Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Intervista. Cardinale Scola: dal Papa riceveremo un abbraccio di tenerezza e conforto
Mar 25, 2017

La prima tappa
English Scola:
Mar 23, 2017

Angelo Scola

Milano, 22 marzo 2017 - 23:07

La giornata di papa Francesco sabato prossimo a Milano sar
Italian Varese, Il Cardinale Angelo Scola contro l’autismo spirituale di oggi
Dec 12, 2016
“Il pensiero di Cristo in una convivenza plurale” è stato  il titolo dell’ultima “Conversazione a Teatro” per il ciclo “Pensare Futuro” organizzato dal Centro Gulliver di Varese per festeggiare il suo 30esimo anniversario di presenza sul territorio.

Questa volta il Teatro Santuccio ha ospitato il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, moderato dal dott. Valerio Melandri, uno tra i massimi esperti di fund raising in Italia.
Importanti i temi trattati in questo incontro.  “Qualunque uomo e donna vive come naturale un moto di com-passione: partendo dal riconoscerci fragili, è proprio della natura umana diventare solidali con chi precipita nella fragilità e appassionarsi al bisogno dell’altro. I cristiani, se sono autentici, sono motivati a questo da quella che si chiama carità, cioè il dono di sé, come immedesimazione allo stile di vita di Gesù. Ma non è con la volontà che si cresce nel dono di noi stessi: è solo facendo in prima persona esperienza di un amore gratuito che ci rilancia nella vita.” E ancora sottolinea il cardinale: “la carità  è uno stile di vita, è uno sguardo,  un atteggiamento del cuore che ti apre all’altro, chiunque esso sia”.
Il Cardinale legge anche le difficoltà del nostro tempo: “Viviamo in una “società della stanchezza” europea. C’è un individualismo molto marcato, che porta ad un “autismo spirituale”, cioè ad un’incapacità strutturale di comunicare se stessi e di relazionarci, rendendo difficili la condivisione e il dono”.
“In Italia, storicamente abbiamo un tessuto sociale e associativo molto forte. Nella nostra società plurale, occorre ripartire dalla logica del dono, dalla condivisione.  Partecipare a realtà come quella del Gulliver ci fa recuperare l’identità che avevano le nostre città. E’ necessario  recuperare quella creatività  che non è solo individuale ma che è a servizio della comunità perché vivere insieme è un bene sociale che deve essere assunto come bene politico”.
“Sono soddisfatto – racconta don Michele – perchè questi incontri ci hanno offerto una preziosa opportunità per fermarci a riflettere sia a livello personale, sia come servizio socio educativo offerto alla cittadinanza, in un contesto politico, economico, organizzativo e spirituale che continua a cambiare. Dopo 30 anni Gulliver vuole porsi con rinnovata professionalità sul territorio per curare la dipendenza, ma anche per creare nuovi presidi socio-educativi e spirituali per le nuove generazioni.”
Subito dopo l’incontro al Santuccio, l’attenzione di Autorità, media e cittadini si è spostata a Cantello, dove il cardinale Scola ha inaugurato e benedetto l’ampliamento della Casa Nuovi Orizzonti del Centro Gulliver, ad oggi già sede di due comunità psichiatriche.
Presenti molte Autorità civili e religiose al taglio del nastro: Raffaele Cattaneo, Presidente del Consiglio Regionale, Giovanni Daverio, Direttore Generale della Sanità di Regione Lombardia, Clementino Rivolta, vicesindaco di Cantello, Samuele Astuti, sindaco di Malnate, Mons. Luigi Panighetti, prevosto di Varese, don Mauro Barlassina, decano di Varese, don Egidio Corbetta, parroco di Cantello. E poi ancora le Aziende che hanno partecipato ai lavori e tanti cittadini di Cantello… E, ancora, molti amici del Gulliver, a conferma dell’importanza di un’Opera che è davvero cara a tutti…
“Faccio un saluto che vuole essere un abbraccio a ciascuno”, con queste parole il cardinale Scola ha salutato i presenti ed, in particolare, gli Ospiti delle comunità.
Poi è stata la volta del saluto delle Istituzioni: “Ringrazio il Gulliver – ha detto Cattaneo – per l’Opera di alto valore sociale e civile che rappresenta. Come Regione Lombardia desideriamo valorizzare realtà come queste che quotidianamente si chinano sui bisogni delle persone con sguardo umano e cristiano. In un’ottica sussidiaria, desideriamo sostenere queste realtà in modo da permettere loro di lavorare sempre meglio”
Il Centro Gulliver, infatti, da anni lavora “in trincea” per affrontare disturbi mentali e disagio psichico, sia a livello di cura, sia come prevenzione.   “In questi ultimi anni, per rispondere al bisogno dilagante di cura, abbiamo aperto diverse comunità a doppia diagnosi (per tossicodipendenti psichiatrici). Ma il luogo privilegiato in cui rispondiamo al bisogno di cura  nell’ambito della salute mentale è Cantello, dove siamo presenti con la casa “Nuovi Orizzonti”.
“In questi mesi, la casa di Cantello è stata protagonista di un’imponente ristrutturazione: “abbiamo sostenuto un importante impegno – racconta don Michele – per ampliare la struttura. Adesso, al termine dei lavori, siamo in grado di ospitare altre 10 persone nella comunità a media assistenza e di progettare percorsi di accompagnamento all’autonomia attraverso i due appartamenti protetti che abbiamo ricavato.  Un grande grazie alla Fondazione Eurojersey che da sempre ha considerato la Comunità di Cantello il fiore all’occhiello delle sue strutture di solidarietà! Grazie anche a tutte le Aziende che hanno lavorato per rendere possibile l’inaugurazione di oggi e grazie a tutti coloro che sosterranno con le loro risorse la nostra Campagna di Fundraising “Non restare im…mobile”, per arredare le camere degli Ospiti di Cantello e renderle belle, accoglienti e sicure. Fin da ora desidero ringraziare il dott. Riccardo Celesia, che ormai da anni ci affianca con generosità.”
Per tutto il 2017, infatti, sarà attiva la campagna di raccolta fondi che, con diverse iniziative ed eventi, cercherà di coinvolgere le persone e le aziende del territorio varesino, ma non solo. “Ora – conclude la giornata don Michele – abbiamo bisogno anche di voi, anche di te!. Mi auguro che siano in molti a sostenere la nostra iniziativa durante il prossimo anno, persone sempre più consapevoli dell’importanza del prendersi cura in maniera autentica”. Per maggiori informazioni sulla campagna http://www.centrogulliver.it/campagne-in-corso/

http://www.varesereport.it/2016/12/10/varese-il-cardinale-angelo-scola-contro-lautismo-spirituale-di-ogg/
Italian Cardinale Scola: "Mi aspetto che le vocazioni quadruplichino"
Sept 10, 2016
"I fatti che il momento storico ci pone dinnanzi sono tanto clamorosi che ci costringono a venire fuori, a vincere le paure, non possiamo più stare tranquilli".

Milano, 09 settembre 2016

A proposito delle vocazioni, intervenendo al termine della celebrazione in cui sono stati ammessi al sacerdozio 26 seminaristi e al diaconato permanente 3 laici, il cardinale Scola ha sottolineato che «i candidati si prendono un bel rischio nella società di oggi, rischio che dobbiamo sostenere con la preghiera» e si è detto fiducioso che potranno quadruplicare, arrivando in futuro a cento i giovani e le giovani che scelgono di compiere questo passo ogni anno in Diocesi, perché ha spiegato «i fatti che il momento storico ci pone dinnanzi sono tanto clamorosi che ci costringono a venire fuori, a vincere le paure, non possiamo più stare tranquilli come abbiamo fatto dagli anni 70 ad oggi».

http://www.resegoneonline.it/articoli/Cardinale-Scola-Mi-aspetto-che-le-vocazioni-quadruplichino-20160908/
Italian «È stato un martirio nel cuore del cristianesimo»
Aug 02, 2016
«I cristiani come padre Jacques, ucciso barbaramente, costruiscono il bene della società intera». Il cardinale Angelo Scola (in alto a destra) interviene da Milano, sgomento per il barbaro assassinio di padre Jacques, con un intervento sul sito della Diocesi.

Sabrina Cottone - Mer, 27/07/2016 - 06:00

L'arcivescovo parla di martirio, a imitazione del martirio di Cristo. Dice: «Come non cogliere in questa uccisione portata al cuore del cristianesimo il valore del martirio che regolarmente i cristiani celebrano nella Santa Messa?». In Francia, antica culla del cattolicesimo, i cittadini sono sotto attacco anche in quanto cristiani e sono uccisi, come è accaduto a padre Jacques, in odium fidei, per odio alla fede che testimoniano. Accade già in molte parti del mondo, in questo tempo di martiri. Ma che succeda in Europa è un trauma nuovo che non può non essere sottolineato dal vescovo di una delle principali diocesi d'Occidente.

Continua il cardinale: «Il barbaro attentato produce in noi sgomento e violenta reazione. Solo nella preghiera riusciamo ad accettare un simile e più che disumano atto. In particolare ci addolora profondamente che un fratello sacerdote sia stato ucciso in occasione della celebrazione della Santa Messa e altri fedeli siano stati feriti».

Scola partirà venerdì prossimo per la Giornata mondiale della gioventù di Cracovia, dove dopodomani celebrerà la Messa per i giovani ambrosiani. In Polonia è previsto l'arrivo di settemila milanesi. E chi è già lì racconta un'atmosfera tranquilla. Non si è mai vista tanta polizia alla Gmg, ma negli interventi dei ragazzi torna l'idea che «restare insieme per resistere alla violenza» sia l'unica strada. Tornare a casa per paura sarebbe una resa ai terroristi. E questi giovani, dice il cardinale, sono già un «nuovo senso dell'Europa che è in atto», portatori della «misericordia» predicata dal Papa.

Il cardinale invita a imitare il loro esempio: «Non c'è altra strada che riprendere subito, e attraverso un paziente lavoro educativo e culturale, un senso del vivere che ci consenta di affrontare il quotidiano, nelle sue elementari manifestazioni, sorretti dalla verità e dal bene». Perché «l'escalation di violenza che sta attaccando l'Europa» invita a puntare a «una rinascita» ormai indispensabile. Scola ripete una lezione fondamentale del cristianesimo: solo il bene può vincere il male. «Una società plurale, rispettosa di tutti ma tesa al riconoscimento di ciò che è buono» è «l'unica strada per vincere le paure ma alla lunga per battere il terrorismo».

http://www.ilgiornale.it/news/milano/scola-stato-martirio-nel-cuore-cristianesimo-1289839.html
Italian «Io, il Papa e i miei anni a Milano»
Jul 04, 2016
Il cardinale, a Milano da cinque anni, parla di un’esperienza «sorprendente». I rapporti con il Papa? «Buoni. Francesco dice ciò che pensa con stile stimolante fino al provocatorio. Ed è vero che alcuni provano disagio»

Cardinale Scola, lei è a Milano da cinque anni, ed è reduce dalla visita pastorale nella diocesi. Come l’ha trovata?
«Un’esperienza sorprendente. Mi ha colpito la qualità e la quantità della partecipazione: alle assemblee non eravamo mai meno di 500 e spesso più di mille. E non è mancata gente che non frequenta la parrocchia. È emersa una realtà consapevole del grande cambiamento in atto. Permane nel nostro popolo un senso della fede spontaneo, l’importanza di Dio, di Gesù nella vita. Lo si nota anche dalla partecipazione all’eucaristia, che certo non ha più le frequenze di prima degli anni 70, però è molto più consapevole: viene in chiesa chi è convinto».

È finita la ritirata del cattolicesimo nella società?
«È finita, anche se diventa più difficile aiutarci a quella che il Papa chiama “la Chiesa in uscita”. Citando il Vangelo ho detto: “Il campo è il mondo”. Facciamo ancora troppo affidamento sulle strategie, e non vediamo che non c’è uomo che prescinda dall’esperienza comune a tutti: gli affetti, il lavoro, il riposo... Inventiamo strumenti per andare verso i cosiddetti “lontani”; ma di lontano da questa esperienza umana non c’è nessuno».

Ha visto il disagio delle periferie?
«Ho visto soprattutto una grande vitalità nelle nostre province. In città come Monza, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Cinisello Balsamo, dove le prove sono assai dure: immigrazione, emarginazione, disoccupazione,emergenza abitativa, sviluppo problematico; vengono però affrontate con cuore appassionato e anche con elaborazioni e progetti intellettualmente originali. In centro a Milano ho trovato realtà educative molto valide. Per esempio a Sant’Ambrogio, come all’Incoronata, ci sono bellissimi e frequentati oratori. È purtroppo doloroso però constatare che nelle periferie, soprattutto quelle della circonvallazione esterna, ci sono sacche di emarginazione e miseria molto pesanti. Forse si notano poco perché sono a macchia di leopardo. Non abbiamo la “favela” o lo “slum”, però il disagio è assai grave».

Sala ha fatto la prima giunta al Giambellino.
«Quando è venuto a trovarmi era molto deciso sulla questione periferie. Un tema assai marcato anche da Parisi. È un punto su cui si deve investire tutti insieme con creatività, dall’urbanizzazione, alla casa, fino a un accurato welfare e alla cultura. Al Forlanini ho visto abitazioni popolari, le “case bianche”, in grave degrado, con persone ammalate al nono piano senza ascensore. Grazie a Dio, dappertutto il volontariato cattolico e laico è molto attivo. Insomma, questa gente non è lasciata del tutto sola».

Quindi il cattolicesimo milanese non è in crisi.
«Questa idea va un po’ smantellata. C’è piuttosto partecipazione della nostra Chiesa — che ha ancora eccellenti risorse personali e comunitarie — al grande travaglio che è in atto nelle Chiese d’Europa».

Come mai allora il Papa non viene a Milano?
«Ha soltanto spostato di un anno: si è trovato di fronte un’agenda molto fitta per il Giubileo. Con i suoi collaboratori stiamo fissando la data».

Ma come sono veramente i rapporti tra lei e il Papa?
«Ma che domanda... Sono buoni. Conoscevo Bergoglio da prima, abbiamo lavorato insieme in diverse congregazioni. È un solido figlio di sant’Ignazio. Certo ogni Papa ha il suo stile. Lo stile di Francesco risulta a noi europei — non possiamo nascondercelo — stimolante fino al provocatorio: uno stile molto impostato sui gesti. Il Papa non percorre strade clericali, dice quello che pensa e colpisce perché è uno che si gioca in prima persona, cioè si coinvolge con il Vangelo che annuncia e per questo risulta assai convincente».

Ma c’è una destra cattolica che soffre?
«Premetto che con categorie come destra e sinistra non si capisce la Chiesa; comunque è vero che alcuni provano disagio. Mi pare che il Papa voglia superare una riduzione “dottrinalistica” della proposta cristiana. È un’esigenza che molta buona teologia ha già formulato da anni. Penso, per citare personalità con cui ho avuto il dono di collaborare, a De Lubac, Balthasar, Ratzinger: la Rivelazione è Gesù Cristo, Verità vivente e personale. Il Papa parte dall’esperienza. La sua è una sensibilità teologico-culturale ancorata alla dottrina, tipica di un cristianesimo di popolo che si è trovato di fronte problematiche antropologiche, sociali ed ecologiche enormi. Si può capire la fatica di persone che amano la Chiesa, ma che sanno bene che, per il cattolico, il Papa è il Papa e sottolineano l’importanza di ribadire formulazioni dottrinali esplicite. Altro è il discorso di chi parla senza avere una coscienza adeguata del ministero del successore di Pietro!».

Si può dire che l’esperimento dei due Papi funziona?
«Il Papa è uno solo. Comunque sì, l’attuale situazione funziona. È sempre stato previsto che il Papa potesse rinunciare in caso di necessità».

E lei cosa farà quando a novembre compirà 75 anni?
«Come ogni vescovo manderò la mia rinuncia al Papa e poi, quando verrà il momento, abiterò in una canonica vicino a Lecco. Torno nelle mie terre e farò un po’ quello che può fare ogni prete. Se avrò ancora forza, ho lì dei brogliacci. Vorrei riprendere il tema della differenza sessuale, a cui già mi sono dedicato in passato, per scrivere qualcosa».

Sul referendum costituzionale come voterà?
«Ho bisogno ancora di entrare nella questione, ma l’idea di un bicameralismo perfetto non è più praticabile. Però un Senato totalmente nominato lascia perplessi. E poi d’istinto non sono portato ad assolutizzare simili vicende. Questo vale anche per Brexit. L’ho sentito dire a Cacciari e a Prodi, con i quali mi sono confrontato pubblicamente di recente: “Non facciamone una tragedia, trasformiamola in un’opportunità”. Vale anche per il referendum, al di là della logica pro-Renzi o contro-Renzi. Per carità, chi guida è importante. Però i problemi difficili che abbiamo di questi tempi stanno a monte».

Quindi non facciamo una tragedia né di Brexit né del referendum italiano?
«Non facciamone una tragedia. E quindi smettiamo di puntare su queste cose come se fossero discriminanti assolute. Il vero problema dell’Europa è un problema di “senso del vivere”. Per un momento mi lasci tornare molto indietro: Atene, Alessandria, Gerusalemme e non solo hanno attraversato il tempo perché l’Europa, senza pretese di primeggiare, li ha assunti nel suo Dna. Così ha creato il terreno su cui è germogliato il cittadino europeo. Il cittadino oggi non si sente più accompagnato nel suo desiderio di vita pacifica, in cui le sue doti siano valorizzate, in cui i diritti autentici diventino libertà effettive e non restino sulla carta. La politica non aiuta più la società civile a dare senso al proprio camminare. La struttura finanziaria, economica, tecnocratica e burocratica è diventata così pesante da schiacciare la creatività che viene dal basso».

Il problema è il deficit delle classi dirigenti?
«C’è una netta difficoltà delle classi dirigenti. Ovunque, anche nelle Chiese. Manca spesso una leadership istituzionale adeguata, capace di raccogliere le spinte della partecipazione. Il cittadino ha l’impressione di non essere preso sul serio. L’Europa, dopo la fase fondativa, ha visto Paesi che sotto la bandiera dell’unità cercavano di cavare pragmaticamente solo il proprio utile. Non si è stati capaci di pensare come ogni singola nazione potesse contribuire all’Europa unita. Mi ricordo che all’inizio degli anni 70 in Calabria un piccolo gruppo intuì un’idea: l’Italia doveva assumersi in Europa il ruolo di leadership del Mediterraneo. Non l’abbiamo fatto. Oggi l’Italia è sola nell’accoglienza dei migranti: Chiesa, società civile e Stato da noi fanno non poco, ma l’Europa deve sostenere il processo di integrazione. La reazione a questo disimpegno secondo molti è il populismo, anche se dietro questa categoria ci sono tanti significati diversi».

I 5 Stelle sono populisti, secondo lei?
«Per quanto ne capisco sono ancora un agglomerato, che sfrutta la capacità unificante della rete per tenersi insieme. Cosa diventeranno dobbiamo vederlo. Non è populismo assecondare il bisogno dei cittadini e dei corpi intermedi che la loro esperienza umana sia considerata portatrice di civiltà. Le comprensibili paure per i grandi cambiamenti in atto — l’immigrazione, la crisi economica, il terrorismo: pensiamo oggi con acuto dolore alle vittime di Dacca, ai morti italiani, di cui uno della nostra diocesi — non possono essere usate da nessuno per nascondere la domanda delle domande, che già i nostri grandi ponevano. Penso alla bella espressione di Leopardi “ed io che sono?”. Non “chi sono”; perché è questo “che” a tener dentro il mio rapporto con tutta quanta la realtà. Persone libere, capaci di relazione comunitaria con tutti e con tutto. Di questo ha bisogno l’Europa».

Sulla povertà insiste molto il Papa.
«Quando il Papa dice che la povertà va letta teologicamente, intende affermare che partendo dalla carne e dal bisogno dell’altro uno deve riflettere su come concepisce la società e su come le istituzioni agiscono in essa, anche arrivando alla critica giusta ed equilibrata dei poteri forti».

Quali sono i poteri forti?
«Capisco benissimo che la finanza è molto importante, però capisco altrettanto bene che noi del popolo siamo messi in condizione di comprendere assai poco di quello che la finanza fa. E la finanza morde sulla nostra pelle. Qui c’è qualcosa che non funziona. Ad esempio una forma di salario minimo va introdotta».

Salario minimo? O il reddito di cittadinanza che chiede Grillo?
«Non entro nelle formule tecniche, ma il salario non può essere sotto un livello dignitoso e chi è senza reddito va sostenuto».

Come valuta l’avventura di Renzi?
«Ammiro il coraggio di questo giovane politico: si espone, dice quello che pensa, credo che sia anche sincero quando afferma che lui non vuole occupare il potere a lungo. Forse deve prendere meglio le misure».
3 luglio 2016 (modifica il 3 luglio 2016 | 23:13)

http://www.corriere.it/cronache/16_luglio_04/cardinale-scola-milano-papa-9a5505e6-415f-11e6-a891-8ced3ef53a42.shtml
Italian «La poliedricità della figura del cardinale Martini sia occasione di crescita per la metropoli»
May 23, 2016
Cardinale, nel Salone della Curia arcivescovile , ha consegnato il Premio “Carlo Maria Martini International Award”, richiamando i meriti ecclesiali e civili della Fondazione che ha promosso la seconda edizione del riconoscimento.

21.05.2016

«Un momento importante che raccoglie il frutto del lavoro fatto e che faremo, continuando a rendere vivente la figura del cardinale Martini».

Questo, nelle parole del presidente, padre Carlo Casalone, il senso complessivo delle molte iniziative che la Fondazione, appunto, intitolata al cardinale Carlo Maria Martini e nata per volere della Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù in collaborazione dell’Arcidiocesi di Milano, sta portando avanti con crescente impegno e successo.

È in questo contesto si situano, come particolarmente significativi, l’Archivio digitale dei documenti “di” e “su” Martini, ormai impostato nella sua architettura (verrà completato entro il 2019) con documenti che verranno resi disponibili sul sito in via di riorganizzazione, il grande progetto della pubblicazione cartacea dell’Opera Omnia del Cardinale, avviata con l’editrice Bompiani, per cui si prevede la pubblicazione di 18-20 volumi, le Borse di Studio, i Seminari di ricerca, e, in primo piano, il Martini International Award. Premio che, istituito il 15 febbraio 2013 e giunto alla seconda edizione, viene conferito dal cardinale Scola durante la cerimonia che si svolge nel Salone della Curia arcivescovile.

«Il Premio significa per noi tutti, un’esperienza di maturazione, perché leggendo i lavori presentati si nota come gli spunti offerti dal cardinal Martini sulla fede abbiano una capacità generativa di produrre percorsi nuovi, non immediatamente contenuti in quanto lui egli disse a suo tempo. Quindi, nuove vie e progetti si aprono: questo è il valore di ciò che facciamo e il nostro auspicio. Vorremmo ripubblicare in modo ordinato e contestualizzato le sue opere per collegare le sue parole al momento storico in cui sono state pronunciate o pubblicate. Questo ha a che fare con la profezia. Il prossimo volume apparirà intorno al 31 agosto (data della morte di Marini) e riguarderà gli Esercizi spirituali tenuti sui Vangeli», spiega Casalone che annuncia anche, per la fine dell’estate la probabile messa in onda di un documentario su Rai storia, per la serie degli italiani illustri del Novecento, dedicato al Cardinale.

Presenti alcune autorità, come il console generale dell’Uruguay (i premiati per la terza sezione sono uruguagi) è, allora, il presidente della giuria, monsignor Pierangelo Sequeri, a definire il profilo, «meritoriamente non accademico», del riconoscimento per cui, con un bando biennale, per la prima volta, sono stati premiati lavori inediti in più lingue.

«Vogliamo avere il più vivo, affettuoso e originale gesto di traffico dell’eredita di Martini. Non custodiamo unicamente un ricordo, ma apprezziamo il traffico dei talenti».

Insomma, un onorare la memoria che significa primariamente «non trasformarla in un monumento, ma in qualcosa di dinamico, in una scintilla e in uno spunto». Espressioni, queste ultime due, care a colui che fu sulla Cattedra di Ambrogio e Carlo dal 1980 al 2002. E così, per i vincitori di ognuna delle tre sezioni in cui è articolato il Premio, vengono proposti altrettanti brevi spezzoni della predicazione dell’allora Arcivescovo, ai chierichetti, ai carcerati (nella sua storica prima visita pastorale a San Vittore del novembre 1981, significativamente compiuta nella festa del patrono, san Carlo Borromeo), ai giovani in Duomo durante al scuola della Parola dedicata nel 1988 al Vangelo di Marco. Infatti, l’Award va, rispettivamente, per la sezione centrata sullo studio del pensiero e della figura del cardinal Martini, a un romanzo per i piccoli, “Carletto contatore di stelle” dell’insegnante di scuola primaria, Francesca Mercurio, presentato dalla giornalista Vittoria Prisciandaro; a “L’insufficienza della pena. Verso un ripensamento in prospettiva ripartiva”, di padre Nicola Carlo Bordogna (il primo gesuita premiato dall’iniziativa), saggio presentato dal biblista don Roberto Vignolo per la sezione di approfondimento del rapporto tra Bibbia e cultura nel mondo di oggi e, infine, per la terza, dedicata a esperienze e progetti pastorali ispirati allo stile di Martini, a “Discipulado catecumenal de Adultos (DcA). Un itinerario inspirado en el pensamiento y la obra del Card. Carlo María Martini, di Gonzalo Abadie Vicens e Guillermo Buzzo Sarlo, i cui contenuti vengono illustrati dal vicario episcopale monsignor Luca Bressan.  

Opere diversissime tra loro, ma tutte accomunate dall’esempio martiniano del discernimento, del esemplarità evangelica, di un dialogo sempre possibile. Basti citare la conclusione del lavoro di Bordogna per il quale «occorre pensare alla giustizia ridimensionando in maniera netta e inequivocabile l’immagine dei due piatti della bilancia che devono essere in qualche modo compensati, ma piuttosto richiamandosi a un nodo tra vittima, colpevole e comunità che si è sfilato, a un legame che, è stato violato e che chiede di essere, appunto, riunito».

Assai significativo, nelle parole di Bressan, anche il riconoscimento del valore attribuito all’Istituto del Catecumenato, «partendo dall’intuizione del cardinale Martini di ascoltare insieme la Parola di Dio come strumento di discernimento, nella logica performativa della crescita personale, comunitaria ed ecclesiale».

Infine, prima del momento della consegna del Premio, arriva la gratitudine espressa alla Fondazione dal cardinale Scola a nome suo personale e dell’intera Diocesi. «La poliedricità della figura del cardinal Martini può rappresentare, ancora di più in questo cambiamento di epoca, un’occasione per la nostra metropoli e realtà diocesana – pur non limitandosi ai loro confini – quale coagulo di quel principio di comunione che è la pluriformità nell’unità». Ossia, la possibilità «di un paragone e di confronto basati sulla ragione anche all’interno delle varie correnti del mondo laico che abitano esse stesse la nostra società plurale». È, infatti, a fronte della sfida di una modernità dalle tante e diverse visioni del mondo, che occorre «un soggetto attivo che stimoli un percorso – come intende fare la Fondazione con grandi meriti ecclesiali e civili –, allontanando il rischio di una musealizzazione che, certo, non sarebbe piaciuta al Cardinale. Abbiamo bisogno di costruire il nuovo e vita buona».

http://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/scola-la-poliedricit%C3%A0-della-figura-del-cardinale-martini-sia-occasione-di-crescita-per-la-metropoli-1.128259
Italian Milano, l’apertura del cardinale Scola: "Istituire una festa islamica in tutte le scuole”
Feb 01, 2016
Il cardinale: "Il 20% degli alunni ormai è di origine straniera, ciascuno ha diritto di raccontarsi"

31 gennaio 2016

Una festa musulmana da celebrare nelle scuole milanesi. La proposta non viene dall'imam di una moschea, ma dall'arcivescovo Angelo Scola. E non era una battuta, ma la conclusione di un ragionamento che partiva dal "meticciato" - tanto caro al cardinale - e arrivava alla presenza di "almeno un 20 per cento di alunni stranieri nelle nostre classi". Un dato che Scola ha tirato fuori nel dialogo con il giornalista Ganni Riotta, all'Istituto dei ciechi, in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

L'Islam e il presepe. Quindi non si rinunci al presepe perché ci sono gli islamici a scuola, ma si accolgano anche le loro specificità. "Una società plurale deve essere il più possibile inclusiva, ma non può rinunciare al simbolo se no perde forza comunicativa - ha spiegato Scola - Critico la laicità alla francese: non è pensabile creare uno spazio di neutralità, in cui tutti facciano un passo indietro sul tema delle religioni. Piuttosto, ciascuno si narri e si lasci narrare. Se aumentano i bambini musulmani, bisogna prendere qualcuna delle loro feste ed inserirle nella dimensione pubblica: spiegare, non vietare".

NATALE CANCELLATO A SCUOLA: LA SCUOLA TRAVOLTA DALLE POLEMICHE

La moschea. Il cardinale ha ribadito il suo sì alla costruzione di una moschea cittadina, purché "sia rispettosa delle forme e presenze architettoniche già presenti in città" e trasparente nelle modalità comunicative, nella gestione, nelle gerarchie interne e nei collegamenti esterni. Sui profughi, poi, una proposta forte: "In Europa serve un Piano Mashall per fronteggiare l'accoglienza, come ho letto nelle affermazioni del ministro delle finanze tedesco Schäuble".

Family day. Inevitabile anche
il riferimento al Family day di Roma, che il cardinale negli scorsi giorni aveva definito "positivo". Ha invitato il governo a "tenere conto di quello che la società civile chiede con una presenza in piazza legittima e doverosa". Plauso dunque ai cattolici che manifestano per "proporre la propria visione delle cose su questioni tanto delicate che possono comportare conseguenze antropologiche e sociali molto gravi", ha detto riferendosi al ddl Cirinnà.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/01/31/news/milano_islam_scuola-132388801/
Italian Cardinale Scola contro l’Occidente: “Non vuole conoscere l’islam”
Dec 15, 2015
Il tema della sicurezza è fondamentale, ma non si deve limitare tutto a questo”. Lo ha precisato il cardinale Angelo Scola nel corso della presentazione del libro del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, nella sede della Bpm a Milano.

15, dicembre, 2015

“Chi ha paura non è libero – ha detto -. Dobbiamo accettare la prospettiva che i diversi Islam possano trovare all’interno della loro tradizione strumenti per essere nè padroni nè schiavi, ma di rispettare e di essere rispettati”.

“Mi ha sempre colpito – ha aggiunto Scola – la forte resistenza del mondo occidentale a conoscere l’Islam. Ci siamo scontrati, in questi ultimi 15 anni, con un forte disinteresse. Abbiamo ignorato, colpevolmente, questo fenomeno. C’è paura nel mondo musulmano, così come c’è paura dentro all’Europa e c’è paura dentro di noi”. (LaPresse)

Non ci risulta che il cardinale della ex chiesa cattolica (oggi crislamica)  abbia invitato i musulmani a conoscere il Vangelo.

http://www.imolaoggi.it/2015/12/15/cardinale-scola-contro-loccidente-non-vuole-conoscere-lislam/
Italian «I miei timori sulla famiglia Ci si sta pensando poco»
Sept 30, 2015
L’arcivescovo di Milano: «Il Papa non è populista, non bisogna strumentalizzarlo».

settembre 28, 2015

Cardinale Scola, domenica prossima si apre il Sinodo conclusivo sulla famiglia. Un anno fa lei disse al «Corriere»: niente comunione ai divorziati risposati; il Papa non potrà fare altrimenti. Conferma?
«Avevo espresso un auspicio, vedremo come andrà a finire. Se mi si vuol far dire che personalmente non ho trovato ragioni adeguate per accettare la proposta del cardinale Kasper, va bene, fate pure i vostri grafici distinguendo “chi sta con il Papa”, “chi non sta con il Papa”... Però la mia preoccupazione è di natura completamente diversa. Ho l’impressione che si stia “pensando” poco. A tutti i livelli».

Si è passati dall’intellettuale Ratzinger al populista Bergoglio?
«No, Ratzinger è un “umile servitore della vigna” e Francesco non è per nulla un populista. È un grande uomo di fede che, fin dal primo giorno, ha innovato in due direzioni. Ha capito che se non ci si coinvolge di persona non si risulta autorevoli; per questo papa Francesco dà grande importanza ai gesti. E la sua idea della povertà teologica è fondamentale».

Povertà teologica?
«Sì. Il Papa dice: se, seguendo il Vangelo, osserviamo la realtà partendo dalla periferia, dall’esperienza concreta dei poveri, lo vedremo secondo una visuale più completa che facendo il contrario, partendo dal centro e andando verso la periferia. Le due cose dimostrano che ha un fortissimo senso del popolo, un carisma straordinario di coinvolgimento con tutta quanta la realtà. Ed esprime una visione teologica e culturale efficace. Che abbia potuto imparare questa attitudine in un Paese come l’Argentina, dove il popolo ha avuto un peso storico rilevante, senza cadere in facili cortocircuiti — peronismo o non peronismo —, questo è pure un dato importante. Non a caso Bergoglio ha contribuito a far evolvere la teologia della liberazione in una teologia di popolo, liberandola dal rischio dell’ideologia. Se mi è permesso un paragone ardito, la gente diceva di Gesù: “è uno che parla con autorità”. Perché era coinvolto con quello che diceva. Il Papa è così: il populismo non c’entra niente. Semmai il problema è l’uso che si può fare di questo papato».

Che cosa intende?
«Bisogna vigilare sulle strumentalizzazioni esterne, che potrebbero reintrodurre nella Chiesa una logica ideologica, in un momento in cui c’è più che mai bisogno di “mescolare le carte”, di superare le sterili dispute, di ascoltarsi reciprocamente. Se invece si ricade nella logica degli schieramenti contrapposti: “Ecco, avevamo ragione noi che dicevamo certe cose prima”, oppure “No, questo non si deve neppure dire”, è finita. Questa è la sfida che tocca alla Chiesa italiana».

A cominciare dal Sinodo. Lei aveva proposto, anziché scontrarsi sulla comunione, di rendere più agevole la dichiarazione di nullità del matrimonio. Finirà così?
«Resta una differenza qualitativa tra i due problemi. Un conto è snellire la verifica di nullità, cosa che il Santo Padre ha già fatto con il motu proprio, un conto è riammettere alla comunione sacramentale i divorziati risposati, perché la verifica della nullità non ha mai un esito scontato. Se si appura che il matrimonio c’era, c’è. Il rapporto tra Cristo e la Chiesa, entro il quale i due sposi esprimono davanti alla comunità cristiana il loro consenso, non è un modello esteriore da imitare. È il fondamento del matrimonio che nasce. Io, sposo, non potrei mai fondare il “per sempre”, l’indissolubilità, sulle sabbie mobili della mia volontà. E come posso fidarmi in maniera definitiva che mia moglie mi sarà fedele sempre? Cosa succede nel consenso reciproco espresso all’interno dell’atto eucaristico? Che io voglio il dovere del “per sempre” e decido non sulla base della mia fragile volontà, ma radicandomi nel rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. È questo che, attraverso il sacramento, fonda il matrimonio».

Sta dicendo che la comunione non è un accessorio, ma un fondamento stesso del matrimonio?
«Esattamente».

Ma legare la nullità del matrimonio alla mancanza di fede di uno degli sposi non è un ammorbidimento del vincolo?
«È chiaro che la dimensione soggettiva della fede non è verificabile: io non mi posso permettere di giudicare quanta fede hai o non hai tu. Però la fede non è un fatto individualistico, è inserita organicamente nella comunione. Gesù ha detto: “Quando due o tre di voi si riuniranno in nome mio io sono in mezzo a loro”. L’Eucaristia è il vertice espressivo di questa natura comunionale della fede. Pertanto, rispettando fino in fondo la coscienza di ogni singolo, si può valutare se egli intende o meno fare ciò che la Chiesa fa quando unisce due in matrimonio. L’urgenza prioritaria, per me, è che il Sinodo possa suggerire al Santo Padre un intervento magisteriale che unifichi semplificandola la dottrina sul matrimonio. Un intervento teso a mostrare il rapporto tra l’esperienza di fede e la natura sacramentale del matrimonio».

Don Carron dice che sulle unioni omosessuali serve il dialogo, non il muro. Lei cosa ne pensa?
«Ho già detto che nel riconoscimento pieno della dignità personale di quanti provano attrazione per lo stesso sesso anche noi cristiani siamo stati un po’ lenti. Ma la famiglia è qualcosa di unico, con una fisionomia molto specifica, legata al rapporto fedele e aperto alla vita tra un uomo e una donna. Non reputo conveniente una legislazione che, nei principi o anche solo nei fatti, possa produrre confusione a questo livello. Tra l’altro non sono molto convinto che lo Stato debba occuparsi direttamente di queste cose e sono anche un po’ seccato di fronte a questo Parlamento europeo, perché non ha il diritto di premere sui singoli Stati in favore di una normativa in campo etico. Ho piuttosto l’impressione che, essendo povero di poteri reali, si occupi di queste cose a sproposito, senza tener conto delle differenze tra gli Stati. L’Italia non è certo la Svezia o l’Olanda».

I cattolici dovrebbero far sentire di più la loro voce?
«Sì, attraverso la testimonianza, anche pubblica, del bell’amore. Bisogna distinguere bene la questione delle unioni omosessuali dalla famiglia, essendo però estremamente attenti al percorso che le persone con questa attrazione compiono. Qualche giorno fa ho ricevuto esponenti di una associazione molto interessante, Courage, promossa nel 1980 dal cardinal Cooke, allora arcivescovo di New York. Persone che si impegnano a vivere la castità in questo tipo di attrazione...».

Se ad esempio due omosessuali vivessero insieme in modo casto, la Chiesa non li condannerebbe?
«Certo che no. In questo campo non esiste il bianco e il nero. Come nella situazione dei divorziati e risposati: ogni caso è personale. Tutto ciò che ha a che fare con la dimensione sessuale dell’io è personale e può essere trattato solo singolarmente. Non esiste la categoria degli omosessuali o la categoria dei divorziati e risposati. Ognuno di noi, che sia omosessuale o eterosessuale, da quando nasce a quando muore deve fare i conti con questa dimensione. È quello che taluni psicoanalisti chiamano “il processo di sessuazione”. Allora, tutti noi dobbiamo essere rispettosi fino in fondo del cammino sia degli omosessuali sia degli eterosessuali. A me non piacciono le semplificazioni esasperate, per cui tutto il Sinodo si riduce al problema dell’ammissione dei divorziati alla comunione sacramentale, per cui quando si parla di unioni omosessuali tutto si riduce al diritto di essere famiglie, e non si entra mai in un pensiero forte, non si toccano mai le questioni che ci sono dietro, le uniche in grado di promuovere la dignità di tutti e la loro equilibrata libertà».

Per questo dice che si pensa poco?
«Certo. Guardi anche all’immigrazione».

