Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian “Quei libri che hanno formato la mia vita”
Jul 24, 2006
Il Patriarca di Venezia parla delle letture che lo hanno appassionato: consigli per l’estate

(Il Gazzettino, 9/7/06) Un paio di papi avevano detto anche in pubblico la loro passione per Emilio Salgari. L'avventura scritta (e il sogno da ragazzini) avevano inciso nella loro psiche. Ma stati sono una rarità. Di solito si conosce poco dei momenti "formativi" degli uomini della Chiesa. Lui, Angelo Scola, patriarca di Venezia, alla guida dei vescovi del Nordest e che era stato indicato come uno dei papabili, non ha avuto problemi a "raccontarsi attraverso i libri". Dai primi, quelli che il cappellano amico gli leggeva quando era adolescente, agli ultimi, compresi quelli ancora da leggere, Angelo Scola invita anche ad una serie di letture per l'estate. Con un avviso. Non esistono libri difficili. Il libro è uno strumento che si lascia usare da tutti. Importante provare e non demordere perché leggere è anche vivere.

Cominciamo da don Fausto Tuissi, il cappellano che le fece leggere Camus, Musil, Faulkner, Dostoevskij. È una fortuna rara avere un maestro così.
«Bisogna fare una premessa. Io sono nato in un piccolo paese lombardo, a Malgrate. Mio padre faceva il camionista. Un certo incitamento alla lettura lo devo anche alla sua formazione di socialista massimalista. Lui non aveva potuto studiare (in casa mia, tranne i testi scolastici, non c'erano altri libri) ma aveva dello studio una grande stima. Don Tuissi era stato mandato a Malgrate come cappellano; lo avevano assegnato ad una parrocchia piccola come la mia perché soffriva di quello che, allora, si chiamava "esaurimento nervoso". Era un eccezionale uomo di lettere, in seminario compagno di scuola di don Giussani. Don Tuissi era fra i primi della classe...«.
Così vi incontraste per caso....
«Sì, io ero l'unico del mio paese a frequentare le medie e poi il ginnasio. La sua casa, nel cuore del Patronato, era sempre aperta. Mi chiamava e mi leggeva delle pagine. Non mi ha mai dato in mano un libro, mi diceva che non si poteva. Erano gli anni tra il '55 e il '59».
Quelle pagine le sono rimaste impresse e, credo, sono state fondanti per la sua crescita culturale...
«Mi ricordo la lettura di "Delitto e castigo" di Dostoevskij; in particolare il finale, il racconto della conversione di Rashkolnikov che si riconosce innamorato di Sonia. Tuissi mi diceva: "Questa cosa la puoi capire" e me la leggeva. E così per "La Peste" di Camus. Mi ricordo quel passaggio nel quale Rieux si interroga circa il modo con cui il popolo di Orano, di fronte a quella calamità, potesse prospettarsi il senso della vita. Ancora mi viene in mente la lettura delle pagine del "Caligola", sempre di Camus, sull'esperienza della morte. Affrontavamo i temi connessi al senso della vita e della morte, del bene e del male».
Anche Faulkner.
«Mi ricordo che don Fausto mi leggeva l'omelia del prete, in L'urlo e il furore, in cui si tocca il tema della presenza di Dio e del Suo rapporto con una persona handicappata mentalmente. Erano quasi sempre testi che mi aiutavano a porre le questioni radicali della vita: da dove veniamo, chi siamo, verso dove andiamo».
Mica facile per un ragazzino del ginnasio.
«Ma lui era così. Mi è servito molto infatti più avanti, al liceo, dopo la scuola, andavo spesso con gli amici in biblioteca a leggere».
Com'è "L'uomo senza qualità" di Musil, una bibbia del nichilismo, letto da un sacerdote ad un ragazzino?«Mi leggeva la pagina dove tutto è sempre uguale, dove tutto ritorna, del colloquio tra Ulrich e la sorella gemella improvvisamente scomparsa, si facevano discorsi anche molto impegnativi sull'amore e sui sentimenti. E anche la sua modalità di confronto era sempre molto netta e delicata. Di quegli anni, avevo tra i 14 e 17 anni, portai via questa esperienza formidabile. Siccome andavo a scuola ero l'unico, secondo lui (e magari si sbagliava) che potesse affrontare quelle letture e conversazioni».
