Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
Send a text about this cardinal »
View all articles about this cardinal »
Italian "I Pacs? Inopportuni"
Dec 04, 2005
"Credo che la società italiana sbaglierebbe gravemente se, in nome di una cattiva interpretazione dei diritti individuali, sacrificasse ulteriormente il bene del matrimonio e della famiglia"

(Famiglia Cristiana, 01 dicembre 2005) La famiglia va difesa, non indebolita. I Pacs? Usiamo le tutele del Codice civile. «Niente battaglie», dice il patriarca Scola, ma testimoniamo la bellezza del vivere in Cristo».

Famiglia e matrimonio? Un grave danno indebolirli ulteriormente. Pacs? Inopportuni. Interventi della gerarchia cattolica su delicate questioni sociali? Nessuna ingerenza, bensì un «accompagnamento del popolo italiano, che è ancora cattolicamente riferito». È il pensiero del cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, relatore generale all’ultimo Sinodo che, partendo dalle materie trattate all’assise sinodale, risponde su alcuni dei temi che stanno animando il dibattito tra laici e cattolici in Italia. Con una convinzione chiara: che, per fare civiltà, non servono crociate, bensì proposte contagiose di stili di vita e una testimonianza coerente.

Stiamo assistendo a una profonda crisi che investe il matrimonio, e a una "svalutazione della famiglia". Come annunciare i valori dell’indissolubilità del matrimonio cristiano?

«Questa è una delle espressioni più potenti del travaglio del tempo postmoderno, con la quale chi ha incontrato Cristo deve fare i conti: è una provocazione gravosa, ma nel contempo affascinante. Direi che la relazione mondo affettivo-fede ha, oggi, la stessa portata che ebbe nel secolo scorso la relazione rivoluzione-fede. Quello che io chiamo "erotismo pervasivo" sfida oggi la vita cristiana come allora fece la rivoluzione. Talmente radicale e profonda è la trasformazione antropologica in cui siamo immersi da obbligarci a ridire l’esperienza elementare degli affetti. Ma se c’è qualcosa su cui siamo balbuzienti, anche noi cristiani, è proprio il saper comunicare il fascino di questa esperienza, che pure è un dato reale e oggettivo. Ai giovani, quando parlo loro dell’indissolubilità del matrimonio, dico: vi sfido a poter dire, quando siete autenticamente innamorati, "ti voglio bene" senza aggiungere "per sempre". E non trovo mai obiezioni. Vuol dire che "per sempre" fa parte dell’essenza dell’amore. Bisogna ritornare all’esperienza elementare, grande intuizione di Giovanni Paolo II, e mostrare la bellezza e il fascino dell’amore così concepito».

In che modo?

«Occorre ridire le categorie del "desiderio" e del "sacrificio" e la loro compatibilità, e insieme quella di "piacere" e di "godimento" e la radicale differenza tra i due. È necessario rimettere in campo queste parole che sono uscite logore dalla grande trasformazione in atto e che sono il cuore della postmodernità. Come si devono ridire altre importanti parole quali libertà, vita e morte, vita buona, buon governo e potere. Bisogna ritornare ai fondamentali. È come se, oggi, i fondamentali dell’umano fossero confusi; però l’uomo ne ha una grande sete. Ecco perché la nostra è un’epoca di travaglio, ma anche di forte fascino. E tutto questo occorre innanzitutto mostrarlo attraverso la testimonianza personale e comunitaria: uomini e donne che si espongono in prima persona e così rendono evidente la bellezza dell’amore autentico e fedele come una possibilità reale per la vita di tutti».

E applicando tale ragionamento alla questione della comunione ai cosiddetti divorziati risposati...?

«Mi pare che la Proposizione 40 del Sinodo sia molto precisa e profonda: basterebbe meditarla attentamente. Apre alla libertà personale con serenità. Nella Chiesa in questa questione non vale l’ope legis: non c’è la categoria dei "divorziati-risposati" ai quali, appunto, "in forza di una legge" si debba riconoscere un diritto all’Eucaristia. Esiste, invece, il cammino della persona che si confronta con Dio. La Chiesa non ha alcun potere sui sacramenti, che sono un puro dono di Cristo a cui la Chiesa stessa deve obbedire. Anche i vescovi e il Papa».

Di recente la questione dei Pacs ha acceso polemiche tra cattolici e laici. Lei ritiene che forme di riconoscimento giuridico pubblico delle unioni di fatto possano ledere il matrimonio e il valore della famiglia?

«Credo che la società italiana sbaglierebbe gravemente se, in nome di una cattiva interpretazione dei diritti individuali, sacrificasse ulteriormente il bene del matrimonio e della famiglia. È giusto che una società plurale debba rispettare i diritti di tutti, ma penso anche che in questo campo sia possibile battere la strada delle tutele presenti nel Codice civile, adeguandole se necessario, senza generare confusione su ciò che è matrimonio e famiglia e ciò che non lo è. Volenti o nolenti, la legge contribuisce a educare in modo virtuoso. Ora, indebolire la famiglia, in un tempo in cui già di per sé non è sostenuta in modo adeguato, sarebbe sbagliato. Infine, pongo un’altra questione che mi pare fondamentale per una società plurale come la nostra e che ha a che fare con la giusta dialettica tra minoranze e maggioranze: davvero qualunque tipo di orientamento personale e di gruppo deve pretendere l’esplicito riconoscimento della legge?».