Una famiglia di migranti in ogni parrocchia: è d’accordo?
«A Milano abbiamo iniziato da tempo a muoverci in questa direzione. La Chiesa fa il buon Samaritano: accoglie, cura. Ma si sta affrontando in profondità il problema? Non è più solo un’emergenza, è un fenomeno strutturale, e nei prossimi 30-40 anni diventerà imponente. Non sarà qualche commissione di tecnocrati che a tavolino risolverà tutto. Potrà essere utile anche quella, ma c’è bisogno di una visione politica che sappia valorizzare i dati dell’esperienza. Preparando i “Dialoghi di vita buona” che faremo a Milano con varie voci della società civile — rettori delle università, imprenditori, filosofi — una domanda era ricorrente: “Siamo tutti davanti all’evidenza che un’epoca sta finendo. E adesso?”. Stiamo entrando in una fase in cui la discontinuità sarà un elemento ineludibile. Si incrociano fattori dirompenti gravemente sconnessi tra di loro, dalle bioingegnerie genetiche alle neuroscienze, alla civiltà delle reti, al meticciato, alla mutazione antropologica, a un modo di valutare i comportamenti individuali e i comportamenti sociali. E tuttavia non c’è mai il puro frammento. Questa inedita discontinuità va governata riconoscendo la rottura, ma nello stesso tempo cercando di cucire quel che può essere cucito. Altrimenti non riusciremo ad andare oltre lo smarrimento della domanda: “E adesso cosa succede?”».
27 settembre 2015 | 12:20

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_settembre_27/scola-arcivescovo-timori-famiglia-sidodo-pensando-poco-6995f4dc-64fc-11e5-b742-179fcf242c96.shtml
Italian Riscoprire la centralità della liturgia
Sept 25, 2015
L'Arcivescovo: La Chiesa milanese, una grande esperienza di carità che va raccontata.

“La libertà è un dato irrinunciabile ma se se non è declinata nella realtà è sterile e si narcisizza, e l'uomo diventa come un saltatore in alto che rimane sospeso a mezz'aria “. Lo ha detto ieri sera l’Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, alla presentazione della Lettera pastorale «Educarsi al pensiero di Cristo» che si è svolta all'Auditorium di Assolombarda a Milano.

“L'individualismo di oggi è una forma di narcisismo, una malattia che riguarda tutti, e l'unico antidoto è proprio la liturgia, un fatto che irrompe e interrompe il ripiegamento su noi stessi che occupa tanto tempo della nostra vita quotidiana. Mi auguro che gli abitanti della Diocesi di Milano che per l'80 per cento sono battezzati la riscoprano. La liturgia prima ancora che i santi Ambrogio e Carlo rappresenta la specificità della chiesa ambrosiana", ha sottolineato il cardinale Scola.

Parlando del rapporto tra carità e cultura Scola ha poi evidenziato che: "proprio la Chiesa milanese è una grande esperienza di carità di grande potenza culturale che, però, non sappiamo ancora documentare”. Nell’incontro il Cardinale ha risposto alle domande del giornalista e scrittore Alessandro Zaccuri.

Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda e del Gruppo Techint, ha detto: "Confesso che all' inizio ho avuto il dubbio che fosse una lettera per credenti ai credenti. Poi l'ho riletta in forma diversa e ho trovato tanti punti di convergenza. Il Cardinale parla di cultura come mentalità. Ed è lo stesso atteggiamento di noi imprenditori: noi non abbiamo risposte preordinate ai problemi complessi ma impariamo facendo, partendo da casi concreti, dalle testimonianze, per usare invece le parole del Cardinale. La lettera è una grande lezione di realismo che ci insegna a camminare insieme nella stessa direzione"

Parlando dell'esperienza di Caritas nei campi Rom Suor Claudia Biondi, coordinatrice per Caritas Ambrosiana del settore Aree di bisogno, ha sottolineato: "Spesso ci accusano di essere buonisti, quello che facciamo è invece il modo con cui diciamo che, proprio perché crediamo in un solo Padre, esiste una sola famiglia di figli cui tutti apparteniamo, comprese le famiglie di Rom che vivono nei campi abusivi e hanno una roggia per lavarsi, persone che il 62 per cento degli italiani non vorrebbe come vicini di casa".

Andrea Tornielli, giornalista e scrittore, vaticanista de La Stampa, ha detto di avere appezzato della lettera soprattutto la centralità data alla famiglia “il miglior antidoto contro i deliri di egocentrismo".

Don Giorgio Riva, attingendo alla sua esperienza di parroco di Sant’Eustorgio a Milano, ha sottolineato che la lettera individua due esigenze fortissime che anche lui riscontra visitando le famiglie della sua parrocchia: "il bisogno di una speranza che vada oltre la pur necessaria pagnotta che bisogna pure portare a casa" e la "necessità di uscire dall'isolamento".

"La lettera mi ha costretto a rileggere la mia vocazione" ha commentato Laura Invernizzi, ausiliaria diocesana, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e l’Università Cattolica.

Durante l’incontro è stato proiettato anche il video-trailer di presentazione della Lettera. Un utile strumento a disposizione di Comunità pastorali, parrocchie, associazioni e movimenti che desiderino organizzare momenti di approfondimento.

La lettera pastorale «Educarsi al pensiero di Cristo», del cardinale Scola accompagnerà il cammino della Chiesa ambrosiana nel biennio 2015-2017. Il testo (96 pagine, 2.50 euro) edito dal Centro Ambrosiano è disponibile in tutte le librerie e in versione e-book al costo di 1,49 euro. L'appuntamento è stato organizzato in collaborazione con Assolombarda.

http://www.resegoneonline.it/articoli/Il-cardinale-Scola-riscoprire-la-centralit-della-liturgia-20150918/
Italian Il cardinale Scola ricorda il fondatore dell’Opus Dei
Jul 04, 2015
In un Duomo gremito di fedeli, cooperatori e aderenti hanno concelebrato il vicario della Prelatura per l’Italia, don Matteo Fabbri, diversi sacerdoti, tra cui il Vescovo ausiliare, monsignor Martinelli, alcuni Vicari episcopali della Diocesi di Milano, il Moderatore Curiae e Canonici del Capitolo metropolitano.

Lecco, 26 giugno 2015

In un Duomo gremito di fedeli, cooperatori, aderenti dell’Opus Dei, fondata da san Escrivá, hanno concelebrato il vicario della Prelatura per l’Italia, don Matteo Fabbri, diversi sacerdoti, tra cui il Vescovo ausiliare, monsignor Martinelli, alcuni Vicari episcopali della Diocesi di Milano, il Moderatore Curiae e Canonici del Capitolo metropolitano.  Dopo il saluto iniziale, portato da don Fabbri, il Cardinale ha invitato a riflettere, con un lavoro continuo, nei luoghi della vita quotidiana, così come è nel carisma dell’Opus Dei.



«Voi tutti figli spirituali di san Josemaría, sapete come egli non si sia risparmiato nel dono di sé, nella consegna sacerdotale della sua vita perché altri uomini e donne di diversa età e di diverse culture potessero seguire con fedeltà la vocazione universale alla santità attraverso la vita ordinaria e il lavoro». Il pensiero è per «un frutto prezioso della vita» del fondatore che tornava alla Casa del Padre quarant’anni fa, il 26 giugno 1975: il beato Alvaro del Portillo, primo successore di Escrivá, beatificato a Madrid, sua città natale, lo scorso 27 settembre.



«Ho avuto occasione di conoscere e di approfondire il rapporto con don Alvaro durante l’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sui fedeli laici svoltasi nel 1987. Mi ha sempre colpito la sua straordinaria acutezza umana, la sua delicata attenzione a tutti i particolari, espressione del desiderio di servire il Signore e la santa Chiesa. In occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia proclamato dall’ONU nel 1994 e dopo la pubblicazione della Lettera alle Famiglie di san Giovanni Paolo II, don Alvaro volle scrivere a tutti gli aderenti all’Opus Dei una Lettera intitolata “La famiglia, vera scuola dell’amore”», ha spiegato il Cardinale.



Le parole di quella Lettera sono il il filo rosso che riannoda la consegna sulla centralità della famiglia: “Com’è possibile imparare ad amare e a donarsi generosamente? Niente muove tanto ad amare, diceva san Tommaso, quanto il sapersi amati. Ed è proprio la famiglia – comunione di persone dove regna l’amore gratuito, disinteressato e generoso – il luogo dove si impara ad amare”.



«Oggi, a vent’anni di distanza, queste parole mantengono tutta la loro forza profetica e costituiscono una guida sicura per la nostra vita personale e per i lavori nella prossima Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo», continua Scola.



«La famiglia, infatti, è il primo e fondamentale soggetto di evangelizzazione, di annuncio del Cristo come avvenimento di salvezza; è la strada privilegiata perché la Chiesa riprenda decisa la via del quotidiano. La fede, infatti, si alimenta e cresce solo se penetra il tessuto ordinario, quotidiano dell’esistenza. Purtroppo il grande dramma del nostro tempo è la frattura – anche per moltissimi battezzati – tra fede e vita».  Come, allora, incarnare la fede, mostrandone la bellezza e la convenienza?



Chiara la risposta del Pastore: «Proprio la famiglia è, per ciascuno dei suoi membri, peculiare soggetto educativo e di trasmissione della fede e lo è in forza della grazia del Sacramento del matrimonio che, se assunta, trasforma sia i membri della famiglia stessa, sia tutte le loro relazioni».



Da qui l’auspicio e l’invito: «Mobilitate la famiglia in quanto famiglia, nelle sue relazioni costitutive – i genitori, figli, nonni e parenti – alla testimonianza evangelica attraverso gli elementi che costituiscono l’esistenza quotidiana, gli affetti, il lavoro, il riposo, il dolore, il male fisico fino alla morte, il male morale, l’educazione, il contributo alla vita buona e giusta nella società plurale e l’edificazione di comunità ecclesiali aperte, in uscita ma dall’appartenenza forte, sottolinea significativamente l’Arcivescovo. Dilatate, come già state facendo sempre più, con naturalezza, attraverso momenti di condivisione e convivialità, questa ricchezza di vita a quanti la Provvidenza ogni giorno vi fa incontrare, perché cresca la fraternità tra persone e famiglie. È questa, insieme alla preghiera liturgica e personale, la strada maestra per la nuova evangelizzazione e il miglior modo per prepararci alla prossima Assemblea Sinodale».

http://www.resegoneonline.it/articoli/Il-cardinale-Scola-ricorda-il-fondatore-dell-Opus-Dei-20150626/
Italian Il Cardinale Scola ordina 16 nuovi sacerdoti, 4 sono i brianzoli
Jun 15, 2015
Anche Monza ha il suo sacerdote novello tra i sedici che il cardinale Angelo Scola ha ordinato ieri nel Duomo di Milano. Anzi: ben tre sono nativi della Brianza, un quarto è milanese e viene in Brianza. Ecco i nomi e un breve profilo.

14 giugno 2015

Anche Monza ha il suo sacerdote novello tra i sedici che il cardinale Angelo Scola ha ordinato ieri nel Duomo di Milano. Anzi: ben tre sono nativi della Brianza, un quarto è milanese e viene in Brianza. Ecco i nomi e un breve profilo.

Andrea Bianchi, nato il 4 settembre 1988, ha conseguito la maturità tecnico-commerciale; proviene dalla parrocchia della Beata Vergine assunta di Nova Milanese, e svolgerà la professione sacerdotale per i prossimi cinque anni nella parrocchia d Santa Maria Maddalena, a Bellusco.
Belklusco - Andrea Bianchi

Belklusco - Andrea Bianchi

Marco Cazzaniga, 10 ottobre 1990, maturità scientifica. Provenienza: parrocchia dei santi Nazzaro e Celso di Verano Brianza, destinazione: parrocchia Maria madre della Chiesa. a Bareggio, Milano.
Veranio - Marco Cazzaniga

Veranio - Marco Cazzaniga

Aldo Sutera, 3 maggio 1965, diploma tecnico nautico, ha lavorato 18 anni come manutentore tecnico. Proviene dalla parrocchia Regina Pacis di Monza, destinazione: San Giacomo e Beata Madre Teresa di Calcutta in Vergiate (Varese).
Monza - Aldo Sutera

Monza - Aldo Sutera

Gregorio Simonelli, 12 gennaio 1989, maturità magistrale-sperimentale linguistica; arriva dalla parrocchia del santi Pietro e Paolo di Beregazzo con Figliaro (Como), destinato a Brugherio, centro parrocchiale Epifania del Signore.

don gregorio simonelli

don gregorio simonelli
(Foto by Monica Bonalumi)

Un invito alla comunione, a vivere la chiamata del Signore “insieme” e mai come singoli, perché solo così, come dice la Lettera agli Efesini, è possibile annunciare Cristo alle genti. E, poi, la gratitudine che «è all’origine di ogni missione», la necessità di sfuggire al «clericalismo», il consiglio paterno di stare tra e con la gente. Dice tutto questo il cardinale Scola ai sedici nuovi sacerdoti ambrosiani – cui si aggiunge un candidato del Pontificio Istituto delle Missioni Estere – che diventano tali con l’Ordinazione presbiterale conferita, appunto, per l’imposizione delle sue mani.

Ecco i sedici nuovi sacerdoti ambrosiani: Marco Albertoni, Andrea Arrigoni, Andrea Bianchi, Simone Borioli, Giuseppe Cadonà, Gabriele Catelli, Marco Cazzaniga, Gabriele Francesco Colombo , Andrea Damiani, Stefano Felici, Massimiliano Mazza, Andrea Mencarelli, Alessandro Metre, Andrea Paganini, Gregorio Simonelli, Aldo Sutera.

http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/il-cardinale-scola-ordina-16-nuovi-sacerdoti-4-sono-i-brianzoli_1126057_11/
Italian Se Repubblica usa il Cardinale contro la Lega (ma il Cardinale non ci sta)
Jun 07, 2015
«È molto scorretto virgolettare parole che uno non ha detto. Io non ho mai detto che la Lega non ha futuro. Ho parlato del voto di protesta, un giudizio che vale per tutti»

L’impresentabile Salvini è diventato una star? Repubblica non ha trovato niente di meglio che inventarsi una polemica pure con il cardinale di Milano. È successo al Meazza, nella conversazione che Angelo Scola ha avuto con un gruppo di giornalisti, dove il cardinale ha tra l’altro fatto l’amara osservazione sulla «voce quasi sparita dei cattolici». Ma per la giornalista del quotidiano romano la battuta non meritava un titolo. Così ha provato a trascinare l’arcivescovo nel tipico “insorgere” della “società civile” indignatina: «Però c’è un Salvini che parla contro i rom e lui sì che fa incetta di voti, che ne pensa?».

Il cardinale, come da filmato diffuso sul sito chiesadimilano.it, ha risposto testuale: «Io non sono un politico, il mio mestiere è fare il Vescovo, alla fine si può solo dire che ciò che tiene in politica è la capacità di parlare a tutti gli uomini e di parlare a tutto l’uomo. Se qualcosa ha un orizzonte più ristretto io penso che magari può anche sul momento avere impatto, ma poi deve curarsi del futuro, deve progettare il futuro».

Dunque, è stata piuttosto pittoresca l’operazione che, nell’edizione del 3 giugno di Repubblica, pagine della cronaca di Milano, ha trasformato le inequivocabili dichiarazioni del Cardinale in un articolo antileghista di presunta ispirazione cardinalizia. E titolone urlante: “Scola: ‘Per la Lega un voto di protesta che non ha futuro'”. Giustamente la Lega si è innervosita. Ma si è inviperito anche il Cardinale. Morale della bufala: Repubblica, nell’edizione del 5 giugno, viene presa a schiaffi dal Cardinale. «È molto scorretto virgolettare parole che uno non ha detto. Io non ho mai detto che la Lega non ha futuro. Ho parlato del voto di protesta, un giudizio che vale per tutti».

Notevole la replica di Repubblica: «Il cardinale Scola, ha risposto a una domanda, chiara ed esplicita sulla Lega, Salvini e i rom, come chiunque può constatare guardando il video pubblicato sul sito della Diocesi di Milano». Esatto. «Come chiunque può constatare guardando il video». Però anche “ascoltare” quello che dice il cardinale non farebbe male. Altrimenti poi tocca andare ai sottotitoli farlocchi della pagina per non udenti di Repubblica.

http://www.tempi.it/repubblica-usa-il-cardinale-contro-la-lega-ma-il-cardinale-non-ci-sta
Italian Scola contro Salvini: "Voto per la Lega senza futuro"
Jun 04, 2015
L'arcivescovo di Milano attacca il Carroccio: "Quello per la Lega è un voto di protesta". Salvini: "I cristiani scelgono liberamente, non sono fessi"

03/06/2015

Il cardinale Scola commenta gli esiti del voto alle Regionali senza peli sulla lingua: "Il voto per la Lega Nord di Salvini è un voto di protesta che non porta un progetto sul futuro."

Così, riporta l'edizione milanese di Repubblica, il cardinale arcivescovo di Milano ha scelto di analizzare i risultati delle recenti consultazioni, che hanno visto gli italiani votare in massa per la formazione politica di Salvini in almeno cinque delle sette Regioni chiamate alle urne. Biasimando anche il "gravissimo" astensionismo, il cardinale esorta i partiti a "trovare forme totalmente nuove e rinnovate di partecipazione. E per fare questo devono essere credibili con le persone che si candidano e con le proposte."

"La politica deve scommettere sull'uomo, come diceva Pascal, sull'identità dell'uomo nel terzo millennio - prosegue il porporato - La politica in Europa più che mai ha bisogno di porsi questa domanda." Infine una piccola sferzata ai cattolici in politica che, commenta amaro, "sono quasi spariti".

Ma quelle parole sulla Lega non sono andate giù a diversi esponenti del Carroccio, a partire dal capogruppo in Regione Massimilano Romeo: "Sono allibito - ha attaccato Romeo - Il nostro progetto politico è chiarissimo su lavoro, pensioni e immigrazione, i temi che stanno a cuore la gente." Più sfumato il commento del segretario federale Matteo Salvini, che su Facebook auspica che le parole di Scola siano state "fraintese": "Altrimenti sarebbe grave che un Pastore di Anime offendesse la libera scelta di milioni di italiani, buoni cristiani ma non fessi."

Non è un rapporto semplice, quello tra la Lega Nord e i vertici della diocesi di Milano: già sotto l'episcopato di Carlo Maria Martini prima e di Dionigi Tettamanzi poi, i vertici del Carroccio avevano attaccato le posizioni della Chiesa ambrosiana, ritenute troppo "morbide", sull'immigrazione e sul dialogo interreligioso. Ora, con la nomina di Scola da parte di Benedetto XVI nel 2011, questo rapporto sembrava essersi parzialmente ricucito. Fino al nuovo strappo di oggi, consumato dopo le parole del cardinale.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/scola-contro-salvini-voto-lega-senza-futuro-1136320.html
Italian Intervista a Scola: Expo luogo dell’ascolto
Apr 20, 2015
Con un sorriso. E disponendosi all’ascolto. Così il cardinale Angelo Scola vorrebbe accogliere i venti milioni di visitatori attesi all’Expo, se potesse salutarli ad uno ad uno.

16 aprile 2015

L’esposizione universale dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», che si terrà a Milano dal 1° maggio al 31 ottobre, è un’occasione preziosa per riconoscere «la bellezza di appartenere tutti ad una famiglia umana voluta da Dio». E per rilanciare l’impegno contro la fame nel mondo. È l’auspicio dell’arcivescovo di Milano, in questa intervista raccolta insieme a Tv 2000 durante la prima visita del porporato al padiglione della Santa Sede e all’«edicola» di Caritas Internationalis, ormai quasi ultimati all’interno del sito espositivo di Rho-Pero.

Perché la Chiesa ha deciso di partecipare all’Expo?
Siamo figli di un Dio incarnato. Perciò ci interessano tutte le manifestazioni dell’umano. Gesù ha detto di essere via alla verità e alla vita. Di fronte a un tema come quello dell’Expo 2015, era impossibile che la fede non si sentisse provocata.

«Non di solo pane» è il tema del padiglione della Santa Sede. Di cosa ha bisogno l’uomo per essere nutrito?
L’affermazione «Non di solo pane», così potentemente radicata nella Scrittura, dice che per dare energia all’uomo non basta nutrire il corpo: bisogna pensare alla totalità dell’io. L’uomo, ci ricorda il Concilio, è «uno» di anima e di corpo (Gaudium et spes, 14). E si alimenta allo stesso tempo di cibi materiali e spirituali. Ma i cibi spirituali hanno questa caratteristica: lentamente attraversano anche i bisogni materiali dell’uomo. In questo padiglione si potrà mostrare come il bisogno di cibo è attraversato da una domanda che lo eccede da tutte le parti.

Con la Caritas, la sua «edicola», i suoi eventi, la Chiesa porta in Expo la voce dei poveri e degli affamati del pianeta. Perché?
Come ripete papa Francesco, partire dalla carne dei poveri, oggi, è condizione fondamentale per promuovere, contro la cultura dello scarto, l’uomo tutto intero. La presenza di Caritas Internationalis, che ha convocato a Milano le Caritas di tutto il mondo, permette di prendere di petto un tema che Expo non poteva eludere e che grida vendetta al cospetto di Dio: 800 milioni di persone patiscono gravemente la fame. Avremo l’occasione di scandagliarne le cause, cercando quali nessi virtuosi instaurare tra l’affronto di questo tema, le sue premesse e le sue implicazioni economiche, politiche e educative, delimitando in tal modo il peso delle tecnocrazie.

Quali provocazioni offre l’Expo alla Chiesa italiana in cammino verso il Convegno ecclesiale di Firenze?
Partendo dai temi presenti nel titolo di Expo – «alimentazione», «energie per la vita», «pianeta» – possiamo far emergere quegli interrogativi decisivi che la Chiesa italiana ha identificato con il tema del nuovo umanesimo. Il che significa certo porre al centro l’uomo, ma il problema è farlo oggi, in una società caratterizzata da processi difficilmente dominabili dall’uomo stesso. Penso all’evoluzione delle biotecnologie e delle neuroscienze, alla civiltà delle reti, al meticciamento delle culture, alla crescente complessità dell’economia e della finanza.

Con oltre 250 iniziative di preparazione a livello locale, numerosi eventi in programma nei sei mesi di Expo, centinaia di volontari, la diocesi di Milano ha risposto in maniera forte ad un evento certo non "ecclesiale". Perché?
Il tema di Expo è apparso come provocazione molto significativa per dialogare con tutti. È stata una mobilitazione spontanea, quella delle nostre comunità, che verrà assecondata dal grande gesto in piazza Duomo la sera del 18 maggio: un evento che fra arte, musica, teatro, riflessione – e un tempo di adorazione – ci permetterà di documentare come, nell’Eucaristia, Cristo ci salva rendendosi nostro contemporaneo. Con questa sua totale dedizione Egli ci chiede di essere da noi portato nella vita quotidiana, nella famiglia, nel lavoro, nei quartieri...

Expo porterà da noi milioni di visitatori di altre fedi...
Questo fatto potrà aiutare la realtà milanese e italiana in quel lavoro di accoglienza e di equilibrata integrazione di quanti sono venuti tra noi. Sui temi dell’Expo gli uomini delle religioni possono fare molto, nel dialogo come nella collaborazione fattiva che, per alcuni aspetti, è già in atto.

Expo è entrata più volte nelle cronache giudiziarie. Perché l’Italia fa così tanta fatica a trovare anticorpi alla corruzione e al malaffare?
Non si può non partire dalla condanna radicale di questo fenomeno, come il Papa fa in termini molto marcati. Io credo sia necessaria un’educazione civica popolare, di base, che si accompagni a leggi e a forme di prevenzione e di pena adeguate.

Eminenza, nell’Expo dell’alimentazione come non chiederle: qual è il suo rapporto col cibo? Le piace cucinare? Ha un piatto preferito?
Sono un buongustaio come mio padre e questo causa qualche problema di dieta... Ma il piatto che mangerei almeno una volta all’anno – e cerco di farlo durante l’inverno – è quello popolare lombardo che si chiama cassoeula. È una vera leccornia. Cucinare? L’ho fatto per molti anni. Quando studiavo e insegnavo a Friburgo, vivevo con gli studenti, ognuno aveva il suo turno. Io facevo assai volentieri il mio. Adesso purtroppo non ho più il tempo di farlo. Riprenderò, forse, quando cesserò di essere l’arcivescovo di Milano.

Entrando in questo enorme cantiere, che sensazione ha avuto? Qui ci sono seimila uomini al lavoro 24 ore su 24, giunti da tutto il mondo...
Anzitutto la sensazione che si tratta di un fenomeno tutto italiano. Siamo sempre in ritardo, ma alla fine ce la facciamo. Impressiona l’imponenza dell’impresa. Mi auguro però che emergano i contenuti proposti dal bel titolo. Mi piace molto il padiglione della Santa Sede per la sua sobrietà, l’essenzialità, la forza del suo messaggio. E poi è molto bello che qui lavorino persone di diverse etnie e culture, perché fa parte di quel dinamismo di integrazione così necessario per la nostra città. Expo può essere un segno di quel rinnovamento dell’anima milanese di cui c’è bisogno. Milano è già, di fatto, una metropoli, ma deve prenderne coscienza.

Se potesse accogliere ad uno ad uno i visitatori, cosa direbbe loro?
Li accoglierei con un sorriso, la forma di comunicazione più potente che esista tra gli uomini. E poi li ascolterei. Sono convinto che Milano debba imparare da tutti questi visitatori. Solo in un ascolto da cui si lasci veramente fecondare, Milano potrà cavare dall’Expo quella spinta che attendiamo a tutti i livelli, anzitutto dalla bellezza di appartenere tutti a una famiglia umana che è voluta da Dio, è amata da Dio, è tenuta insieme da Dio, e su questa base può vincere anche il male, oggi così potente e violento da sembrare indominabile. Invece è proprio nell’abbraccio e nell’accoglienza che i milanesi – e gli italiani – potranno riconoscere e sperare in un futuro buono se anche ad Expo si potrà sperimentare un’amicizia civica universale.

http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/cardinale-angelo-scola-anticipazione-intervista-expo.aspx
Italian Cardinale Scola sull'annullamento delle nozze gay: "sulla famiglia non possiamo scherzare"
Feb 22, 2015
Durante il Convegno per la festa dei giornalisti, il cardinale Angelo Scola, ha espresso parole favorevoli riguardo la scelta del Ministro Angelino Alfano di far applicare una circolare del Ministero dell’Interno al Commissario Francesco Paolo Tronca, per disporre l’annullamento delle nozze gay celebrate all’estero, trascritte nel comune di Milano, dal sindaco Pisapia.

MILANO, 21 FEBBRAIO 2015 - L’Arcivescovo ha lanciato un monito anche al Parlamento, affinché nella funzione legislativa di creare leggi, il concetto di famiglia non sia un argomento su cui “scherzare”: <<In una società aperta e plurale come la nostra, da una parte occorre lasciare aperto il dibattito, ma chi ha la responsabilità di legiferare deve tener conto del valore delle cose che sono in gioco e, sulla famiglia, non possiamo scherzare>>. Inoltre, Scola ha ribadito in base al suo punto di vista cattolico, che la famiglia è <<un rapporto stabile e duraturo fra un uomo ed una donna e, se si dovesse venir meno a questo assunto, sarebbe togliere qualcosa alla società>>.

Il cardinale, però, ha avuto un atteggiamento garantista nei confronti di quelli che sono i diritti personali delle persone omosessuali, che devono essere garantiti, pertanto, nel rispetto della dignità umana di tutti.

Luigi Cacciatori

http://www.infooggi.it/articolo/cardinale-scola-sullannullamento-delle-nozze-gay-sulla-famiglia-non-possiamo-scherzare/76989/
Italian Ogni fede ha diritto di essere rispettata
Jan 23, 2015
Dopo i fatti che hanno insanguinato Parigi, domenica scorsa,  inizio della Settimana per l’Unità dei Cristiani, l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ha chiesto ai sacerdoti e alle comunità cristiane della diocesi di pregare in modo particolare per la pace durante le celebrazioni della messa.

Si è pregato per la Nigeria, i cento bambini trucidati in Pakistan, i drammatici scontri in Ucraina, la violenza in Terra Santa, il dilagare del terrorismo di matrice fondamentalista in Siria ed in Iraq, i tanti conflitti che interessano l’Africa. Nella Diocesi di Milano, la Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani si concluderà sabato prossimo, con il conferimento presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, della laurea honoris causa al teologo ortodosso Ioannis Zizioulas, Metropolita di Pergamo, del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli: una nuova tappa del percorso intrapreso dal cardinale Scola con una serie di viaggi, incontri col mondo ortodosso e scambi tra scuole di riflessione teologica. Sul terrorismo di matrice fondamentalista, ascoltiamo il cardinale Angelo Scola al microfono di Luca Collodi:

R. – Abbiamo deciso di rispondere alla tragedia di Parigi, che non va sconnessa da altre tragedie per certi versi ancor più terribili che sono presenti nel mondo, con quell’atteggiamento della preghiera che noi riteniamo il più importante, il più prezioso, il più immediato. Come diceva San Bernardo, di fronte al mistero di iniquità, bisogna avere il coraggio di porlo dentro le ferite di Cristo. Noi abbiamo voluto fare questo, perciò abbiamo preparato un testo in cui abbiamo elencato il più possibile attentamente tutti i luoghi di prova tragica, soprattutto di persecuzione per i cristiani, per gli uomini delle religioni e gli uomini di buona volontà.

D. – I cittadini europei cosa possono fare per combattere la violenza nel mondo?

R. – Anzitutto, partirei proprio da ciò che abbiamo fatto con il gesto di preghiera. E’ illusorio, cioè, pensare che ci sia un cambiamento che non incominci da ciascuno di noi ed è illusorio pensare che ci sia un cambiamento se questo cambiamento non è da subito, ma viene rinviato a domani, al dopo.

D. – Intanto, card. Scola, l’Occidente pubblica vignette mentre in Africa gruppi islamisti bruciano le chiese: c’è un limite alla libertà di satira?

R. – Senza volere in nessun modo sminuire l’atrocità inaccettabile di ciò che è successo a Parigi, tuttavia dobbiamo legare in termini costruttivi la libertà espressiva, da una parte, alla libertà di coscienza, ma dall’altra parte anche al bisogno della vita buona che oggi non può non essere intesa in termini globalizzati. Quindi, l’invito, secondo me molto preciso, alla prudenza che ha fatto il Santo Padre è importante, dove la prudenza non va intesa come uno “stare indietro” ma, come diceva San Tommaso, come il cocchiere di tutte le altre virtù. Bisogna sempre avere l’intelligenza di misurare il rischio di violare il diritto altrui e mi pare che il diritto al rispetto del proprio credo non possa essere sottovalutato.

D. – Oltre alla satira contro Maometto, spesso troviamo satira molto dura anche con i cristiani: nel giornale satirico francese Charlie Hebdo troviamo vignette con scene sessuali sulla Trinità. I cristiani, però, stanno zitti: perché?

R. – Questo è un problema di fondamentale importanza, che la questione della satira mette in evidenza come la punta di un iceberg, ma è un problema che riguarda tutto il cristianesimo in Europa. Non a caso, già da tempo in molti diciamo che siamo, come cittadini europei, stanchi, affaticati. Ma lo siamo anche come cristiani. Il problema è quello di ripartire dalla testimonianza intesa in senso integrale: non solo come buon esempio, ma come modo di conoscenza della realtà e quindi come modo di comunicazione della verità. Bisogna che il cristiano, le famiglie cristiane, le associazioni, i movimenti laicali, le parrocchie, le nostre Chiese europee, le diocesi, mobilitino tutti a raccontare, a narrare con spontaneità la bellezza e la verità e la bontà della sequela di Cristo. Poi, evidentemente, in una società plurale abbiamo anche il dovere di dire come certe grandi istituzioni dovrebbero essere concepite per una vita buona. Per esempio, abbiamo una certa idea della famiglia ed è giusto, in una società in cui ci sono visioni diverse, esporla anche pubblicamente, con i mezzi appropriati, tendendo al massimo riconoscimento possibile, in modo che il legislatore sia aiutato a rispettare realmente le intenzioni profonde del popolo.

D. – Card. Scola, sul piano più umano come si può perdonare una fede quando mi offende come cristiano?

R. – Dobbiamo intenderci sulla parola “perdono”: il perdono è un lavoro che lascia operare la misericordia di Dio nel nostro cuore e nella nostra mente e nella nostra azione. In concreto, credo che di fronte al grande cambiamento che è in atto nell’islam – come ogni giorno posso imparare dal Centro Studi “Oasis” a cui, con amici di tutto il mondo, abbiamo dato vita 14 anni fa, questi grandi cambiamenti hanno bisogno di conoscenza. Sono molto colpito dal fatto che fino a poco tempo fa non c’era in Occidente un desiderio di conoscenza dell’islam. Mancava forse la premessa per una comprensione di questi fenomeni e per una conseguente azione.

D. – Sul fronte sociale, però, il laicato cattolico in Italia, ma anche in Europa, sembra in difficoltà, addirittura scomparso dal dibattito culturale e politico della dottrina sociale…

R. – Effettivamente, con la crisi, per stare all’Italia, del cosiddetto “cattolicesimo politico” – crisi che non possiamo ovviamente qui analizzare – realmente si è aperta una gravissima lacuna e questo deve mettere in moto un processo di educazione integrale, di tutti i fedeli, in particolar modo dei fedeli laici, perché assumano tutte le loro responsabilità all’interno di quel quotidiano che una volta si chiamava “il secolo” e oggi si può chiamare “la storia”. I cristiani intendono condividere l’esperienza che l’incontro con Gesù e la vita con Lui nella comunità cristiana rende possibile un modo "conveniente" di amare e generare, di lavorare e di riposare, di educare, di condividere gioie e dolori, di assumere la storia, di accompagnare e prendersi cura della fragilità, di promuovere la libertà e la giustizia.

http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/22/card_scola_ogni_fede_ha_diritto_di_essere_rispettata/1119433
Italian Natale, cardinale Scola in Duomo: "Dio mette al centro l'uomo". E fa gli auguri in italiano, spagnolo e francese
Dec 27, 2014
Angelo Scola ha chiuso il suo discorso con un augurio in tre lingue- ripreso dalla messa di mezzanotte del 1971 di Papa Paolo VI. Dopo il Pontificale, si è recato a far visita alle donne vittime di violenza nella casa protetta Primula. Sabato l'Arcivescovo partirà per la Terra Santa con 350 pellegrini.

Milano, 26 dicembre 2014 - "Dio, per primo, mette radicalmente al centro l'uomo. E non l'uomo in astratto ma ciascuno di noi è, personalmente, singolarmente preso in considerazione ed abbracciato nella sua intera umanità, nella sua inviolabile dignità, nelle sue relazioni costitutive a cominciare da quelle familiari. Tutto ciò brilla con intensa attrattiva nella santa famiglia di Nazareth che, anche oggi, mantiene tutta la sua benefica attualità". Questo un passaggio dell'omelia di Natale, tenuta in Duomo a Milano, del cardinale Angelo Scola e concelebrat dai Vescovi ausiliari Mascheroni e Martinelli e dai Canonici del Capitolo metropolitano.  "Ma il Natale - ha sottolineato l'arcivescovo - ci rimette di fronte a quel fattore potente, sempre esposto al 'rischiO', che è la nostra libertà. Pone infatti la libertà di ciascuno davanti alla grande scelta della vita, l'unica veramente decisiva: accogliere o rifiutare di essere salvati, cioè assicurati, liberati dalla fragilità, dal peccato e dal terrore della morte".

L'arcivescovo Angelo Scola ha chiuso il suo discorso con un augurio in tre lingue - inglese, spagnolo e italiano - ripreso dalla messa di mezzanotte del 1971 di Papa Paolo VI: "Questo piccolo Gesù di Bethleem è il punto focale della storia umana: in Lui si concentra ogni cammino umano". Quindi ha augurato Merry Christmas, Feliz Navidad e Buon Natale. E, prima della benedizione papale con l’indulgenza plenaria – “per facoltà ottenuta da sua santità Francesco” –, ancora un pensiero: "Cerchiamo di prendere una mossa nuova di libertà nella preghiera, nel cuore, nella condivisione, nell’azione e soprattutto facciamo spazio il più possibile ad accogliere chi è nel bisogno; facciamo memoria di tanti fratelli che soffrono per la fede, come cristiani, come donne e uomini di altre religioni, come uomini che cercano la giustizia. Che oggi vi sia un momento espresso di letizia in ogni casa, che il dolore si vinto dalla tenerezza del Bambino Gesu".

PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA -  Sabato mattina partirà il pellegrinaggio diocesano in Terra Santa guidato dall'Arcivescovo Scola. Il cardinale partirà dall'aeroporto di Malpensa alle 6.55 con 350 pellegrini sul volo diretto a Tel Aviv. All'arrivo si trasferirà a Betlemme dove alle ore 17 celebrerà la Santa Messa presso l'Istituto dei Salesiani. Qui consegnerà al Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, una reliquia del beato Paolo VI, risalente all'episcopato milanese del cardinale Montini. Domenica 28 dicembre, raggiunta Gerusalemme, il cardinale Scola presiederà la Messa nella Basilica del Getsemani alle ore 11. In serata incontrerà insieme ai fedeli ambrosiani il Patriarca di Gerusalemme e dei Latini, Sua Beatitudine Fouad Twal, al quale farà dono di una seconda reliquia del beato Paolo VI. Lunedì 29 dicembre, ultima giornata del cardinale Scola in Terra Santa, l'Arcivescovo celebrerà alle 6.30 la Santa Messa al Santo Sepolcro. Il pellegrinaggio è stato organizzato dalla Diocesi di Milano per ricordare lo storico viaggio in Terra Santa di Paolo VI di 50 anni fa.

http://www.ilgiorno.it/milano/messa-natale-scola-1.525318#8
Italian «Ai divorziati niente comunione Credo che il Papa deciderà così»
Dec 03, 2014
Il cardinale al cardinale Angelo scola: necessaria la fedeltà alla dottrina. Salvini? La paura è una cattiva consigliera.

Cardinale Scola, nel Sinodo la Chiesa si è divisa. Sono emerse una maggioranza e una minoranza. È normale? O è preoccupante?
«La parola divisione è fuori luogo. Sono emerse posizioni diverse. C’è stato un confronto, talora serrato, sempre teso alla comunione. Non è una novità. Basta pensare ai Concili».

Qual è la sua posizione?
«Personalmente ho suggerito di pensare la questione alla radice, alla luce di una riflessione antropologica sulla differenza sessuale e, sul piano teologico, approfondendo il rapporto matrimonio-eucaristia. E ho fatto una proposta che va nella direzione, indicata più volte anche dal Papa, di restare fedeli alla dottrina, ma di rendere più vicine al cuore della gente e più rapide le verifiche di nullità del matrimonio. Ho lanciato l’idea di coinvolgere nelle procedure più direttamente il vescovo».

Senza che i fedeli debbano pagare?
«Al riguardo circolano parecchie leggende metropolitane. La Cei da tempo garantisce il finanziamento dei tribunali e ha introdotto avvocati pubblici gratuiti. Oggi in Italia chiunque vuole aprire una causa di verifica di nullità lo può fare anche se non ha i soldi. Se poi ci sono degli avvocati che si fanno pagare abusivamente, questo va duramente colpito».