Io ricordo che in quel periodo il mio vecchio parroco da ragazzino, don Mario Capoja, a Mestre, parlava quasi sempre dei libri all'"Indice", l'elenco dei libri che la Chiesa sconsigliava o vietata alla lettura. Lei invece...
«L'esistenza dell'"Indice" io, nel mio paesino, non la conoscevo neppure. Ignoravo ci fosse un elenco dei libri vietati. Lui, don Tuissi, che certo era a conoscenza di divieti e proibizioni, mi diceva "Queste cose le puoi capire". Aggiungeva anche "Non posso darti il libro", ma mi leggeva le pagine più importanti". Il metodo mi pare interessante: pone il giudizio, ma lo fa in modo propositivo».
Già che ci siamo, cosa pensa di alcuni atteggiamenti di parte del mondo cattolico molti duri verso "Il Codice da Vinci"?
«Io penso che il problema che noi abbiano oggi, di fronte alla sterminata produzione libraria da cui siamo inondati, non sia tanto quello di arroccarsi in divieti e condanne, anche se bisogna dire che la menzogna è la menzogna, bensì quello di proporre».Ma chi lo fa di questi tempi, da chi si va a chiedere?
«Questo è il problema. Io, in un piccolo paese senza libri, ho incontrato uno che mi ha avviato alla lettura. Penso che la nostra gente abbia bisogno di essere "avviata". Io raccomando spesso anche ai miei preti di leggere. Nell'ultimo incontro ho detto loro: se avete tempo durante l'estate provate a ri-leggere, per esempio "Introduzione al cristianesimo" di Ratzinger, che ne ha riscritto qualche anno fa l'introduzione. Ho anche suggerito le "Lettere a Milena" di Kafka, un libro molto bello perché contiene un'idea estremamente interessante della contemporaneità della salvezza. Veramente molto profondo. Poi ho consigliato loro di prendere in mano i volumi di Henri De Lubac sulla posterità spirituale di Gioacchino da Fiore che offrono un importante contributo di discussione sul "sacro selvaggio", oggi di grande attualità. Sono solo letture che io ho ripreso, e che mi sono limitato a riproporre a loro».Può anche non dirlo: ma l'impressione era...
«Il problema è che oggi è difficile selezionare quando si entra in una libreria e si vedono tutti quei libri, che sono anche cari. Come si fa a scegliere, se non si trova qualcuno che ha già letto con un qualche criterio e ti offre qualche consiglio?».
Suggerire vuol anche dire tempi smisurati per la lettura, le indicazioni, i confronti...
«E poi manca la critica letteraria. Tante volte trovo, anche nei giornali più autorevoli, solo scritti per gli amici degli amici. La critica letteraria è un'altra cosa».
Lei ha vinto, qualche anno, fa un premio letterario a Capri con il suo libro "Uomo-donna, il 'caso serio' dell'amore". Altro vincitore fu Andreotti che le regalò il libro "La fuga di Pio IX e l'ospitalità dei Borboni". L'ha letto»?
«No. Devo dire che uno dei miei difetti è che non mi piacciono le biografie. Mi appassiona però la grande storia».
Ma perché adesso anche chi si laurea, spesso, smette di leggere subito dopo la tesi?
«Senza attribuire troppo facilmente tutta la responsabilità al dominio sempre più invasivo della televisione, la realtà è che oggi nelle nostre scuole si studia e si legge ancora in maniera disancorata dal soggetto. Se una persona viene educata ad avere passione per quello che studia - cioè se "vede" il nesso tra la sua esperienza ed il libro -, la voglia di leggere e sapere di più, col passare degli anni, cresce. Ma se questa domanda non è destata, la lettura perde il suo significato e la si abbandona».
Don Milani, 40 anni fa, scriveva la Lettera ad una professoressa. Lezione passata invano?
