratterizza il XXI secolo. Dal Patriarcato di Venezia il cardinale Angelo Scola vede un filo rosso che si snoda dall'Indonesia al Marocco fino all'Europa: «C'è una crisi dell'Islam, una crisi di identità provocata dalla globalizzazione. C'è la pretesa della tecno-scienza occidentale, che noi esportiamo, di costruire la felicità, di essere padrona del futuro saltando la dimensione spirituale dell'uomo. E questa logica sta mettendo a dura prova anche l'Islam tradizionale».

Cardinale Scola, si tratti del rapimento di padre Bossi o dell'arsenale terroristico scoperto in una moschea umbra, la questione Isiam entra quotidianamente nelle nostre vite.
«Per questo è importante capire e conoscere. Io parlo da cittadino europeo medio, non come esperto. Quello che so, lo apprendo dai vescovi e religiosi incontrati nei paesi del Medio Oriente, dagli studiosi di varie parti del mondo presenti alle riunioni del comitato scientifico della nostra rivista Oasis che da sei anni si occupa dei cristiani nei paesi musulmani, dando spazio anche alle loro lingue: l'arabo e l'urdu. E per prima cosa ho imparato che è meglio parlare degli Islam, al plurale».

Qual è il profilo della crisi che attraversa quel gran corpo composto da un miliardo di seguaci di Maometto?
«Dall'Indonesia al Marocco, anche se non in maniera univoca in tutti i paesi, è in corso una dialettica tra radicalismo e ammodernamento. Qualcuno reagisce in chiave fondamentalista: si va dai gruppi estremi ed inaccettabili dei terroristi al radicalismo identitario rigido seppure non violento. Altri, ma spesso sono solo singole personalità, si sforzano di operare la distinzione tra sfera civile e religiosa. Ma è un processo che non è riuscito ancora a sfondare a livello di popolo. Però insisto, c'è una grandissima varietà di situazioni. In Turchia milioni di persone aderiscono alle correnti Sufi, veramente pacifiche, che hanno una componente mistica molto profonda».

È questo il tipo di Islam con cui dialogare?
«Intanto va superato il concetto ambiguo di Islam moderato. Io credo che, con realismo, bisogna dialogare con tutti».

Ritiene ambigua l'idea di un Islam moderato?
«Perché spesso questo Islam moderato viene identificato con certe figure di intellettuali, che magari hanno passato moltissimo tempo in Occidente e che molte volte dagli stessi musulmani non sono più sentiti come appartenenti al loro mondo con il rischio che rappresentino solo se stessi. E' certo utilissimo parlare con loro, forniscono contributi positivi, ma non pensiamo che esista un Islam moderato da opporre a un cosiddetto Islam radicale».

Con chi confrontarsi allora?
«Sono convinto che esiste un Islam di popolo, che vive le istanze elementari di ogni uomo, comuni a tutti noi: come viviamo gli affetti, il lavoro, il riposo, come viviamo la nascita e la morte, la crescita e l'educazione, come viviamo il rapporto con Dio. Su queste basi, cristiani e musulmani possono entrare pazientemente in rapporto. Conoscendosi, interrogandosi, ascoltandosi. Sapendo che per gli Islam l'unica via per superare il radicalismo è un ammodernamento che si integri nelle loro fisionomie religiose. E' un processo che andrà avanti per decenni».

In questo processo tra Occidente e mondo islamico lei intravede anche un "meticciato".
«Indubbiamente è in atto un processo violento, rapido, doloroso, di grande mescolanza, che provoca anche ferite tra gli Islam e l'Europa. Si intuisce che i concetti di identità e di integrazione non sono sufficienti. Noi siamo già immersi in un meticciato di culture e civiltà. Sia ben chiaro: il meticciato non è un obiettivo da costruire, è un processo in atto da orientare. Dobbiamo mettere in comunicazione esperienze, culture, popoli, imparando ad apprezzare la religiosità dell'altro, confrontandoci senza operare confusioni. Penso, ad esempio, al grande lavoro che fanno i missionari soprattutto attraverso le scuole e gli ospedali in paesi a maggioranza musulmana. E' questa la strada lunga e paziente,ma l’unica veramente percorribile».