Ma sul punto della comunione ai divorziati risposati, qual è la sua posizione?
«Ne ho discusso intensamente, in particolare con i cardinali Marx, Danneels, Schönborn che erano nel mio “circolo minore”, ma non riesco a vedere le ragioni adeguate di una posizione che da una parte afferma l’indissolubilità del matrimonio come fuori discussione, ma dall’altra sembra negarla nei fatti, quasi operando una separazione tra dottrina, pastorale e disciplina. Questo modo di sostenere l’indissolubilità la riduce ad una sorta di idea platonica, che sta nell’empireo e non entra nel concreto della vita. E pone un grave problema educativo: come facciamo a dire a dei giovani che si sposano oggi, per i quali il “per sempre” è già molto difficile, che il matrimonio è indissolubile, se sanno che comunque ci sarà sempre una via d’uscita? È una questione poco sollevata, e la cosa mi stupisce molto».

Quindi al Sinodo lei ha votato con la minoranza?
«Semmai con la maggioranza, anche se non ragionerei in questi termini: sulle proposte che non hanno raggiunto i due terzi può esserci stato un voto trasversale. Certo la posizione del magistero a me è sembrata, nelle relazioni dei “circoli minori”, decisamente la più seguita».

Se invece alla fine del Sinodo il Papa prendesse una posizione che lei non condivide?
«Credo proprio che non la prenderà. Ma da questo dibattito è già uscita, e si rafforzerà, un’attenzione sia ai divorziati risposati sia agli omosessuali che finora non c’era. I benefici del vivace dibattito sinodale sono già evidenti. Tanto più perché ha fatto emergere un contenuto fondamentale: la famiglia come soggetto, e non più solo oggetto, di annuncio del Vangelo. La famiglia è chiamata a testimoniare la bellezza di affrontare con lo sguardo della fede il quotidiano: affetti, lavoro, riposo, dolore, male, procreazione e educazione, costruzione di vita buona. Insomma, a fare davvero un’esperienza di Chiesa in uscita da se stessa».

Il Papa potrà anche lasciare immutata la dottrina, ma è indubbio che abbia spostato l’accento su altri temi, in particolare sul sociale .
«Dobbiamo riconoscerlo: lo stile - ma lo stile, diceva Lacan, è l’uomo - di questo Papa ha rappresentato per noi europei una pro-vocazione, nel senso etimologico della parola. Ci ha messo davanti l’urgenza di assumere il nostro compito di cristiani in maniera diversa. E questo porta con sé una salutare dose di destabilizzazione, perché uno se non è provocato non cambia. Comunque io ho visto nel Sinodo, ma anche nelle congregazioni pre-Conclave, uno spessore di comunione millenaria. Essa urge tutti a riconoscere nel ministero petrino il pilastro che garantisce l’unità della Chiesa. Ci può essere un dialogo acceso, anche dialettica e momenti di incomprensione, ma alla fine tutti convergiamo lì. Lo stile del Papa chiede a ciascuno di noi fedeli l’umiltà di ascoltarlo molto e di entrare nella sua prospettiva. Partendo dalla sua esperienza latino-americana, che ha dietro una cultura e una teologia sulla quale come minimo noi europei non eravamo adeguatamente informati, il Papa pone l’accento su aspetti che noi forse eravamo abituati ad affrontare con una modalità un po’ più “seduta”, un po’ più borghese».

Lei ha detto che la Chiesa è stata lenta nell’aprirsi agli omosessuali. Ruini le ha risposto che l’ondata libertaria refluirà, com’è accaduto con l’ondata marxista. È d’accordo?
«Vent’anni fa scrissi che la rivoluzione sessuale avrebbe messo alla prova la proposta cristiana forse più della rivoluzione marxista. Ora questo si sta verificando. Ci potrà essere un riflusso, se ne vede già qualche segnale, per esempio negli Usa sono sorte associazioni di giovani che scelgono di arrivare vergini al matrimonio. E c’è una realtà di base, nelle nostre terre ancora rilevante, che vede la fedeltà alla famiglia in termini sempre più consapevoli e si dispone a stili di fraternità, all’ospitalità, all’affido, all’adozione. Condivido con il cardinale Ruini l’idea che l’opinione pubblica non coincide affatto con l’opinione mediatica. Ma la strada giusta è la strada del pagare di persona. Noi, nel rispetto delle procedure della società plurale, non possiamo esonerarci dal prendere posizione pubblica e quindi dal proporre leggi che riteniamo le migliori. Oggi il rischio più grave è distruggere la filiazione attraverso l’utero in affitto, che significa mettere al mondo figli orfani di genitori viventi, con l’enorme carico di problemi che questo sta già producendo».

Quindi secondo lei ha ancora senso parlare di valori non negoziabili?
Lei sa che il Papa non si riconosce in questa espressione. «Non vorrei sembrare presuntuoso, ma io non l’ho mai usata. Ho sempre parlato di principi irrinunciabili. In ogni caso con l’espressione “non negoziabili” non si voleva dire che non siamo disposti a dialogare con tutti; ma ci sono appunto dei principi per noi irrinunciabili, come l’ossigeno per la vita. Sono convinto che in una società plurale sia necessaria l’operazione di cui parla Ratzinger nel suo dialogo con Habermas. Io pongo integralmente la mia visione dentro una società che registra la presenza di soggetti con visioni diverse, e perseguo con costanza il confronto. Ma a certi principi non posso rinunciare: se la mia posizione non sarà accolta farò ricorso all’obiezione di coscienza».

A quali punti si riferisce?
«Dobbiamo deciderci a pensare in unità la terna diritti, doveri, leggi. Non si possono fare leggi eque senza fare riferimento a diritti e doveri presi insieme. Oggi la terna non è presentata unitariamente. Ogni inclinazione soggettiva pretende di essere addirittura un diritto fondamentale. Proprio mentre si invoca la massima libertà, si costruisce una maglia sempre più stretta di leggi che la riducono».

Siamo alla vigilia del suo discorso di sant’Ambrogio. Milano oggi vive il degrado delle periferie e la rivolta sociale.
«Mi rifarò alla tesi di Papa Francesco sulla “mega-city” di Buenos Aires. La forza di Buenos Aires - dice il Papa - è il suo essere un poliedro: tutte le facce magari sono diseguali, ma il poliedro solidamente resta uno. Milano non è una “mega-city” ma ormai è una metropoli, in cui certe zone di quartieri periferici sono diventate un concentrato di emarginazione molto grave. I miei parroci e la Caritas dicono che in quelle situazioni ormai solo il 20-25% della popolazione è costituito da persone stabili con un reddito sicuro. Non c’è più un soggetto in grado di contenere i fenomeni di occupazione di case, di senzatetto, di rom, di piccola o grande malavita. Paradossalmente da noi il problema può diventare meno dominabile rispetto agli slums o alle favelas o alle villas miserias, proprio perché i fenomeni emarginativi a Milano sono diffusi a macchia di leopardo. Sono appena stato a Baggio e a Forlanini e ho visto schiere di palazzoni in cui questi problemi sono esplosivi, ma al Corvetto ne trovi degli altri, a Quarto Oggiaro altri ancora; con il paradosso scandaloso che ci sono case senza abitanti e abitanti senza casa».

Che impressione le fa Salvini alleato a Marine Le Pen ?
«Mi pare che abbia ora un progetto nazionale, quindi bisogna capire quali sono le istanze profonde da cui parte la sua proposta. Tra la nostra gente la paura è grande, e sarebbe astratto ritenere che il fenomeno migratorio, con il rapido incrocio di stili di vita così fortemente diversi, non incrementi la paura. Ma la paura è cattiva consigliera: bisogna ascoltarla fino in fondo, e dare le ragioni per superarla. Se invece la paura viene cavalcata diventa rabbia, e la rabbia è il terreno fertile per l’ideologia, la rabbia può diventare violenza o rassegnazione narcisistica. Questo vale per tutti, compresi noi cristiani».

2 dicembre 2014 | 07:18]
Italian La Chiesa è stata lenta sulla questione omosessuale
Nov 16, 2014
L’arcivescovo di Milano interviene sulla lettera agli insegnanti di religione che invitava a segnalare le scuole dove si trattano temi legati all’omosessualità.

«La Chiesa è stata lenta sulla questione omosessuale». Lo ha detto l’arcivescovo di Milano Angelo Scola a proposito della lettera dell’Ufficio Scolastico della Diocesi di Milano agli insegnanti di religione con l’invito a segnalare le scuole dove si trattano o vogliono trattare temi legati alla omosessualità. «L’ufficio scolastico ha la giusta preoccupazione di aiutare i 6.000 professori di religione della Diocesi a proporre la nostra visione di problemi come quello dell’educazione sessuale - ha detto Scola all’uscita da un incontro su Expo all’interno di Bookcity - Sono certo che l’intendimento del collaboratore della Curia che ha scritto la lettera era di raccogliere elementi per proporre la nostra posizione, sempre in modo rispettoso del concordato». Il cardinale ha ripetuto che la Curia si è già scusata «per l’inappropriatezza del linguaggio». Nessuna schedatura, insomma, («rimanda a cose spiacevoli», dice il cardinale), ma l’intenzione solo di conoscere. «Una posizione non omofoba, ma da cui non intendiamo recedere di un millimetro, come giusto in società democratica - dice Scola - noi abbiamo qualcosa da dire circa le conseguenze sociali e la questione dei diritti connessi a questo orientamento sessuale». Nel corso dell’incontro all’Università Statale di Milano con il filosofo Giulio Giorello l’arcivescovo Scola ha avuto modo di ragionare sui temi del suo ultimo libro, `Cosa nutre la vita? Expo 2015´: «assistiamo alla riduzione del cibo a merce: come ha detto Papa Francesco, questo genera la cultura dello scarto ed emargina larga fetta dell’umanità che non può comprare cibo». La speranza del cardinale verso Expo è quindi che il tema della fame nel mondo non sia dimenticato: «il programma Fao per il 2015 è saltato, mi auguro che la Caritas internazionale torni sull’argomento durante l’esposizione».

http://milano.corriere.it/notizie/politica/14_novembre_15/scola-nostra-posizione-non-implica-alcuna-omofobia-01db2ab6-6cc7-11e4-b935-2ae4967d333c.shtml
Italian Il cardinale Scola e il filosofo Giorello dialogano sul vero nutrimento dell'uomo
Nov 16, 2014
Sabato 15 Novembre all'Università Statale di Milano interessante confronto sui temi che saranno al centro di Expo 2015.

Dialogo di altissimo profilo culturale quello tenuto questa mattina all'Università Statale di Milano in via Festa del Perdono tra il teologo e filosofo cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano e il filosofo Giulio Giorello. A stimolare la riflessione su «Il nutrimento materiale e spirituale dell’uomo» ha provveduto Roberto Righetto, responsabile di Agorà, l'inserto culturale del quotidiano cattolico “Avvenire”, il quale ha sapientemente orientato gli oratori su temi che saranno ampiamente dibattuti (si spera) ad Expo 2015 quali: alimentazione, energia, sviluppo demografico, conservazione o sfruttamento della Terra, ma soprattutto la vita umana e, come sua premessa e non corollario, la concezione stessa dell'uomo.

Dare anche una sintesi degli interventi del Cardinale e del Filosofo della scienza (questa la materia insegnata dal professor Giorello all'Università degli Studi di Milano) non è qui possibile, tanto articolate, varie e profonde sono state le argomentazioni dei due illustri relatori. Il messaggio che i numerosi presenti hanno colto è però inequivocabile: l'auspicato sviluppo anche inteso come miglioramento delle condizioni di vita («È uno scandalo che 800 milioni di uomini soffrano ancora la fame nel mondo», ha ricordato Giorello) presuppone preliminarmente un forte nutrimento interiore che porta fatalmente l'uomo a ripensarsi. «Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo», per usare le appropriate parole del cardinale Scola.

Curioso, ma estremamente significativo, che il teologo Scola, pastore di una delle diocesi più importanti della Chiesa cattolica apostolica romana e il Filosofo “illuminista di stampo ambrosiano”, come Giorello stesso si definisce, concordino che le grandi scommesse (in senso pascaliano, come l'Arcivescovo di Milano ha sottolineato) che l'umanità ha di fronte a sé saranno vinte solo se gli uomini torneranno ad apprezzare, facendoli propri, i valori religiosi, rendendosi conto che questi generano buoni comportamenti utili ad un'armoniosa convivenza in un mondo affollato da culture diverse.

Lungimirante (ma ci verrebbe di dire, profetica) l'intuizione del cardinale Scola: al termine di questo drammatico travaglio (la parola crisi urta con la visione cristiana della speranza insita nel concetto di travaglio, alla fine del quale germoglia la vita), iniziato nel 2008, cambieranno gli stili di vita di miliardi di persone. Gli scarti di cibo si ridimensioneranno e anche l'acqua, per esempio lasciata scorrere inutilmente durante la quotidiana igiene dentale, tornerà ad essere un bene usato con cura.

Per un approfondimento del pensiero del cardinale Angelo Scola sull'imminente Expo 2015 vedere

http://www.resegoneonline.it/articoli/Il-cardinale-Scola-e-il-filosofo-Giorello-dialogano-sul-vero-nutrimento-dell-uomo-20141115/
Italian “San Carlo e il beato Paolo VI richiamano a una continua conversione”
Nov 06, 2014
L'Arcivescovo di Milano: richiamano a tutta la Chiesa, e in particolare a noi fedeli ambrosiani, l’urgenza della riforma ecclesiale.

L’Arcivescovo Scola  ha iniziato la S. messa in Duomo in onore di S. Carlo con un ricordo appassionato del recente beato Paolo VI che fin dall’inizio del suo ministero episcopale a Milano diede ragione dell’attualità della testimonianza di San Carlo. Diceva il nuovo Beato: «Per la passione delle anime, per l’urgenza della carità, per la generosità di donarsi, di sopportare le noie e i pesi d’una comune milizia, di rendere ad altri attraente, persuasiva, conquistatrice la propria fede quel Santo rimane un esempio» (Giovanni Battista Montini, Discorso su San Carlo, 1955).

Chiedendosi da dove scaturiscono la passione delle anime e l’urgenza della carità per il santo il Cardinale ha indicato la conoscenza, per via di esperienza, dell’amore che ha origine nell’immedesimazione con il Signore Gesù: «In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (Lettura, 1Gv 3,16); «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore» (Vangelo, Gv 10,14-15). L’amore di Carlo è quello del buon pastore. È la risposta grata all’amore di Colui che ci precede e ha donato la Sua vita per noi nel vincolo di comunione con il Padre e lo Spirito Santo. È questa gratitudine amorosa che rende per gli altri attraente, persuasiva, conquistatrice la fede. Il cristianesimo, ci ricorda spesso Papa Francesco, si diffonde per attrazione. Per questo è necessaria una continua conversione. Non esiste santità cristiana senza la domanda di cambiamento personale e comunitario.

L’Arcivescovo ha proseguito sottolineando come La figura di San Carlo e quella del Beato Paolo VI richiamano a tutta la Chiesa, e in particolare a noi fedeli ambrosiani, l’urgenza della riforma ecclesiale, che nasce sia dalla personale, continua conversione, sia dall’appassionato ascolto comunitario dei segni dei tempi che ci invitano al cambiamento della fisionomia della proposta cristiana nella società plurale. Ad esempio il Cardinale ha rilevato come nella nostra Chiesa cerchiamo di perseguirla nella comunione missionaria delle comunità pastorali; nel rinnovamento della iniziazione cristiana con le comunità educanti; nella formazione permanente del clero, nell’evangelizzazione della metropoli, nella valorizzazione della famiglia come soggetto di evangelizzazione. «Vogliamo percorrere le vie dell’umano, essere cioè Chiesa in uscita, testimoniando Cristo come contemporaneo all’uomo di oggi e offrendo il nostro contributo all’edificazione della vita buona nella metropoli di Milano ed in tutte le terre ambrosiane». Del resto, la necessità di rinnovamento era già indicata dall’Arcivescovo Montini, nell’omelia pronunciata in Duomo il 4 novembre 1957.

San Carlo e il Beato Paolo VI- ha proseguito Scola - hanno speso tutte le loro energie «per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Epistola, Ef 4,12-13). Lasciandoci assimilare sempre più a Cristo Buon Pastore, soprattutto noi sacerdoti, siamo chiamati a guidare il popolo di Dio «offrendo la fermezza dell’autorità che fa crescere e la dolcezza della paternità» (Papa Francesco, Discorso ai nuovi vescovi, 18 settembre 2014).

Per farlo siamo chiamati a condividere il segreto di uomini della statura di San Carlo. Quel segreto che il Beato Paolo VI ci ha svelato con la commovente preghiera: «Cristo, Tu ci sei necessario». Per loro intercessione domandiamo questa grazia. Intercedano per noi Maria Santissima, San Giuseppe e tutti i Santi ambrosiani. Con San Carlo preghiamo: «Apri, o Signore, l’udito e il cuore dei tuoi fedeli perché ascoltino i tuoi richiami, ti cerchino con premura per tutta la loro vita, ti trovino, ti tengano con loro e non ti lascino mai allontanare: ti custodiscano dentro di sé come cosa propria fino al momento in cui tu li trasferirai nel tuo regno dove gioiranno in eterno. Così sia».

http://www.resegoneonline.it/articoli/Cardinale-Scola-San-Carlo-e-il-beato-Paolo-VI-richiamano-a-una-continua-conversione-20141105/
Italian Il cardinal Scola: "No alla comunione per i divorziati, ma non è un castigo"
Oct 13, 2014
Intervista all'arcivescovo di Milano: "Non ho ancora trovato una risposta alla possibilità di ammettere i separati al sacramento senza colpire l’indissolubilità del matrimonio. Sui gay invece devo ammettere che siamo stati lenti nel riconoscere loro la giusta dignità".

12 ottobre 2014

Il cardinal Scola: "No alla comunione per i divorziati, ma non è un castigo"Il cardinale Angelo Scola

CITTÀ DEL VATICANO - Durante il Sinodo sulla famiglia, il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, racconta le sue impressioni sull'assise e sulla vita della Chiesa un anno e mezzo dopo l'elezione di papa Bergoglio.

Eminenza, a volte sembra che la Chiesa europea faccia fatica a comprendere la novità di Francesco. Anche al Sinodo le posizioni sono eterogenee. Si riuscirà a fare sintesi?
"Sono convinto di sì. Prima del conclave noi europei avevamo espresso un giudizio chiaro sulla vita della Chiesa parlando esplicitamente delle scarse probabilità che venisse eletto un Papa europeo. Oggi abbiamo un Papa la cui esperienza pastorale è passata attraverso il travaglio della condivisione profonda dell'emarginazione, della povertà, arrivando a formulare una teologia e una cultura significative per tutti. Per noi europei questo costituisce una provocazione che all'inizio può essere anche destabilizzante, ma che se fatta propria, come chiesto dalla natura comunionale della Chiesa, risulta assolutamente preziosa. Stiamo andando in questa direzione e, per questo, il futuro è carico di speranza. Fra l'altro se è vero che l'Europa è stanca, è anche vero che lo è perché da secoli porta sulle spalle problemi assai complessi. La mens europea continuerà ad avere un forte peso nella costruzione di nuova civiltà e di nuovo ordine mondiale".

Francesco al Sinodo vuole che vi sia anzitutto un confronto. Cosa ne pensa?
"Nell'Assemblea sinodale è in atto uno straordinario ascolto reciproco. Non esiste nessun luogo al mondo in cui 250 persone provenienti da tutti i paesi lavorano così duramente. La cattolicità della Chiesa è palpabile ed è uno spettacolo. Inoltre, la prassi introdotta nel 2005 da Benedetto XVI di lasciare a fine giornata un'ora di confronto libero è andata maturando. Ognuno ha la possibilità di riprendere l'intervento di un altro, dicendo "Non ho capito questo, Io direi così, ecc". È davvero una crescita nell'esercizio della collegialità".

In Italia il dibattito mediatico pre Sinodo si è focalizzato sulla comunione ai divorziati risposati.
"Ma il tema dell'accesso alla comunione sacramentale dei divorziati risposati si è inserito nella necessità, sentita da tutti, di chinarsi sull'intera realtà della famiglia, preziosissima per la Chiesa e per la società. Cerchiamo di trovare la via più adeguata e i linguaggi più comprensibili per comunicare la bellezza della proposta cristiana offerta a tutti. Inoltre nel dibattito soscuola no emerse altre situazioni complesse e difficili. Ad esempio, il tema della poligamia ha avuto un grande peso sia negli interventi dei padri africani sia in quelli degli asiatici. Nessun argomento delicato, comunque, compreso quello della omosessualità, è stato taciuto".

Cosa pensa della possibilità di dare la comunione ai divorziati risposati?
"Sono stato successore di Roncalli a Venezia e ho potuto vedere taluni suoi appunti che parlano di pastorale. Roncalli mette la pastorale in diretto riferimento alla storia e alla salvezza. È pastorale proporre Gesù come compimento e salvezza della persona concreta. Egli è via, verità e vita per ciascuno, in qualunque condizione si trovi. Personalmente avverto il bisogno che l'idea roncalliana sia assunta più pienamente, riconoscendo il nesso inscindibile tra dottrina, pastorale e disciplina. Solo da questa prospettiva unitaria potrà emergere un'adeguata azione ecclesiale per i divorziati risposati. È vero che l'eucaristia, a certe condizioni, ha una componente di perdono dei peccati, ma è anche vero che non è un "sacramento di guarigione" in senso proprio. Inoltre il rapporto tra Cristo sposo e la Chiesa sposa non è per gli sposi solo un modello. È ben di più: è il fondamento del loro matrimonio. Ritengo che il nesso tra eucaristia e matrimonio resti sostanziale. Pertanto coloro che hanno contratto un nuovo matrimonio si trovano in una condizione che oggettivamente non consente l'accesso alla comunione sacramentale. Lungi dall'essere una punizione, è l'invito ad un cammino. Queste persone sono dentro la Chiesa, partecipano attivamente alla vita della comunità. Si potranno rivedere talune esclusioni: per esempio la loro partecipazione al consiglio pastorale o la possibilità di insegnare in una cattolica. Personalmente però, sul piano sostanziale, non trovo ancora una risposta alla possibilità che accedano alla comunione sacramentale senza colpire nei fatti l'indissolubilità del matrimonio. Insomma, l'indissolubilità o entra nel concreto della vita o è un'idea platonica. Devo aggiungere che molti padri hanno chiesto di rivedere la modalità di verifica della nullità del matrimonio dando più peso al Vescovo. Io stesso ho fatto una proposta in tal senso".

Al Sinodo sono entrate anche le sofferenze delle coppie omosessuali. Dalla sua diocesi ieri è arrivato l'alt a Pisapia sulle unioni celebrate all'estero e l'invito a fare presto una legge. La Chiesa oggi come guarda a queste persone?
"È fuori dubbio che siamo stati lenti nell'assumere uno sguardo pienamente rispettoso della dignità e dell'uguaglianza delle persone omosessuali. Per quanto riguarda le loro unioni, le parole indicano le cose. Non è giusto suscitare, direttamente o indirettamente, confusione su una cosa decisiva come la famiglia. Ritengo che la parola "famiglia", insieme alla parola "matrimonio", vada riservata all'unione stabile, aperta alla vita tra l'uomo e la donna. Per il duo o coppia omosessuale si dovrà trovare un altro vocabolo. Anche la questione della filiazione, soprattutto con la surrogazione di maternità, apre un problema molto grave. Si rischia di mettere al mondo figli orfani di genitori viventi".

C'è una nuova freschezza nella Chiesa?
"Il Papa con il suo stile particolare, che si mescola a noi arrivando anche mezz'ora prima, che va a cercare le persone al proprio posto, che viene a prendersi il caffè con noi, che saluta i camerieri, genera un clima nuovo. Certo, la Chiesa è davanti a una grande prova: il confronto con la rivoluzione sessuale è una sfida forse non inferiore a quella lanciata dalla rivoluzione marxista. Partendo dall'autoevidenza dell'eros  -  l'uomo capisce chi è in riferimento al suo essere situato nella differenza sessuale  -  dobbiamo paragonarci con visioni dell'uomo assai diverse. Non basta una risposta intellettuale. Occorre rigenerare dal basso il popolo di Dio, con una nuova educazione all'amore che incominci fin dall'adolescenza e nella consapevolezza che la famiglia è il soggetto della pastorale e non l'oggetto. Le nostre parrocchie, associazioni e movimenti devono essere più dimore che mostrano la bellezza e la bontà del Vangelo, entrano nel necessario dibattito di una società plurale, con franchezza, puntando al massimo riconoscimento possibile".

http://www.repubblica.it/cronaca/2014/10/12/news/cardinale_scola_comunione_divorziati-97931794/
Italian Mose, Cl e Vaticano Il cupo declino del cardinale Scola
Aug 28, 2014
Ha ripreso l’attività dopo la pausa estiva, il cardinale arcivescovo di Milano Angelo Scola. Giovedì 28 agosto darà udienza, su prenotazione, ai preti della diocesi che lo vorranno incontrare.

Venerdì 29 incontrerà invece le missionarie e i missionari originari di Milano. Così partirà il nuovo anno diocesano. Anno difficile, dopo le cattive notizie arrivate nelle settimane scorse da Venezia: la creatura di Scola in laguna, la Fondazione Marcianum, sarà progressivamente smantellata dal suo successore, il patriarca Francesco Moraglia. Sono finiti i soldi, dopo gli arresti per il Mose, e Moraglia ha chiuso ogni rapporto con il Consorzio Venezia Nuova – coinvolto nello scandalo – che di Marcianum era tra i promotori e finanziatori.

Scola attraversa un periodo di malessere. Ha tenuto l’omelia seduto, a giugno, quando in Duomo ha ordinato tre vescovi ausiliari, tra cui, per la prima volta a Milano, un ciellino (monsignor Paolo Martinelli). Già nei primi anni Settanta, quando era il discepolo prediletto di don Giussani e il responsabile degli universitari del movimento, ebbe un periodo di malattia, quando fu allontanato dal gruppo dirigente in seguito a un duro contrasto con il fondatore di Cl: lo racconta, con le cautele del caso, anche Massimo Camisasca nella sua storia di Comunione e liberazione. Proprio di quel periodo si racconta che Scola andò addirittura in analisi a Parigi da Jacques Lacan, grande padre della psicoanalisi reinventata attorno al tema del linguaggio e del “ritorno a Freud”.

Tuttora, del resto, una parte della scuola lacaniana in Italia è contigua al movimento da cui Scola proviene, Comunione e liberazione. Certo per il cardinale arcivescovo di Milano gli ultimi due anni non sono stati facili. Ha assistito con imbarazzo al disgregarsi del sistema politico- affaristico che ruotava attorno a Roberto Formigoni, suo vecchio compagno di movimento. Ha perso, a sorpresa, la corsa per il papato: entrato in conclave come favorito, ne è uscito sconfitto, dopo l’elezione di papa Francesco. Ha poi subito i contraccolpi dello scandalo Mose. Il Consorzio Venezia Nuova era tra i soci di Marcianum, la coop rossa Coveco era tra i suoi finanziatori. Nel consiglio d’amministra – zione della fondazione sedevano due degli arrestati nell’inchiesta veneziana, Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio, e Giovanni Orsoni, ormai ex sindaco di Venezia.

Scola ha fatto pubblicare sul sito della diocesi ambrosiana un comunicato durissimo in cui smentisce di aver mai “fatto pressioni” e chiesto fondi agli uomini del Mose. E poi mette avanti le mani: “È intenzione del cardinale Scola tutelarsi legalmente nei confronti di chi continuasse a dare informazioni imprecise, scorrette o false. Una tutela necessaria perché sia rispettata la verità e perché non sia disturbata la missione pastorale del cardinale Scola nella Chiesa di Milano”.

Fatto sta che la Fondazione Marcianum, creata tra il 2007 e il 2008 da Scola quando era patriarca di Venezia, è un piccolo impero della cultura, della formazione, dell’editoria. Controlla una scuola per l’infanzia, due scuole elementari, una scuola media, un liceo classico, l’università San Pio X di Diritto canonico, l’Istituto superiore di scienze religiose Lorenzo Giustiniani, l’Alta scuola società economia teologia (Asset), un master in etica e gestione d’azienda, la rivista Ephemerides, la casa editrice Marcianum press, una biblioteca, una libreria, la fondazione Oasis, con l’omonima rivista internazionale, una newsletter quindicinale redatta in cinque lingue, un sito web e due collane di libri.

“Mi sono recato personalmente a Milano”, ha raccontato il patriarca Moraglia in un’intervista al giornale della sua diocesi, Gente veneta, “e ho chiesto al cardinale se lui, che è il ‘padre’ e il fondatore del Marcianum, di fronte al venir meno degli sponsor e alla luce dei recenti fatti veneziani intravedeva strade che io non riuscivo a scorgere. Soprattutto gli ho domandato se intendeva farsi carico della ‘sua’ antica creatura, spiegando a Sua Eminenza che la diocesi di Venezia non è assolutamente in grado di sostenere l’impegno finanziario necessario, sia per il numero dei dipendenti, sia per il fortissimo costo della struttura, dati questi a lui ben noti. Il cardinale l’ha però escluso ritenendo la strada non praticabile”.

Dopo consultazioni con il Vaticano, la Congregazione per il clero, la Segreteria di Stato e lo stesso papa Francesco (“Ho informato il Santo Padre”), Moraglia ha deciso di tagliare: chiuderà progressivamente le strutture di Marcianum, cercando di garantire al massimo l’occupazione. A Scola è restata l’amarezza di veder affondare, dopo le sue aspettative di diventare papa, anche il castello delle sue opere veneziane.

http://mentiinformatiche.com/2014/08/mose-cl-e-vaticano-il-cupo-declino-del-cardinale-scola.html
Italian Mose, lo scandalo travolge l'ateneo della Curia: soldi finiti, stop ai corsi
Jul 31, 2014
L’incontro non dev'essere stato facile. E non solo per un delicato problema di "timore reverenziale" tra un principe della Chiesa come il cardinale Angelo Scola e monsignor Francesco Moraglia, suo successore come Patriarca di Venezia. Di sicuro, però, lo scambio di opinioni tra i due uomini di Chiesa nella sede milanese dell’Arcivescovado, deve essere stato molto franco.

Così schietto e risoluto che, alla fine, è stato tracciato il classico rigo: addio all’esperienza della Fondazione Marcianum come "polo educativo e di formazione cattolica" in quel di Venezia. Moraglia, nella veste di Gran Cancelliere della Fondazione, che da tempo si è trovato a sbrogliare la matassa dei costi di questo "think tank" ideato nel 2006 dal suo predecessore sulla cattedra di San Marco, ha messo sul piatto della bilancia non solo la questione Marcianum, ma anche rivelato le difficoltà economiche e finanziarie dell’ente all’indomani del "terremoto" dello scandalo Mose che ha visto il Marcianum fino all’anno scorso tra i beneficiari dei fondi "girati" dal Consorzio Venezia Nuova attraverso il suo ex presidente Giovanni Mazzacurati, che era anche al vertice dell’istituto di formazione veneziano.

Ed è toccato proprio allo stesso Patriarca mons. Francesco Moraglia rivelare - in un’intervista al settimanale diocesano "Gente Veneta" - come egli si sia recato a Milano il mese scorso, insieme al proprio vicario episcopale, per incontrare il cardinal Scola e formulare, visto il venir meno degli sponsor e l’incremento dei costi di gestione e in piena tempesta giudiziaria, che la Diocesi di Venezia non sarebbe stata più in grado di sostenere l’ente, invitando lo stesso Scola a farsene carico anche come ideatore del progetto. Una richiesta precisa che Scola ha escluso di poter assolvere ritenendola una "strada non praticabile".

A definire la fine delle attività teologiche del Marcianum (la Facoltà di diritto canonico che non attiverà i corsi del primo anno così come non partiranno le iniziative dell’Istituto di scienze religiose oltre al Convitto internazionale) non solo il "no" di Scola, ma anche le autorevoli prese di posizione e i giudizi giunti da Oltretevere, prima attraverso la Congregazione del Clero, la Cei, poi la Segreteria di Stato del Vaticano fino ad arrivare a Papa Francesco. Ed è stato proprio dal Pontefice, con gli atti e i mezzi a sua disposizione, attraverso una lettera del 19 giugno scorso, che è giunto il disimpegno dal Marcianum come Venezia lo aveva conosciuto in questi anni, attraverso una "procedura" che in qualche modo ha dato una esplicita approvazione ad una decisione assunta a livello diocesano. Non chiuderà invece la casa editrice Marcianum Press.

«Un atto - ha spiegato monsignor Moraglia - né comune né scontato da parte della Santa Sede». Una decisione che comunque era nell’aria da un po’ di tempo, complice il fatto che il Marcianum si era ritrovato nell’occhio del ciclone per l’inchiesta della magistratura sul Mose, e che proprio recentemente aveva portato al riassetto della Fondazione con l’ingresso di un nuovo gruppo di dirigenti alla guida di Gabriele Galateri di Genola, dopo che Moraglia aveva già "sacrificato" il liceo Giovanni Paolo I accorpandolo ad un altro ente educativo paritario come l’Istituto Cavanis. E proprio dalla dismissione del "ramo religioso" della Fondazione che sboccerà ora la nuova vita dell’istituzione con un percorso mirato, lungo un biennio con alcuni progetti legati all’innovazione, al lavoro e alla ricerca sociale in stretto rapporto con il territorio nel segno della dottrina sociale della Chiesa tanto cara proprio a Moraglia.

Una "formula" che, se da un lato trasforma il Marcianum e ne modifica le prospettive, dall’altro lo inserisce, con ogni probabilità, tra i "pensatoi" della realtà veneziana e veneta. E in questo quadro, al di là della rescissione del cordone ombelicale con la Diocesi di Venezia, il consiglio di amministrazione che si è riunito ieri in città, ha scelto Paolo Lombardi come nuovo amministratore delegato che subentrerà a Marco Agostini cooptato in cda, ma soprattutto ha accettato le dimissioni di Romeo Chiarotto, patron di quella Mantovani spa coinvolta recentemente nell’inchiesta sul sistema Mose a Venezia. Un nome autorevole, tanto quanto quello di Mazzacurati già dimessosi nelle scorse settimane, ma che nei corridoi del Patriarcato di Venezia risultava, al giorno d’oggi, oltremodo imbarazzante.

http://www.gazzettino.it/NORDEST/PRIMOPIANO/mose_venezia_tangenti_marcianum_corsi_stop/notizie/806074.shtml
Italian Papa Francesco sta bene ma il card. Scola gli dà il mal di testa se deve vederlo
Jul 02, 2014
La salute del Papa Francesco sembra ottima, stando alle ultime notizie e l’indisposizione di cui dicono abbia sofferto venerdì sembra più dovuta a una malattia asintomatica, chiamata idiosincrasia.

L’indisposizione non avrebbe carattere fisico, ma sarebbe dovuta alla antipatia di Francesco per il suo rivale in Conclave, il cardinale Angelo Scola, vescovo di Milano.

Chi non ha incontrato nella sua vita almeno una persona, di solito donna, che per evitare di incontrare un ospite sgradito si è data malata all’ultimo momento accusando un forte mal di testa?

Sabrina Cottone e Serena Sartini raccontano sul Giornale lo psicodramma di venerdì, quando Papa Francesco era atteso in visita al policlinico Gemelli di Roma.

“Era arrivata la papamobile, era arrivato il cerimoniere, erano arrivati i malati sulle carrozzine e i tanti bambini sofferenti che lo aspettavano pieni di speranza sotto il so­le. Era arrivato il cardinale Angelo Scola, da presidente dell’Istituto Toniolo ospite pronto a spalancare le porte del Policlinico Gemelli di Roma. Ma non è arrivato lui,l’at­tesissimo Papa Francesco. Prima un ritar­do di mezz’ora, poi la Messa e la visita sono state annullate. Qualche attimo di preoc­cupazione per la sua salute, fino alle rassi­curazioni: è solo un forte mal di testa. Sollie­vo e delusione insieme.

Una nota del Vaticano informava in extremis:
“Per un’improvvisa indisposizione il Santo Padre non si reca al Gemelli. Il cardi­nale Angelo Scola celebrerà la Messa e pronunce­rà l’omelia preparata dal Santo Padre”.

Alla fine della celebrazione l’arcivescovo di Milano ha mandato “un grande abbraccio al Papa, perché presto superi questa indisposizio­ne”.
Non è la prima volta che il Papa annulla un appunta­mento pubblico. Nel giu­gno del 2013 aveva fatto rumo­re la sua sedia vuota al con­certo di chiusura dell’An­no della fede in suo onore: cardinali e autorità erano schierati, ma lui aveva diser­tato per restare a colloquio con gli amba­sciatori vaticani. Nella gran parte dei casi successivi la giustificazione è stata un’in­disposizione.

Nel febbraio scorso il Papa ha annullato la visita tra i suoi sacerdoti al Seminario maggiore di Roma. Al santua­rio del Divino Amore dove­va arrivare domenica 18 maggio, ma qualche giorno prima ha fatto sapere che non sarebbe andato per non stancarsi troppo in vi­sta del pellegrinaggio in Ter­ra Santa.

Il 9 giugno ha rin­viato l’udienza al Csm: quel giorno ha concesso un’in­tervista a un giornale spa­gnolo. Questo evento ne ri­corda da vicino un altro: quando il 4 dicembre scor­so la delegazione dell’Expo è stata rimandata indietro dal Vaticano a Milano all’ultimo momento, senza essere ricevuta. A guidare il gruppo era anche in quel caso il cardinale Scola.

Allora come og­gi un’indisposizione. Poi il Papa aveva tele­fonato all’arcivescovo di Milano per scu­sarsi, prima di fissare una nuova udienza. Un caso? Difficile immaginare altro, se si pensa ai tanti malati che lo aspettavano al caldo. Il portavoce, padre Lombardi, assi­cura che “non vi so­no motivi di preoccupazione per la salute del Papa”.

Forse per effetto degli auguri del card. Scola, Papa Francesco si è prontamente rimesso e potrà onorare, come conferma il Messaggero di Roma, i suoi impegni del sabato (10,30 udienza di mezz’ora con il presidente del Madagascar, Hery Rajaonarimampianina, alle 11 una delegazione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli), e domenica, festa di San Pietro e Paolo, che Francesco celebrerà con la Messa alle 9.30 sul sagrato di San Pietro, prima del tradizionale Angelus delle 12 dalla finestra del Palazzo Apostolico.

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/papa-francesco-sta-bene-ma-il-card-scola-1911686/
Italian «Perso il senso della differenza sessuale»
Feb 17, 2014
Duomo stracolmo e una marea di giovani alla messa per don Giussani celebrata martedì sera dal cardinale Scola nel nono anniversario della morte del sacerdote fondatore di Cl.