«Tra i grandi nomi di quel tempo, Mazzolari, Balducci, Turoldo, quello di Lorenzo Milani è il messaggio che condivido di più. Mi ha sempre colpito il tema della scuola legata alla vita del soggetto sollevato da Milani, che, attraverso la stupenda formula educativa "I care", ha risvolti ancora molto attuali. Io ho sentito molto il privilegio (in quegli anni era davvero tale..!) di poter frequentare il Liceo classico e di poter leggere di tutto, a 360°. Mia madre era donna religiosissima, ma aveva una paura folle. Se fosse stato per lei e l'impianto cattolico della parrocchia (che però mi ha donato don Tuissi), non avrei potuto farlo. Mia madre per prima cosa, quando papà rientrava in bici dal lavoro, gli prendeva l'Unità dalla tasca perché noi ragazzini non la leggessimo».La Chiesa continua ad avere sempre un ruolo educativo, deve intervenire nella scuola...
«Io credo che si debba garantire la possibilità di fare scuola a tutti i soggetti presenti nella società civile che ne sono capaci, come avviene in ogni paese democratico, in modo che si crei un sistema educativo fatto da diversi soggetti e una scuola che lasci libertà, entro certe garanzie verificabili dagli organi statuali, nel contenuti e nel metodo».
Lei è appassionato anche di libri di montagna?
«Sì. Ma di quelli che parlano di scalate. Sono stato molto amico dello scalatore Carlo (Bigio) Mauri. Era uno dei più bravi, ricordo le sue sfide con Bonatti per la prima del Gran Capucine, le scalate sulle grandi montagne del mondo. Mi passava i suoi libri».
Avete anche scalato assieme? Quinto grado o di più?
«Abbiamo fatto alcune scalate insieme, il Monte Bianco, il Rosa, il Cervino e la Grigna, che avevamo vicino a casa. Per questo mi piacciono le storie delle scalate, per esempio quelle scritte da Cassin sull'Eiger o quelle dello spilungone Rebuffat, anche se spesso non erano gli scalatori a scrivere in diretta».
Chi conosce degli scrittori che raccontano il Nordest?
«Ho letto il romanzo "Nordest" di Massimo Carlotto e Marco Videtta e sono a metà strada de "Il maestro magro" di Gian Antonio Stella, perché vado lento. Ma devo dire che il quadro che emerge dai due testi, in maniera diversa, non mi sembra totalmente rispettoso del nostro popolo: c'è un fondo di cinismo del tutto estraneo alle nostre genti. Resta il fatto che trovo il giallo di Carlotto in fondo dissacratorio e "Il maestro magro" molto fine».
E Magris...
«E' mitteleuropeo e ne incarna magistralmente la letteratura. Lo considero uno dei più grandi. Poi conosce così bene il tedesco e l'italiano: strepitoso».
Massimo Cacciari dice che filosofia è uguale a filologia. Lei è sempre molto attento alla parola, a questo elemento strutturante della nostra società. Abbiamo capito che le parole siamo noi?
«Troppo poco. In questo senso mi stupisce però positivamente il fatto che, tutte le volte che parlo con i ragazzi e domando quali lingue amino, non pochi mi rispondono il greco. Bisogna recuperare il senso delle parole. Più passano gli anni, più avverto il bisogno di andare alla radice, all'etimologia. Non ho mai usato tanto il dizionario come ora».
Lei cita spesso Chesterton, Aristotele, filosofi e scrittori. Quali sono gli "indispensabili"?«Si può leggere, a qualsiasi età. "Le confessioni" di Sant'Agostino, autore di grande sensibilità umana sono un'opera attuale, indispensabile per poter capire l'Occidente e la storia dell'Occidente. Poi le "Lettere di Sant'Anselmo". Di San Tommaso m'impressiona sempre il "Trattato sulle passioni": è scritto secoli prima di Freud, ma non è meno profondo. Per esempio trovo insuperabile la discussione di San Tommaso sull'amore come passione, su come reagisce l'animo umano alla passione amorosa, sui cinque gradi della risposta».
Chi altri?«Certamente David Hume che pure ha messo sotto accusa la pretesa veritativa della fede. Un mese fa, discutendo con Paolo Flores d'Arcais alla Normale di Pisa, mi sono sentito obiettare, come cattolico, di aver dimenticato le grandi obiezioni che ci vengono dal tema della verità: "Non avete argomenti - diceva Flores - contro Hume e contro Kant"».
Lei cita spesso anche Heidegger, un bella provocazione, mi pare!