E se il fenomeno oggi minoritario delle unioni di fatto assumesse una massa critica importante?

«È un’altra questione. In democrazia si deve andare a un confronto sereno e franco. I diritti fondamentali devono essere garantiti a tutti, ma per quanto riguarda altri diritti è anche chiaro che, per il fatto che la legge ha una funzione educativa, una minoranza è chiamata a maggiori sacrifici; è un dato di fatto realistico».

Pertanto quella dei Pacs è una rivendicazione viziata?

«Ripeto che chi ha queste esigenze possa utilmente perseguire la via delle tutele già presenti nel Codice civile. Ma non mettiamo a repentaglio per questo il concetto di matrimonio e di famiglia, né nella legge, né nella pratica. Sarebbe un errore per la democrazia, e non lo dico come cattolico, ma da "laico"».

A proposito di tematiche come i Pacs: qualcuno ha accusato esponenti della Chiesa italiana di ingerenze e aggressione alla laicità, osservando tra l’altro che i cattolici sono una minoranza. Che cosa ne pensa?

«Qui c’è un equivoco che, tra l’altro, si basa su un ragionamento statisticamente poco fondato. Non bisogna confondere il fenomeno della caduta morale e dei comportamenti etici, che esiste ed è grave, con il senso di appartenenza alla Chiesa. Il popolo italiano è e resta chiaramente riferito, almeno "culturalmente" – uso la parola in senso ampio –, al cristianesimo, e i numeri lo dimostrano. Le faccio un esempio: in diocesi di Venezia abbiamo appena realizzato un censimento sulla partecipazione alla Messa domenicale e il senso di appartenenza alla fede cristiana. Ebbene, i risultati sono di grande interesse, perché dimostrano, anzitutto, che dal 1985 a oggi non c’è più stato svuotamento delle chiese, e che l’83 per cento della popolazione si dice, in qualche modo, cattolica, almeno come riferimento culturale. Allora, quando noi vescovi interveniamo su alcune questioni, lungi dall’assalire qualcuno o domandare privilegi, stiamo solo accompagnando il nostro popolo, che è ancora cattolicamente riferito. E, coscienti della natura plurale della nostra società, vogliamo farlo con atteggiamento positivo e rispettoso nei confronti di tutti».

Un’altra questione toccata dall’ultimo Sinodo è stata quella della domenica. Il suo valore profondo è sempre più minato da nuove abitudini sociali e tendenze commerciali. Rispetto a tali tendenze, servono crociate o proposte evangeliche convincenti?

«Le rispondo con un’affermazione dell’arcivescovo di Islamabad, Anthony Theodore Lobo: "Il nostro è un tempo di annuncio e non di denuncia". Credo che il problema numero uno dei cristiani e dell’uomo di oggi sia mostrare la bellezza della sequela di Cristo. Ciò non significa essere remissivi. Come vescovo sento fortemente l’urgenza che sia rispettato il cammino del popolo italiano, che è ancora, piaccia o non piaccia, cattolicamente riferito. È fuori dubbio, però, che la via privilegiata della convinzione è quella dei testimoni e dei santi. Sarà perché mi porto dentro l’esperienza straordinaria dell’oratorio, sarà perché le personalità più avvedute dell’antropologia contemporanea – penso ad esempio a Roland Barthes – hanno parlato della decisività del recupero del "tempo vibrato", in cui il riposo media tra lavoro e affetti, sempre più convinto ripeto: riappropriamoci da cristiani della domenica nel senso nobile del termine, invitando a casa o in patronato amici e conoscenti, facendo esperienza di convivialità tra di noi e con i nostri figli, celebrando l’Eucaristia insieme. In una parola: riappropriamoci del tempo del riposo nel Signore, e facciamo partecipare più gente possibile a quest’esperienza. E se non vogliamo farlo negli oratori, facciamolo nelle piazze e nei parchi, ma facciamolo».

Perciò nessuna crociata?

«Io sono piuttosto per testimoniare la bellezza di umanità e la densità di umanità che dal riferimento a Gesù può scaturire. Non mi metterei a far battaglie, perché quando si vuol creare una nuova mentalità, cioè far civiltà e cultura, la prima condizione è "porre il soggetto"; è far vivere un soggetto nuovo: continuare a vivere sempre più in questo modo e invitare gli altri a vivere così».
39 READERS ONLINE
INDEX
RSS Feed
back to the first page
printer-friendly
CARDINALS
in alphabetical order
by country
Roman Curia
under 80
over 80
deceased
ARTICLES
last postings
most read articles
all articles
CONTACT
send us relevant texts
SEARCH