E l'arcivescovo alla fine della celebrazione affronta un tema di grande attualità, l'importanza dell'educazione, in un momento di confusione in cui «l'uomo post-moderno» è soggetto alla «tentazione» di rimanere disperso nei propri pensieri. Scola parla di «smarrimento circa i fondamentali del vivere, che cosa sia l'amore, che cosa sia la differenza sessuale, che cosa vuol dire procreare ed educare». Un discorso che tra le navate evoca la scomparsa delle parole madre e padre dai moduli per gli asili, voluta dalla giunta Pisapia e contestata con forza da centrodestra e Lega in consiglio regionale.
Lo sconvolgimento è grande anche perché la perdita dei «fondamentali» secondo Scola investe come a catena molti altri campi della vita, non si capisce più «perché si debba lavorare, perché una società civile plurale possa essere più ricca di una società monolitica, come poterci incontrare per edificare vita buona, come rinnovare la finanza e l'economia...». E tanto altro ancora.
In questo contesto «il genio» e «la passione educativa» di don Giussani, dice Scola, hanno molto da dire e da ispirare. «L'educazione» è il cuore dell'impegno proposto ai giovani in un momento di confusione così grande. Una tappa importante dell'avventura di don Giussani fu la cattedra di religione al liceo classico Berchet, tra il 1954 al 1967, seguita dall'impegno di prof alla Cattolica. Parlare è fondamentale: «L'uomo di oggi cerca, anche quando si ribella nei confronti di Dio, cerca incessantemente e affannosamente».
Pochi i politici e i volti noti. Si vedono il presidente del consiglio regionale, Raffaele Cattaneo, lo storico leader di Cl, Giancarlo Cesana, il presidente della Compagnia delle Opere, Bernard Scholz. Ma a colpire sono migliaia di persone comuni arrivate per don Giussani, morto a Milano il 22 febbraio del 2005. La Messa era dedicata alla Fraternità di Comunione e liberazione, il cui riconoscimento pontificio è avvenuto l'11 febbraio di 32 anni fa. A concelebrare don Julian Carron, il successore di don Giussani alla guida del movimento.

http://www.ilgiornale.it/news/milano/cardinale-scola-perso-senso-differenza-sessuale-991786.html
Italian Scola: «L’ecumenismo non è politica, nasce dalla fede»
Feb 01, 2014
Da oggi a domenica Scola a Istanbul per incontrare il patriarca Bartolomeo I.

“Siamo qui con il desiderio di compiere un ulteriore piccolo passo nel necessario cammino verso l’unificazione piena tra tutti i cristiani. Questa unità, ne siamo ben consapevoli, non può essere che il frutto sovrabbondante della grazia del Risorto. È Lui a prendere sempre l’iniziativa”. Con queste parole l’arcivescovo di Milano cardinale Angelo Scola ha salutato oggi a Istanbul al Fanar, sede del patriarcato ortodosso, il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. L’incontro ricambia la visita di Bartolomeo a Milano, avvenuta il 14 e 15 maggio 2013 in occasione delle celebrazioni dei 1700 anni dalla firma dell’Editto di Milano, con cui l’imperatore Costantino, fondatore della città sul Bosforo, riconobbe la libertà religiosa.



“Vogliamo esprimere la nostra vicinanza e il nostro sostegno perché si ristabilisca pienamente la libertà della Chiesa nelle vostre terre” ha proseguito il cardinale Scola riferendosi alla difficile situazione dei cristiani in Turchia. “Non esiste, infatti, libertà religiosa laddove essa non venga riconosciuta a tutti e a ciascuno. Sebbene le situazioni in Oriente e in Occidente siano diverse – e differenti pertanto anche i problemi cui far fronte – l’azione a favore della piena libertà religiosa ci trova uniti in modo deciso. Un’importante mescolanza di etnie, culture e religioni caratterizza la vita quotidiana delle nostre città. I popoli e le nazioni sono pertanto chiamati a imparare e ad approfondire il bene pratico dell’essere insieme. A questo compito comune a tutta la famiglia umana le nostre Chiese possono offrire un prezioso contributo. A questo impegno in favore della libertà religiosa e della ricerca del bene comune nelle nostre società appartengono a pieno titolo le attività di collaborazione tra il Patriarcato ecumenico, le Chiese ortodosse e la Chiesa cattolica”.



Da qui l’impegno concreto annunciato a Istanbul da Scola: “In questo contesto si vuol umilmente inserire il contributo della Chiesa milanese che ha in sant’Ambrogio il suo patrono. Penso alla fattiva cooperazione nell’attenzione pastorale ai fedeli ortodossi presenti nella nostra diocesi. Mi riferisco anche al sostegno alla formazione e alla diffusione del pensiero teologico. Non mancheremo, Santità, di far incrementare tale collaborazione e aprire la nostra porta per nuove iniziative”.



Dopo questo primo incontro il cardinale Scola e Bartolomeo sono intervenuti alla presentazione del libro “Papa XVI Benedikt, Aziz Pavlus” (edizione Fondazione Internazionale Oasis) traduzione in turco di 20 catechesi che Benedetto XVI dedicò a San Paolo durante l'anno paolino 2008-2009).



L’iniziativa è stata organizzata dalla Fondazione internazionale Oasis e dalla Conferenza episcopale turca e ha visto l'intervento inoltre di monsignor Louis Pelâtre (vicario apostolico di Istanbul), Niyazi Öktem (professore di Filosofia del Diritto all’Università Dogus e Fatih di Istanbul) ed Erendiz Özbayoglu (docente emerito di Lingue e Letteratura latina all’Università di Istanbul).



“La prima preoccupazione dell’ecumenismo non è politica, accordare le voci per farsi sentire meglio, ma teologica: la ricerca dell’unità tra i cristiani scaturisce dalla fede stessa”, ha detto Scola nel suo intervento. Il cammino di unificazione piena tra tutti i cristiani “è uno scambio di doni, non la ricerca di un’alleanza strategica”, o un modo “per rivendicare meglio e con più forza alcuni diritti”, ha spiegato il Cardinale ribadendo che proprio “questa sottolineatura toglie anche ogni ombra di sospetto che i non cristiani – nel nostro caso i nostri amici musulmani – potrebbero nutrire circa lo scopo della nostra attività”.



L’incontro di questo pomeriggio è il primo appuntamento della vista del Cardinale in Turchia, che suggella le iniziative della diocesi di Milano per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani dal 18 al 25 gennaio.



I prossimi appuntamenti del programma in Turchia saranno, sabato 1 febbraio, la vista di Scola alla Facoltà teologica sull’isola di Calchi, domenica 2 febbraio la partecipazione del Cardinale alla Divina Liturgia della Presentazione al Tempio.

http://vaticaninsider.lastampa.it/news/dettaglio-articolo/articolo/scola-bartolomeo-31704/
Italian "Le nostre cattedrali sono continuità di vita religiosa"
Nov 27, 2013
L'arcivescovo di Milano ha incontrato l’arcivescovo metropolita della capitale boema, il cardinale Dominik Duka. Dopo aver partecipato ad un convegno, ha presieduto la messa nella cattedrale della città e ha incontrato  i componenti del Collegio dell’Arcidiocesi di Praga

Milano, 22 novembre 2013 - Oggi, l’arcivescovo di Milano Angelo Scola si trova a Praga ed ha incontrato l’arcivescovo metropolita della capitale boema, il cardinale Dominik Duka.

Il cardinale Scola, invitato dal cardinale Duka, è intervenuto ad un convegno scientifico sui rapporti storici e culturali tra Milano e Praga. Durante l'incontro ha affermato che "il vero tempio, la vera cattedrale, è la Chiesa costituita dalle pietre vive ed elette che sono i cristiani”, e a margine del convegno ha spiegato la vitalità del Duomo: “La cattedrale di Milano è un luogo vivo. Nel Duomo di Milano, dove è possibile confessarsi in tante lingue, dalle 7 del mattino alle 7 di sera, i miei preti che li sono presenti mi raccontano che la gente che quotidianamente si confessa è più che raddoppiata da quando c’è papa Francesco. C’è un grande movimento di popolo, molti sono coloro che tornano ai Sacramenti dopo molto tempo. Il pontificato di papa Francesco è un grande dono della provvidenza. C’è una grandissima simpatia e interesse del popolo verso di lui”.

Scola, in un passaggio dell’intervento, ha anche detto che: “Quando si pensa a Praga, subito agli occhi e alla mente affiorano le immagini di splendidi monumenti; ma su tutti si impone la mole della cattedrale di San Vito, che con le sue guglie svetta dal castello; e quando si pensa a Milano, inevitabilmente si impone l’immagine del Duomo che con la selva delle sue guglie di marmo e la Madonnina dorata domina l’intera città. Entrambe le cattedrali dunque acquistano un valore simbolico che segna l’identità stessa di Praga e di Milano; ed entrambe le cattedrali condividono una storia per certi aspetti simile”.

In particolare, si è concentrato sui simboli delle comuni radici cristiane che caratterizzano le due città: la cattedrale di Praga dedicata ai Santi Vito, Venceslao e Adalberto e il Duomo di Milano: “in entrambi i casi le attuali cattedrali di Praga e di Milano testimoniano la continuità di una tradizione di vita religiosa; idealmente rappresentano un filo ininterrotto che collega i rispettivi popoli con le proprie radici storiche; in un certo senso dei rispettivi popoli portano incisa nella pietra l’identità religiosa, civile e culturale.

Nel tardo pomeriggio il cardinale Scola ha presieduto la Messa nella cattedrale e ha incontrato  i componenti del Collegio dell’Arcidiocesi di Praga.  La visita nella repubblica Ceca del cardinale Scola aggiunge un’altra tappa al cammino di conoscenza e dialogo della Chiesa di Milano con le Chiese sorelle di antica storia e tradizione, che vivono in contesti sociali ed economici differenti, segnati da vicende storiche molto dolorose.

http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2013/11/22/986316-scola-praga-cattedrali.shtml
Italian “Nessuna ostilità, ma cambiate sede e data”
Nov 27, 2013
Cardinal Scola in Regione M5S.

Movimento 5 Stelle Lombardia ha inviato al Presidente del Consiglio Regionale Raffaele Cattaneo una lettera nella quale chiede di modificare la data e il luogo dell’incontro con il Cardinale Scola previsto per il 17 dicembre prossimo, nell’aula consiliare durante la seduta del consiglio regionale che dovrà discutere del bilancio regionale. Paola Macchi, capogruppo di M5S, nella lettera spiega: “Un Consiglio Regionale, rappresentanza territoriale di uno Stato laico, dovrebbe mantenere un alto profilo aconfessionale e i rappresentanti eletti, soprattutto Lei come Presidente del Consiglio, dovrebbero mantenere un atteggiamento super partes nei riguardi di confessioni religiose, sesso, razza e orientamento sessuale”.

Il Movimento 5 Stelle chiede poi scuse formali al Presidente Cattaneo che ha manifestato, nel corso della Conferenza dei capogruppo, preoccupazione per eventuali gesti ostili o irriguardosi del Movimento rivolti al Cardinale: “Il nostro atteggiamento verso questo consiglio è sempre stato improntato alla massima correttezza, pur rivendicando il nostro diritto, come in questo caso, di opporci a decisioni imposte e non condivisibili, e portando comunque sempre motivazioni oggettive”.

Il testo della lettera

Gentile Presidente, Con la presente il gruppo consiliare Movimento 5 stelle vuole esprimerle il suo dissenso, come già espresso verbalmente in due occasioni durante la conferenza dei capigruppo, riguardo la sua decisione di invitare il Cardinale Scola alla seduta di consiglio del 17 dicembre e chiederle di spostare la data e il luogo di audizione in altra sala del Palazzo Pirelli. Un Consiglio Regionale, rappresentanza territoriale di uno Stato laico, dovrebbe mantenere un alto profilo aconfessionale e i rappresentanti eletti, soprattutto Lei come Presidente del Consiglio, dovrebbero mantenere un atteggiamento super partes nei riguardi di confessioni religiose, sesso, razza e orientamento sessuale. Durante la scorsa legislatura lo stesso Dalai Lama, riconosciuto come uno dei maggiori esponenti spirituali a livello mondiale, venne ricevuto in regione ma al di fuori dell'aula consiliare. Ci stupisce quindi che non venga riservato lo stesso atteggiamento ad un rappresentante locale, per quanto di elevato spessore spirituale e intellettuale, della religione cattolica. Ci stupisce anche che Lei abbia potuto pensare e chiederci, durante l'ultima Conferenza dei capigruppo, se il M5S avesse intenzioni di fare manifestazioni irrispettose e ostili alla presenza del Cardinale. Il nostro atteggiamento verso questo consiglio è sempre stato improntato alla massima correttezza, pur rivendicando il nostro diritto, come in questo caso, di opporci a decisioni imposte e non condivisibili, e portando comunque sempre motivazioni oggettive. A questo proposito la invitiamo quindi a fare al gruppo delle scuse formali , durante la prossima riunione dei capigruppo, per quello che ci sembra un pregiudizio irriguardoso nei nostri confronti.

Paola Macchi Portavoce consigliere alla regione Lombardia MoVimento 5stelle

http://www.bergamonews.it/politica/cardinal-scola-regione-m5s-%E2%80%9Cnessuna-ostilit%C3%A0-ma-cambiate-sede-e-data%E2%80%9D-182548
English Cardinale Scola in Russia, “Incontro Papa-Patriarca? Lo auspichiamo”
Nov 19, 2013
In una conferenza stampa nel primo dei suoi tre giorni di visita a Mosca, il cardinale Scola, dopo aver presenziato a celebrazioni liturgiche, convegni internazionali, presentazioni della traduzione russa del suo libro ‘I cristiani in una società pluralista ha dichiarato:

«Una cosa è chiara come disse Gesù: ‘che siano una sola cosa perchè il mondo credà – citazione del Vangelo di San Giovanni – Quindi la prospettiva dell’unificazione non può non essere nel cuore di ogni fedele cristiano». Martedì incontrerà il patriarca Kirill: «Una visita di cortesia, nella quale gli racconterò della presenza viva e costruttiva dei fedeli ortodossi russi a Milano e di come noi ci rapportiamo a loro, concedendo anche delle chiese in uno spirito di grande fraternità», ha spiegato. «Credo che negli ultimi 30-40 anni da parte di tutte le confessioni cristiane ci sia la ferma convinzione dell’indispensabilità del dialogo ecumenico, favorito anche dall’attuale mescolamento meticciato di culture», ha osservato. «Certo – ha aggiunto – le commissioni dottrinali sono importanti, come pure gli impegni comuni sulla vita civile, dove cattolicesimo e chiesa ortodossa hanno già un’agenda comune, ma ora abbiamo un’occasione in più: che i fedeli si incontrino e condividano la bellezza e la verità dell’incontro con il Signore». Il card. Scola ha raccontato anche i suoi due precedenti viaggi in Russia regalando un «piccolo scoop»: un paio di volte nel 1987, quando entrò «in forma clandestina» per incontrare in case private piccoli gruppi di intellettuali ortodossi per uno scambio di idee sul futuro del cristianesimo di fronte al vento nuovo della peretroika gorbacioviana; e altre due volte in epoca post comunista quando da rettore della pontificia Università lateranense rifiutò l’affiliazione di un ancora «troppo fragile» centro studi religioso sanpietroburghese ma, circostanza finora inedita, lo chiamò l’allora Papa Giovanni Paolo II dicendogli ‘se non aiutiamo le realtà che stanno nascendo che ci stiamo a fare?

http://www.online-news.it/2013/11/10/cardinale-scola-in-russia-incontro-papa-patriarca-lo-auspichiamo/#.Uosq242F438
Italian Scola, societa' plurale favorisca pluralismo religioso
Oct 17, 2013
''Una societa' plurale come la nostra deve favorire la pluralita' delle fedi religiose''. Cosi' l'Arcivescovo di Milano, Cardinale Angelo Scola, torna a sollecitare la necessita' di garantire liberta' religiosa per tutti.

(ASCA) - Milano, 16 ott - ''Le societa' post moderne - ha spiegato Scola nel corso del suo intervento al convegno filosofico-teologico 'Religioni, Liberta',Potere', promosso questo pomeriggio all'Universita' Cattolica del Sacro Cuore di Milano - sono plurali'' e per effetto del ''mescolamento di razze e culture favorite dall'immigrazione'' sono attraversate al loro interno dal ''una pluralita' di religioni''. Il che e' positivo, secondo l'Arcivescovo di Milano, che si e' reso poi protagonista di una riflessione storico-sociologica: ''Lo sviluppo delle liberta' di coscienza e la distinzione tra religione e potere politico e' stato pagato, nei fatti, al prezzo della messa in ombra e della rimozione delle religioni dalla sfera civile''. Il risultato e' stato quello di una ''riduzione della religione a fatto privato, senza rilevanza e liceita' pubblica''. Insomma, il problema, secondo Scola, e' che ''la societa' moderna non e' riuscita a rendere la religione rilevante all'interno di una societa' plurale''. Sarebbe dunque auspicabile un'inversione di tendenza: ''il riconoscimento della rilevanza pubblica delle religione - e' il monito lanciato dall'Arcivescovo del capoluogo lombardo - diventa la strada imprescindibile per avere un futuro di pace della nostra societa'''. fcz/mau/alf
Italian Lettera pastorale del Cardinal Scola alla diocesi ambrosiana
Oct 14, 2013
Raccontando la quotidianità di Milano si punta maggiormente su avvenimenti d’interesse culturale, manifestazioni, fiere, mondanità, eccetera; poiché ritengo che l’annuale Lettera pastorale che il nostro Cardinal Scola annuncia a tutta la diocesi ambrosiana meriti un posto tra gli articoli, mi permetto di entrarvi un poco nel merito.

La lettera di quest’anno ha per titolo “Il Campo è il Mondo”. L’intenzione del Vescovo è di invitare tutti al dialogo, non solo con lui, ma con tutte le persone, senza preconcetti. Il primo punto sottolineato è “l’Ateismo Anonimo”, vale a dire di quel modo di vivere come se Dio non esistesse, vivere il proprio tempo nel mondo solo per le cose del mondo, destinate a perire e a passare. I cristiani, siano essi maggioranza costruttiva o minoranza perseguitata, devono essere presenza viva nel mondo, senza però conformarsi alle convenzioni di questo mondo. Qui c’è un richiamo a tutti i cristiani perché abbiano più coraggio nel testimoniare e difendere la propria fede.

Il secondo punto lo titola “Vangelo e Vita”, rilevando che non c’è divisione né discrepanza tra i due termini, ma che un autentico cristiano realizza la sua pienezza vivendo le due realtà come un’unica sostanza. Gesù è il centro attorno a cui il proprio operato, la propria quotidianità, la propria esistenza trova un senso pieno e realizzante. Il Vangelo, la Buona Notizia, che è vita vissuta dal Cristo, deve trovare accoglimento e piena corrispondenza.

Punto terzo: “L’Incontro con Lui”. Nel campo, che è il mondo, dice il Cardinale, “ Gesù semina il buon seme” – leggere la parabola del buon seminatore – e in questo campo c’è tutta l’umanità, nessuno escluso. A noi la responsabilità della scelta, se cioè vogliamo accogliere questo seme, o lasciarci infestare dalla zizzania.

Nel quarto punto è presentato “il Campo”. Già è stato detto, il campo è il mondo, e noi, ora, ne facciamo parte e ogni istante siamo protagonisti nel migliorare o nel peggiorare questo meraviglioso campo che è il Creato. Le opportunità sono moltissime, il Cristo, dice il Vescovo, di queste è la migliore perché Egli solo è vera Via, Verità e Vita, Egli solo possiede la giusta misura per la felicità e la pace.
“Nulla ci è estraneo”. Con questo punto il Cardinale vuole porre l’accento che i cristiani non devono chiudersi in se stessi, ma aprirsi all’incontro con l’altro, divenire esempio che porta verso il “Buon seminatore”.

Ultimo punto è “Esporre se stessi”. Il cristiano, che vuol essere tale, non può tacere, non può nascondersi di fronte agli scandali del mondo, alla zizzania che, lasciata crescere, soffoca il buono, il vero, il bello. Gesù non taceva di fronte alle ingiustizie, alla sofferenza, al male, ma si opponeva con fermezza. È evidente che per fare questo necessita uscire da se stessi, esporsi rischiando la propria libertà, in una parola, divenire testimoni credibili. Ovviamente non testimoni di sé, ma del Cristo e del suo Vangelo.

Mi pare che la lettera pastorale del nostro Vescovo sia si impegnativa, ma sommamente urgente, fra l’altro siamo nell’Anno della Fede, perché nel mondo c’è tanta sofferenza inutile dovuta alla troppa zizzania seminata nel campo del mondo da chi non ama.

http://www.milanofree.it/201310133988/milano/cronaca/lettera_pastorale_del_cardinal_scola_alla_diocesi_ambrosiana.html
Italian «Francesco cambierà la Chiesa»
Sept 11, 2013
Folla di fedeli lunedì sera in Duomo per l’intervento dell’arcivescovo di Milano alla settimana pastorale mantovana che si conclude sabato «Questo Papa è un dono dello Spirito. I suoi gesti sono un insegnamento. E’ un testimone di fede e dobbiamo seguirlo con umiltà».

Duomo gremito per il cardinale Angelo Scola. Con una relazione su «Discernimento ecclesiale e giudizio di comunione: lo Spirito Santo guida le comunità in nuovi percorsi missionari», l’arcivescovo di Milano è intervenuto alla settimana pastorale partita domenica scorsa e che impegnerà la diocesi fino a sabato con una serie di momenti di preghiera, dibattiti e incontri sul territorio. A margine dell’incontro con i fedeli mantovani ci ha concesso questa intervista.

Come sta cambiando la chiesa di Papa Francesco anche nei suoi aspetti meno evidenti?

«Penso che il cambiamento più radicale sia legato alla sua personalità, è un testimone immediato della fede. Portatore della sensibilità latino-americana, i suoi gesti esprimono cosa sia la fede e diventando di per sè un insegnamento. Uno è testimone quando è coinvolto in prima persona in quello che dice e diventa autorevole. Molti sacerdoti registrano un aumento di confessioni, un maggiore desiderio di seguire questo Papa. Per quanto riguarda gli aspetti meno evidenti il Pontefice sta lavorando per una maggiore dimensione collegiale, ad esempio con la razionalizzazione degli aspetti organizzativi. Bisogna seguirlo con umiltà perché è un dono dello Spirito a tutte le Chiese».

Durante la veglia di preghiera a Milano per la pace in Siria lei ha invitato a far proseguire la domanda di pace nel quotidiano della nostra esistenza. Come?

«Siamo sotto la pressione della tragedia siriana ma dobbiamo capire che se ognuno di noi non inizia da sé ad essere un uomo di pace in grado di vivere in armonia con Dio allora qualsiasi analisi rischia di essere astratta e non produce una pace reale. La spinta del Papa per una giornata di digiuno e di preghiera ha visto solo a Milano una partecipazione 5 o 6 volte maggiore di quanto avessimo previsto. Questo è molto bello e accade perché c’è una proposta decisa e chi la fa è coinvolto in prima persona».

Nella sua lettera «Il campo è il mondo» per l’apertura dell’anno pastorale ambrosiano ha parlato di rischio di «ateismo anonimo». Ce lo spiega?

«Per anonimo intendo non scelto, non meditato, ma la tentazione di lasciare Dio ai margini come se non ci fosse. Nella nostra realtà lombarda c'è ancora una buona dose di cattolicesimo popolare, di persone che partecipano alla Messa e danno seriamente una mano all'edificazione di una vita cristiana. Però questo cristianesimo nei prossimi anni sarà chiamato a operare il passaggio dalla convenzione alla convinzione e chi mi preoccupa di più sono le generazioni intermedie, quelle tra i 25 e i 50 anni, quelle più appesantite da problemi affettivi e di lavoro che non vedono il nesso tra Cristo e la vita quotidiana. Per la Chiesa è importante la cura di queste generazioni come di infanzia e adolescenza perché l’iniziazione cristiana sia un accompagnamento a un incontro personale con Cristo all’interno di una comunità».

http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2013/09/10/news/il-cardinale-scola-a-mantova-francesco-cambiera-la-chiesa-1.7719733
Italian «Anche tra i cristiani il rischio dell'ateismo anonimo»
Sept 10, 2013
Il cardinale Scola chiede di guardare in modo positivo al mondo abbandonando condanne e lamenti. E annuncia lo snellimento della Curia di Milano.

S'intitola «Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano», è caratterizzata da uno sguardo positivo sul mondo e sui suoi cambiamenti e rappresenta fino ad oggi il più significativo tentativo di sintonia con il nuovo pontificato da parte di una delle grandi diocesi italiane.


Nella lettera pastorale del cardinale di Milano Angelo Scola, pubblicata oggi, non mancano giudizi realisti sullo stanchezza delle Chiese europee: «La situazione sociale, politica, religiosa dell’Europa mostra tutte le rughe del volto di una madre che per secoli ha portato, a volte con arroganza, il peso della crescente complessità della storia. I cristiani stessi ne condividono la responsabilità». E nonostante alcuni segni incoraggianti di controtendenza, scrive Scola, «occorre ammetterlo con franchezza, anche tra i cristiani ambrosiani esiste il rischio di una sorta di “ateismo anonimo”, cioè di vivere di fatto come se Dio non ci fosse». Una fatica che si percepisce in modo particolare nella «condizione delle generazioni intermedie».

Ma la novità più significativa della lettera è lo sguardo positivo sul mondo che propone. Il mondo è «il campo di Dio», all'origine della realtà c'è «l'iniziativa buona di un Altro» e dunque, spiega il cardinale parafrasando Papa Francesco, bisogna
«lasciarsi sorprendere da Dio». Il «“mondo” ha una dimensione irriducibilmente positiva: è il frutto della grazia» dell'amore di Dio. Un amore che «ci precede sempre e non può essere vinto da nessun male!».

Meditando sulla parabola del grano e della zizzania, Scola invita i cristiani a riconoscere che la mescolanza di bene e male, di apertura e chiusura al progetto buono di Dio «è presente nel cuore di ciascuno di noi», non è qualcosa che riguarda gli altri. E dunque anche se bisogna distinguere il grano dalla zizzania «il giudizio sulla libertà degli uomini non tocca a noi, ma al Padre che guida la storia del mondo».
E dunque «non tocca a noi giudicare in modo definitivo, condannare senza appello» gli altri, i lontani, «perché il cammino della vita si compie solo alla fine e la libertà può sempre ravvedersi. La misericordia di Dio è paziente e non smette mai di sollecitare la risposta dell’uomo». Dunque lo sguardo non si deve fissare prima di tutto sulla zizzania, sul male, ma sul bene che è all'origine, senza inoltrarsi «sui sentieri della condanna, del lamento e del risentimento».

Lo sguardo dei cristiani deve essere paziente. «Non ingenuo, non irenico, tanto meno connivente con il male; ma paziente della stessa pazienza misericordiosa di Dio. Una pazienza capace di diventare, come per Gesù, commozione. È impressionante - osserva Scola - constatare quante volte nel Vangelo viene registrato il fatto che i peccatori non si allontanano, ma si avvicinano a Gesù!».

«Il Figlio dell’uomo semina il seme buono nel campo che è il mondo - scrive l'arcivescovo di Milano - Questo significa che tutto dell’uomo e tutti gli uomini sono interlocutori di Gesù». Come comunicare dunque che la fede è un dono alla portata di tutti? Come superare la diffidenza, in molti diffusa, verso la fede e la Chiesa? Sono le domande che i cristiani ambrosiani sono invitati a porsi.

Scola parla di tre ambiti. Quello degli affetti: «Le persone chiedono di essere definitivamente amate per poter amare definitivamente... L’infelicità degli affetti inaffidabili infesta il campo come la zizzania, anche se non riesce a soffocare il desiderio del bell’amore». Quello del lavoro: «Oggi la situazione è talmente drammatica da scoraggiare ogni discorso che non parta dalla denuncia e dalla protesta. E l’allarme è pienamente motivato».

Servono «scelte politiche ed interventi legislativi tesi a favorire una ripresa economica che offra prospettive occupazionali a tutti». Anche se la «la fame di lavoro può indurre a censurare altri aspetti, quali, per esempio, il rischio che si instaurino forme di precarietà e di sfruttamento ingiustificate, che si trascurino attenzioni per la sicurezza, che si evitino domande sulla qualità etica di ciò che si produce, che ci siano poteri incontrollati – come spesso avviene con la finanza –, che possono decretare il benessere o la povertà, fino alla miseria, di molti senza rendere conto a nessuno». Infine c'è l'ambito del riposo, esperienza «insidiata dalle tentazioni dell’individualismo e della trasgressione».

I cristiani non devono costruirsi «recenti separati», ma confrontarsi con tutti e su tutto, come ha insegnato il cardinale Martini. E l'attenzione «non va posta sul nostro “fare”, ma sul seme buono che il seminatore, Gesù, vi ha gettato. Al cuore della crisi di fede del nostro tempo c’è spesso - osserva il cardinale - l’aver smarrito, o almeno sbiadito, la coscienza della gratuità dell’incontro con Cristo, che sempre ci precede e ci aspetta». Non si tratta «di un progetto, tanto meno di un calcolo. Pieni di gratitudine i cristiani intendono “restituire” il dono che immeritatamente hanno ricevuto e che, pertanto, chiede di essere comunicato con la stessa gratuità».

Il testimone, «quando è autentico, fa sempre spazio all’interlocutore e a tutte le sue domande, di qualunque tipo esse siano... Non è certo un ripetitore di teorie o di dottrine cristallizzate, ma vive delle stesse domande del suo interlocutore, poiché è immerso in quel medesimo campo che è il mondo». E i cristiani, lontani da qualsiasi progetto egemonico, «non cercano la vittoria della propria parte».

La proposta pastorale contenuta nella lettera dell'arcivescovo di Milano vuole innanzitutto «valorizzare la vita ordinaria delle nostre parrocchie, delle unità e delle comunità pastorali, dei coordinamenti pastorali cittadini, delle associazioni e dei movimenti». Ribadisce il criterio fondamentale «della pluriformità nell’unità». Scola chiede ai preti «l’esercizio di un’umile paternità nell’accompagnare i fedeli lungo le vie del mondo all’incontro con i nostri fratelli uomini». E in sintonia con quanto sta facendo il Papa in Vaticano vuole ripensare l’attività della Curia milanese degli uffici diocesani, «equilibrando meglio il nesso tra i soggetti della concreta azione pastorale» e la Curia (che non è un soggetto di pastorale). «In ciò è implicato - spiega - anche il richiamo, sempre attuale, ad evitare una Chiesa troppo preoccupata della sua organizzazione». Gli uffici curiali «dovranno snellire il loro apparato, realizzando un effettivo servizio, agile ed efficace, alla comunione ecclesiale e alla testimonianza sul territorio». E i mezzi dovranno «essere sempre subordinati e proporzionati ai fini», rispondendo all'invito alla povertà evangelica ripreso da Papa Francesco.

«Dobbiamo guardarci - conclude Scola - dal porre in alternativa minoranze creative e cattolicesimo di popolo. L’obiettivo a cui puntare non è tanto una presenza minima creativa, quanto l’essere “nuove creature”, assumendo e sviluppando tutte le dimensioni dell’uomo nuovo senza temere il futuro». In questa prospettiva «i nuovi orientamenti della società plurale» sono da considerare, «più che una minaccia, una opportunità per annunciare il Vangelo dell’umano».

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/27706/
Italian Scola “molle” con don Giorgio... che se ne approfitta e attacca
Sept 03, 2013
Una "gerarchia cieca e ottusa", attorniata da "cani fedelissimi in combutta con il Criminale di Arcore": questi alcuni dei complimenti che don Giorgio de Capitani rivolge al suo arcivescovo Angelo Scola e ai vertici della curia ambrosiana. A vuoto, dunque, l'intervento del cardinale, che si era mosso personalmente con una accomodante lettera nel tentativo di indurre a più miti consigli il problematico prete residente a Monte di Rovagnate.

INSULTI E VOLGARITA'. Il "caso" De Capitani è quello di un sacerdote che scandalizza spargendo insulti e volgarità dal suo sito, segnalato con tanto di bollino rosso per tenere alla larga i bambini. Tra le sue ultime significative sentenze, quella rivolta ai giornalisti, definiti "tutti figli di puttana". E poi, caterve di parolacce indirizzate a Silvio Berlusconi (ha pure rivelato che prega affinchè al Cavaliere venga un ictus), ai ciellini, a chi segue la messa in latino, ai leghisti, sino a quanti osano contraddirlo sul forum del sito.

RELIGIONE FAI DA TE. Alla modesta preparazione teologica e all'esperienza ecclesiale caratterizzata da diversi incarichi marginali, don Giorgio unisce l'incontenibile protagonismo che lo ha spinto a costruirsi una sorta di religione fai da te, frutto delle sue personalissime convinzioni in materia di matrimonio, eutanasia, aborto, sacramenti... La curia ambrosiana, nonostante le proteste di molti fedeli scandalizzati, per tanti anni ha fatto il don Abbondio, limitandosi a richiami e minacce senza seguito. Ora, giunta l'età del pensionamento, da Milano è arrivata una timida richiesta formulata direttamente dal cardinale: a De Capitani viene ordinato di lasciare la frazione di Monte per andare a vivere pochi chilometri più in là, a Dolzago col parroco don Giorgio Salati, dove potrà anche celebrare la messa della 18.

CORREZIONE DI ROTTA. In cambio di tanta comprensione, l'arcivescovo chiede una "significativa e inequivocabile correzione di rotta", ponendo fine agli "interventi inaccettabili suscettibili di sanzioni canoniche" peraltro sollecitati "dalle proteste di numerosi fedeli presso la Curia e la Santa Sede". Nessuna riduzione allo stato laicale, nessun ricovero in una casa di riposo, come molti chiedevano per porre fine allo scandalo.

MINACCIOSA E IPOCRITA. Ma don Giorgio rifiuta e, dal suo sito, offende e sfida Scola, definendo la lettera del porporato "fredda, canonica, minacciosa e ipocrita". "A questo punto - ribatte - non mi vedrai più. Non accetto di essere umiliato. Tu hai preso le tue dure decisioni, ora tocca a me prendere le mie. Preferisco trovare un piccolo locale in zona, fuori dagli ambienti parrocchiali, per essere più libero". Resta da chiarire un punto che, sinora, il "ribelle" con l'8 per mille in tasca non ha mai trascurato: sarà ancora lo sbeffeggiato cardinale a pagargli l'affitto, oltre al vitto e al necessario per spargere insulti da internet?

2 settembre 2013

http://www.corrieredilecco.it/dettaglio.php?id=MjY2OA==&idc=Ng==&idc2=&titolo=19944Scola+%93molle%94+con+don+Giorgio+che+se+ne+approfitta+e+attacca
Italian «Una società è civile quando poggia sulla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna»
Jul 07, 2013
In un’intervista al Corriere della Sera l’arcivescovo di Milano sfida la città a un “rinascimento” che non dimentichi i valori e invita i cattolici a «passare dalla convenzione alla convinzione nel vivere la fede»

«Può un futuro adeguato a una città come Milano, chiamata ad un ruolo internazionale, prescindere da Dio?». È questa una delle domande cruciali che l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola confessa di porsi costantemente e rilancia a tutti nell’intervista realizzata da Giangiacomo Schiavi e pubblicata oggi sulle pagine milanesi del Corriere della Sera. Nel dialogo con il giornalista il cardinale parla della necessità di un «rinascimento milanese», «un rinascimento che ha bisogno di ideali» e in cui dunque non possono che giocare un ruolo di primo piano quei valori di cui non basta parlare ma di cui occorre «fare esperienza».

IL MATRIMONIO TRA UOMO E DONNA. «Milano – dice il cardinale – deve trovare nella sua radice popolare la vocazione di sintesi e la voglia di proporsi all’Europa, oltre che al paese, come la rinnovata Mediolanum, luogo di incontro e intreccio di culture. Per questo non basta parlare di valori, bisogna fare e far fare esperienza dei valori. C’è disagio nella società, è vero. Una società civile è sana quando esalta e non mortifica i corpi intermedi, quando le libertà – di educazione, di intrapresa – sono effettivamente realizzate. Per me una società è autenticamente civile, per esempio, quando poggia sulla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, aperta alla vita. E se dico questo, non mi si può accusare di ingerenza. No. Si deve accettare che io metta questa proposta, sottolineo proposta, al servizio di tutti».

duomo di milanoLA CHIESA NON E’ UN PARTITO. «Può un futuro adeguato a una città come Milano, chiamata ad un ruolo internazionale, prescindere da Dio? Questa domanda io me la porto dentro e la rilancio a tutti, come offerta per aprire un dialogo sul bene comune». In questo contesto Scola identifica l’impegno necessario per i cristiani: «Il nostro impegno – dice – è anzitutto quello di passare dalla convenzione alla convinzione nel vivere la fede. Quel che serve oggi per il bene di tutti è una fede convinta. Un compito. Una responsabilità decisiva per Milano. Una città in rapida transizione». E a chi gli chiede se si riferisca a una Chiesa più interventista l’arcivescovo risponde con parole che richiamano quelle più volte pronunciate da papa Francesco: «La Chiesa non è un partito né un’azienda. Non abbiamo bisogno di agit prop, non dobbiamo conquistare nessuno. Quello che domandiamo è il legittimo diritto di poter manifestare anche pubblicamente, in maniera rispettosa di tutti, dei diritti di tutti, la fede cristiana che è la nostra ragione di vita».

UN’EUROPA SENZA IDEALI. Allargando lo sguardo allo scenario europeo Scola afferma che «un’Europa senza ideali è un problema» e non «ci si può limitare alla querelle infinita intorno alle leggi che regolano l’economia». Illustrando l’importanza del fondo di solidarietà istituito dal cardinal Tettamanzi e oggi ulteriormente rafforzato chiama tutti «credenti e non credenti, uomini e donne di diverse religioni» a lavorare per il bene di Milano. «Ma – avverte – questo “rinascimento milanese” ha bisogno di ideali. L’ideale cristiano è nel Dna di Milano, ci chiama in causa: è un bene comune sul quale dobbiamo edificare. Da Milano possono partire decisivi segnali di cambiamento e l’Expo può essere un volano…».

papa-francesco-udienza«IL GRANDE DONO DI PAPA FRANCESCO». «Questo Pontefice – dice ancora Scola – è un dono. Un gesuita schietto, rigoroso, deciso, vicino ai poveri, capace di interloquire direttamente con il popolo, con le piazze. È un vero testimone, perché i suoi stessi gesti sono un insegnamento. Mette il cristianesimo direttamente davanti alla gente. È un grande dono per noi, per tutta la Chiesa, per la nostra Europa invecchiata e affaticata perché per secoli ha dovuto portare il peso di problematiche complesse. Periferia è una parola scomoda ma affascinante. Penso alla grande periferia di Milano: trent’anni fa era il regno dell’anonimato, poi pian piano ha preso forma anche grazie alle parrocchie. La parrocchia fa tessuto civile, i nostri preti sono un presidio vigile del territorio, si rendono conto per primi dei problemi, li toccano con mano».

http://www.tempi.it/il-cardinale-scola-una-societa-e-civile-quando-poggia-sulla-famiglia-fondata-sul-matrimonio-tra-uomo-e-donna#.UdminVNXHV0
Italian Papa Francesco e il cardinale Scola, primo faccia a faccia dopo il Conclave
Apr 05, 2013
Il pellegrinaggio a Roma di diecimila fedeli dell'arcidiocesi ambrosiana è stato l'occasione dell'incontro tra coloro che, secondo le indiscrezioni, avrebbero ottenuto il maggior numero di voti tra i porporati elettori nel conclave del 2013.

