Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Ricominciare dal dono
Sept 21, 2006
«Non dobbiamo accontentarci della finitudine. Salute e salvezza si ritrovano nella scoperta del valore fondativo della persona.Biologia e scienza non spiegano tutto»

(Avvenire, 15 settembre 2006) Il cardinale Angelo Scola non ha dubbi: «È impossibile espungere la domanda di salvezza (senso e significato) dalla domanda di salute». E convinto che «non esiste soltanto un diritto alla salute, ma anche il dovere di vivere la vita come un dono da custodire e da rispettare». È la conclusione della lectio magistralis che il patriarca di Venezia ha tenuto ieri sera all'Issc San Camillo di Venezia trattando il tema «Aspetti innovativi della riabilitazione neurologica: fondamenti antropologici delle implicazioni bioetiche», davanti, fra gli altri, al ministro Livia Turco. Il San Camillo è un istituto riconosciuto in Italia e nel mondo per le sue innovative terapie di riabilitazione neurologica, con trattamento diverso per i singoli pazienti, e per una vasta attività di ricerca in campo internazionale. Particolarmente seguito è stato, pertanto, il contributo portato da Scola al convegno di aggiornamento iniziato ieri. Il patriarca ha anzitutto spiegato che non è possibile accomodarsi nella finitudine. «È l'esperienza della malattia, della sofferenza e della morte che pazienti, parenti e operatori sanitari vivono è sufficiente - secondo Scola - a mettere in dubbio la pretesa che la finitudine basti a se stessa e che l'uomo sia solo il suo proprio esperimento». La comparsa della bioetica negli ambienti della sanità - fa notare Scola -, lo si riconosca o meno, impone attraverso brucianti interrogativi - dall'impiego delle cellule staminali (quali?), fino all'accanimento terapeutico e all'eutanasia, dal delicato rapporto economia-organizzazione della sanità fino al diritto alla riabilitazione di persone sopra i 65 anni - che si affronti la questione centrale: della vita e della morte. Ma quale vita? E quale morte? «È assai difficile cogliere la qualità essenziale della vita umana personale - ha osservato il cardinale, rispondendo alla prima domanda - se non si riconosce in una datità ultima, che i greci chiamavano physis (natura), l'intreccio profondo e inscindibile tra l'elemento bio-istintuale e quello psico-spirituale che lo trascende». E ancora: «Come la tradizione del realismo insegna la vita umana si coglie in quanto totalità unificata di una duplice dimensione: quella spirituale e quella corporale, pensate in profonda unità polare. Quella dell'uomo è una unità duale. Senza di essa è impossibile dire tutto l'uomo. Qui dovremmo aprire un dialogo approfondito sull'origine e sul destino dell'uomo per spingere fino in fondo il confronto con la mondovisione che propone di accomodarsi nella finitudine». Si potrebbe così mostrare la fondatezza dell'esperienza umana elementare (non importa se è pre-scientifica) secondo la quale la vita umana, fin dal suo concepimento, si rivela ontologicamente inserita in una natura costituita dall'unità duale di anima e di corpo. Ma - ha ricordato ancora Scola - ogni uomo non è solo uno di anima e di corpo, è uno anche di uomo e di donna. «È la natura nuziale (sponsale) della persona umana che la rende, ad un tempo, ricettacolo di amore e capace di amore. Non pochi interrogativi oggi posti alla bioetica stanno facendo progressivamente esplodere l'unità delle tre componenti costitutive della nuzialità: la differenza sessuale, il dono di sé (amore) e la fecondità. La mentalità contraccettiva ha diffuso su larga scala la possibilità di separare il rapporto sessuale dall'amore e dalla fecondità. Con il fenomeno della fecondazione in vitro e, soprattutto, con la prospettiva della clonazione, la differenza sessuale e la procreazione possono diventare realtà del tutto separate». Ma la possibilità tecnica di dissolvere l'intreccio del fenomeno unitario della nuzialità più che un potere rivela - secondo il patriarca - l'impotenza della cultura contemporanea a dare una risposta solida alla questione "quale vita?". E poi l'altro interrogativo, ancora più intrigante: quale morte? Dopo aver precisato che «neppure per la morte, come già per la vita, ci si può fermare al biologico», il cardinale ossserva che alla domanda «quale morte?» conviene cercare risposta se la libertà vuol trovare il sentiero per misurarsi con l'altra inesorabile domanda: «Perché la morte?». Appunto, perché? «La risposta di Rilke alla domanda "quale morte?" resta per me insuperabile: "Dà Signore a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse"». Commenta il patriarca: «È impressionante la profondità di questa risposta. Tutti noi lo sentiamo benché la nostra morte non possa essere da noi esperita se non nell'evento in cui si produrrà». Rilke cerca la risposta lungo l'unica strada possibile ad una libertà finita (ma aperta all'infinito) come quella umana. «Paradossalmente la sua risposta è una potente domanda, anzi è un'invocazione rivolta a Qualcuno perché la mia morte sia il mio compimento. Ciò può avvenire solo se il morire chiama in causa la mia libertà». Ma come può la mia libertà appropriarsi della morte se tutto sembra conclamare il contrario? «Solo se io riconosco che la mia libertà non si riduce a pura libertà di scelta». Nessun atto di libertà - in sintesi - può essere ridotto alla pura libertà di scelta. Anzi questa non può mai prescindere da una parte dall'assecondare un'inclinazione che la precede e, dall'altra, dalla risposta dovuta all'Assoluto vitale (Verità-bene) che nella scelta stessa le si offre per permetterla. Quali le possibili ricadute pratiche? «La nostra risposta alle questioni "quale vita?" e "quale morte?" propone di coniugare amore e medicina. Che si giunga fino a dare a questo amore il nome di Gesù Cristo rivelatore del Padre che ci apre alla vita e ci accoglie nella morte mediante la nostra personale morte-risurrezione nel nostro vero corpo o che non si riesca ad accedere a questa prospettiva, è impossibile - sottolinea Scola - espungere la domanda di salvezza (senso e significato) dalla domanda di salute». Ne consegue che nella pratica medica e nell'organizzazione di una politica sanitaria il primato spetta al soggetto, ovvero al paziente, ai familiari e agli operatori sanitari. Ma anche ai molti corpi intermedi che rendono vitale la società civile. Con questa priorità vanno investite le risorse. E, a questo riguardo, il patriarca conclude: «Non esiste soltanto un diritto alla salute, ma anche il dovere di vivere la vita come un dono da custodire e da rispettare. Non si può sprecare la propria salute con scelte sbagliate di vita che per giunta impongono a tutta la comunità costi notevoli. Le istituzioni educative devono far maturare in tutti il rispetto della persona, della vita e della salute».
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