«Anche se considero che Husserl sia più grande di Heidegger. Husserl è uno come Tommaso, anche se in un'altra ottica. È uno dei più grandi tra i contemporanei».
Possiamo dire? Affrontatene uno senza timore.
«Ma certo! Io uso questo tecnica: affronto un testo, mi ci attacco, capisco quello che capisco. Come quando sento uno parlare. Ho ricevuto spesso l'accusa di essere difficile nei discorsi. Ma cos'è il facile e il difficile? Se ascolto una persona cercando solo conferma di quello che so già, allora è facile. Se uno, che ha approfondito con fatica certi temi, costringe anche me a fare a mia volta fatica, ma mi apre nuovi orizzonti sono ben contento che all'inizio mi risulti difficile. L'ascolto non è un passivo "star lì". Occorre avere il coraggio di leggere tutto, poi uno si sofferma su quel particolare che provoca in lui una certa risonanza».
E insistere...
«Certo non si deve avere la presunzione di dire subito: ho capito tutto. Poi uno ritornerà alle cose lette. Ma tutti gli autori, in ogni caso, sono leggibili perché il libro è uno strumento. Non c'è da averne timore reverenziale: la nostra cultura è nell'esperienza elementare di vita che portiamo avanti».
Ma questo messaggio si è perso, anche nella scuola.
«Infatti si annoiano...».
Sbaglio se dico che dopo Maritain, Bernanos e qualche altro, si ha l'impressione che gli scrittori "pilastri della contemporaneità cattolica" non ci siano più? Uno come Teilhard de Chardin si fa fatica a trovare in libreria.
«In proposito occorrerebbe fare un ampio discorso su quanto è successo: siamo in una fase nella quale la teologia ha fatto un grande sforzo nell'ambito delle scienze positive, dotandoci di un grande strumentario da utilizzare: commenti biblici, traduzioni accurate dei Padri della Chiesa e degli scrittori ecclesiastici, importanti dizionari teologici e filosofici, lessici rigorosi, manuali di comparazione con la Torah, il Corano e le altre grandi religioni. Ma dopo Rahner e Balthasar sono forse mancate le grandi sintesi Fra gli ultimi grandi pensatori "sintetici" va annoverato Ratzinger; che pure ha avuto il percorso che conosciamo. Ha dovuto fare il Vescovo, il Prefetto della fede ed ora il Papa».
Come ha scoperto Carlo Betocchi, che cita ogni tanto?
«Leggendo degli articoli su di lui di Pierpaolo Pasolini e di Mario Luzi. Mi aveva colpito già ai tempi del liceo, là dove per esempio Betocchi definisce la preghiera come sguardo».
Messaggio di una fisicità strepitosa.
«E' la parola giusta: pregare è proprio "stare davanti". Mi è sempre molto piaciuto questo poeta 'anomalo' per il suo realismo distaccato e le sue descrizioni del paesaggio. Ma qui torna ancora una volta la mia tendenza allo "zibaldone": non ho studiato a fondo i poeti, corro di qua e di là».
Non è il solo, penso.
«Molto ha contato per me anche l'amicizia e il rapporto intellettuale con Hans Urs Von Balthasar, che ha elaborato un'estetica teologica. Egli nella sua enorme trilogia, Gloria Teodrammatica e Teologica, si appoggia molto alla letteratura e al teatro. Un'idea piuttosto cara ad alcuni autori anglosassoni come Lewis, Tolkien, Chesterton e lo stesso Newman.
Qualcuno ha avuto un sussulto quando lei ha citato Michael Fitzpatrick. Ma dove viene questo? si sono detti.
«Ho avuto una vicenda particolare: nel 1963 sono stato molto malato, sono guarito dopo un anno e mezzo e, dieci anni dopo, ho avuto un'altra lunga malattia per cui ho rischiato di morire. Da allora sono stato spesso invitato a intervenire sul tema della salute e ho anche scritto un testo sulla malattia, la sofferenza e la morte. Per questo mio interesse, un primario svizzero, un giorno, mentre stavo preparando una conferenza sul tema 'Morte e libertà', mi ha regalato il libro di Fitzpatrick "La tirannia della salute"».
Allora?