Faccia a faccia tra i due “sfidanti” del conclave in piazza San Pietro. Da un lato l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, entrato Papa in conclave e uscito cardinale, dall’altro Jorge Mario Bergoglio divenuto il primo Pontefice latino americano della storia della Chiesa. Il pellegrinaggio a Roma di diecimila fedeli dell’arcidiocesi ambrosiana è stato l’occasione dell’incontro tra coloro che, secondo le indiscrezioni, avrebbero ottenuto il maggior numero di voti tra i porporati elettori nel conclave del 2013. Un evento fissato da diversi mesi, molto prima della rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, per ricambiare la visita a Milano del Papa tedesco, nel giugno 2012, per il VII Incontro mondiale delle famiglie. Un pellegrinaggio, però, che ha cambiato completamente significato dopo il conclave e l’elezione di Francesco al soglio di Pietro, anche perché per quel trono era dato più che favorito proprio l’arcivescovo di Milano.

Entrato Papa in conclave, Scola, secondo le prime indiscrezioni che stanno lentamente emergendo, avrebbe ottenuto nella prima votazione soltanto 27 voti, deludendo i suoi principali sostenitori, tra i quali il presidente della Cei Angelo Bagnasco, che si aspettavano un risultato che oscillasse tra i quaranta e i cinquanta suffragi. “Mi sono detto una marea di rosari durante le votazioni del conclave”, confessa un cardinale elettore. “Tra uno scrutino e l’altro trascorreva davvero troppo tempo. Bisognava attendere che tutti i porporati recitassero la formula di giuramento e deponessero la scheda nell’urna. Tra di noi non parlavamo mai nella Cappella Sistina, ma lo facevamo a Santa Marta durante le pause tra una sessione di votazioni e l’altra”.

Sempre secondo le prime indiscrezioni sarebbe stato il cardinale Angelo Comastri, la sera del primo giorno del conclave, a incontrarsi con l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, per convincerlo ad accettare l’elezione. Molti porporati elettori, infatti, pur stimando il cardinale argentino, nei primissimi scrutini non votarono per lui temendo che, qualora fosse stato eletto, avrebbe rifiutato, memori anche di quando, otto anni prima, aveva invitato i suoi elettori a convergere su Ratzinger.

Ai fedeli della sua diocesi il cardinale Scola ha sottolineato la gioia di “potere essere tra i primi a incontrare di persona, essere vicini, pieni di affetto al nuovo Papa Francesco, che tanta eco di stupore sta suscitando in tutto il mondo e anche in noi, evidentemente, perché – ha aggiunto il porporato – aiuta soprattutto noi abitanti dell’Europa un po’ stanca a rialzare un pochino la testa dal nostro ombelico e a camminare insieme a Gesù”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/03/papa-francesco-e-cardinale-scola-primo-faccia-a-faccia-dopo-conclave/550184/
English Milan Cardinal Scola quotes Kerouac to youthful flock as speculation on papal chances swirl
Mar 07, 2013
Angelo Scola, the archbishop of Milan, is seen as Italy’s best chance at reclaiming the papacy, following back-to-back popes from outside the country that had a lock on the job for centuries.

By Associated Press, Updated: Wednesday, March 6, 2:49 PM

VARESE, Italy — To illustrate that life is a journey, one of the Italian cardinals touted as a favorite to be the next pope doesn’t just turn to the Scriptures — but also to Jack Kerouac and Cormac McCarthy.

Angelo Scola, the archbishop of Milan, is seen as Italy’s best chance at reclaiming the papacy, following back-to-back popes from outside the country that had a lock on the job for centuries.

For one night last month, during the historic week that saw the shock resignation announcement of Pope Benedict XVI, Scola came across as a simple pastor leading a flock of 20-somethings in a discussion about faith. The powerful cardinal displayed not only an ease with youth but also a desire to make himself understood, a vital quality for a church that is bleeding membership. It was a sharp contrast with Benedict, who was almost painfully shy in public.

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EDITOR’S NOTE: As the Roman Catholic Church prepares to elect a successor to Pope Benedict XVI, The Associated Press is profiling key cardinals seen as “papabili” — contenders to the throne. In the secretive world of the Vatican, there is no way to know who is in the running, and history has yielded plenty of surprises. But these are the names that have come up time and again in speculation. Today: Angelo Scola.

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Quoting from Kerouac’s iconic Beat Generation novel “On the Road,” Scola invited his audience of students to reflect on whether they “were going to get somewhere, or just going.” And he cited McCarthy’s post-apocalyptic father-son journey in “The Road,” urging youths to consider the meaning of “destination” — a key theme in McCarthy’s work.

“The destination is a happy life, an accomplished life that doesn’t end with death but with eternal life,” the archbishop said.

Scola, 71, has commanded both the pulpits of Milan’s Duomo as archbishop and Venice’s St. Mark’s Cathedral as patriarch, two extremely prestigious church positions that together gave the world five popes during the 20th century.

Scola was widely viewed as a papal contender when Benedict was elected eight years ago. His promotion to Milan, Italy’s largest and most influential diocese, has been seen as a tipping point in making him a hot favorite for the papacy. But while Italy has the most cardinals — 28 — participating in the conclave, the Italian contingent is also said to be fractured among those inside the Roman Curia — the Vatican’s bureaucracy — and those outside, where Scola enjoys more support.

Crucially, the Milan and Venice posts have allowed Scola to polish his pastoral credentials, adding human outreach to his already considerable intellectual achievements.

Vatican analyst John Thavis, who recently published “The Vatican Diaries” about the inner workings of the Holy See, recalls visiting Scola in Venice, where he generated “a great deal of enthusiasm” among parishioners, despite sometimes delivering a dense message.

“He is very dynamic, but he has a hard time speaking in simple language. I will be honest with you. There are times when Cardinal Scola can get rolling and you find yourself sort of in the clouds,” Thavis said. “So it would be interesting if he is elected pope to see how he comes out and talks to the people.”

http://www.washingtonpost.com/world/europe/milan-cardinal-scola-quotes-kerouac-to-youthful-flock-as-speculation-on-papal-chances-swirl/2013/03/06/5ed6145c-8640-11e2-a80b-3edc779b676f_story.html
Italian Conclave: in testa ai papabili resta cardinal Scola. La scheda
Mar 06, 2013

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 5 mar - In testa ai papabili e nome di spicco per ereditare le chiavi della Chiesa lasciata anticipatamente da Benedetto XVI resta il cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, Metropolita della Provincia milanese e Capo del Rito Ambrosiano, nato a Malgrate (Lecco) il 7 novembre 1941, da Carlo (1903-1996), camionista e da Regina Colombo (1901-1992), casalinga.

E' il minore di due figli (il fratello Pietro e' morto nel 1983). Ha ricevuto la prima educazione cristiana nella parrocchia di San Leonardo in Malgrate e ha partecipato all'Azione Cattolica (Aspiranti e Giac). E' stato presidente della Gioventu' Studentesca di Lecco. Studente in filosofia all'Universita' Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e' diventato prima vicepresidente e poi presidente della Fuci dell'Arcidiocesi di Milano (1965-1967).

Dottore in Filosofia e in Teologia. E' stato ordinato sacerdote il 18 luglio 1970 nella diocesi di Teramo. Ha conseguito il dottorato in Teologia a Friburgo (Svizzera), nella cui Facolta' di Teologia e' stato assistente di Teologia Morale. Negli stessi anni e fino alla sua nomina episcopale e' stato tra i responsabili di Comunione e Liberazione. Eletto Vescovo di Grosseto il 20 luglio 1991, ha ricevuto l'ordinazione episcopale il 21 settembre 1991 dal cardinale Bernardin Gantin nell'Arcibasilica Liberiana di Santa Maria Maggiore in Roma. Ha svolto il suo ministero pastorale a Grosseto dal settembre 1991 al settembre 1995, riaprendo il Seminario, fondando la Scuola Media e il Liceo Diocesani e dando impulso al rinnovamento dell'iniziazione cristiana e della catechesi.

Nel luglio del 1995 e' stato nominato dal Papa Rettore della Pontificia Universita' Lateranense e due mesi dopo Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia. In qualita' di Rettore e Preside ha promosso la qualita' della vita accademica ordinaria, la formazione di giovani docenti e l'internazionalizzazione dell'Universita', dando vita all'estero a nuove affiliazioni alle Facolta' e a nuove sezioni dell'Istituto Giovanni Paolo II. Il 5 gennaio 2002 e' stato nominato Patriarca di Venezia. Il 3 marzo successivo ha fatto il suo ingresso in Diocesi accolto dal Patriarca emerito, il cardinale Marco Ce'.

Il 9 aprile 2002 e' stato eletto Presidente della Conferenza Episcopale Triveneta. Viene creato Cardinale del Titolo dei Ss. Apostoli da Giovanni Paolo II nel Concistoro del 21 ottobre 2003. Il 28 giugno 2011 viene nominato da Papa Benedetto XVI Arcivescovo Metropolita di Milano. Venerdi' 9 settembre prende possesso dell'Arcidiocesi per procura. Il 21 settembre riceve il Pallio del Santo Padre nella Cappella del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo. Domenica 25 settembre 2011 fa il suo ingresso ufficiale in Diocesi accolto dall'Arcivescovo emerito, il cardinale Dionigi Tettamanzi.

Il 10 novembre 2011 viene eletto Presidente della Conferenza Episcopale Lombarda. Il 21 marzo 2012 viene eletto Presidente dell'Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori. Il 27 aprile 2012 apre in Duomo a Milano il VII Incontro mondiale delle Famiglie. Autore di numerosi volumi e articoli teologici, pastorali e culturali, ha partecipato quattro volte all'Assemblea del Sinodo dei Vescovi: la prima in qualita' di esperto (1987), la seconda come Relatore Generale sul tema ''L'Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa'' (2005), le ultime due volte come Padre Sinodale (2008 e 2012). Membro del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana; Presidente della Conferenza Episcopale Lombarda; Gran Cancelliere della Facolta' Teologica dell'Italia Settentrionale.

http://www.altalex.com/index.php?idnot=61896
Italian Benedetto XVI ha indicato il suo successore: il cardinale Angelo Scola
Mar 03, 2013

Redazione- 1 marzo 2013- Circola un documento segreto, il quale rivela che Benedetto XVI avrebbe già deciso il suo successore: il nuovo papa sarà Angelo Scola, il cardinale vicino a Comunione e Liberazione.

Insomma si sarebbe tenuta una trattativa inter nos all’interno del Vaticano in cui il designato sarebbe stato Scola, voluto da Ratzinger.

Tutte queste dichiarazioni sono state smentite ovviamente e definite ‘prive di fondamento’.

Certo è che le dimissioni lucide e meditate di Benedetto XVI portano dubbi sulla crisi del suo pontificato.

http://www.articolotre.com/2013/03/benedetto-xvi-ha-indicato-il-suo-successore-il-cardinale-ettore-scola/146118
Italian Il Cardinale Scola a Milano: bilancio del suo primo anno
Jul 16, 2012
Un lavoro intenso e straordinario: risultati e prospettive

Il Cardinale Angelo Scola, poco più di un anno fa, veniva trasferito dalla sede patriarcale di Venezia a quella arcivescovile di Milano. Un trasferimento poco frequente nella Chiesa cattolica e segno dell'importanza che il Santo Padre Benedetto XVI dava e dà a tale nomina. Milano è da sempre una delle diocesi più estese territorialmente e più popolose dell'Orbe cattolico, ma la sua importanza è testimoniata soprattutto dalla sua storia e dal suo contesto nazionale ed internazionale. Solo nel XX secolo ha espresso ben quattro Pontefici: Pio X, Pio XI, Giovanni XXIII e Paolo VI. E' evidente, quindi, che il carico di attese sulle spalle di Angelo Scola era ed è notevole. Peraltro, il suo curriculum umano, culturale, accademico e pastorale è di altissimo livello e assolutamente opportuno nell'attuale momento storico che la Chiesa ambrosiana e quella italiana stanno vivendo.

Angelo Scola ha vissuto un anno che definire intenso e fecondo è riduttivo. Si è “gettato” nell'impegno pastorale e nella conoscenza approfondita della sua nuova Diocesi, che peraltro gli ha dato i natali e in cui ha mosso i passi fondamentali della sua crescita umana e spirituale, senza con questo trascurare i molteplici impegni che gli derivano dal peso internazionale della sua personalità poliedrica e attenta al dialogo culturale ed ecumenico.

Il frutto più importante del suo lavoro è rappresentato dai cinque giorni del VII Congresso Mondiale delle Famiglie, che ha visto riunite a Milano centinaia di migliaia di persone e tante personalità di vari Paesi del mondo. Negli ultimi tre giorni inoltre l'evento ha avuto un protagonista eccezionale: il Santo Padre Benedetto XVI, che ha concluso il Congresso con una straordinaria celebrazione eucaristica di fronte a un milione di persone. Milano non aveva mai assistito ad un evento di questo genere, sia per la qualità dei contributi intellettuali portati che per le iniziative concrete sviluppate e proposte.

La preparazione di questo evento così complesso e impegnativo non ha impedito al cardinale Angelo Scola di predisporre il nuovo “modulo organizzativo” della Diocesi. Anzi, mettendo alla prova tutte le energie intellettuali e personali, ha saputo capire quali scelte andavano operate per far compiere all’arcidiocesi di Milano un nuovo salto di qualità che confermi ed ampli il pur importante lavoro portato avanti dai suoi immediati predecessori, i cardinali Martini e Tettamanzi. Scola si prepara a sviluppare un progetto che saprà certamente completare il lavoro dei suoi Predecessori, e, con sforzo sinergico a quello portato avanti da Benedetto XVI, saprà rinnovare il ruolo della Chiesa sia nella realtà milanese e lombarda che nel contesto italiano ed europeo.

Milano è da sempre il luogo del rinnovamento e delle novità. In questa prospettiva, di cui Angelo Scola è assolutamente consapevole, egli dispiegherà tutte le sue indubbie capacità umane e intellettuali e continuerà a preparare le nuove svolte di cui il mondo cattolico e la società italiana ed europea hanno bisogno.

http://www.laperfettaletizia.com/2012/07/il-cardinale-scola-milano-bilancio-del.html
Italian Il cardinale Scola e la polemica inopportuna su CL
May 06, 2012
Da 21 anni ormai senza rapporti con Comunione e Liberazione, è davvero il Vescovo di tutti

Alcuni giornalisti, pur sapendo molto bene che l'Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, non fa parte da 21 anni del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, gli tendono spesso provocazioni o trappole durante incontri pubblici, convegni o in conferenze stampa. In sostanza, qualunque episodio che riguardi CL, la questione morale, Formigoni o presunte tangenti, viene utilizzato per rivolgere domande fuori luogo al Cardinale Scola, solo per cercare di metterlo in imbarazzo. Questo è un modo di fare giornalismo che non tiene conto della verità, che ha l'obiettivo di gettare discredito, di fare attacchi gratuiti e pesanti e di travisare volutamente i fatti e le notizie. Il tutto semplicemente perchè questi giornalisti, che avversano politicamente CL, vogliono denigrare e diffamare un arcivescovo che ha il peccato, ai loro occhi, di essere stato un amico fraterno di don Giussani, leader storico di tale movimento.

Il Cardinale Scola è stato vescovo di Grosseto, Patriarca di Venezia e ora da otto mesi è Arcivescovo di Milano, e in questo lasso di tempo non ha mai frequentato CL e il suo movimento perché, giustamente, egli si considera vescovo di tutti. Del resto Scola, alla riunione annuale con i giornalisti di Milano nel giorno di San Francesco di Sales, aveva chiesto loro di evitare di etichettarlo come ciellino.

Chi è allora un Vescovo di tutti? Facciamo riferimento al magistero ecclesiastico, alla Scrittura e alla Tradizione. Il Vescovo, ancor prima d’essere ministro del culto, pastore dei fedeli, maestro della comunità, è un uomo chiamato e assunto fra gli altri uomini (cfr. Eb 5, 1), un eletto, un preferito. Tutti ricordano la definizione che Gesù ha dato di Se stesso: "Io sono il buon Pastore" (Gv 10, 11): immagine semplice, espressiva, attraente, confortante. Ma anche immagine grande ed eroica, se pensiamo che Gesù ha detto d’essere buon Pastore per il fatto ch’Egli dà la sua vita per il suo gregge, consacra cioè al suo gregge, cioè all’umanità, a ciascuno di noi, il suo amore, l’amore più grande: «Nessun amore è più grande, dice ancora il Signore, di quello di colui che dà la vita per coloro che ama» (Gv 15, 13). E tutti ricordano la figura del buon Pastore che porta sulle spalle la pecora ritrovata (Lc 15, 1-7). E’ la prima dell’iconografia cristiana: ancor prima di presentare l’immagine del crocefisso, l’arte e la pietà dei cristiani antichi fissarono lo sguardo sull’immagine di Gesù buon Pastore. Così i primi cristiani delinearono e scolpirono Gesù, così lo pensarono, così lo pregarono: il cristianesimo primitivo intuì ciò che noi stessi, con la nostra teologia e con la nostra devozione, ancora comprendiamo e adoriamo, Gesù-amore.

Il pensiero di Gesù-amore, Gesù-Pastore, è presente per il fatto che lo cerchiamo non solo nel ricordo e nell’immagine nella missione del Papa e dei Vescovi. Tutti a Milano, per esempio, guardano al ministero del Vescovo Angelo Scola, al suo compito di guidare, ammaestrare, santificare la Chiesa di Milano, in nome di Cristo, unico e sommo Capo della Chiesa, come servizio di amore. Servizio per tutti, e non già solo per un movimento ecclesiale, come erroneamente e falsamente viene scritto per delegittimarlo. Tutti comprenderanno allora come bisogna giudicare la Chiesa, come aderirvi, per amore e con amore, come difenderla, come servirla. E comprenderanno come amando la Chiesa incontrano e amano Cristo, “Vescovo e Pastore - così scrive S. Pietro (1 Petr 2, 25) - delle vostre anime”.

http://www.laperfettaletizia.com/2012/04/il-cardinale-scola-e-la-polemica.html
Italian Cattopolitica/ Unioni civili, l’ira di Scola. Rumors: il cardinale spinto a reagire a causa dei laici del PD milanese
Apr 11, 2012

Tanto tuonò che piovve. Il cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, ha alzato la voce sulle unioni civili. E lo ha fatto con un’intervista a Famiglia cristiana, nel corso della quale ha detto una volta per tutte che “Le unioni civili sono materia che riguarda il Parlamento e non le amministrazioni locali”. Una vera e propria “scomunica” al progetto che da tempo la giunta milanese guidata da Giuliano Pisapia sta portando avanti. E che ha causato malumori anche negli ambienti ecclesiastici sentiti da Affaritaliani. “Scola aveva deciso di non alzare la voce sull’argomento fino a dopo la visita del Papa a Milano (il VII Incontro mondiale delle Famiglie, N.d.R.). Ma è stato costretto a farlo dai laici del PD milanese. Troppo laici, da un certo punto di vista”. Infatti, come Affaritaliani ha già scritto, Scola non avrebbe voluto sollevare polemiche prima dell’Incontro mondiale.

IL PD SPACCATO - Ma l’eterna lotta tra le due anime del PD, quella laica contro quella cattolica (una parte di quest’ultima – a quanto si dice a Palazzo Marino – in cerca di “accreditamento” presso la Curia meneghina), lo avrebbe spinto ad agire. Sia pure con circospezione: “Non è un caso – dice la fonte – se il cardinale non accenna mai nell’intervista a Pisapia o al possibile registro delle unioni civili che vorrebbe varare a Milano. Proprio per evitare uno scontro frontale che al momento non ha motivo di essere”. In ogni caso, Scola è stato molto chiaro con il settimanale dei Paolini: “Generare e riconoscere veri e propri diritti soggettivi - osserva il cardinale - non è oggetto proprio di provvedimenti amministrativi: questo è il compito del potere legislativo”, tanto che “operazioni di questo tipo possiedono una preoccupante connotazione ideologica che contraddicono la stessa Costituzione, che all'articolo 29 riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio: il nome famiglia non si addice ad altre forme di convivenza”.

IL TENTATIVO FALLITO - La presa di posizione del cardinale arriva dopo quanto scritto da Affari all’inizio di questo mese: il PD milanese stava cercando una mediazione in stile “democristiano” per superare l’impasse, ossia quella di proporre l’istituzione di un registro di tutte le coppie di fatto, non solo quelle omosessuali (come ad esempio un paio di amici che coabitano nello stesso appartamento, o il parroco e la perpetua). Un argomento, proposto dalla parte cattolica più “dialogante” e meno “intransigente”, disposta a concedere qualcosa ai laici del partito democratico. “Ma dopo le parole del cardinale è tutto in discussione, a questo punto”, fanno sapere da Palazzo Marino.

http://affaritaliani.libero.it/milano/cattopolitica-unoni-civili-280312.html?refresh_ce
Italian Il cardinale Scola a Famiglia Cristiana
Feb 29, 2012
L'arcivescovo di Milano ha visitato la sede del nostro settimanale incontrando paolini e dipendenti. Da lui un incoraggiamento a proseguire il cammino a servizio del Vangelo.

«Per il credente di oggi è giunto ormai il tempo di superare la divaricazione tra fede e vita». Questo, riprendendo Paolo VI, uno dei passaggi più significativi del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che nel tardo pomeriggio si è recato presso la sede di Famiglia Cristiana per una visita di cortesia e uno scambio franco sulle questioni più urgenti della Chiesa. Facendo riferimento alle esperienze fondamentali dell'umano - lavoro, affetti e riposo - Scola, eminente teologo ancor prima di essere nominato vescovo, ha ritenuto profetica la decisione di mettere a fuoco proprio queste tre dimensioni nel titolo di Family 2012, il grande incontro delle famiglie che si terrà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno. Insomma, è proprio lì, sul terreno della quotidianità, che la vita degli uomini si gioca.

Si tratta in altre parole di «certificare il "sì di Dio" all'amore umano e alla nostra intelligenza per portare la gioia nel mondo», ha specificato il cardinale, sottolineando che «tutta la realtà è per tutto l'uomo» e che «il nodo fondamentale di quella che si chiama "nuova evangelizzazione" sta nel dimostrare che tutto richiama Cristo senza fratture con la realtà creata». Dunque, niente "mistica dei lontani" per i cristiani, vale a dire il sentirsi riserva protetta all'interno della Chiesa cercando di "riconquistare" alla fede, appunto, i "lontani", quelli che "non praticano". «Piuttosto puntare sulla «dimensione della gioia e della libertà, a cui i nostri contemporanei sono molto affezionati in contrapposizione al binomio verità-ragione tipico della modernità», ha poi specificato Scola. Questo fatto, secondo l'arcivescovo, «riflette esattamente la mentalità e i modi di Gesù nell'incontrare le persone: in questo abbiamo in questo tempo una grande opportunità che ci viene dal vangelo».

Un avvicinamento al dato di realtà, dunque, con un occhio di riguardo al mondo della scienza: «Non possiamo parlare ai giovani di Cristo e della fede prescindendo dalla scienza e dal dato scientifico, altrimenti rischiamo di perdere una generazione di credenti». L'osservazione del pastore, preceduta dai dati comunque non sconfortanti sulla pratica della Messa in Italia rispetto ad altri Paesi (30% di praticanti regolari, oltre il 70% vanno a Messa almeno una volta all'anno in occasione delle feste comandate o di funerali o di matrimoni), ha posto anche un limite di tempo preciso: «Abbiamo 10 anni per integrare nel cammino formativo cristiano la realtà della scienza, pena il rischio suddetto: perdere un'intera generazione».

Il cardinale Angelo Scola non ha mancato poi di fare riferimento ai mass-media, al loro essere parte essenziale e imprescindibile della cultura e del mondo attuali, un vero "ambiente vitale" in cui viviamo e ci muoviamo. Ha richiamato i giornalisti, come aveva già fatto il 28 gennaio scorso incontrando i professionisti milanesi della stampa, al tema della verità: «Il grande nemico del vostro lavoro è il verosimile, comoda scorciatoia per ingenerare il sospetto». Il riferimento esplicito, ha spiegato Scola, è a quanto alcuni giornalisti fanno passare quanto  al suo passato nel movimento di Comunione e Liberazione: «Quando fui nominato vescovo mi incontrai con don Giussani e decidemmo insieme che le nostre strade di lì innanzi si sarebbero  separate, pur nel comune amore per la chiesa», ha rivelato l'arcivescovo. «E con Formigoni da molto tempo ci vediamo solo una volta all'anno per i saluti natalizi», ha aggiunto sorridendo.

Infine, l'arcivescovo ha incoraggiato religiosi e dipendenti laici del Gruppo editoriale San Paolo a proseguire nel difficile lavoro di presentare secondo "verità" la realtà sociale, politica, ecclesiale ed economica, in continuità con la grande intuizione del beato Giacomo Alberione che fondò un giornale con un nome quanto mai attuale e profetico per l'oggi della società: Famiglia Cristiana.

http://www.famigliacristiana.it/chiesa/news_1/articolo/il-cardinal-scola-visita-famiglia-cristiana_230212192031.aspx
Italian Cardinale Scola: “Formigoni e la Cl? Io non c’entro niente”
Feb 18, 2012

MILANO – L'arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, ha detto di ''non entrarci niente'' con quello che fa il governatore della Lombardia Roberto Formigoni. ''Negli ultimi venti anni – ha detto Scola, come Formigoni ritenuto vicino a Cl – ci siamo visti si' e no una volta all' anno a Natale''. La frase di Scola e' arrivata mentre il cardinale ammoniva i giornalisti a ''non confondere verita' e verosimile''.

''Dicono – ha detto Scola -: 'sono nati entrambi a Lecco, hanno militato entrambi in Cl, sono stati amici per tanto tempo. Sara' mai possibile che Scola non c'entri niente con Formigoni?' Non c'entra niente''.

Scola ha anche precisato, riguardo la propria militanza in Cl, di ''non aver partecipato a riunioni organizzative e di non conoscere ormai tutti quelli che hanno meno di sessant'anni'' stigmatizzando l'uso giornalistico di tirarlo in ballo quando si parla dell'organizzazione.

Secondo l'arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ''da parte delle istituzioni c'e' un eccesso di gestione su scuola e universita': dovrebbero fare un passo indietro, governare e non gestire''.

Scola, che ha partecipato oggi a Milano a un dialogo con i giornalisti, rispondendo alle sollecitazioni del direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, e di altri cronisti in platea, ha spiegato che lui ''non rinuncera' a narrare la bellezza di una scuola libera, che non e' scuola privata a meno che non si abbia una concezione sbagliata del privato''.

''Sono profondamente convinto che nella nostra societa' italiana chi governa deve avere il coraggio di fare cambiamenti perche' ai giovani sia data la possibilita' di guardare al futuro in maniera diversa'': e' quanto afferma l'Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, che ha partecipato a un dialogo con i giornalisti a Milano.

''Ai giovani – ha detto il cardinale – dico sempre di diffidare di chi dice loro che sono il futuro: per essere il futuro gli dico 'dovete essere prima il presente'''.

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/cardinale-scola-formigoni-e-la-cl-io-non-centro-niente-1098142/
Italian Incontro della stampa milanese col cardinale Scola
Feb 18, 2012

Sono stati  oltre duecentocinquanta i  giornalisti e operatori della comunicazione che hanno partecipato sabato 28 gennaio, all’incontro organizzato dalla Diocesi di Milano in occasione della festa del patrono san Francesco di Sales presso l’Istituto dei Ciechi di Milano di via Vivaio, 7. Noi di 2duerighe siamo stati invitati all'incontro, che è stato di grande interesse sia  per le cose discusse e per il confronto con i colleghi di altre testate.

Ha introdotto la discussione don Davide Milani, Responsabile Comunicazione Arcidiocesi di Milano, che ha dato per primo la parola  al Direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, il quale ha posto all'arcivescovo alcuni quesiti in merito alla professione di giornalista, in relazione ai  cambiamenti che vive oggi  la comunicazione, sulle modalità con cui il giornalista deve affrontare i temi delle difficoltà economiche e sociali che vive oggi la società. Questiti a cui l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ha risposto molto approfonditamente,   premettendo che per fare il bravo giornalista bisogna esporsi con cosapevolezza, prendendo in considerazione l'etica e usando un linguaggio chiaro e comprensibile a tutti.

Poi citava S. Francesco di Sales i cui consigli sono ancora oggi quanto mai attuali e necessari: “Quando parlo del prossimo, la mia bocca nel servirsi della lingua è da paragonarsi al chirurgo che maneggia il bisturi...... “ e ancora: “Il tuo modo di parlare sia pacato, schietto, sincero, senza fronzoli, semplice e veritiero. Tieniti lontano dalla doppiezza, dall’astuzia e dalle finzioni. È vero che non tutte le verità devono sempre essere dette; ma per nessun motivo è lecito andare contro la verità”, ma anche: “Occorre seguire l'interpretazione più benevola del fatto. Bisogna agire sempre in questo modo, Filotea, interpretando sempre in favore del prossimo; e se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma sempre la tua attenzione al più bello…”.

Nell'incontro, c'è stato tempo per alcune domande poste da alcuni dei tanti giornalisti presenti, che cercavano  risposte dall'Arcivescovo, in merito alla scuola, alla politica, alle difficoltà vissute dai giovani. Anche a queste domande il prelato ha risposto esaustivamente, tornando sulle questioni legate al mestiere del giornalista, dicendo: “Occorre che ogni soggetto dica le sue ragioni nel dibattito pubblico soprattutto sulle questioni decisive come l'amore, le differenze sessuali, la famiglia, la vita, la morte, perché sono questioni che ci bruciano addosso tutti i giorni”. Aggiungendo: “Il giornalismo ha due nemici: il primo è la falsa oggettività. È importante come si pone il giornalista quando narra il fatto di cronaca, se dichiara il suo pre-giudizio sulle cose. Il pre-giudizio è inevitabile, dunque dichiararlo è condizione di rispetto nei confronti delle persone e dei fatti. Il secondo nemico è la verosimiglianza, scambiare la verosimiglianza con la verità”.

Da questa osservazione sul pre-giudizio, il cardinale Scola ha preso spunto per fare un esempio che lo riguardava personalmente dicendo: “Per il solo fatto che sono nato nello stesso paese di Formigoni, per aver condiviso  in gioventù le sue stesse idee, ancora oggi vengo additato come militante di CL, ma così non è perchè, negli ultimi venti anni, vedo Formigoni si e no una volta all'anno a Natale”. Dopo essersi tolto questo sassolino dalle scarpe che sicuramente lo accompagnava fin da quando si parlò dlla sua nomina a cardinale di Milano, Scola ha anche fatto riferimento al  libro “IL VESCOVO”  del cardinale Carlo Maria Martini, nel quale vi sono parecchi consigli su come intrattenere i rapporti con la stampa, considerandoli di grande importanza per la comunicazione verso i fedeli.

Tanti altri i concetti affrontati tra cui quello della povertà, per la quale il cardinale Scola sottolineava l'importanza di “possedere con distacco”. Certo a questo proposito la Chiesa non sempre ha dato l'esempio, dimenticando il suo primiero compito che è quello di annunciare Cristo, prediligendo il potere da esercitare sotto varie forme. Ma qui non è il caso di approfondire questi aspetti che metterebbero sotto i riflettori una “Chiesa” bramosa di potere e di denaro. Lasciamo alla coscienza di ognuno le proprie riflessioni, secondo la luce e la propria conoscenza, sapendo che tutti dovremo render conto a Dio del nostro operato, proprio in rapporto al “talento” che abbiamo ricevuto dal Lui.

Al termine dell'incontro il cardinale Scola ha partecipato, insieme agli intervenuti, all’“Aperitivo al buio” offerto dall’Istituto dei ciechi, un esperienza interessante per capire il mondo dei portatori di questo handicap visivo dove, in assenza di luce e di immagini, si comprende meglio l'importanza della parola.

http://www.2duerighe.com/lombardia/milano/4056-incontro-della-stampa-milanese-col-cardinale-scola.html
Italian Scola: «Ho il cuore pieno di dolore Milano sia un esempio per tutti»
Jan 25, 2012

«È un misfatto che riempie il cuore di indignazione ma soprattutto di dolore. Fa emergere la forza del male nella nostra vita personale e associata».
Il cardinale Angelo Scola entra nel tempio civico di via Torino accompagnato dal comandante dei vigili, Tullio Mastrangelo. È la festa di san Sebastiano martire, patrono dei vigili: a lui è dedicata la chiesa. Parla di Nicolò Savarino, l'agente di polizia locale ucciso.
L'arcivescovo è di ritorno dalla camera ardente di Nicolò, ha parlato a lungo con i familiari, ora si rivolge ai vigili presenti, a tutti coloro che come lui si spendono per consentire alla società di vivere. Offre «grande riconoscenza, «solidarietà e vicinanza per il grave lutto», «sostegno e riconoscimento verso quanti, come voi, servono la vita comune a vantaggio di tutti».
Quando nomina Nicolò, la commozione corre tutto attorno la chiesa strapiena. In prima fila siedono il sindaco, Giuliano Pisapia, il vicesindaco Mariagrazia Guida e l'ex vicesindaco Riccardo De Corato, l'assessore Marco Granelli. Scola chiede di «suscitare uomini capaci di virtù ed edificazione personale e sociale». Il pensiero va all'esempio di Nicolò. Parla di «pro-vocazione al cambiamento personale» prima di sollevare lo sguardo sull'intera città, su tutta Milano e sull'importanza del suo cambiamento in direzione di «un'amicizia civica», di «un essere insieme da scegliere come bene politico», verso «una vita buona». Una città dove la morte di Nicolò, viene da pensare, semplicemente non sarebbe stata possibile.
Milano è anche lei un po' caput mundi, «una città come la nostra deve lottare perch´ cose di questo tipo non si ripetano» e «il cambiamento della metropoli decide per le sorti di tutta l'umanità, non solo dell'Italia e del mondo».
Non è facile credere al bene quando il male assedia e sembra avere l'ultima parola, come nel caso del vigile travolto nel tentativo di fare il proprio dovere, dei due clochard uccisi dal freddo («i due uomini di strada», li chiama con delicato realismo il cardinale), delle «vittime della nave Costa». Eppure è il paradosso della fede, che indica ai battezzati («e la stragrande maggioranza della nostra diocesi è composta di battezzati, sacramento che non si scioglie mai») la resurrezione di Cristo «come garanzia per restare lieti nella prova». Il pensiero più confortante davanti alla morte: Gesù è risorto e risorgeremo anche noi.
Scola rilegge la beatitudine appena proposta dal Vangelo: «Vi insulteranno e disprezzeranno a causa del Figlio dell'Uomo. rallegratevi in quel giorno». Commenta: «Luca indica una strada assai paradossale e controcorrente, uno stile rovesciato che va contro la logica del mondo». Lo stile di un semplice uomo che, con la sua piccola bici, sfida Golia sul Suv.

http://www.ilgiornale.it/milano/scola_ho_cuore_pieno_dolore_milano_sia_esempio_tutti/21-01-2012/articolo-id%3D568099-page%3D0-comments%3D1&ct=ga&cad=CAcQAhgAIAAoATACOAJA583r-ARIAVAAWABiAml0&cd=v3EPkP7kuEc&usg=AFQjCNHpTnAlRJNaJvofx1gsiCKjsGt6aQ
Italian Il cardinale Scola in cima ai bestseller con la lettera di Natale
Nov 26, 2011
L'arcivescovo celebrerà personalmente la Messa in Duomo domani pomeriggio alle 17 e 30, in occasione della seconda domenica d'Avvento. La scorsa settimana erano accorsi in cattedrale settemila fedeli

Angelo Scola in testa alla classifica dei best sellers. Secondo il noto e specializzato sito internet www.ibuk.it, l'arcivescovo di Milano guida la top ten dei libri più venduti con il testo «Natale: Egli è con noi qui ed ora. Lettera per la visita alle famiglie» edita da ITL, Centro Ambrosiano. La lettera, venduta fino ad ora in 800mila copie, può contare su un prezzo adatto a tutte le tasche: trenta centesimi.
L'immagine scelta per la copertina è la Natività Mistica di Botticelli, in mostra alla Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana di Milano e proveniente dalla National Gallery di Londra.
La lettera alle famiglie «Natale: Egli è con noi qui ed ora» sta entrando nella case dei fedeli della Diocesi di Milano soprattutto grazie ai sacerdoti, alle religiose e ai laici impegnati nella benedizione della case, gesto tipico dell'Avvento ambrosiano.
Altro gesto forte dell'Avvento in Diocesi è la Messa con l'Arcivescovo Angelo Scola nel Duomo di Milano, in programma per domani, domenica alle ore 17,30. È una novità la predicazione dell'arcivescovo in Duomo lungo le domeniche d'Avvento: in questo modo il cardinale Scola vuole proporre un itinerario di catechesi verso il Natale, ispirato dalla Parola di Dio che la liturgia ambrosiana domenicale in Avvento offre all'ascolto dei fedeli. Il tema della predicazione del cardinale Scola per domani è: «Da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo»

http://www.ilgiornale.it/milano/il_cardinale_scola_cima_bestseller_lettera_natale/cronaca-attualit-scola_avvento_bestseller/19-11-2011/articolo-id=557827-page=0-comments=1
Italian Il cardinale Scola: «Non cedere a violenza e furbizia»
Nov 09, 2011

«Qual è l'uomo che non è smarrito di fronte alla morte? Tutti lo siamo, poco o tanto, così siamo portati a rimuoverla durante la giornata». L'arcivescovo Angelo Scola celebra nella basilica di sant'Ambrogio nel ricordo dei defunti di tutte le guerre, poi al Cimitero maggiore, infine in Duomo. E parla di un tema che tocca ogni persona, anche se poi si fa a gara per pensarci poco. O nulla. E cioè, per dirla con san Francesco, sora nostra morte corporale.
Si commenta il Vangelo di Giovanni, «come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole». Scola cita due pensatori e due diverse, contrapposte idee del mondo: il filosofo Theodor Adorno, convinto che «gli uomini crepano e basta» e il poeta Rainer Maria Rilke, con «la morte che fiorì dalla vita in cui ciascuno penso amò e sofferse». Inutile dire da che parte sta. Il cardinale invita ancora una volta ad andare a trovare i cari defunti: «Visitare i cimiteri, celebrare l'eucarestia per i defunti, implica recuperare il senso della vita, nell'oggi».
Un senso pieno e sereno della vita e della morte aiuta anche ad affrontare momenti difficili come quelli che attraversiamo senza abbandonare per sfiducia i valori portanti: verità, giustizia, libertà e amore. Dice Scola: «Furbizia, compromesso ignobile e, Dio non voglia, persino la violenza. So che è forte la tentazione in un momento di smarrimento, di profonda trasformazione che ha cambiato in vent'anni il volto della nostra Milano, della Lombardia e del Paese».
L'arcivescovo capisce le ragioni dello sconforto: «Il travaglio che stiamo attraversando, la grave crisi che morde la pelle di molti di noi, con la perdita di posti di lavoro, l'incertezza per il futuro, la difficoltà di integrazione per chi viene da lontano possono deprimerci, angosciarci, indurci a cercare vie più brevi che abbandonano i pilastri della vita sociale: virtù, giustizia, libertà e amore». Una tentazione a cui non cedere: «Va respinta, nel quotidiano di ciascuno di noi, a cominciare dallo stile di vita personale e associato»

http://www.ilgiornale.it/milano/il_cardinale_scola___non_cedere_violenza_e_furbizia/03-11-2011/articolo-id=555011-page=0-comments=1
Italian Il cardinale visita le tombe di Manzoni e don Giussani
Nov 09, 2011

Alessandro Manzoni e don Luigi Giussani, il figlio dei giansenisti e il padre dei ciellini, una breve sosta silenziosa davanti al primo e un Eterno riposo per il secondo. Sono le due tombe che il cardinale Angelo Scola ha scelto di visitare ieri dopo la messa con la quale ha concluso, al Cimitero Monumentale, le celebrazioni del Giorno dei Santi: quei santi «a cui dobbiamo guardare» come «costruttori di civiltà» in «questo momento assai critico che stiamo attraversando» e quali modelli da imitare per «uscire dal travaglio che sta mettendo a dura prova le nostre terre e tutto il Paese». Santi e defunti da considerare, questo il filo conduttore della giornata nelle due omelie pronunciate in Duomo prima e al Monumentale poi, non con quella «nostalgia sentimentale rivolta al passato» che talora segna le visite al cimitero ma con la «certezza della fede nel futuro della resurrezione». Scola ripete che è questo, non il ricorso a chissà quali «meccaniche e magie», a consentirci di restare «veramente in contatto con coloro che sono già dall' altra parte» ricevendone un «aiuto a riconoscere il senso pieno della vita e la necessità di una società giusta»: se anzi non trasferissimo questi modelli del nostro «stile di vita» - puntualizza il cardinale - allora «avrebbero ragione quanti dicono che i cristiani sono soltanto gente pusillanime» che «di fronte alla paura della morte» riesce solo a «inventare quelle che per certi intellettuali - dice in Duomo e al Monumentale - sono favole e basta: no, fratelli e sorelle, la resurrezione non è una favola». Così l' arcivescovo li elenca, i santi anche lombardi da non dimenticare: «costruttori di civiltà» e «protagonisti di edificazione sociale» come «la Beata Marianna Sala, San Riccardo Pampuri, il Beato Luigi Talamoni, Santa Gianna Beretta Molla, il Beato Luigi Monza, il Beato Carlo Gnocchi, il Beato Padre Vismara, la Beata suor Enrichetta Alfieri, il Beato Serafino Morazzone». Il quale tra l' altro fu proprio quel don Serafino, venerabile curato di Chiuso appena fuori Lecco, che Manzoni ebbe per confessore: e l' autore dei Promessi sposi - spiegherà il cardinale nel pomeriggio motivando la scelta della sua tomba fra tante - ha «molto di attuale da insegnare anche alla nostra società». Società «plurale», ha ricordato ancora una volta Scola, che tutte quelle numerosissime figure come Santa Caterina da Siena e San Giovanni Bosco, San Tommaso Moro e San Massimiliano Kolbe hanno contribuito a «illuminare» con le loro storie di «carità operosa, educazione illuminata, concordia civile: tutti fattori - ha concluso - che appartengono per diritto all' identità europea». Paolo Foschini RIPRODUZIONE RISERVATA **** L' agenda Le messe presiedute oggi dal cardinale Ore 10 Sant' Ambrogio, messa per i defunti di tutte le guerre Ore 15.30 Messa per i defunti al Cimitero Maggiore Ore 17.30 Messa per i defunti in Duomo Ore 15.30 Altre messe celebrate dagli ausiliari nei cimiteri di Baggio, Bruzzano, Chiaravalle, Greco, Lambrate

http://archiviostorico.corriere.it/2011/novembre/02/cardinale_visita_tombe_Manzoni_don_co_7_111102010.shtml
German Kardinal Scola wird 70
Nov 09, 2011
Mailands prominenter Bischofssitz ist wieder einmal Wirkungsort eines renommierten Theologen

Mailand, 05.11.2011 (KAP) Kardinal Angelo Scola, Erzbischof von Mailand, vollendet am Montag sein 70. Lebensjahr. Der Italiener zählt zu den profiliertesten Theologen im Kardinalskollegium. Im Juni berief ihn Papst Benedikt XVI. an die Spitze der nach Rom prestigeträchtigsten Diözese in Italien; zuvor war er seit 2002 Patriarch von Venedig.

