Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Due anni con Benedetto
Apr 13, 2007
Il cardinale Angelo Scola indica i tratti salienti dello stile del pontefice.

(Famiglia Cristiana, 15-4-07) Per il patriarca di Venezia, il "filo rosso" del Magistero di papa Ratzinger è «l’amore che sa tenere insieme, in maniera originale, fede, ragione, religione e culture».

Il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, è raffinato teologo e attento osservatore di tutto quello che si muove nella società plurale e del ruolo, in essa, della Chiesa. Ha scritto un libro intitolato Una nuova laicità (edizioni Marsilio) in cui analizza molte categorie, oggi delicate, nel campo della cultura e della fede. A lui abbiamo chiesto di fare il punto sullo stile e i contenuti del Papa teologo.

* Eminenza, cosa caratterizza il pontificato di Benedetto XVI a due anni dall’elezione?

«Una sobria intelligenza della fede e della realtà. Questa mi sembra la sintesi dello stile del Pontificato. Unisce un’umiltà straordinaria, che al popolo del patriarcato di Venezia fa venire in mente Giovanni Paolo I, all’acutissima intelligenza dell’uomo che gli conosciamo da anni».

* Dove la vede soprattutto?

«Nell’essenziale profondità del suo insegnamento, in grado di parlare nello stesso tempo ai bambini della prima Comunione, ai giovani, ai semplici e agli eruditi. Questa capacità di esprimersi in maniera così potente ed efficace rispetto a chi ascolta è un tratto distintivo del Magistero di Benedetto XVI. E trova un ottimo riscontro nella gente, nell’attenzione popolare al Papa. Quantitativamente la partecipazione alle udienze del mercoledì e all’Angelus è addirittura superiore a quella per Giovanni Paolo II».

* Dove ha imparato, secondo lei, il Papa?

«È il frutto dell’educazione che ha avuto fin da piccolo in Baviera, dove il cattolicesimo è stato ed è ancora in buona parte un’esperienza assai popolare: il ritmo della liturgia tende a coinvolgere la vita personale e comunitaria della gente in tutte le sue espressioni, dagli affetti al lavoro, al riposo. Il Papa lo racconta nella sua autobiografia La mia vita. È anche per questo motivo, credo, che Benedetto XVI si sta rivelando uno straordinario Papa pastore ed è riduttivo il tentativo di definirlo solo a partire dalle sue ben note doti di teologo».

* È per questo motivo che cura molto la liturgia?

«Sicuramente. E anche qui conta la sua esperienza, il gusto per la bellezza della liturgia che ha avuto fin da bambino. In questi due anni abbiamo visto come, via via, abbia trasformato i grandi eventi in essenziali gesti liturgici. Lo ha fatto a Colonia con la Giornata mondiale della gioventù, a Bari con il Congresso eucaristico. Lo ha fatto due settimane fa con la liturgia penitenziale per i giovani in San Pietro, la scorsa settimana per l’anniversario della morte di papa Wojtyla. Nella recente Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, accanto a un’avanzata dottrina sull’Eucaristia, si trovano oltre cinquanta suggerimenti pratici sull’"arte della celebrazione liturgica"».

* Perché lo ha fatto?

«Per dare un positivo impulso alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, invitando a riscoprire la dimensione verticale dell’azione liturgica e di tutti i sacramenti».

* Poi c’è la predicazione del teologo. Perché da qualche settimana alle catechesi del mercoledì racconta i grandi Padri della Chiesa?

«Per rispondere a un’esigenza che già il teologo von Balthasar, suo grande amico, metteva in luce e cioè che la domanda ecclesiologica fondamentale non è "Cos’è la Chiesa?", ma "Chi è la Chiesa?". Il Papa nelle catechesi del mercoledì, prima ha parlato degli apostoli e ora dei primi Padri della Chiesa. Mette l’accento sul coinvolgimento delle persone chiamate, in comunione con Cristo e tra di loro, ad attuare la Chiesa».

* C’è un filo rosso del Pontificato?