«Quel volume è stata una lettura interessante. Mi ha colpito l'attacco che l'autore fa al "salutismo" dominante e alla "politica" che oggi si fa nella medicina. Fitzpatrick si domanda provocatoriamente se sia giusto costringere dei vecchietti a rinunciare ad una coppa di gelato, una sigaretta o una birra, per farli vivere dieci giorni di più tra - cito alla lettera! - continue flatulenze e astinenze totali. Fitzpatrick lancia un messaggio forte su quest'idea delirante che sempre più oggi ci facciamo della medicina come quasi capace di sconfiggere la morte».
E Rainer Maria Rilke?
«Ho letto da ragazzo l'introduzione che Turoldo ha fatto alla poesia di Rilke sulla vita della Madonna. Da lì sono passato alle "Elegie duinesi" ai "Requiem". Di tanto in tanto torno a questi grandi poeti».
La poesia aiuta. Ma c'è stato un momento nel quale della vita dell'autore non si conosceva quasi niente; Rilke compreso che potrebbe definirsi per certe cose un "ragazzaccio". Adesso si scarnifica tutto dell'esistenza, pettegolezzi e gossip...
«Abbiamo, secondo me, perso il pudore. La nostra vita è anche la capacità della nostra libertà di ritrovarsi dopo ogni sbandamento. La fede ci aiuta in questo. Non per nulla il vertice della moralità evangelica è il perdono che permette la "ripresa" del peccatore. Invece rovistiamo senza pudore nelle miserie umane, come se ognuno di noi non ne avesse....».
Altro settore: perché c'è così tanta difficoltà nel mondo della Chiesa a discutere di scienza? Eppure ci sono stati tantissimi sacerdoti scienziati.
«Siamo figli della falsa contrapposizione tra umanesimo e scienza. Così chi si colloca nel settore umanista pensa che la scienza sia per lui un monstrum inaccessibile. Mentre ogni cultura scientifica è umanistica. E persino il filosofo e il poeta oggi si nutrono di scienza e di tecnologia. C'è un fattore che unifica queste due realtà che è l'umana avventura, cioè "ad ventura", il nostro indomabile andare verso il futuro».
Che potrà essere...
«Nel lavoro di ripensamento della configurazione della scuola e dell'università: bisogna superare questo dualismo della cultura umanistica e scientifica creando un interculturalismo nei programmi in modo da poter comunicare, mediante uno "strumentario" di base congruo, un linguaggio nuovo. In questo senso mi ha impressionato l'anno scorso il Papa a Colonia. Al milione di giovani che lo ascoltavano ha spiegato il delicato mistero della transustanziazione parlando della fissione nucleare».
Perché si legge così poco la Bibbia, anche nel mondo cattolico. O è prassi che chi ha fede non conosca a fondo i testi dove è depositata la propria fede?
«Dopo il Concilio Vaticano qualcosa è cambiato. Per esempio i Gruppi di ascolto della diocesi di Venezia sono una realtà tra le più belle in questo senso: seimila persone che leggono la Bibbia con serietà! La Bibbia è uno "strumento" che, almeno all'inizio, esige accompagnamento».
Cosa ha notato di interessante in questo atteggiamento di lettura?
«Ho visto, per esempio, che molti sacerdoti, anche provocati dal "caso Codice Da Vinci", hanno ripreso a leggere il Vangelo assieme ai ragazzi. Ma, ripeto, in ogni caso non bisogna temere alcun tipo di paragone e confronto con altri libri: bisogna conoscere e far conoscere».
Altri due o tre libri che si porterà in vacanza?
«Mi concentrerò, per ragioni di lavoro, sul tema del peso della religione sulla società civile in Europa e in America all'interno del processo di meticciato di culture in atto nel pianeta. Vorrei leggere il volume di Jacques Audinet "Le temps du métissage" e quello che mi dicono essere attuale anche se datato di Magnus Mörner, "Race mixture in the history of Latin America". Se avrò tempo leggerò "La conquista dell'America" di Todorov. Se riesco vorrei anche rileggere qualche pagina di Omero e "La religione nei limiti della sola ragione" di Kant».
Io le consiglio anche Cervantes, il più tradotto e stampato dopo la Bibbia.
«Sarebbe bello ritornarci, stavolta vorrei leggerlo in spagnolo».
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