Scola wurde am 7. November 1941 in Malgrate am Comer See als Sohn eines Lastwagenfahrers geboren. Nach dem Studium in Mailand und der Priesterweihe 1970 schrieb er an der Schweizer Universität Fribourg seine theologische Doktorarbeit. 1979 wurde er dort Assistent des bekannten deutschen Philosophen Otfried Höffe; es folgte ein Lehrauftrag für Moraltheologie.

1982 wechselte Scola als Professor an die Lateran-Universität in Rom. In jenen Jahren war er auch Berater der vatikanischen Glaubenskongregation. Bis zu seiner Bischofsweihe 1991 war er zudem in der geistlichen Bewegung "Communione e liberazione" aktiv.

1991 betraute Papst Johannes Paul II. Scola mit der Leitung der toskanischen Diözese Grosseto. Vier Jahre später kehrte er nach Rom zurück und wurde Rektor der Lateran-Universität. Dieses Amt bekleidete er bis zu seiner Ernennung zum Patriarchen von Venedig im Jänner 2002; ein Jahr später wurde er Kardinal. Scola ist Mitglied der vatikanischen Gottesdienstkongregation und der Kleruskongregation. Außerdem gehört er dem Laienrat sowie den Kurienbehörden für Familie, für Kultur und für die Neuevangelisierung an.

Der Erzbischof der nach Rom zweitwichtigsten Diözese Italiens hat jenen Bischofsstuhl inne, auf dem bereits die Heiligen Ambrosius (339-397) und Karl Borromäus (1538-1584) saßen. Scolas Äußerungen, seine Predigten und gesellschaftlichen Kommentare finden Resonanz in den Medien des ganzen Landes. Als Erzbischof von Mailand steht er in der öffentlichen Wahrnehmung auf einer Stufe mit dem Vorsitzenden der Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco von Genua.

Schon lange vor seiner Ernennung für Mailand galt Scola als Favorit für die Nachfolge von Kardinal Dionigi Tettamanzi, der Ende Juni mit 77 Jahren sein Amt als Erzbischof von Mailand niederlegte. Für Scola war es eine Rückkehr in die Heimat.

Seine geistige Heimat hat der Kardinal bei "Comunione e Liberazione". Der Bewegung gehörte er bis zu seiner Bischofsernennung an, zeitweise auf der Leitungsebene. Aufgrund der Erfahrungen aus jenen Jahren kann Scola, der schon als Student in Mailand in den heißen 1960er-Jahren von sich reden machte, Intellektuelle ebenso begeistern wie Jugendliche.

Mit Johannes Paul II., der ihn zum Rektor der Lateran-Universität sowie zum Patriarchen von Venedig machte, verband ihn die Spezialisierung auf christliche Anthropologie. Zudem gehörte er zu den Mitbegründern der internationalen theologischen Zeitschrift "Communio", die für eine kirchliche Erneuerung in Kontinuität steht.

Schon in Venedig erhob Scola warnend seine Stimme gegen die allzu rücksichtlose Ausbeutung des Menschen als "Faktor Arbeit". Zugleich positionierte er sich deutlich für den Schutz und die Förderung der Familie; Themen, die er auch in Mailand aufgreift.

Gerade das Thema Familie wird den Mailänder Erzbischof in den nächsten Monaten ganz besonders beschäftigen. Im kommenden Juni findet in seiner Bischofsstadt der katholische Weltfamilientag statt. Das Motto lautet: "Die Familie, die Arbeit und das Feiern". Zu diesem Anlass wird auch der Papst in der lombardischen Hauptstadt erwartet.
Italian Il cardinal Angelo Scola è il nuovo Arcivescovo di Milano
Sept 17, 2011
Si è svolta oggi, in Duomo, la celebrazione che ha conferito al cardinal Scola il ruolo di Arcivescovo di Milano. Il patriarca di Venezia, che si insedierà il prossimo 25 settembre e succede al cardinal Dionigi Tettamanzi, ha inviato un messaggio ai fedeli, trasmesso dal Vicario Generale mons. Carlo M. Redaelli all'inizio della liturgia

Il cardinal Angelo Scola è a tutti gli effetti l'Arcivescovo di Milano. La celebrazione svolta quest'oggi alle ore 12 presso il Duomo di Milano, ha definito la presa di possesso del nuovo successore di Sant'Ambrogio. La parte posteriore all'altare centrale non è bastata a contenere tutti fedeli accorsi in Duomo, cosicché molte persone si sono dovute accontentare di vedere l'evento su un piccolo video e senza audio. Un gruppo di suore rimaste fuori, ha quantificato le persone respinte pari al numero delle fortunate entrate. La curia definisce in qualche centinaia i fedeli presenti nel luogo della celebrazione.

All'inizio della liturgia è stato letto il messaggio inviato dal nuovo Arcivescovo in cui viene indicato come suo procuratore il Vicario Generale mons. Carlo M. Redaelli fino alla data del suo insediamento il prossimo 25 settembre. Successivamente il Cancelliere della Diocesi ha dato lettura della Lettera Apostolica in cui il 28 giugno il Santo Padre aveva nominato l'allora Patriarca di Venezia successore di Dionigi Tettamanzi. Benedetto XVI dice che la Diocesi di Milano «è sempre presente alla Nostra attenzione» e per questa ragione e in forza delle «virtù con cui il Card. Scola si è prodigato per la diffusione del Vangelo» nella sede veneziana, ha optato per questo cambiamento.



Mons. Redaelli, in un breve intervento, ha messo in rilievo nelle parole del Papa alcune preziose indicazioni. In primis, il richiamo a una responsabilità collegiale con lo scopo di aiutare nel compito bello e impegnativo il nuovo Arcivescovo. Il Vicario Episcopale ha poi ripreso l'importanza che in questo nuovo compito nessuno venga trascurato, cosa che potrà accadere solo se esisterà una seria collaborazione tra le persone che saranno vicine a Scola. La celebrazione si conclude e Milano ha un nuovo Arcivescovo.

http://www.tempi.it/il-cardinal-angelo-scola-il-nuovo-arcivescovo-di-milano&ct=ga&cad=CAcQAhgAIAAoATAAOABA79-t8wRIAVAAWABiAml0&cd=xMWv9DTvpaw&usg=AFQjCNE_KWkATXIWK-bSZcbUVy2lEev5Hw
French Angelo Scola, le successeur dont rêve le pape
Aug 07, 2011
Benoît XVI a lancé lui-même les spéculations sur sa succession en imposant l'un de ses proches à la tête du diocèse de Milan, le cardinal Scola, un "ratzingerien d'ouverture" très engagé dans le dialogue avec les musulmans.

Dans l'ordre normal des choses, les vaticanistes fourbissent leurs listes de papabili lorsque le pape a éternué à la messe ou qu'il a glissé dans sa baignoire... Par une superbe ironie, c'est un Benoît XVI en pleine forme qui a appuyé sur la gachette des spéculations à propos du prochain conclave. Son coup ? Une nomination très symbolique. Depuis deux ans que le cardinal Dionigi Tettamanzi avait dépassé la limite d'âge sur le siège de de Milan, on se demandait qui serait choisi pour lui succéder.

Milan est d'autant plus emblématique que deux de ses archevêques sont devenus papes au XXe siècle: Paul VI et Pie XI. Le suspense a pris fin le 28 juin, lorsque Benoît XVI a nommé le cardinal Angelo Scola. En tant que patriarche de Venise, il était déjà sur un trône qui a porté trois papes contemporains (Pie X, Jean XXIII, Jean-Paul Ier). Si Benoit XVI a voulu le transférer à Milan, c'est pour enfoncer le clou de sa "papabilité".
Loi de continuité depuis Jean XXIII

Angelo Scola, qui aura 70 ans en novembre, était déjà un sérieux papabile en 2005. Il l'est plus que jamais : la loi de continuité que l'on observe depuis Jean XXIII, selon laquelle un pape est choisi en raison de sa proximité avec son prédécesseur, jouerait à plein. Celle du prélat italien avec le pontife bavarois est évidente. Très jeune, Scola a fait partie du vivier intellectuel de la revue Communio, étant lié avec les théologiens Henri de Lubac et Hans Urs von Balthasar. Exactement comme Ratzinger. Celui-ci apprécie aussi les hommes qui, comme lui, ont souffert pour leurs idées. Parce qu'il était membre du mouvement italien Communion et Libération, Scola, originaire de la capitale lombarde, a été renvoyé du séminaire milanais par l'archevêque de l'époque, qui se défiait des apôtres de Don Giussani. En le réinstallant au bercail, Benoît XVI offre à son ami une sainte revanche.

Issu, comme Ratzinger, d'un milieu très simple, Scola a mené une brillante carrière théologique qui l'a mené de l'université de Fribourg à celle du Latran, dont il devient recteur en 1995 après une expérience d'évêque de terrain, en Toscane.
Un Italien pour réformer la curie ?

L'homme peut aussi bien être classé à "droite" sur les questions de famille et de bioéthique, qu'à "gauche" en raison de sa passion pour la doctrine sociale de l’Église et la défense des pauvres. Visionnaire, il a créé une revue de réflexion islamo-chrétienne, Oasis. Scola prône une loyale et sportive compétition spirituelle entre christianisme et islam, à mille lieues de la logique de l'affrontement communautariste ou de l'islamophobie de certains lobbies catholiques, et plaide pour une société métissée.

Sur la liste des papabili, Angelo Scola n'est pourtant pas le seul "ratzingerien d'ouverture" susceptible de monter sur le trône de Pierre. Il faut ici mentionner Mauro Piacenza, 66 ans, l'actuel préfet de la congrégation pour le clergé. Et surtout le Canadien Marc Ouellet, 67 ans, l'ex-archevêque de Québec devenu préfet de la congrégation pour les évêques.

L'urgence d'une modernisation des méthodes de travail du Vatican ferait pencher pour une solution italienne en cas de conclave. Seul un Italien serait en effet en mesure de réformer la curie, paralysée par les arcanes de la culture méditerranéenne. Une montagne que deux valeureux ouvriers, polonais et allemand, ont renoncé à déplacer.

http://www.lavie.fr/religion/vatican/angelo-scola-le-successeur-dont-reve-le-pape-04-07-2011-18176_17.php
Italian “Ho accolto in obbedienza la decisione del Papa”
Jul 10, 2011
Sono le prime parole pronunciate dal nuovo arcivescovo di Milano. Messaggi di auguri e di stima dal Presidente della Repubblica e dal cardinale uscente, Dionigi Tettamanzi

«Potete capire come non sia facile per me darvi questa notizia. Ho accolto questa decisione del Papa, perché è il Papa». Sono state queste le prime parole del cardinale Angelo Scola non appena dalla Santa Sede è arrivata la notizia ufficiale della sua nomina a nuovo arcivescovo di Milano. L’annuncio alla comunità veneziana è stato dato oggi, a mezzogiorno, direttamente dal cardinale nel Palazzo Patriarcale.





Incontrando i giornalisti, il presule ha dichiarato: «Voglio vivere questa nomina con tutte le mie energie e con la grazia di Dio, come uno scambio di amore». Riferendosi alla Diocesi milanese Scola ha poi detto: «Mi ha svezzato alla vita e alla fede. Conta accogliere il disegno di Dio sulla mia vita, che passa dall’azione dello Spirito Santo e in modo particolare dal Santo Padre» .

«L’obbedienza – ha proseguito -  è l’appiglio sicuro per la serena certezza di questo passo a cui sono chiamato. Attraverso il papa Benedetto XVI l'obbedienza mia e vostra è a Cristo Gesù. Per lui e solo per lui io sono mandato a voi. E comunicare la bellezza, la verità e la bontà di Gesù risorto è l'unico scopo dell’esistenza della chiesa e del ministero dei suoi pastori».





Il nuovo Arcivescovo di Milano resterà a Venezia fino al 7 settembre. «Tengo a dirvi - ha annunciato - che lascio la vita del patriarcato in ottime mani. I mesi che ci separano dalla nomina del nuovo Patriarca non lasceranno la diocesi senza guida. Il Santo Padre mi ha nominato amministratore apostolico, con le facoltà di Vescovo diocesano, fino al 7 settembre. Già da ora posso comunicare di aver chiesto che Monsignor Beniamino Pizziol mi succeda come amministratore apostolico dall’8 settembre fino alla presa di possesso del nuovo Patriarca».

 



Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio di auguri al cardinale  o Scola, un messaggio nel quale esprime  «l’augurio più caloroso per lo svolgimento di tale importante  incarico pastorale, alla guida di una Diocesi dalle grandi tradizioni spirituali e culturali».«Nel solco ideale del magistero dei suoi predecessori, e in  particolare della straordinaria figura di Sant’Ambrogio, sono certo  - ha aggiunto il Capo dello Stato- che l’operato di sua eminenza sarà fonte di ispirazione per la ricerca del bene comune, in spirito di concordia e di solidarietà, da parte di tutte le forze civili e  sociali. Grazie alle sue riconosciute doti di sensibilità e di apertura al dialogo, ella potrà proseguire anche a Milano il proficuo lavoro, avviato a Venezia, in favore della reciproca comprensione tra  le religioni, basata sui valori dell’accoglienza e del mutuo rispetto».





Parole di affetto e stima sono state pronunciate dall'arcivescovo uscente di Milano, cardinal Dionigi Tettamanzi: «Il cardinale Scola è un uomo di grande cultura, di molteplice esperienza, di forte passione ecclesiale. Per questo - ne sono certo - egli saprà guidare con sapienza ed efficacia la nostra Arcidiocesi nel suo ordinario cammino pastorale e nelle impegnative scadenze di carattere internazionale dei prossimi anni».





Il cardinale ha poi spiegato che  il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, che sarà sostituito dal patriarca di Venezia, Angelo Scola, nel dare l’annuncio, ha spiegato che rimarrà nella diocesi di Milano. «Per quanto mi riguarda - ha detto - desidero rimanere in questa diocesi nella quale sono nato e cresciuto e che ho cercato di servire per molti anni, prima come sacerdote eultimamente come arcivescovo, andando a risiedere nella villa Sacro Cuore di Triuggio. Assicuro che non verranno meno il mio affetto, il mio costante pensiero, la mia fedele preghiera per tutti a cominciare dal nuovo arcivescovo».





A dare il benvenuto al nuovo cardinale pure Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Il primo cittadino ha espresso a Scola «il più sincero sentimento di benvenuto nella nostra città, convinto - ha aggiunto - che saprà proseguire nella missione pastorale che ha contraddistinto la chiesa ambrosiana negli ultimi decenni». Pisapia ha voluto anche «rinnovare l’apprezzamento e la stima mia personale e dell’intera nostra comunità nei confronti del cardinale Dionigi Tettamanzi. A lui - ha detto - va la gratitudine di Milano per essere un punto di riferimento illuminante per tutti i cittadini e per aver diffuso con grande lungimiranza i valori dell’accoglienza, della solidarietà e del dialogo».

http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/scola-milano-milan-milan-3646/
Italian Angelo Scola, il conservatore aperto al dialogo
Jul 10, 2011

È una nomina ricca di significati quella del cardinale Angelo Scola ad arcivescovo di Milano. Una scelta pastorale forte, visto il carisma del porporato, la sua visibilità internazionale, la fama di teologo, la discreta ma costante inclusione del suo nome tra i cardinali "papabili". È una designazione che peserà sugli equilibri della Chiesa italiana, e non solo. Soprattutto è il frutto di una scelta di Benedetto XVI, che ha consultato tutti e imposto alla Curia di seguire le procedure canoniche. Ma poi ha deciso da solo.

Lasciare Venezia per Milano è una crescita nella gerarchia, ma Scola perderà il titolo di patriarca - superiore ad arcivescovo - e abbandonerà la cattedra di San Marco, che nel Novecento ha dato tre papi alla Chiesa, mentre quella di Ambrogio solo due. Statistiche che nulla dicono di quanto Milano sia importante ora per la cattolicità italiana. Scola viene da Comunione e liberazione. È a causa della sua vicinanza al movimento di don Giussani che fu allontanato dal seminario della sua Lombardia, tanto da diventare prete in Abruzzo.

La Curia milanese non ha mai amato Cl e il suo arrivo ha messo in allarme la progressista Chiesa ambrosiana di Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi, che teme (e talvolta denuncia) l'arrivo di una specie di restaurazione conservatrice. «Chi pensa questo non conosce Scola e quello che ha fatto - afferma un monsignore di Curia -, non avrà per Cl riguardi, la tratterà come ogni istanza nella diocesi».

Anzi, forse cercherà di trattarla come fa il bravo professore quando gli capita in classe un nipote. È vecchio amico di Roberto Formigoni, e questo faciliterà i rapporti. Anche il governatore saprà gestire con equilibrio la relazione tra Curia e Regione, specie nei campi dove forti sono le interazioni, come la sanità. Al contrario per il rapporto con il sindaco Giuliano Pisapia ci sono le premesse per un asse di ferro. A parte il fatto che il sindaco è stato eletto grazie al massiccio voto cattolico, Scola è attrezzato al dialogo con chi non professa pubblicamente assoluta obbedienza. A Venezia il suo rapporto con Massimo Cacciari è stato uno degli elementi che hanno contraddistinto il patriarcato. C'è il nodo della Lega, che aveva messo nel mirino il cardinale Tettamanzi, tanto da definirlo "imam" per la sua difesa degli immigrati e dei diritti dei musulmani di professare la fede. Chi si aspetta diversa attenzione da parte di Scola sarà deluso: è stato il patriarca a inaugurare con la fondazione Oasis un dialogo culturale con l'Islam.

Casomai la parte più complessa dell'agenda sarà su questioni interne alla Chiesa meneghina. Vicende che riguardano il piano di accorpamento di parrocchie, oltre 1.100, in comunità pastorali per il calo dei preti. C'è da risolvere il nodo del nuovo lezionario della messa di rito ambrosiano (unico al mondo). Scola dovrà occuparsi dell'istituto Toniolo, la cassaforte che controlla l'Università Cattolica presieduta da Tettamanzi. In passato erano affiorate notizie sulla volontà della Segreteria di Stato di arrivare a un cambio alla guida dell'ente, ma ogni iniziativa fu congelata. Milano è anche laboratorio di sfide, come accaduto domenica quando, mentre Tettamanzi beatificata tre milanesi, nella Chiesa valdese si celebrava un matrimonio gay. Come la pensa la Chiesa sul tema è noto, ma sarà demandato all'equilibrio del nuovo presule gestire i riflessi sociali e politici, specie con Pisapia.

Il suo programma? In due battute: «Mi impegno a svolgere questo servizio favorendo la pluriformità nell'unità. Sono consapevole dell'importanza della Chiesa ambrosiana per gli sviluppi dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso».

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-29/angelo-scola-conservatore-aperto-063953.shtml?uuid=AaWt9qjD
Italian Scola teme Milano Il cardinale dovrebbe cambiare qualcosa nella Curia milanese? Partecipa al sondaggio
Jul 10, 2011
Il direttore della Caritas di Venezia, monsignor Dino Pistolato: "Non gli perdonano la vicinanza a Cl e il no di Martini". Commenta e vota il sondaggio

Venezia, 30 giugno 2011 - Dietro l’«obbedisco» con cui il cardinale Angelo Scola ha accolto la nomina ad arcivescovo di Milano non c’è solo il dispiacere di lasciare Venezia per guidare la diocesi più grande d’Europa. C’è anche qualcos’altro. C’è il «timore e il tremore», come rivela monsignor Dino Pistolato, direttore della Caritas veneziana, che con il suo arrivo a Milano riemergano i contrasti e le opposizioni da parte dei vertici della curia che lo costrinsero a svolgere la sua missione pastorale altrove.



Un passato dal quale riemergono non solo l’arcivescovo Giovanni Colombo, che più di quarant’anni fa non lo ordinò sacerdote per la sua appartenenza a Cl, ma anche, nel 2002, il veto del cardinal Martini che favorì Tettamanzi e impedì a Scola di diventare il suo successore alla guida della Chiesa ambrosiana. Ora nel primo discorso ai fedeli ambrosiani l’ex patriarca di Venezia dice: «Ho bisogno di voi, del vostro aiuto, ma soprattutto del vostro affetto».



Perché monsignor Pistolato?
«Perché ha timore e tremore che i milanesi non sappiano cogliere il nuovo che porta in sé, che leggano a ritroso la sua storia».

Ma cosa può spaventarlo a Milano, la sua città?
«Forse il suo vissuto. Per una decina d’anni è stato il numero due del movimento Comunione e Liberazione. È stato allontanato dal seminario milanese. Il 18 luglio 1970, a 29 anni, è stato ordinato sacerdote non nella sua arcidiocesi di nascita ma a Teramo, dal vescovo Abele Conigli. Poi il veto del cardinal Martini nel 2002 alla nomina ad arcivescovo di Milano: “Qui - gli disse - non verrai mai”».


Altri timori?
«A Venezia poteva governare, a Milano no. Nel 2007 ha rinnovato la Curia lagunare. I numeri: tre vicari episcopali e nove delegati patriarcali. Le parrocchie sono 128, i sacerdoti diocesani incardinati 192, i sacerdoti regolari 159, i diaconi permanenti 27. La popolazione non tocca i 400mila abitanti. A Milano, invece, nemmeno il più bravo arcivescovo può governare da solo. Solo i sacerdoti sono tremila».


Perché il cardinale Scola ha sottolineato più volte: “Ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa”?
«Molti pensano alla sua amicizia con il Santo Padre ma sono convinto che non abbia fatto nulla per andare a Milano. Sperava fosse fatta un’altra scelta».


Allora c’è coraggio nel ributtarsi dentro una realtà così mastodontica?
«Certamente. Bisogna ricordare che il cardinale Scola a novembre compirà 70 anni. Alla base c’è obbedienza al Papa e comunione all’arcidiocesi di Milano».


Ma allora il suo passato?
«Va giudicato con rispetto e gratitudine».


E il presente?
«Con pazienza, purché ci sia rispetto per tutti».


In questi nove anni a Venezia il cardinale Scola è cambiato?
«Sì. Anche noi, sacerdoti e Venezia, abbiamo dato il nostro piccolo apporto per il suo crescere. Ora lasciamo andare il patriarca di Venezia. Che non è più un ospite. Significa che ha capito le dinamiche, le politiche della città di mare e di terra. Era diventato parte integrante e punto di riferimento della città».

http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2011/06/30/534734-fronda_curia.shtml
Italian Il cardinale Scola in pole position per la successione a Tettamanzi
Jun 25, 2011
La rosa di candidati verrà presentata domani a papa Ratzinger, al quale spetta la parola finale
L´eventuale nomina a Milano aprirà ora la corsa per la successione al patriarcato di Venezia

La parola finale spetta ora al Papa, ma il nome che Benedetto XVI aveva in mente fin dall'inizio come nuovo arcivescovo di Milano coincide con quello uscito ieri dalla "provvista" fatta dai vescovi. Sarà dunque con molta probabilità l'attuale Patriarca di Venezia, Angelo Scola, 69 anni, il successore di Dionigi Tettamanzi alla testa della Curia milanese. La riunione che si è tenuta presso la Congregazione dei vescovi, in Vaticano, si è conclusa con la stesura di un verbale nel quale, oltre al nome di Scola, sono apparsi quelli del vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, e dell'osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa, Aldo Giordano. Personaggi, questi ultimi, molto stimati e di ottima levatura ed esperienza. Ma il cui profilo è di caratura diversa rispetto a quello che il Pontefice cerca per una diocesi di assoluto rilievo come quella ambrosiana.

Ed è proprio lo spessore culturale e internazionale, maturato da Scola soprattutto negli ultimi anni anche con le iniziative della sua Fondazione Oasis, a farlo emergere, competendo con cardinali di grande peso come il biblista Gianfranco Ravasi, che il Papa vorrebbe per ora tenere alla Cultura, condotta con mano sapiente. Domani il prefetto della Congregazione dei vescovi, Marc Ouellet, salirà alla Terza loggia del Palazzo Apostolico per portare al Papa i risultati della riunione. Angelo Scola, teologo vicino a Comunione e Liberazione, è stimato da Ratzinger da molti anni. E la sua stretta vicinanza a Cl, molto potente in Lombardia, viene anzi considerata dagli osservatori come tutt'altro che un ostacolo.

Soprattutto dopo la vittoria del centro sinistra e l'el'ezione di Giuliano Pisapia a nuovo sindaco di Milano. Perché se è vero Chiesa e politica corrono su strade diverse, è anche vero che proprio in questa fase potrebbe non dispiacere vedere alla testa della Curia di Milano un cardinale aperto al dialogo e al confronto, dotato di uno spiccato retroterra culturale. La nomina ufficiale potrebbe arrivare alla fine del mese. Tettamanzi, a cui era stato prorogato il mandato, non lascerà infatti Milano prima del prossimo 26 giugno, quando in piazza del Duomo si occuperà di tre beatificazioni che gli stanno a cuore, quella di suor Enrichetta Alfieri, di don Serafino Morazzone e di padre Clemente Vismara. L'insediamento del nuovo arcivescovo potrebbe slittare anche all'8 di settembre, solennità della beata Vergine Maria e inizio del nuovo anno pastorale.

L'eventuale nomina di Angelo Scola aprirà ora la corsa alla sua successione al patriarcato di Venezia. In questi giorni è già emersa la candidatura di Pietro Parolin, veneto, stimatissimo in Vaticano, già sottosegretario alla Segreteria di Stato e attuale nunzio apostolico in Venezuela.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/06/10/news/il_cardinale_scola_in_pole_position_per_la_successione_a_tettamanzi-17480407/
Italian Il patriarca di Venezia Angelo Scola: «Violenza finisca, ogni morto è di troppo»
Apr 02, 2011
Il cardinale: «La tragedia dell'arrivo di uomini e donne sia un collante per la costruzione di un'Europa pacifica»

VENEZIA - «Dobbiamo auspicare che l’elemento di violenza finisca il prima possibile e che la pace ritorni per quelle popolazioni e non ci siano tragedie ulteriori. Ogni morto è di troppo». Lo ha detto il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, nel corso di un’ampia disamina sulla situazione in Libia, e più in generale nel Nord Africa. «Io - ha aggiunto Scola - credo nell’importanza della preghiera e l’invito del Papa alla pace resta prioritario. Istintivamente non credo che le armi possano fare molto in questi conflitti, anche se la pace non è un automatismo utopistico ma bisogna costruirla giorno per giorno nella realtà.

Mi auguro che l’Europa ritrovi abbastanza in fretta un'unità fondata su una identità chiara, cosa che mi sembra ancora lontana, e forse la tragedia dell’arrivo di moltissimi uomini e donne potrebbe essere finalmente, se fossimo tutti generosi, un collante per la costruzione di un’Europa pacifica, capace di partire da chi è nel bisogno, espressione di quella condivisione tra i popoli indispensabile per il presente e il futuro e che noi europei un pò impagliati e seduti ancora non abbiamo». Il patriarca, parlando a margine di una visita al comando dei carabinieri di Venezia, ha ricordato il giudizio del cardinale Bagnasco sull’impossibilità di stare fermi quando molte vite e la stessa società civile sono a rischio e sottolineato che poi «ciò che diventa complesso da capire è in che cosa debba consistere questo intervenire». A tale riguardo, ha rivolto un invito ad ascoltare attentamente la voce del vescovo di Tripoli, a prendere tutti in attenta considerazione i suoi giudizi: «poi, chi ha responsabilità politica in Europa, nella Nato, rifletta molto attentamente sui passi da fare».

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2011/24-marzo-2011/patriarca-venezia-angelo-scola-violenza-finisca-ogni-morto-troppo-190299269279.shtml
Italian Nella laicità plurale la Chiesa propone a tutti la sua etica
Mar 06, 2011
Festa dei giornalisti: Il cardinale Angelo Scola dialoga con Ezio Mauro (“Repubblica”)
E sul "caso Berlusconi" il patriarca veneziano dice: «L'episcopato è coeso e ha i suoi canali per parlare»

Le frequenti accuse di ingerenza della Chiesa cattolica nelle faccende della politica e della società italiane si fondano su un'idea della laicità come spazio neutro, da riempire a proprio piacimento. Bisogna invece vedere nella laicità uno spazio dove «convivono soggetti personali e sociali diversi, tesi al racconto di sé in vista di un riconoscimento reciproco per generare vita buona»: l'idea del cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, è stata al centro del denso dialogo con Ezio Mauro, direttore della "Repubblica", organizzato ieri mattina in occasione del tradizionale incontro del patriarca con i giornalisti in prossimità della festa del patrono, S. Francesco di Sales.
Dopo la messa celebrata dal cardinal Scola nella cripta della basilica di S. Marco, nella sala Sant'Apollonia c'è stato il dialogo-intervista con Ezio Mauro, aperto dal saluto del direttore dell'Ufficio diocesano comunicazioni sociali, don Sandro Vigani, e del presidente dell'Ordine dei giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori, che ha sottolineato «l'impegno di ciascun giornalista per fare un'informazione più corretta, precisa, rigorosa», che si distingua nettamente dal gossip imperante per essere più rispettosa della persona.
«La verità è la ragione morale di questo mestiere - ha detto Ezio Mauro - Il giornalista è un testimone privilegiato e nel suo lavoro, che è raccontare un punto di vista, il criterio fondamentale è la ricerca di significato». Lo stesso criterio da cui muove il patriarca Scola nel suo ultimo libro, "Buone ragioni per la vita in comune" (Mondadori), da cui il direttore della "Repubblica" ha tratto spunti di riflessione e provocazione. Come il tema della "nuova" laicità, che per Scola è basata sul necessario confronto tra prospettive diverse: «Ad esempio - ha detto il cardinale - se la visione della Chiesa è che la società è tanto più avanzata quanto più la famiglia è solida, la nuova laicità non mi vieta di parlarne, anzi, mi chiede di proporla per contribuire al dibattito pluralista».
Secondo Mauro, però, la Chiesa vive una situazione contraddittoria, in quanto portatrice di una verità universale, da un lato, e con un ruolo parziale dall'altro, «perché lo Stato è indipendente da Dio». Per Scola si deve rovesciare la prospettiva: «Non impongo, ma propongo al non credente il riferimento a Dio perché è benefico ed efficace per costruire il bene comune». Si è parlato di populismo, inteso da Mauro come la semplificazione delle regole e procedure democratiche, che sono invece un sistema di garanzia. Scola si è detto d'accordo, purché la critica al populismo non significhi svalutazione della società civile.
«Non sarei un buon giornalista - ha detto poi Mauro - se non le chiedessi un commento sulle ultime vicende italiane, a mio avviso contrassegnate, più di tutto, dalla mancanza del senso di responsabilità». «Mi perdonerà - ha replicato Scola - se le rispondo dicendo che l'episcopato italiano è molto coeso e nel rispetto del proprio compito sceglie i modi con cui comunicare i propri giudizi».

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Regione/220472__nella_laicit_plurale_la_chiesa_propone_a_tutti_la_sua_etica/
Italian Il cardinale Scola esorta i detenuti: «Dovete evitare l'ozio involontario»
Jan 09, 2011
Il patriarca di Venezia lancia un messaggio di speranza: «Sappiate che ogni problema può essere superato». Sulla crisi economica: «Solleviamoci dal dominio del peccato»

VENEZIA - «Quando penso ai problemi del sovraffollamento e dell’angoscia derivante dalla non certezza della pena, mi viene sempre in mente che la condanna peggiore è quella dell’ozio involontario a cui voi detenuti siete spesso costretti, per cui dovete far di tutto per combatterlo». Lo ha detto il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, nell’incontro con i detenuti che ha seguito la celebrazione della Santa Messa di Natale, nel carcere di Santa Maria Maggiore. Lo spunto alle parole del Patriarca è stato offerto dalla riflessione che i detenuti hanno incentrato sul tema della conversione dell’Innominato nei Promessi sposi. «Il messaggio importante per ogni uomo - ha proseguito Scola - è che si può cambiare, perchè non esiste alcuna situazione, per tragica che sia, che con l’aiuto di Dio non possa essere superata. E, per voi, il cambiamento deve cominciare qui: imparate una lingua, leggete, mettete a frutto questo tempo nella solidarietà vera. In un modo o nell’altro, dovete lavorare otto ore al giorno, così come fanno i vostri parenti e amici fuori di qui».

Scola ha poi aggiunto: «Risollevare ogni uomo dal dominio del peccato e della morte è la ragione di questo nuovo millennio, così carico di radicali cambiamenti e così provato dal travaglio di una crisi economica tra le più gravi e, in Italia, da una crisi politica davvero pesante». «Quanti opinion leader, sapienti e scienziati - ha sottolineato Scola - pensano che l’uomo possa badare da solo a se stesso! Quanti politici e vescovi pensano: "Sì, Dio c’è, ma io, solo io sono l’attore!" Per poter passare realmente da un tempo di tristezza a uno di gioia, da un tempo di timore a uno di speranza, dobbiamo essere degni del Dio che, nel Santo Natale, è veramente con noi».

Successivamente, all’offertorio, i detenuti hanno consegnato al Patriarca una somma di denaro raccolta per l’adozione a distanza di un bambino povero del Terzo Mondo, mentre, in conclusione, il cardinal Scola, dopo aver scambiato un segno di pace con tutti i presenti, ha richiamato l’attenzione sulla «dedizione al lavoro» della polizia penitenziaria. (Ansa)

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2010/22-dicembre-2010/cardinale-scola-esorta-detenuti-dovete-evitare-ozio-involontario-181128613935.shtml
Italian Il cardinale Scola a Lublino: Cristo offre all’uomo “una risposta esauriente”
Dec 24, 2010

Cristo offre all’uomo “una risposta esauriente”. Lo ha detto ieri pomeriggio il cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, nella Lectio magistralis tenuta all’Università cattolica “Giovanni Paolo II” di Lublino, in Polonia. Lo riferisce il Sir. “In che modo “la centralità storica e cosmica di Cristo” può ancora “incontrare l’interesse dell’uomo odierno? Cosa offre Cristo alla sua ragione iper-esigente e alla sua libertà spesso insoddisfatta?”. È l’interrogativo intorno al quale è ruotata la riflessione del cardinale Scola in occasione del conferimento, da parte dell’Ateneo, del dottorato honoris causa. Dopo il saluto del rettore Stanisalw Wilk, cui sono seguite la lettura della delibera del Senato e la laudatio dell’arcivescovo di Lublino, mons. Józef Zyciński, il cardinale Scola si è soffermato su “L’insegnamento di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II e l’uomo postmoderno”. Secondo il porporato, nella cultura odierna in cui assistiamo a “un ritorno del sacro” non “privo di ambiguità”, e che “impone alla fede cristiana una svolta cruciale”, la domanda non è più “Esiste Dio?”, bensì “Come nominare Dio oggi, come narrare di Lui all’uomo?”. “Per incontrare Dio – ha spiegato - l’uomo postmoderno dovrà cercarlo sulle vie lungo le quali” egli stesso - “essere che esiste ma non ha in sé il principio della propria esistenza - si attesta”. Cristo, ha sottolineato il cardinale Scola, offre all’uomo “una risposta esauriente” senza “annullarne la libertà dal momento che” Egli “non pre-decide il dramma del singolo” ma, “rivelandosi ad un tempo non solo come redentore universale ma anche come capo della creazione, si attesta come l’Evento che spiega l’uomo all’uomo”. “In tale Evento la libertà infinita” di Dio “si piega” sulla “libertà finita dell’uomo, liberandola”. Dunque, secondo il patriarca di Venezia, “la cristologia non surroga l’antropologia e quest’ultima può fare alla prima tutto il suo indispensabile spazio”. “Nella persona storica di Gesù Cristo – ha concluso il cardinale Scola - si trovano veramente unificate e proiettate, nell’escatologia del mondo nuovo/cieli nuovi, tutte le dimensioni antropologiche”.

http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=445748
Italian L'invito di monsignor Scola: "Cadute le frontiere, confrontiamoci"
Oct 14, 2010
Il patriarca di Venezia al Censer, intervistato dall'inviato del Corriere della Sera Aldo Cazzullo: "La nuova sfida è governare i cambiamenti'

Rovigo, 2 ottobre 2010 - VIVERE in comune vuol dire che si devono rispettare regole e principi e tradizioni del luogo dove si vive». Il cardinal Scola non gira intorno alle questione. Anzi. Dice chiaro cosa pensa sui temi scottanti che da tempo monopolizzano il dibattito in Veneto. «Non possiamo dimenticare — aggiunge — che nonostante la disoccupazione in Triveneto i dati sono questi: su 50mila persone che vanno in pensione ogni anno ci sono soltanto 25mila mila rimpiazzi.