«Sì e parte dall’enciclica. Nella Deus caritas est Benedetto XVI scioglie il nodo di un lungo dibattito teologico sull’essenza dell’amore. Il Papa afferma che l’amore è uno, senza opporre eros ad agape. Nel suo Magistero lega il tema ellenico della ragione (logos) a quello giovanneo dell’amore: la ragione percossa dall’amore è il Verbo (logos) che si è fatto carne. Con il filo rosso dell’amore così concepito tiene insieme, in maniera originale, fede, ragione, religione e culture. E giunge a spiegare il rapporto giustizia-carità. Nel rispetto di tutti, con coraggio, offre indicazioni preziose circa il modo di affrontare gli affetti, il lavoro, la giustizia e la pace, fattori degni di una vita buona».

* Perché insiste sempre sulla ragionevolezza della ragione?

«Perché la fede spalanca gli orizzonti alla ragione, le offre, per così dire, ulteriori ragioni. Una persona veramente ragionevole deve considerare tutto quello che c’è in campo, tutti i fenomeni, sia quelli che si possono misurare a partire dalle scienze matematiche, sia quelli che si impongono alla conoscenza morale. L’amore non si misura con l’aritmetica, ma è più importante dell’aritmetica. Oggi non è più, grazie a Dio, il tempo in cui si diceva che non bisogna porre la domanda sul significato ultimo dell’esistenza dell’uomo perché a questa domanda non si può rispondere. Il Papa mostra che tutte le domande che vengono dal cuore dell’uomo meritano una risposta. Soprattutto le domande: Chi sono? Dove vado? Chi mi ama? Cosa c’è dopo la morte?, domande fondamentali, rispetto alle quali l’uomo ragionevole trova una risposta compiuta attraverso la fede».

* E la Chiesa, la religione? Qual è il loro ruolo?

«La Chiesa è l’esperienza concreta di un’amicizia in Cristo che permette all’uomo di fede di affrontare insieme ad altri, in un popolo, tutti gli interrogativi dell’esistenza. Quanto alla religione è decisivo il rapporto ragione, fede, religione. La fede vive sempre in una religione e ogni religione ha sempre bisogno della fede per essere purificata. Il Papa lo ha detto più volte e ha dimostrato, con il viaggio in Turchia, la sua profonda sensibilità ecumenica e il suo impegno per il dialogo interreligioso».

* Quali sono stati i discorsi più importanti di Benedetto XVI?

«Adesso è il momento di rileggere con grande attenzione il discorso all’Università di Ratisbona, uno dei punti centrali del Pontificato. Ma anzitutto l’enciclica, l’Esortazione sull’Eucaristia. Centrali sono le catechesi del mercoledì sugli apostoli e sulle figure dei primi secoli del cristianesimo, perché il Papa utilizza il metodo di conoscenza più elementare: quella che si trasmette attraverso i testimoni. Ma voglio citare anche l’omelia alla Messa della Gmg di Colonia dove con un’immagine ardita ha paragonato il mistero eucaristico alla "fissione nucleare". E infine il discorso al convegno ecclesiale di Verona, dove ha dimostrato che seguire il Risorto è il modo migliore per vivere l’esperienza umana».

* I media a volte hanno stravolto le sue parole. L’opinione pubblica che idea ha di papa Benedetto XVI?

«La stragrande maggioranza della gente delle parrocchie, dei movimenti, delle associazioni gli vuole un gran bene, ama il suo sguardo intenso e limpido, lo ascolta con attenzione, capisce le sue parole. Poi ci sono gli opinion leader e i media, quelli che più di altri fanno i conti con il Papa intellettuale. E qui mi permetto di citare un famoso detto della filosofia scolastica: "Tutto viene recepito secondo la misura del recipiente". Tuttavia in un momento di grande travaglio come quello attuale credo che bisogna accettare che le parole del Papa e dei vescovi suscitino talvolta dialettica, purché non venga meno l’ascolto e il rispetto dell’interlocutore e delle sue parole, atteggiamenti che il Papa dimostra di avere verso tutti».
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