C'è chi paga per questo impegno. Padre Bossi è stato rapito e appena liberato, altri sono stati assassinati. In certe regioni è in atto una persecuzione dei cristiani.
«È un problema molto doloroso e grave, che noi cristiani dobbiamo riuscire a valutare con l'integralità del realismo della fede. Cristiano è colui che sta immerso nella realtà. Come dice il bellissimo Prefazio dei Martiri: il martirio è donato agli inermi e ai deboli è data la forza del martirio. Naturalmente non dobbiamo cercare il martirio e dobbiamo agire in tutti i modi per salvaguardare le nostre comunità cristiane, specialmente in Terra Santa e nel Medio Oriente, lì dove sono i luoghi che Gesù ha calcato. E i governi devono svolgere con decisione il loro ruolo. Ma dobbiamo anche comprendere - è tremendo doverlo dire - che il martirio può essere domandato e può diventare il seme dei cristiani. Fulgida in questo senso è la testimonianza di padre De Chergé, priore di Thibirine».

In Italia si costruiscano moschee, mentre in certi paesi musulmani un cristiano non può nemmeno pregare. La Chiesa non deve esigere reciprocità?
«Chiedere la libertà religiosa e la possibilità di esprimerla in tutti i paesi arabi è sacrosanto, ed implica un certo concetto di reciprocità di cui anche a livello di politica internazionale si deve tener conto. Ma subordinare il dialogo a questo è sbagliato. La mia posizione è molto netta e chiara. La Chiesa non lega la sua forza testimoniale a questo, tanto più che noi cattolici non siamo dei proselitisti. La nostra strada è proporre in termini realistici ed oggettivi la bellezza, la verità e la bontà dell'incontro con Gesù che abbiamo fatto».

Nel nostro Paese si pone la questione di un accordo tra Stato e cittadini musulmani. Il mondo cattolico cosa ha da dire?
«C'è da distinguere bene l'azione della Chiesa dal compito dello Stato e della società civile. Prendiamo gli immigrati. Sbarcano col barcone, si vaia di corsa a dare una mano: la comunità cristiana sente l'urgenza di un intervento immediato di accoglienza. Lo Stato, invece, deve fare un lavoro diverso: regolare il flusso migratorio a monte, lavorando a livello internazionale per evitare questi sbarchi. E la società civile è il luogo privilegiato dove operare quel confronto da esperienza a esperienza, come stanno facendo le nostre scuole, i nostri quartieri, le nostre parrocchie».

E quando sono in gioco i nuovi diritti chiesti dai musulmani?
«Lo Stato, oltre al doveroso compito di garantire con estrema decisione la sicurezza nazionale, deve fare una politica molto realistica, distinguendo bene i diritti fondamentali dagli altri diritti o dalla pretesa di diritti. La poligamia, ad esempio: non discuto se faccia parte o no della proposta religiosa islamica. So che in diversi stati a prevalenza musulmana la poligamia è sconsigliata o addirittura vietata. Quindi uno stato occidentale può e deve domandare questo sacrificio a chi desidera stare qui. I diritti fondamentali sono inalienabili, vanno sempre dati. Per altre richieste si può domandare benissimo ad una minoranza che vi rinunci».

Concorda con l'insegnamento del Corano nelle scuole?
«Per questo e per quanto riguarda i luoghi di culto c'è un'istanza di principio giusta. Però voglio vedere dove sta la comunità reale che lo chiede. Non basta che l'Arabia Saudita chieda di costruire moschee dappertutto».

E il velo?
«Tutti comprendiamo che non sarebbe adeguato riprodurre in Europa modelli sociali in contrasto con la nostra storia. Questo è il criterio con cui affrontare anche questioni come quella del velo».

Eminenza, cosa resta del sogno di papa Wojtyla di una preghiera comune di ebrei, cristiani e musulmani sul monte Sinai?
«Il gesto di Benedetto XVI nella Moschea Blu è già stato un avanzamento spettacoloso. Nella moschea di Istanbul il Papa, certamente ispirato da Dio, si mise a pregare in silenzio vicino al Gran Muftì che a sua volta pregava in silenzio. Ad Assisi con Giovanni Paolo II si disse: non siamo qui per pregare insieme, ma siamo qui insieme per pregare, e lo si fece in diversi luoghi e momenti. Ad Istanbul il Papa ed il Gran Muftì hanno pregato inventando una nuova via. Hanno pregato gomito a gomito l'unico Dio; ma l'hanno fatto in silenzio perché la preghiera è il supremo atto della libertà. Perciò bisogna rispettare l'identità di chi prega».
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