E gli altri?». Ovviamente la risposta è implicita: la nostra regione dovrà fare i conti con l’arrivo di nuovi stranieri, con il ‘meticciato’. Ma la ricetta del Patriarca di Venezia, una ricetta fatta di rispetto delle leggi e di ascolto, ieri pomeriggio ha conquistato persino il leghista Antonello Contiero. «E’ un discorso profondo e di estremo rigore, quello che ho sentito oggi — dice il commissario del Carroccio —. Un discorso sull’accoglienza nel rispetto delle leggi che noi facciamo da tempo. Il cardinal Scola ha parlato oggi, come del resto aveva fatto a Venezia, in Regione, del rispetto dell’uomo. Noi vogliamo che, nello statuto del Veneto, questo punto non solo sia fondamentale ma che ci sia convergenza sulla modifica del regolamento».
I

Il Patriarca approfondisce il tema di una società costretta alla convivenza tra italiani e stranieri: «Dobbiamo cercare di realizzare un ‘solidarietà bilanciata’ — dice Angelo Scola —, consapevoli che la crisi economica, dalla quale peraltro non siamo ancora usciti, ci costringerà a ripensare al senso del lavoro, ai modelli di vita e di consumo cui eravamo abituati».

«Intervento di grande respiro che ha parlato al cuore degli uomini — commenta Paolo Avezzù, consigliere comunale del Pdl — ma che è anche una lezione per la nostra città: per Rovigo. Una lezione perché la campagna elettorale che è alle porte non si trasformi in una lotta tra veleni e slogan come accade a livello nazionale ma che sia una sfida tra uomini, anzi tra testimoni come ha più volte detto il Patriarca, che credono a ideali certi e si battono per questi». Scola ha in particolare invitato i giovani a partecipare e giocarsi in prima persona proprio nell’agone politico. E proprio su questo invito si è appuntata l’attenzione di Andrea Bimbatti capogruppo del Pdl in consiglio comunale e consigliere in Provincia: «Impossibile racchiudere in una battuta l’importanza di ciò che dice il cardinal Scola— dice — ma mi ha colpito il passaggio sulla necessità che la popolazione tra i 20 e 50 anni partecipi alla vita attiva della società».

http://www.ilrestodelcarlino.it/rovigo/cultura/2010/10/02/393599-invito.shtml
Italian Chiesa. Card. Scola: "Sull'amore serve una riforma"
Jul 22, 2010

"Fondamentale per la riforma della Chiesa è ritrovare testimoni credibili del bell'amore, che Cristo, con una schiera innumerevole di santi nella stragrande maggioranza anonimi, ha introdotto nella storia. Penso a tante generazioni vissute nella logica del bell'amore". Lo ha detto in un'intervista al Corriere della Sera il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia.

La riforma dovrebbe consistere, ha proseguito il patriarca di Venezia, nel "riscoprire il nesso tra il bell'amore e la sessualità. Mostrare che la soddisfazione piena del desiderio è ritrovare il vero volto dell'altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna. E imparare di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell'io attraverso una grande virtù purtroppo in disuso: la castità. Per riscoprirla occorre il coraggio di parlare del modo in cui noi viviamo oggi la sfera sessuale".

"L'altro non è fuori dal mio io, l'altro mi attraversa tutti i giorni - ha aggiunto il cardinal Scola - lo stesso mio concepimento è legato a questo attraversarmi. Perciò umanizzare la sessualità attraverso la castità è la risorsa capitale per vincere la scommessa del postmoderno, per l'uomo del terso millennio che voglia salvare la via del bell'amore, la quale ci fa godere davvero la vita".

http://www.loccidentale.it/articolo/chiesa.+card.+scola%3A+%22sull%27amore+serve+una+riforma%22.0093593
Italian Il cardinale Scola: sull’amore serve una riforma della Chiesa
Jul 22, 2010
Per combattere la pedofilia c’è bisogno di umanizzare la sessualità»

VENEZIA - «Io sono la madre del bell’amore …». Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, sta rivedendo gli appunti del discorso del Redentore. Partendo dal passo delle Scritture sul «bell’amore », toccherà temi delicati come sessualità, pedofilia, verginità e celibato.

Perché questa scelta?
«Per la fatica di noi cristiani a comunicare che lo stile di vita affettiva e sessuale indicato dalla Chiesa è buono e conveniente per l’uomo di oggi. Invece pare quasi che questa proposta non solo sia iperdatata, impotente a favorire il desiderio umano di gioia piena, ma che sia addirittura contraria alla libertà e priva di realismo, incapace di tener conto di ciò che l’uomo ha imparato circa se stesso e circa il mondo delle emozioni, degli affetti, dei rapporti con l’altro, grazie a una lunga storia e alle recenti scoperte scientifiche. Ho sentito tutto questo come una provocazione a dire che gli uomini e le donne di oggi, magari senza volerlo, rischiano di smarrire qualcosa di profondo, perdono una grande chance di realizzazione, se mettono da parte la proposta cristiana circa la vita affettiva e sessuale».
Ma su cosa si fonda questa proposta?
«Mi pare che l’idea biblica del "bell’amore", che la tradizione cristiana ha approfondito, sia particolarmente adeguata proprio per la sua capacità di coniugare l’amore alla bellezza, di vederlo scaturire da essa e percepirlo come "diffusivo" di bellezza, capace di farla splendere sul volto degli altri. I Padri della Chiesa riferiscono il tema biblico del "bell’amore" non solo alla Madonna ma anche a Gesù. Tommaso parla della bellezza come dello "splendore della verità"; per Bonaventura colui che contempla Dio, cioè che lo ama, è reso tutto bello. Ma questa capacità spesso manca nell’esperienza sessuale degli uomini e delle donne di oggi. Viverne la bellezza significa strappare la sessualità al dualismo tra spirito e corpo; come se trattenessimo la sessualità nell’animalesco e poi a tratti avessimo spiritualissimi slanci d’intenzione di bell’amore. Pascal diceva che l’uomo è a metà strada tra l’animale e l’angelo, ma deve stare bene attento a non guardare solo all’uno o all’altro; ognuno di noi, inscindibilmente uno di anima e di corpo, ha da fare i conti con la dimensione sessuale del proprio io per tutta la vita, dalla nascita fino alla morte».

Patriarca, lei conosce l’obiezione mossa agli uomini di Chiesa: parlano di cose che non vivono, se non talora in modo deviato, e non li riguardano.
«Ho appena detto che "ogni uomo e ogni donna" devono fare i conti con la dimensione sessuale per tutta la vita! Certo, chi è chiamato alla verginità o al celibato li fa in un modo singolare ma, sia ben chiaro, senza mutilazioni psichiche e spirituali. Il fatto poi che il messaggio cristiano sia portato in vasi di argilla, e quindi che uomini di Chiesa possano cadere in contraddizioni tragiche e gravissime a livello affettivo e sessuale, non inficia di per sé la proposta come tale. Ovviamente non lo dico per coprire scandali».

Come uscire dallo scandalo della pedofilia?
«Il Santo Padre, a partire dalla "Lettera ai cattolici di Irlanda", ha saputo affrontare la situazione in modo chiaro e deciso: una condanna senza mezzi termini della gravità estrema di questo peccato e di questo reato. Le parole chiave — misericordia, giustizia in leale collaborazione con le autorità civili, ed espiazione—consentono di affrontare ogni singolo caso. Il Papa non sottovaluta la corresponsabilità che ne viene ad ogni membro dell’unico corpo ecclesiale e, in particolare, del collegio episcopale. È uno scandalo che tocca l’intera Chiesa, chiamata ad una profonda penitenza e ad una riforma che non potrà non riguardare tutti i livelli della sua missione. Una cosa però mi ha colpito in questa vicenda: quelli che dovrebbero parlare, per aiutarci a capire la radice di questo male e tentare di espungerlo, stanno zitti ».

A chi pensa?
«Agli psicologi, agli educatori, ai pedagogisti, agli uomini chiamati ad approfondire questi lati oscuri dell’io. La stampa ha denunciato il fenomeno con enfasi comprensibile, entro certi termini anche giustificabile, ma indiscutibilmente eccessiva».

Lei parla della necessità di riforma della Chiesa.
«Come il Santo Padre ci ha indicato, i casi terribili di pedofilia e le provate responsabilità di ingenua copertura o negligenza da parte delle autorità richiamano con forza alla Chiesa la sua condizione di realtà sempre in riforma. Benedetto XVI esige penitenza, andare alle radici della misericordia, cioè all’incontro personale con il Tu di Cristo, e ricorda che i nemici più pericolosi della Chiesa vengono dall’interno e non dall’esterno».

Ma in cosa dovrebbe consistere la riforma?
«Nello specifico, riscoprire il nesso tra il bell’amore e la sessualità. Mostrare che la soddisfazione piena del desiderio è ritrovare il vero volto dell’altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna. E imparare di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell’io attraverso una grande virtù purtroppo in disuso: la castità. Per riscoprirla occorre il coraggio di parlare del modo in cui noi viviamo oggi la sfera sessuale».

A quale modo si riferisce?
«Cito l’esempio più sofisticato. I più recenti studi della neuroscienza, come quelli di Helen Fisher, riconducono tutte le dimensioni dell’amore, compreso "l’amore romantico", a pure modificazioni neuronali del nostro cervello. Fine della libertà e della creatività anche in questo ambito? È vero che noi abbiamo bisogno di mangiare e bere, come gli animali; ma non mangiamo e beviamo come animali, anzi la cucina è diventata un’arte, un aspetto della civiltà; e questo vale a maggior ragione per la dimensione sessuale. Una pretesa riduzionistica come quella della Fisher è una variante della tentazione di concepire l’uomo come puro esperimento di se stesso. Così si crea una mentalità, un clima in cui il desiderio, l’energia della libertà che incontra la realtà, diventa privo di senso, e la dimensione sessuale assume una fisionomia quasi animalesca. Ma questo un uomo e una donna, quando sono in sé, non possono accettarlo».

Castità e sessualità sono sentite come antitesi.
«La castità tiene in ordine l’io. Eliminarla significa ridurre l’amore a mera abilità sessuale, veicolata da una sottocultura delle relazioni umane che si fonda su un grave equivoco e cioè sull’idea che nell’uomo esista un "istinto sessuale" come avviene negli animali. Non è vero, lo dimostra certa psicanalisi: anche nel nostro inconscio più profondo niente si gioca senza un coinvolgimento dell’io. Il sacrificio ed il distacco richiesti dalla castità mantengono l’io personale unito, aprendo la strada ad un possesso più autentico. Il sacrificio non annulla il possesso, è la condizione che lo potenzia. I dottori della Chiesa parlavano in proposito di "gaudium" (godimento). Il puro piacere, che per sua natura finisce subito, chiede di essere inserito nel godimento, perché se resta chiuso in se stesso annulla lentamente il possesso, lo intristisce, lo deprime. Mi colpisce il fatto che quando dico queste cose ai giovani incontro più sorpresa che obiezione».

Godimento e sessualità sembrano concetti incompatibili con la dottrina cattolica.
«Non è così. Il messaggio biblico è stato il primo storicamente parlando a far vedere la differenza sessuale in un’ottica assolutamente positiva e creativa, come dono di Dio. Ma, come in tutte le cose umane, il positivo, il bene, il vero non sono mai a buon mercato. Però senza il bello, il buono, il vero, la vita si affloscia, non ha in se energia per condurre alla pienezza del reale. Nei Libro dei Proverbi, tra le cose troppo ardue a comprendersi, l’autore considera "la via dell’uomo in una giovane donna". La donna è la figura di colei che sta all’inizio: io esco da lei quando nasco. Allora quando l’uomo e la donna si incontrano fanno al tempo stesso l’esperienza di ricominciare quel che in qualche modo già conoscevano e di dar vita a una novità. Qui c’è l’inestirpabile radice della fecondità. L’amore oggettivo non è mai un rapporto a due. Lo impariamo dalla Trinità ».

Ma cosa c’entra questo con la riforma della Chiesa?
«C’entra e come! Fondamentale per la riforma della Chiesa è ritrovare testimoni credibili del bell’amore, che Cristo, con una schiera innumerevole di santi nella stragrande maggioranza anonimi, ha introdotto nella storia. Penso a tante generazioni vissute nella logica del bell’amore. Penso ai miei genitori, agli occhi con cui mio papà a novant’anni guardava mia mamma pure novantenne, moribonda, stremata da un cancro violento al rene. Penso alle coppie di anziani che quasi ogni domenica, alla fine della messa, vengono a dirmi: "Questa settimana sono cinquanta", oppure "questa settimana sono sessant’anni di matrimonio". Quale amore avrebbe custodito l’io meglio di questo legame indissolubile? Oggettivamente non c’è paragone tra la densità di un’esperienza così definitiva e il susseguirsi indefinito di una sequenza di relazioni precarie. Alla fine, sia la necessità di amare definitivamente, sia la fragilità sessuale sono segnate dal terrore della morte. Per amare veramente devo essere amato definitivamente, cioè oltre la morte; ed è quello che Gesù è venuto a fare. Se c’è un delitto che noi cristiani commettiamo è non far vedere il dono stupendo di Gesù: dare la vita per farci capire la bellezza dell’amore oggettivo ed effettivo. Esso ha sempre un carattere nuziale, inscindibile intreccio di differenza, dono di sé e fecondità. L’altro non è fuori dal mio io, l’altro mi attraversa tutti i giorni; lo stesso mio concepimento è legato a questo attraversarmi. Perciò umanizzare la sessualità attraverso la castità è una risorsa capitale per vincere la scommessa del postmoderno, per l’uomo del terzo millennio che voglia salvare la via del bell’amore, la quale ci fa godere davvero la vita».

http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_18/cazzullo_intervista_scola_55737a98-9247-11df-a4a6-00144f02aabe.shtml
Italian ISLAM: PATRIARCA VENEZIA, SI' A MOSCHEA SE BISOGNO E' EFFETTIVO
Oct 23, 2009

ASCA) - Venezia, 14 ott - ''Non sarei favorevole ad una moschea che fosse calata dall'alto, magari con finanziamenti dell'Arabia Saudita e che non rispondesse alle effettive e verificate esigenze di culto e di incontro del popolo musulmano''. Lo ha detto il cardinale Angelo Scola, aggiungendo che ''una moschea nella Venezia lagunare sarebbe del tutto sproporziontata, mentre in terraferma potrebbe trovare accoglienza''. Il patriarca di Venezia lo ha detto incontrando, su loro richiesta, un gruppo di immigrati di seconda generazione, provenienti da ogni parte del mondo e, guarda caso, di religione soprattutto musulmana. Quello della moschea - ha spiegato Scola - ''e' un problema che si supera facendo anzitutto riferimento ad un pilastro fondamentale, che e' il diritto alla liberta' religiosa''.

Diritto, pero', che ''non va assunto in maniera automatica, meccanica'', ma che ''va declinato nella storia''. In concreto, secondo il patriarca, ''bisogna che attraverso un confronto sociale, guidato dalle autorita' istituzionali, si veda qual e' l'effettiva consistenza della comunita' islamica tra di noi e qual e' il tipo di soluzione, per la preghiera e le loro attivita', che sia adeguato al nostro territorio''. Per il cardinale Scola, insomma, ''non si puo' solo fare riferimento al principio astratto, ma bisogna declinarlo nel concreto''. Si tratta, quindi, di ''cercare, pazientemente, nel dialogo che e' l'essenza della democrazia, il compromesso nobile adeguato, che rispetti il diritto di culto di tutti, ma nello stesso tempo anche la storia, la tradizione''. E questo si trova, secondo il patriarca, ''in una proporzione tra la consistenza ed il bisogno reale del soggetto e la decisione di procedere o no''. ''Se la domanda e' reale, oggettiva - insiste nella spiegazione il porporato - e la consistenza di chi la pone e' verificata, insomma se c'e' un effettivo bisogno di un luogo di culto e di incontro anche culturale, non avrei nessuna difficolta' a dire di si' ad una moschea''. Ma come evitare la paura dell'Islam presente in larga parte della popolazione veneta e italiana'? ''La paura la conosciamo tutti, in un modo o nell'altro - risponde Scola -. La paura e' la prima reazione di fronte a qualcosa che pensiamo di non poter conoscere o di poter dominare. Se vivessimo solo di paure, che uomini saremmo'? La paura va razionalizzata dentro un cammino, con un lavoro su di se' e un lavoro con gli altri''.
Spanish Cardenal Angelo Scola: "El magisterio pontificio hace una propuesta de innovación radical en el ámbito económico"
Jul 14, 2009
En una entrevista en www.paginasdigital.es, el cardenal Scola sostiene, refiriéndose a la encíclica, que “por primera vez en términos explícitos y directos, casi técnicos, el magisterio pontificio hace una propuesta de innovación radical en el ámbito económico.

Según el patriarca de Venecia, la originalidad de la Caritas in veritate respecto al magisterio social precedente es que “el Papa se pronuncia partiendo de la ‘razón económica’. Muestra de qué manera su propuesta se injerta en las preguntas que surgen dentro de la economía. La Caritas in veritate no es una suerte de barniz que se superpone un sistema económico que ya está completo y cerrado, sino que recoge las preguntas que están sin respuesta en la economía”. Benedicto XVI –añade monseñor Scola- “da sugerencias  para una nueva "civilización de la economía”. Hay muchos ejemplos y descripciones propuestas por el Santo Padre, diría que en clave técnica, de cómo el principio de gratuidad es intrínseco a la economía. Todo esto es una radical novedad”.

El Patriarca de Venecia añade que la Caritas in veritate “implica seguramente por parte de todos nosotros, los cristianos, una precisa autocrítica sobre el modo de estar en la realidad contemporánea”. Monseñor Scola afirma que Benedicto XVI, al señalar que "el anuncio de Cristo es el primer factor de desarrollo", está afirmando que “el núcleo del desarrollo no pueden ser las estructuras, las condiciones para el desarrollo, sino el hombre. Como ha enseñado la Gaudium et Spes, en Cristo el hombre puede descubrir su verdadero rostro. Cristo vive hoy a través de los cristianos, Dios tiene necesidad de los hombres. Por lo tanto, proclamar a Cristo a través de la propia vida, en todos los ámbitos de la existencia, es la primera condición para el desarrollo”.

www.cope.es
French La tradition, un patrimoine à interpréter
Jun 29, 2009
Le cardinal Scola à la Fondation « Oasis »

ROME, Mardi 23 juin 2009 (ZENIT.org) - Dans une société plurale comme la nôtre, interpréter correctement le thème de la tradition est devenu nécessaire, a estimé hier, lundi, le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise, en ouvrant les travaux du congrès réunissant, ces 22 et 23 juin, les membres du Comité scientifique international de la Fondation « Oasis » (www.oasiscenter.eu).

Cette année, la rencontre, qui en est à sa sixième édition, a pour thème la tradition, sa signification pour la foi catholique et islamique, son poids au sein des sociétés pluralistes, qui affrontent en permanence les questions qui naissent de la rencontre inédite des cultures et religions différentes, souligne la Fondation dans son article de présentation.  

L'intervention du cardinal Scola  portait sur « les traditions religieuses au temps du métissage », un métissage de « civilisations » et de « cultures », a-t-il précisé, qui vise à décrire le processus de rencontre entre les hommes et les civilisations, rappelant la nécessité pour les cultures de s'ouvrir à l'altérité comme source d'enrichissement commun, en prenant soin cependant de ne pas arriver à une confusion des identités.  

« Cela dit, a mis en garde le patriarche de Venise, ce ‘métissage' ne saurait constituer un ‘programme politique' à poursuivre à l'intérieur de la société moderne, où la dimension multiculturelle est de plus en plus présente ».

Dans le document préparatoire, il est dit qu'« on se réfère à la tradition lorsque l'on aborde la nécessité de favoriser l'« intégration des minorités dans un contexte différent de leur matrice culturelle » et « quand on affirme la nécessité de faire des lois qui ordonnent la vie de la société civile non pas abstraitement mais à la lumière de l'histoire et de la culture d'un peuple ».

« La tradition, poursuit le document, se présente par ailleurs comme une expression typiquement communautaire et sociale d'accès à la vérité qui est d'un côté une norme de la tradition, mais de l'autre ne s'offre à nous historiquement qu'à travers elle ».

En particulier, a souligné le cardinal Scola, « tant d'individus et tant de communautés qui interagissent dans le processus de métissage des civilisations présentent une singulière auto-conscience : celle d'être l'expression d'une tradition qui les précède et les dépasse ».

« Donc pas des points isolés, mais les maillons d'une chaîne qui remonte très loin dans le temps, jusqu'à l' événement fondateur auquel, dans le cas des croyances religieuses universalistes, il est attribué une signification valable pour chaque époque et chaque lieu », a-t-il expliqué.  

Et si, d'une part, « il existe assez de place pour une alternative entre une existence sans racines et une répétition sclérotique de l'identique », de l'autre « il est toujours nécessaire que la tradition soit correctement comprise ».

« Dans tous les discours que j'ai pu entendre ces dernières années, par exemple à l'université d' al-Azhar en 2006 ou au Royal Institute for Interfaith Studies en 2008, a poursuivi le cardinal Scola, il me parait évident que la critique illuministe faite à la tradition, vue comme une transmission mécanique d'un lot de vérités intangibles, a également atteint l'autre rive de la Méditerranée » .

« Durant ces années, nous avons souvent entendu nos interlocuteurs musulmans répéter qu'il fallait revenir au coran et à sa rationalité, a-t-il ajouté, laissant tomber les vieilles interprétations qui lui ont jadis été données, les estimant trop marquées par l'histoire, par exemple en ce qui concerne la condition de la femme ou les statuts des minorités » .

«  De cette façon là se confirme la valeur de purification positive que la modernité a exercée sur chaque tradition religieuse », a-t-il relevé.

« Les sujets du métissage sembleraient donc condamnés à une radicale impasse, a souligné le cardinal Scola ; dans la mesure où ils aspirent au maintien d'une référence religieuse concrète qui ne se perdrait pas en craintes abstraites et de portée universelle, ces sujets peuvent se sentir prisonniers de traditions privées de sens, qui pourraient même constituer une entrave par rapport à la pureté des origines ».

Toutefois, a poursuivi le patriarche de Venise, en reprenant les paroles du cardinal Ratzinger, « il n'existe pas de foi toute nue ou de religion à l'état pur. En termes concrets, quand la foi dit à l'homme qui il est et comment il doit commencer à être homme, la foi crée la culture. La foi est  elle-même culture ».

De là on comprend, a souligné le cardinal Scola, « cette circularité inévitable entre la foi et la culture, quand la culture est perçue dans sa signification prégnante, comme une expérience humaine consciente ».  

« La foi, en offrant à l'homme une hypothèse interprétative du réel, est source de culture, et la culture (ou les cultures), en s'exerçant, se fait la propre interprète des croyances. Dans le temps historique, une telle dynamique est insurmontable. La tradition, correctement et culturellement interprétée, l'assure ».

« Ainsi il n'existe pas de moment initial d'une clarté absolue (dans notre cas une « foi pure ») suivi d'un temps de nébulosité croissante, mais plutôt un échange continu entre ces deux pôles », a-t-il ajouté.

« La culture est toujours à purifier à la lumière de la foi, mais la foi, sans assombrir l'assentiment dû à la vérité, est toujours à interpréter selon les instances suscitées par la religion (culture) ».
A la lumière de cela, a conclu le cardinal Scola, « on comprend mieux la nécessité d'une interprétation culturelle de l'islam, liée au fait que l'islam, comme toute religion, est source de culture et qu'il propose donc une interprétation du réel ».
Italian Card. Angelo Scola: la tradizione, un patrimonio da interpretare
Jun 29, 2009
Il Patriarca di Venezia apre la due giorni di incontri di "Oasis"

ROMA, lunedì, 22 giugno 2009 (ZENIT.org).- In una società plurale come la nostra diventa necessario interpretare correttamente il tema della tradizione. E' quanto ha detto questo lunedì il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nell'inaugurare il convegno che riunsice fino a domani nella città lagunare il Comitato scientifico internazionale della Fondazione “Oasis” (www.oasiscenter.eu).

Il tema di questo appuntamento, giunto alla sua sesta edizione, è incentrato su come interpretare le tradizioni al tempo del “meticciato di civiltà e culture”.

Il “meticciato di civiltà” è una categoria utilizzata per spiegare e descrivere l'inedito processo in atto di incontro di uomini e civiltà, che richiama la necessità per le culture di aprirsi all'alterità per arricchirsi in una sintesi nuova, senza però arrivare a una confusione delle identità.

Tuttavia, ha avvertito il porporato, il “meticciato di civiltà” non costituisce un “programma politico” da perseguire all'interno delle società moderne condraddistinte da una sempre più marcata multiculturalità.

Nel documento preparatorio all'incontro si legge che “alla tradizione ci si riferisce quando si parla della necessità di favorire un processo di 'integrazione' delle minoranze in un contesto storico diverso dalla loro matrice culturale” e “si afferma la necessità di legiferare e ordinare la vita della società civile non in astratto ma alla luce della storia e della cultura di un popolo”.

“La tradizione – continua il documento – si presenta inoltre come un’espressione tipicamente comunitaria e sociale di accesso alla verità, la quale da una parte è norma della tradizione, dall’altra ci si offre storicamente solo attraverso di essa”.

In particolare, ha affermato il Cardinale Scola, “molti singoli e molte comunità che interagiscono nel processo di meticciato di civiltà esibiscono una singolare autocoscienza: quella di essere espressione di una tradizione che li precede e li supera”.

“Non punti isolati, dunque, ma anelli di una catena che risale molto indietro nel tempo, fino a un evento fondativo che, nel caso delle fedi religiose universalistiche, è ritenuto possedere un significato valido per ogni tempo e ogni luogo”, ha poi spiegato.

E se da una parte “esiste spazio sufficiente per articolare un’alternativa tra un’esistenza senza radici e una sclerotica ripetizione dell’identico”, dall'altra “la tradizione rettamente intesa resta necessaria”.

“Dai discorsi che ho potuto ascoltare in questi anni, ad esempio all’Università di al-Azhar nel 2006 o al Royal Institute for Interfaith Studies nel 2008 – ha raccontato il porporato – , mi pare evidente che la critica illuministica alla tradizione, intesa come trasmissione meccanica di un pacchetto di verità intangibili, ha raggiunto anche l’altra sponda del Mediterraneo”.

“In questi anni abbiamo sentito spesso ripetere dai nostri interlocutori musulmani che occorre ritornare al Corano e alla sua razionalità – ha aggiunto –, lasciando cadere le interpretazioni che ne sono state date in passato, perché troppo segnate storicamente, ad esempio per quanto riguarda la condizione della donna o gli statuti delle minoranze”.

“In tal modo si documenta ancora una volta il valore di positiva purificazione che la modernità ha esercitato verso ogni tradizione religiosa”, ha quindi evidenziato.

“I soggetti del meticciato dunque sembrerebbero condannati a una radicale impasse – ha osservato il porporato –: nella misura in cui ambiscono mantenere un riferimento religioso concreto, non dissolto in principi astratti di portata universale, essi risulterebbero prigionieri di tradizioni prive di senso, che potrebbero addirittura essere di intralcio rispetto a una purezza originaria”.

Tuttavia, ha continuato il Patriarca di Venezia richiamando le parole del Cardinale Joseph Ratzinger, “non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura”.

Da qui si capisce, ha sottolineato il Cardinale Scola, “l’inevitabile circolarità tra fede e cultura, quando la cultura è intesa nel suo senso pregnante di esperienza umana consapevole”.

“La fede, offrendo all’uomo un’ipotesi interpretativa del reale, produce cultura, e la/e cultura/e, esercitandosi, interpreta(no) le fedi stesse – ha detto –. Nel tempo storico, una tale dinamica è insuperabile. La tradizione adeguatamente e culturalmente interpretata la assicura”.

“Pertanto non esiste un momento iniziale di assoluta chiarezza (nel nostro caso “la pura fede”) seguito da un tempo di crescente nebulosità (“la cultura”, “la religione” in senso barthiano), ma piuttosto un continuo scambio tra questi due poli”, ha aggiunto.

“La cultura è sempre da purificare alla luce della fede, ma la fede, senza oscurare l’assenso dovuto alla verità, è sempre da interpretare secondo le istanze suscitate dalla religione (cultura)”.

Alla luce di questo, ha quindi concluso, “si comprende meglio la necessità del compito di un’interpretazione culturale degli Islam connesso al dato che l’Islam, come ogni fede, produce cultura in quanto propone un’interpretazione del reale”.
Italian BIENNALE VENEZIA/ Cardinal Scola: non dimenticare gli operai di Marghera
Jun 22, 2009

Venezia mentre celebra «lo splendore dell'arte contemporanea», ospitando la Biennale, non può dimenticare le questioni sociali della città e in particolare degli operai di Marghera, ha detto il Patriarca della città lagunare, cardinale Angelo Scola, alla cerimonia in onore di Galileo Galilei, in piazza San Marco, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e del sindaco Massimo Cacciari.

Come il cannocchiale inventato 400 anni fa da Galileo permise di allargare gli orizzonti all'esplorazione astronomica «oggi bisogna allargare gli orizzonti in modo che siano capaci di integrare la pluralità dei problemi che stiamo attraversando e la straordinaria fragilità della bellezza veneziana. Così mentre vediamo splendere l'arte contemporanea, non possiamo dimenticare le sofferenze di Marghera e dei nostri operai del petrolchimico. Non possiamo neanche trascurare la fatica che fanno molte realtà della terraferma a sentire i problemi di Venezia come propri. Ci attende un grande lavoro di allargamento di orizzonti. Le nostre istituzioni - ha concluso - sanno collaborare in questa opera. Abbiamo tutti i nostri limiti, è umano, tuttavia ci accomuna il desiderio di fare di Venezia sempre più una città dell'umanità».

www.ilsussidiario.net
Italian L'omelia pasquale del Patriarca: "La sovranità di Dio sulla morte. Dove passa il Risorto, la vita vince"
Apr 17, 2009

> “Nella risurrezione di Gesù la terra si spalanca verso il Cielo”: è l’immagine usata dal Patriarca all’inizio della sua riflessione durante le celebrazioni della Pasqua - definita “la festa della feste” - che si sono svolte nella basilica cattedrale di San Marco. Cristo infatti, ha spiegato il card. Scola, “ha condiviso il cammino di tutti sulla terra degli uomini, come tutti ha concluso il suo cammino nella tomba, ma ha vinto la morte. Egli era l’unico che poteva non morire ma per un atto di amore perfetto ha spezzato, con la sua morte singolare, la catena della nostra morte comune”.
>
> Ripercorrendo il racconto evangelico della resurrezione il Patriarca si è quindi soffermato sulla presenza delle donne, primi testimoni del grande evento: “Resistendo sotto la croce, avevano rappresentato la Chiesa amante, continuano a vivere questa missione e non si lasciano scoraggiare dai terribili eventi che paralizzavano ancora, nello smarrimento, gli apostoli. Una devozione amorosa che ha il coraggio dei semplici. Dio la premia. Queste donne non possiedono nulla di eroico se non la forza dell’amore. Lo mostra, tra l’altro, il loro spavento. L’amore cerca l’Amato”. Sono proprio loro a ricevere la straordinaria notizia dell’angelo che, nella cronaca dell’evangelista Marco appare “come se fosse ovvia.  Come se dicesse ad un visitatore: la persona che cerchi è uscita, ti dico dove la puoi trovare. L’annuncio dell’evento più inconcepibile ha il tono di una tranquilla normalità perché in esso c’è qualcosa di divino: nella risurrezione di Gesù Dio mostra tutta la Sua sovranità sulla morte. Il potere di Dio sulla vita e sulla morte è efficace. In Cristo Dio libera gli uomini dalla schiavitù del timore della morte. Cristo entra in ogni pena, in ogni dolore - come non pensare alle strazianti immagini delle esequie dell’Aquila? - per trasfigurarlo con il Suo passaggio, la Sua Pasqua. Perché dove Lui passa, passa il Risorto, e la vita, alla fine, vince”.
>
> Ma l’annuncio della resurrezione, ha proseguito il card. Scola, “non è solo per le donne e per i Suoi, né per la casa d’Israele, ma per tutti”. E’ un messaggio che va portato e testimoniato pubblicamente tenendo presente che “la testimonianza non è anzitutto qualcosa che viene da noi ma qualcosa di cui siamo i primi stupiti beneficiari e che deborda da noi, un dono inarrestabile che chiede a sua volta di essere donato”. Si apre così un tempo di vera speranza: “Dalla Pasqua odierna muta il nostro quotidiano. Il Risorto ci rende accessibile l’amore effettivo. E questo cambia il nostro sguardo su tutta la realtà. Ci apre al principio-speranza. E alla speranza solidale che si adopera per costruire, senza arrendersi, pace e giustizia su questa terra”.
>
> Anche di fronte alla “morsa del male, dentro e fuori di noi. Dov’è allora il Risorto? Quale novità allora dopo la Redenzione di Cristo? Il mondo ci appare in pieno travaglio e la morte con i suoi dolorosi anticipi sembrano avere la meglio: pensiamo alla tragedia del recente terremoto, a quella dei bambini e degli innocenti, alla violenza inaudita della guerra e dei mille altri conflitti che si scatenano anche nelle nostre società cosiddette avanzate, per non parlare della miseria africana, della perdita del lavoro per italiani ed immigrati, degli ultimi di ogni parte del mondo”. Come per San Tommaso, così per ognuno di noi l’incredulità viene superata “grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua a indicarci nel dolore, nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano. La Santa Madre Chiesa, viva dopo duemila anni nonostante la fragilità degli uomini di Chiesa, è la garanzia oggettiva che la fede se tu la accogli vince oggi ogni pena, ogni dolore, la morte stessa e, soprattutto, se ci pentiamo, il nostro peccato”.

www.patriarcatovenezia.it
Italian L'intervista del Patriarca di Venezia, card. Angelo Scola, al settimanale Gente Veneta in occasione della Pasqua 2009
Apr 14, 2009

> Per vivere con intensità la prossima Pasqua, siamo invitati ad un esercizio di immedesimazione: È immedesimandoci in profondità con i fatti che la Scrittura e la liturgia ci propongono - dice il Patriarca - che noi possiamo intravedere, con gli occhi della fede, qualcosa di questo grande mistero che, nonostante tutto, ci spalanca nella pace verso il futuro.
>
> L’esercizio di immedesimazione aiuta la comprensione e l’esperienza - con gli occhi della fede - di quel fatto eccezionale e per tanti versi così misterioso che è la risurrezione di Gesù.Un fatto eccezionale e inusitato, così come fa capire lo stesso Vangelo. È nel testo di Giovanni (14,28) che Gesù dice “Vado e tornerò da voi”, annunciando la sua morte e risurrezione. Ma per quale motivo, e con quale vantaggio, noi uomini del Duemila dovremmo credere allo straordinario passare di Cristo per la morte e al suo non andarsene per sempre?
>
> Già, “Vado e tornerò da voi” è il morire crocifisso per tornare a noi in un nuovo legame di vita eterna. Ma come comprendere tutto ciò?
> Per comprendere in profondità l’affermazione di Giovanni - spiega il Patriarca - bisogna stare davanti fino in fondo al racconto che i quattro evangelisti ci fanno dell’ultima cena, dell’arresto, della passione, della croce e della risurrezione di Gesù.
> Quel che noi vediamo, continua il card. Scola, è un avvenimento assolutamente eccezionale. Si tratta dell’amore personificato. E cioè: Dio, che è in se stesso amore, manda Suo Figlio in mezzo a noi per salvarci. Ed Egli liberamente obbedisce al Padre. Lo hanno detto molto bene anche i giovani della nostra diocesi, nella Via Crucis di sabato scorso, utilizzando il linguaggio informatico “salva con nome”.
> Prosegue il Patriarca: Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, è l’amore che afferra ciascuno di noi, soprattutto nella contraddizione, nel dolore, nel peccato e nella morte. Così che, se noi ci affidiamo a Lui, per quanto sia grande il nostro dolore, devastante la prova che ci tocca (pensiamo al terribile terremoto che ha colpito i nostri fratelli in Abruzzo) o la nostra contraddizione, Gesù ci trascina a sé: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).
> La fede ci apre la strada di questo ritorno, che è il ritorno alla casa del Padre: La Trinità, come diceva il grande von Balthasar, è una casa con le porte aperte: è il luogo dell’amore che attende ogni uomo che nella sua vita abbia scelto il bene. E, se ha incontrato Cristo, che l’abbia seguito.
> In questo senso vivere la Pasqua è scoprire che Gesù è realmente il principio-speranza. E a partire dalla Sua esperienza - Lui non ha definito il dolore per spiegarlo, ma l’ha condiviso; non ha definito la morte la morte per spiegarla: l’ha condivisa - la fede diventa il ragionevole abbandonarsi a questo abbraccio di Gesù che sempre ci aspetta.
> Eppure la grande fatica che sembra attardare tante persone sulla soglia della fede ha proprio a che fare con la comprensione del fatto centrale della risurrezione. Anche una recente indagine dell’Osret (Osservatorio socio-religioso del Triveneto) lo attesta. Cosa augurare, per Pasqua, a chi indugia nel dubbio? Cosa proporre a chi è perplesso?
> La partecipazione feconda alla liturgia pasquale, risponde il Patriarca: Da duemila anni la Santa Messa è il grande anticipo, il primo germe della risurrezione. Il genio del cattolicesimo si vede proprio qui. Gesù ha anticipato gli eventi della Pasqua, nell’offerta di sé, cambiando il pane nel Corpo e il vino nel Sangue, perché noi potessimo viverli dopo la Sua morte e risurrezione. Come i Suoi discepoli li hanno intravisti nell’ultima Cena, così noi li possiamo intravedere nell’eucaristia. Abbiamo soprattutto bisogno - lo ripeto - di imparare ad immedesimarci.
> Poi - continua il nostro vescovo - si tratta di ascoltare i segni della risurrezione: Tra questi, secondo me, il più imponente è il fatto che quegli uomini, i Suoi discepoli, che si erano rinchiusi, atterriti e pieni di angoscia, nella stanza del cenacolo, improvvisamente trovano il coraggio (lo raccontano gli Atti degli Apostoli) di andare in piazza ad annunciare a tutti il Regno fino a dare la propria vita. Dev’essere successo qualcosa di grande per spiegare tutto ciò. E cosa? Che Lo hanno rivisto, che hanno nuovamente incontrato Gesù.
> Altra questione è quella relativa al vero corpo di Gesù: Gesù è risorto, come ci fa dire la liturgia nella notte di Pasqua, nel Suo vero corpo. Ma per poter capire cos’è il vero corpo, noi dobbiamo passare attraverso la nostra morte.
> Anche in questo caso la via per cercare di comprendere è il Vangelo: Mentre noi siamo costretti a stare nel tempo e nello spazio, Gesù - dice la Scrittura - può entrare, col suo vero corpo, nel tempo e nello spazio, ma non è obbligato a restarci. Le grandi apparizioni di Gesù ci documentano che Egli può mangiare, ma non è obbligato a mangiare. In ciò si può intravedere qualcosa del Suo vero corpo, ma non si tratta certo di una evidenza sperimental-scientifica. Per avere l’evidenza incontrovertibile del dato della risurrezione dobbiamo accettare che la nostra libertà passi per la cruna dell’ago della morte, così come Lui, il Venerdì Santo, ci è passato. Ma noi, in questo passaggio, siamo anticipati dal Risorto che ci attende con Sua Madre. Non andiamo incontro all’ignoto. La Pasqua ci dà la speranza certa della risurrezione se noi guardiamo il Crocifisso, e guardiamo la modalità con cui Lui, che era l’unico che poteva non morire, ha deciso di morire per nostro amore.
> E in questa riflessione è anche l’augurio di Pasqua del Patriarca Angelo: L’augurio è quello di guardare il crocifisso, di prenderlo in mano in questi giorni, se lo abbiamo in casa; nonché di andare con umiltà a confessarci, perché la confessione è il luogo in cui la nostra libertà tocca il vertice, riconoscendo il proprio limite e chiedendo all’amore di Cristo di sanarci. E poi auguro a tutti di partecipare alla Veglia pasquale e alla santa messa di Pasqua, perché è la liturgia che ci accompagna con naturalezza dentro il ritmo della bellissima affermazione giovannea “Vado e ritornerò da voi”.
>
> La persona al primo posto. E la comunità con essa, nel segno della solidarietà. È ritarando la gerarchia dei valori che l’economia e la finanza sapranno uscire dalla crisi che da alcuni mesi attanaglia il globo.
> Eminenza, in che senso la Pasqua ha qualcosa da dire all’umanità morsa dalla crisi?
> Nel senso che l’evento della Pasqua è un dato storico, preciso, che noi viviamo nella liturgia non come una sacra rappresentazione, ma come un’azione della nostra libertà sempre situata nella storia. E perciò si lega anche alla condizione storica della grave crisi attuale.
>
> E che messaggio ne viene?
> La speranza a cui Gesù ci spalanca nella Pasqua è una speranza solidale. È l’espressione della solidarietà del Figlio di Dio con l’uomo: il Figlio di Dio, nel Suo incarnarsi, si fa carico di tutte le dimensioni della vita dell’uomo, e l’economia è una di queste. Perciò per noi cristiani, ma anche per chi riflette con ragionevolezza sulla presente situazione, questa prospettiva di Cristo come principio-speranza solidale può aiutare ad uscire da questa crisi che è anzitutto crisi di mentalità e di cultura.
>
> Come uscirne, appunto?
> Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
>
> Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
> Si tratta piuttosto di interrogarci su come consumare per poi decidersi magari a consumare di meno. Dobbiamo in primo luogo chiederci a quali condizioni il consumo rende dignitosa e dilata la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
>
> E i consumi?
> Occupano un posto decisivo nella nostra vita. Se se ne fa un ragionevole uso, favoriscono la dignità dell’uomo. Altrimenti producono squilibrio.
>
> Lei, eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
> Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si saprà equilibrare il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa - lo diceva già San Tommaso - secondo cui tutto ci è dato in uso. Il senso cristiano della proprietà privata è proprio questo: tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che qui abbiamo cercato di delineare è per sua natura solidale.
>
> Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
> Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare - come ha detto il Papa nella sua recente, bellissima lettera al primo ministro inglese Gordon Brown - ai bisogni dell’Africa. Bisogna cioè guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.
>
> All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
> Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo.
>
> Aldilà del dettaglio delle soluzioni tecniche, cosa intende fare la diocesi di Venezia per aiutare chi la crisi ha messo in difficoltà?
> Noi abbiamo voluto riflettere con un po’ di calma e di pazienza per non prendere iniziative generose ma alla fine inefficaci. Ci muoveremo in più direzioni. La prima, e per noi la principale, è quella educativa: vogliamo educare alla speranza solidale che è Cristo risorto. Il che significa educare a stili di vita integrali, che vanno dalla dimensione personale ed affettiva fino alla dimensione sociale e di uso virtuoso dei beni.
>
> In secondo luogo?
> Anzitutto la nostra Caritas ha già promosso una raccolta di fondi destinata alle popolazioni terremotate dell’Abruzzo. Seguendo l’invito della C.E.I. indiremo per loro una colletta straordinaria la Domenica dopo Pasqua (19 aprile). Poi parteciperemo con molta generosità - e i sacerdoti già lo hanno fatto con il gesto di solidarietà durante la Messa Crismale del Giovedì Santo - alla grande colletta che la C.E.I. ha lanciato per il 31 maggio, per costituire il fondo di garanzia a favore delle famiglie in difficoltà. Potenzieremo il microcredito, un’esperienza già in atto nella nostra diocesi, infine incrementeremo il fondo per il pronto intervento sui bisogni urgenti e immediati. Ma soprattutto seguiremo con intensità e maggiore energia quanto già stiamo facendo da anni, attraverso le varie opere della carità capillarmente presenti nel Patriarcato ed in molte parrocchie. Aiuteremo cioè le persone a venire incontro ai bisogni primari di tutti: il mangiare, il vestirsi, il pagare la bolletta che non si riesce più a pagare… La carità infatti rende “creativa” la giustizia.
>
> Lo straordinario dell’ordinario?
> Sì, vorremmo stare il più possibile dentro la normalità, operando con il potenziamento dell’azione caritativa ordinaria che la nostra Chiesa vive da tempo. Faremo, certo, i passi straordinari che ho ricordato, ma vorremmo che il tutto si potesse iscrivere il più possibile nella norma, perché lo stile di vita cui puntiamo ha bisogno di stabilità e di fedeltà nel quotidiano. E neppure nei provvedimenti straordinari trascureremo la dimensione solidale della speranza, in particolare l’attenzione al Sud del pianeta.

Source: angeloscola.it
Italian Omelia del Patriarca S.E.R. Angelo Card. Scola
Apr 14, 2009
Domenica delle Palme

Venezia, 5 aprile 2009

> 1. La Settimana Santa, che si apre con la processione delle palme e degli olivi, è la settimana vera: i fatti dell’arresto, della condanna, della passione, della morte e della risurrezione di Gesù che la Chiesa nostra Madre ci fa vivere a partire da oggi, illuminano l’esistenza di ciascuno di noi e di tutti gli uomini di ogni tempo: sono la verità che, attraverso il sacramento, dà senso pieno alla storia.
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> La passione di Nostro Signore non è un mito. Sta sul solido terreno della storia. Si consuma “sotto Ponzio Pilato”. Anzi, essa è il farsi visibile del dato che dolorosamente accompagna tutta la storia dell’umanità dall’inizio fino alla fine: Dio viene battuto e coperto di disprezzo mentre si abbassa fino al livello estremo per noi e per prendere su di sé i nostri peccati (la kenosi di cui ci ha parlato l’inno della Seconda Lettura è lo svuotamento totale di sé).
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> La verità non è pura dottrina e morale, ma è anzitutto quest’Uomo, l’Uomo dei dolori che per amore conosce il patire (Prima Lettura: Terzo Canto del Servo). Cosa può muovere la nostra fragile libertà di fronte alla Verità vivente, personale e gloriosamente crocifissa? Possiamo con umiltà seguire Gesù fin sotto la Croce, come Maria, Giovanni e le donne. Lasciamoci dunque com-muovere e coinvolgere da quest’Uomo.
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>
> 2. Il formidabile racconto della Passione propostoci dall’Evangelista Marco è un asciutto verbale degli avvenimenti. L’evangelista ci offre dei dati, una narrazione oggettiva, altamente pietosa, senza analisi dei sentimenti. Attraverso azioni convulse e dialoghi incalzanti è descritta la lotta tra il bene e il male che si scatena intorno a Gesù, senza esclusione di colpi. Si capisce che l’Inno di Filippesi portando all’estremo il Canto del Servo insista: quest’Uomo «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio; ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).
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>
> 3. Marco non teme di scandalizzarci con la durezza delle sue espressioni: nel Getsemani Gesù è spaventato («cominciò a sentire paura e angoscia» Mc 14, 33), barcolla sfinito («cadde a terra» v 35). Nel racconto dell’arresto, nel precipitare degli eventi, si avverte la furia violenta che si sta abbattendo su di Lui: «E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani» (v 43). Nella narrazione di Marco, a differenza di quella degli altri sinottici, Gesù non dice nulla al traditore né al discepolo che ha colpito il servo del sommo sacerdote.
>
> Colpisce il Suo silenzio davanti al clamore assordante del male («Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui» v 57; «Tutti sentenziarono che era reo di morte. Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: "Fa’ il profeta!". E i servi lo schiaffeggiavano», vv 64-65). Pietro, dopo averlo seguito da lontano, si ostina terrorizzato nel suo tradimento («cominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quest`uomo di cui parlate"» v 71). Alla fine della scena Gesù è abbandonato da tutti.
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>
>
> 4. Dopo la supplica del Figlio di Dio crocifisso «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34), «Gesù, dando un forte grido, spirò» (v 37): la vita del Salvatore del mondo finisce con un grido straziante che dà voce all’inconcepibile, indicibile ingiustizia. Il Figlio di Dio fattosi uomo per morire per noi, l’innocente assoluto illividisce sul palo dell’ignominia fino a versare l’ultima goccia di sangue. Vi è forse un’ingiustizia più grande di questa? Essa però non riesce a strapparLo dalla relazione che lo lega al Padre. Il dolore assunto fino all’estrema sofferenza, anche la più atroce, che spesso per noi uomini diventa principio di sospetto fino all’inimicizia e alla separazione, con Gesù acquista un senso nuovo. Gesù spiega il dolore non con una teoria, ma condividendolo. Egli è «esperto nel patire».
>
> Carissimi, ogni nostra prova, sofferenza, dolore, se noi ci abbandoniamo, incontra sempre la solidarietà di Gesù che la precede e ci aiuta a portarla. Come non vedere allora in questo Crocifisso solidale con ciascuno e con tutti, reso «bello, bianco e vermiglio» dal dolore della Passione – come canta la Vergine in una profonda Lauda – il principio-speranza con cui affrontare il travaglio di questa epoca di transizione piena di avventura e di confusione? A chi guardare per affrontare i dolori che ci affliggono a livello personale e sociale. Su scala familiare e su scala mondiale. Guardiamo il Crocifisso speranza solidale!
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>
>
> 5. La sovrabbondanza è la misura dell’amore. Tutta la Passione sta sotto il segno di questo perfetta sovrabbondanza dell’amore di Dio per l’uomo.
>
> La donna che unge il capo di Gesù  non è chiamata per nome. Non pronuncia una sola parola. Parla solo il suo gesto. E parla così forte che Gesù proclama: «In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà pure anche quello che ha fatto» (v 9). L’espressione «in ricordo di lei» richiama il «Fate questo in memoria di me» della Cena eucaristica e suggella il per sempre costitutivo dell’amore. Quale realismo. L’amore, infatti, in forza della sua gratuità muove alla giustizia.
>
> Come sottrarci a questa com-mozione amorosa per deciderci finalmente a condividere ogni povertà, da quella dei lavoratori immigrati fino alla tragedia della miseria africana di cui restiamo in gran parte spettatori ignavi e colpevoli – come ha scritto Benedetto XVI al Primo Ministro John Brown. Come affrontare costruttivamente l’inedita prova economica, che tocca duramente molti uomini e molte famiglie anche qui da noi, senza rinnovare i nostri stili di vita nell’ottica di questo amore solidale?
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>
> 6. «Il centurione che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15, 39). Nel momento del buio più fitto si svela appieno il mistero di Gesù. Il testimone è colui che ha occhi limpidi per vederlo e un cuore semplice per riconoscerlo ed annunciarlo a tutti.
> Chiediamo alla Vergine Santissima di saper accompagnare da vicino Gesù, nostro amato Salvatore, in questa Santa settimana. Amen.

Source: www.patriarcatovenezia.it
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Italian Il patriarca di Venezia ha fatto un sogno: il meticciato di civiltà
Apr 13, 2009
E un suo amico filosofo ha scritto come arrivarci. Ma tra le religioni la strada è accidentata, specie tra cristianesimo e islam. L'arcivescovo Teissier racconta ciò che accade nella sua Algeria, divisa tra repressione e rispetto della libertà religiosa

di Sandro Magister

> ROMA, 1 aprile 2009 – Sulla copertina del libro ci sono una domanda e una foto. La foto mostra la confluenza tra il Rio delle Amazzoni e il Rio Negro: acque di colore diverso che scorrono vicine e poi si mescolano. La domanda è nel titolo: "Meticciato: convivenza o confusione?".
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> In effetti, nel linguaggio corrente, la parola "meticciato" non gode di buona reputazione. Nata con la mescolanza tra spagnoli e indios dopo la scoperta delle Americhe, fa pensare a conquista e soggiogamento. Oppure, associata al moderno multiculturalismo, evoca confusione, guazzabuglio tra persone e civiltà, giustapposte senza capirsi.
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> Eppure, proprio sul "meticciato di civiltà" ha scommesso uno degli uomini di Chiesa più impegnati nell'interpretare e orientare i rapporti tra popoli, religioni e culture: il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia.
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> Il libro è una tappa importante di questo programma. È stampato dalla Marcianum Press, l'editrice del patriarcato di Venezia. L'autore è Paolo Gomarasca, professore di filosofia e antropologia all'Università Cattolica di Milano.
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> Il cardinale Scola lanciò per la prima volta l'idea del meticciato nel 2004, quando a Venezia fece nascere una fondazione internazionale finalizzata alla reciproca conoscenza e all'incontro tra l'Occidente e l'islam. Una fondazione chiamata "Oasis", con una rivista dello stesso nome in quattro versioni distinte: in italiano, in francese e arabo, in inglese e arabo, in inglese e urdu.
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> Per il patriarca di Venezia, il meticciato tra le civiltà è un processo che è sotto gli occhi di tutti, esteso a tutto il mondo e in continua accelerazione, come mai in passato. È un processo che "non chiede il permesso di accadere", semplicemente c'è. Non bisogna illudersi di fermarlo. È doveroso invece giudicarlo criticamente e "orientarlo verso stili di vita buona, personale e sociale". A maggior ragione "da parte di noi uomini delle religioni, convinti che tutti i popoli sono parte di un'unica famiglia umana e che Dio guida la storia".
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> Da qui è nata l'idea di mettere ordine in questo processo, anzitutto concettualmente. Il libro del professor Gomarasca ricostruisce la storia del meticciato di civiltà, dalla scoperta delle Americhe a oggi, una storia che è anche storia delle sue interpretazioni più o meno fallimentari, da quella coloniale a quella del multiculturalismo.
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> Ma Gomarasca non solo osserva e descrive. Indica una direzione di cammino. La categoria chiave che mette in campo è quella di filiazione:
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> "Il meticcio è una novità che nasce dalla relazione dell'uno con l'altro, ma che non può essere ridotto né all'uno né all'altro, è un effetto che eccede entrambi. Prendiamo ad esempio quello che accadde nel Nuovo Mondo: chi sono i 'mestizos' se non figli, la cui identità mista interroga la coscienza dei loro padri bianchi, che si rendono conto improvvisamente di non poter essere gli unici? La filiazione, come riconoscimento di un'origine comune, è condizione necessaria della vita buona".
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> La famiglia e la libera società civile sono i naturali "luoghi di riconoscimento" e di messa in opera di questa comunanza tra le persone, i popoli, le culture. E così le religioni:
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> "Posto che le religioni sono capaci di dare ragioni pubbliche della propria fede, è essenziale valorizzare il contributo di verità che esse possono fornire al pensiero della relazionalità costitutiva dell'umano".

Source: chiesa.espresso.repubblica.it
French Le patriarche de Venise a fait un rêve: le métissage de civilisations
Apr 13, 2009
L'un de ses amis, philosophe, indique dans un livre comment y arriver. Mais la route est accidentée entre les religions, surtout entre le christianisme et l'islam. L'archevêque Teissier raconte ce qui se passe dans son Algérie, partagée entre répression et respect de la liberté religieuse

par Sandro Magiste

> ROME, le 1er avril 2009 – Sur la couverture du livre, une question et une photo. La photo est celle du confluent de l’Amazone et du Rio Negro: des eaux de couleurs différentes coulent l’une à côté de l’autre puis elles se mêlent. La question est dans le titre: "Métissage: coexistence ou confusion?".
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> En effet, dans le langage courant, le mot "métissage" n’a pas bonne réputation. Né avec le brassage des Espagnols et des Indiens après la découverte des Amériques, il fait penser à la conquête et à l’assujettissement. Ou bien, associé au multiculturalisme moderne, il évoque une confusion, un fouillis de personnes et de civilisations juxtaposées qui ne se comprennent pas.
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> Mais c’est justement sur le "métissage de civilisations" qu’a parié l’un des hommes d’Eglise les plus actifs dans l'interprétation et l’orientation des rapports entre peuples, religions et cultures: le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise.
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> Le livre est une étape importante de ce programme. Il est publié par Marcianum Press, éditeur du patriarcat de Venise. L'auteur, Paolo Gomarasca, est professeur de philosophie et d’anthropologie à l'Université Catholique de Milan.
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> Le cardinal Scola a lancé pour la première fois l'idée du métissage en 2004, quand il a créé à Venise une fondation internationale ayant pour objet la connaissance mutuelle et la rencontre de l'Occident et de l'islam. Cette fondation, appelée "Oasis", publie une revue portant le même nom, en 4 versions distinctes: italien, français-arabe, anglais-arabe, anglais-ourdou.
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> Selon le patriarche de Venise, le métissage des civilisations est un processus qui est sous les yeux de tous. Il touche le monde entier et s’accélère sans cesse, comme jamais dans le passé. "Il ne demande pas la permission de se produire", il existe, tout simplement. Croire qu’on peut l’arrêter est une illusion: il faut plutôt le juger de façon critique et "l’orienter vers des façons de vivre droites, au niveau personnel et social". A plus forte raison "pour nous, hommes des religions, convaincus que tous les peuples font partie d’une seule famille humaine et que Dieu conduit l’histoire".
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> De là l'idée de mettre de l’ordre dans ce processus, surtout conceptuellement. Le livre du professeur Gomarasca reconstruit l’histoire du métissage de civilisations, depuis la découverte des Amériques jusqu’à aujourd’hui, une histoire qui est aussi celle de ses interprétations plus ou moins insatisfaisantes, du point de vue colonial au multiculturalisme.
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> Mais Gomarasca ne fait pas qu’observer et décrire. Il indique une direction de réflexion. La catégorie clé qu’il met en œuvre est celle de la filiation:
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> "Le métissage est une nouveauté née de la relation de l'un avec l'autre, mais il ne peut être réduit ni à l’un ni à l’autre: c’est un effet qui les dépasse tous les deux. Voyons par exemple ce qui arrive dans le Nouveau Monde: que sont les 'mestizos' sinon des enfants - dont l’identité mixte interroge la conscience de leurs parents blancs - qui comprennent tout à coup qu’ils ne peuvent pas être les seuls? Comme reconnaissance d’une origine commune, la filiation est une condition nécessaire de la vie droite".
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> La famille et la société civile libre sont de manière naturelle les "lieux de reconnaissance" et de mise en œuvre de cette communauté entre les hommes, les peuples, les cultures. Et aussi les religions:
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> "Si l’on admet que les religions sont capables de donner des raisons publiques de leur foi, il est essentiel de valoriser l’apport de vérité qu’elles peuvent fournir à l’idée de la relationnalité constitutive de l'être humain".

Source: chiesa.espresso.repubblica.it
English The Patriarch of Venice Has a Dream: A "Mestizaje" of Civilizations
Apr 13, 2009
And his philosopher friend has written about how to get there. But the road between the religions is strewn with obstacles, especially between Christianity and Islam. Archbishop Teissier tells about what happened in his Algeria, divided between repression and respect for religious freedom

by Sandro Magiste

> ROME, April 1, 2009 – On the cover of the book are a question and a photo. The photo shows the confluence of the Amazon River and the Rio Negro: waters of different colors run next to each other, and then mix together. The question is in the title: "Mestizaje: coexistence, or confusion?".
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> In effect, the word "mestizaje" does not enjoy a good reputation in contemporary language. Born from the interbreeding between Spanish and Indians after the discovery of the Americas, it brings to mind conquest and subjection. Or, if it is associated with modern multiculturalism, it evokes confusion, a mishmash of persons and civilizations, juxtaposed without any comprehension.
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> And yet, a wager has been made on a "mestizaje of civilizations" by one of the churchmen most closely engaged in interpreting and directing relationships among peoples, religions, and cultures: Cardinal Angelo Scola, the patriarch of Venice.
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> The book is an important phase in this program. It is published by Marcianum Press, the publishing house of the patriarchate of Venice. The author is Paolo Gomarasca, a professor of philosophy and anthropology at the Catholic University of Milan.
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> Cardinal Scola was the first to launch the idea of the "mestizaje" in 2004, when he created an international foundation in Venice aimed at mutual understanding and encounter between the West and Islam. The foundation is called "Oasis," and publishes a magazine by the same name in four distinct versions: in Italian, in French and Arabic, in English and Arabic, and in English and Urdu.
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> For the patriarch of Venice, the "mestizaje of civilizations" is a process taking place before the eyes of all, extended all over the world and in constant acceleration, as never before. It is a process that "does not ask for permission to happen," it simply is. There is no point in imagining that one can stop it. What is needed, instead, is to judge it critically and "orient it toward ways of life that are good, personal, and social." This is especially important "for us, men of religion, convinced that all peoples are part of a single human family, and that God guides history."
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> From this emerged the idea of organizing this process, and conceptually first of all. The book by Professor Gomarasca reconstructs the history of the "mestizaje" of civilizations, from the discovery of the Americas until today, a history that is also the history of its more or less faulty interpretations, from that of colonialism to that of multiculturalism.
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> But Gomarasca does not merely observe and describe. He points out a path to follow. The key category that he brings into play is that of filiation:
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> "The 'mestizaje' is something new that emerges from the relationship of one with another, but cannot be reduced either to the one or to the other, it is an effect that transcends both. Let us take for example what happens in the New World: who are the 'mestizos' if not children whose mixed identity calls upon the consciences of their white fathers, who suddenly realize that they cannot be the only ones? Filiation, as an acknowledgment of a common origin, is a necessary condition for the good life."
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> The family and free civil society are the natural "places of acknowledgment" and of the implementation of this mingling of persons, peoples, cultures. And so are the religions:
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> "Granted that the religions are capable of giving public reasons for their faith, it is essential to evaluate the contribution of truth that they can provide to the thought about the essential relationality of that which is human."

Source: chiesa.espresso.repubblica.it
Italian Il patriarca Angelo Scola alla scuola dei salesiani: “L’università deve essere educativa e non solo addestramento alla conoscenza”
Apr 13, 2009

> «Un’università neutralista potrà anche istruire, ma non educa». A marcare la non scontata differenza tra una trasmissione dei saperi e la formazione della persona è stato, ieri, il Patriarca Angelo Scola nel dies academicus della Scuola superiore internazionale di Scienze della Formazione dei salesiani all’istituto San Marco alla Gazzera. Tenendo una lectio magistralis sul tema “Paideia e università”, il cardinale ha spiegato che educare significa introdurre tutta la persona alla realtà totale partendo però da un punto di vista unitario. “Una dichiarata ed equivoca scelta di neutralità con il pretesto di non ledere il diritto di nessuno ambisce a formare i giovani senza proporre esplicitamente un’ipotesi sintetica d’interpretazione della realtà e finendo per togliere ogni validità al concetto di valore”, ha detto. Nel suo argomentare, Scola, al solito, è ricorso a numerose citazioni: Montale, Wojtyla, Bonhoffer, von Balthasar, Blondel, don Bosco e Newman del quale, in particolare, ha rammentato il “non c’è vero allargamento dello spirito se non quando vi è la possibilità di considerare una molteplicità di oggetti da un punto di vista e come un tutto”. Così ha tracciato quello che è l’obiettivo dell’educazione nel senso autentico: “Se è il reale ad offrirsi al soggetto come un evento, il compito dell’educatore è d’introdurre l’educando ad un’esperienza integrale della realtà che lo guidi a decifrarne il significato esponendosi in un rapporto eminentemente dialogico”. Nel passaggio successivo Scola ha spiegato come l’università debba fare ciò. “Perché sia pedagogicamente appropriata e non venga meno alla sua propria vocazione, essa dev’essere luogo di ricerca e verifica di un’ipotesi veritativa ultima e perciò di reale educazione, altrimenti rischia di possedere soltanto un’utilità strumentale conducendo piuttosto a un addestramento” ha spiegato. Si ritorna, così, a quel punto di vista unitario di Newman che naturalmente per i credenti è Gesù Cristo. “Certo, tale principio d’interpretazione del reale deve vivere nella persona e esprimersi nella comunicazione tra docente e discente, ma esso raggiunge la massima fecondità se viene espresso nell’incessante e reciproca testimonianza che deve circolare tra il corpo docente e gli studenti”.

Source: www.gazzettino.it
Italian «L’Europa ponte di dialogo per tutto il Mediterraneo»
Apr 13, 2009
A Venezia il convegno organizzato dal Mcl. Il cardinale Scola: «Camminare insieme con la propria identità» Il Patriarca latino Twal: correggere 60 anni di errori in Medio Oriente

> Ci auguriamo che il nostro pluralismo mediterraneo, come pure la nostra unità, continueranno ad esistere nonostante l’invasione di altre culture, nonostante una globalizzazione selvaggia ». Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, portando la sua testimonianza al convegno su «Il mare al centro delle terre per un nuovo slancio del dialogo sociale europeo nel Mediterraneo » organizzato dal Movimento cristiano lavoratori, da Efa e da Eza. Da qui la necessità di un dialogo tra l’Europa e i popoli del Mediterraneo, come ha sottolineato il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, introducendo i lavori. Ma quale dialogo? «Un dialogo – ha specificato Scola – che suppone dei soggetti in campo; che non deve essere un falso monologo, un parlarsi privo di ascolto». Un dialogo che utilizza l’interlocutore come puro specchio per riaffermare propria identità, e che pertanto «riduce questo dialogo a un monologo disperato ». Insomma, «bisogna imparare a camminare insieme, ma certi del proprio volto e della propria identità, e tesi ad afferrare i fenomeni storici in corso per orientarli e farli convergere nella direzione della pace». Facendo leva sull’esperienza di cinque anni di efficaci rapporti, attraverso il Centro Oasis, tra Venezia, anzi l’Europa e i Paesi del Sud Mediterraneo, compresi quelli musulmani, Scola ha aggiunto: «Tutti dobbiamo accettare il dato che oggi è in atto una transizione rapida, e non priva di violenza, verso una civiltà di meticciato culturale». Una trasformazione, a suo parere, «che non chiede il nostro permesso per accadere, ma ci induce a orientarla affinché possa concorrere a creare una vita buona», che «non può prescindere da un buon governo». E questo dovrebbe valere anche per il Medio Oriente, dove invece – annota monsignor Twal – ci sono stati 60 anni di violenza e conflitto, « decisamente troppi». E se dopo 60 anni nel Medio Oriente non c’è ancora la pace «vuol dire che i mezzi usati sono stati fin qui sbagliati», ha detto Twal rispondendo alle domande dei partecipanti arrivati da ogni parte del Mediterraneo. « Forse, dunque, è il momento di cambiare sistema – ha aggiunto –, siamo in Quaresima e prossimi alla Settimana di Passione, e anche i nostri politici hanno bisogno di conversione: del cuore, della testa e degli stessi discorsi. Bisogna avere più fiducia reciproca». Twal, spiegando poi di essere «ottimista » sul futuro della Terra Santa, ha ancora sottolineato che la pace «non dipende solo dal governo », ma anche dalla società civile, dall’Europa e dagli Usa. E in questa prospettiva, ha precisato, il viaggio del neo-premier israeliano Benjamin Netanyahu in Giordania e in Egitto «è senz’altro positivo ed è un motivo per cui non si deve perdere la speranza». Un contributo decisivo lo porterà, in ogni caso, la visita del Papa. «L’Europa deve impegnarsi di più per la ricerca di un assetto istituzionale condiviso – ha affermato dal canto suo Carlo Costalli, presidente del Mcl – sul quale convergano gli sforzi dei Paesi del nord e del sud, che rappresenta il modo migliore, e forse l’unico, per ridurre, ove possibile, i contrasti esistenti. Un “generico partenariato”, come sembra essere stato quello degli ultimi tempi, non è più sufficiente». «Per raggiungere questi obiettivi – ha concluso – sempre più importante sarà il ruolo della società civile, che dovrà lanciare iniziative culturali, convegni, ma anche costruire opere con­crete che possano favorire la cooperazione ed il dialogo, soprattutto nei punti più caldi delle due sponde».

Source: www.avvenire.it
Italian Il senatùr a Venezia in visita al Patriarca
Apr 13, 2009

> Venezia. «Siamo andati a far benedire Tremonti, anzi siamo andati tutti a farci benedire». Così ha scherzato dal motoscafo il ministro Umberto Bossi, rivolgendosi ai giornalisti che gli chiedevano il senso della sua visita privata a Venezia al Patriarca Angelo Scola e per di più accompagnato dai ministri Giulio Tremonti, Roberto Calderoli e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Aldo Brancher. Al di là dei convenevoli e degli auguri di Pasqua scambiati con il cardinale, è logico e ragionevole pensare che la calata in laguna di personaggi di questo calibro abbia avuto anche altre finalità che, dato il silenzio in cui è stato avvolto l’episodio, è solo possibile ipotizzare. Anche perché il rapporto tra il leader del Carroccio e la Chiesa cattolica in passato non è stato idilliaco. Basti pensare ai continui e ripetuti attacchi al Vaticano, da lui accusato di combattere il progetto di federalismo portato avanti dalla Lega. Cinque anni fa arrivò addirittura a chiedere la cancellazione dell’8 per mille dell’Irpef, subito stoppato da Berlusconi. Questa "folgorazione sulla via di Damasco" non è stata improvvisa, perché pare che l’incontro veneziano fosse stato programmato da parecchi mesi, favorito dal ministro dell’Economia, che già nel luglio di due anni fa aveva ospitato il senatùr a Lorenzago per incontrare papa Benedetto XVI. La maggioranza di Governo sta di nuovo strizzando l’occhiolino al mondo dell’attivismo cattolico e il Patriarca è stato un membro influente di Comunione e Liberazione? Troppo pochi dati per affermarlo. Congetture a parte, l’incontro nello studio del Patriarca è durato un’ora e mezza durante il quale c’è stata l’occasione di parlare ufficialmente di molte cose: dalla situazione in Abruzzo dopo il terremoto (i tre politici erano da poco stati in visita a L’Aquila) a tutta una serie di temi relativi all’agenda politico-economica del Paese fino ai temi legati a famiglia, giovani e scuola. «Abbiamo parlato di tutto - ha aggiunto Bossi - soprattutto del federalismo». In una nota del Carroccio successiva alla visita, il cardinale Scola sarebbe stato molto interessato a conoscere le ultime novità sulle riforme in cantiere, con particolare attenzione al federalismo fiscale, che alla fine di questo mese sarà in aula al Senato, e con un approfondimento dedicato al cosiddetto federalismo demaniale. Anche a questo era legata la presenza nella delegazione del professor Luca Antonini, docente a Padova di Diritto costituzionale e consulente di Calderoli sul progetto di federalismo. Tremonti, proprio per evitare le domande sulla situazione economica, all’uscita dal palazzo patriarcale si è gettato nella cabina del motoscafo quasi nascosto da Brancher. Tra tutti questi esponenti governativi si è inserito il capogruppo leghista in Comune, Alberto Mazzonetto, che nonostante le rigide misure di sicurezza imposte, è riuscito ad entrare nel palazzo, ad incontrare il Senatùr e a farsi fotografare con l’intero gruppo. Sulla tenuta della coalizione di governo, dopo lo stop subito mercoledì alla Camera con la cancellazione delle ronde dal provvedimento sicurezza, Bossi e Calderoli si sono dimostrati ottimisti. Subito dopo il voto il ministro dell’Interno Maroni era furente per il voltafaccia di due decine di deputati del Pdl, ieri però l’intervento del premier avrebbe chiarito tutto. «Con Berlusconi - hanno risposto quasi con monosillabi Bossi e Calderoli - la soluzione si trova. Vedrete, faremo tutto».

Source: www.gazzettino.it
Italian Venezia, il Patriarca incontra tre ministri e parla di federalismo
Apr 13, 2009
Un’ora di misterioso colloquio. Bossi scherza: “Ho portato Tremonti a farsi benedire”

Venezia - Lo dice con la mano appoggiata accanto alla bocca, per farsi sentire meglio: «Con il premier Silvio Berlusconi faremo tutto». Umberto Bossi è appena salito sul motoscafo dopo aver incontrato a Venezia il patriarca Angelo Scola. Assieme a lui il sottosegretario Aldo Brancher e altri due ministri: Giulio Tremonti e Roberto Calderoli. Che sulla questione sicurezza aggiunge: «Con il Pdl troveremo una soluzione». Facce distese, sorrisi e pure qualche battuta all’uscita della misteriosa (e privatissima) visita al cardinale veneziano ieri pomeriggio. Con Bossi a fare da mattatore: «Ho portato Tremonti per farlo benedire». Cronisti confinati sul ponte, fotografi sull’altra riva e lo stato maggiore leghista - con un’autorevole rappresentanza del Pdl - che entra ed esce dopo un’ora di colloqui ai quali ha partecipato anche il docente universitario padovano Luca Antonini in qualità di consulente del ministro Calderoli in tema di federalismo. E proprio quest’ultimo argomento sembra sia stato al centro della discussione: «Il patriarca è molto curioso - ha detto Bossi dal motoscafo - con lui abbiamo parlato di tutto, ha voluto sapere bene la questione federalista ma non solo». In realtà il «tutto » del senatùr si riferiva anche ad ambiti più ampi e precisi come il federalismo fiscale e demaniale, il modo di coniugare solidarietà e responsabilità, la situazione delle riforme e ovviamente i temi più cari a Scola, ossia famiglia e scuola. Senza tralasciare la questione fondamentale in questo momento in Italia: il terremoto dell’Abruzzo. Su cui il cardinale si è soffermato a lungo chiedendo ai tre ministri l’impegno italiano in favore delle popolazioni locali. Porte chiuse e consiglieri locali muti come pesci (e entrati solo con rigorosa raccomandazione «padana»), per provare a ricostruire la genesi dell’incontro veneziano di ieri pomeriggio bisogna fare un salto indietro di due mesi nel calendario. E andare a quell’8 febbraio in cui a Bonisiolo venne inaugurato il Passante. Nell’occasione e nell’euforia della cerimonia, era stato il premier Silvio Berlusconi a lanciare al Patriarca la proposta: «Se vengo a Venezia lei mi riceve? - aveva detto il premier - avrei tanta voglia di parlare con lei». Poi non se n’era fatto più nulla. Il premier aveva avuto il suo da fare, il patriarca pure. Ieri (con Berlusconi impegnato in Abruzzo) la visita di una delegazione «mista», ma puntata sulla Lega, visto che sia Brancher che Tremonti sono l’ala dialogante col Carroccio del Pdl. «Hanno fatto bene, siamo sotto elezioni, giusto andare a trovare il Patriarca - ha detto il segretario Giampaolo Gobbo - Bossi mi aveva detto che dovevano andare, ma non sapevo fosse oggi». In realtà Gobbo è apparso visibilmente sorpreso e l'episodio non è il primo della serie che vede protagonista la Lega Nord e lascia perplessi i colleghi veneti. Non ultima la visita del ministro Maroni a Venezia, dove l'unico interlocutore era Giancarlo Galan.

Source: www.corriere.it
Italian CRISI: PATRIARCA SCOLA, SE NE ESCE CON USO PIU' RAGIONEVOLE DEI CONSUMI
Apr 13, 2009

Venezia, 10 apr - La crisi impone un uso piu' ragionevole dei consumi, piuttosto che la decrescita. Lo afferma il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, osservando che bisogna interrogarsi ''su come consumare per poi decidersi magari a consumare di meno''.

''Dobbiamo in primo luogo chiederci a quali condizioni il consumo rende dignitosa e dilata la vita del soggetto e della comunita' - spiega il patriarca in una conversazione col settimanale diocesano 'Gente Veneta' -.

In questo senso vedo un'analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunita'? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato''. E i consumi? ''Occupano un posto decisivo nella nostra vita. Se se ne fa un ragionevole uso, favoriscono la dignita' dell'uomo.

Altrimenti producono squilibrio''. Un invito, quello del patriarca, a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell'economia.

''Se si riporta il soggetto al cuore dell'economia di mercato, allora inesorabilmente si sapra' equilibrare il rapporto fra il soggetto stesso e l'uso dei beni - spiega Scola -. In cio' basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa - lo diceva gia' San Tommaso - secondo cui tutto ci e' dato in uso. Il senso cristiano della proprieta' privata e' proprio questo: tutto ci e' dato in uso, ma la destinazione dei beni e' universale. E qui si innesta un altro basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che qui abbiamo cercato di delineare e' per sua natura solidale''.

Secondo il patriarca, ''non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di poverta' - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare - come ha detto il Papa nella sua recente, bellissima lettera al primo ministro inglese Gordon Brown - ai bisogni dell'Africa. Bisogna cioe' guardare alla poverta' e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carita', ma come a opportunita' per riequilibrare il mercato''.

Source: www.asca.it
Italian PAPA: CARDINALE SCOLA, SUA UMILTA' INSEGNAMENTO ANCHE PER POLITICI
Mar 19, 2009

Riva del Garda (Tn), 13 mar. - (Adnkronos) - (Dall'inviato Marco Dragone) - La lettera di Papa Benedetto XVI e' ''una testimonianza di umilta' che puo' essere di grande insegnamento anche per chi opera in politica''. A dirlo e' il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, che oggi partecipa alla giornata inaugurale dei tre giorni di dibattito, organizzati da 'Rete Italia', il gruppo promosso dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni.

''Oggi il presidente dei Vescovi italiani a nome di tutti ha fatto una dichiarazione di intenso affetto collegiale. Penso che la profondita' della lettera del Papa -ha aggiunto il cardinale Scola- sia dovuta alla intelligente umilta' di Benedetto XVI che non si para dietro ad un ruolo ma comunica se stesso. Vorrei che la lettera sia assunta e meditata da tutti i cristiani e da tutti gli uomini di buona volonta', tenendo conto di cosa significa che un Papa - ha concluso il Patriarca di Venezia - si autoesponga in questi termini''.
Italian Cardinale Scola: ogni uomo è “via della Chiesa”
Mar 14, 2009
Al Convegno per i 30 anni della “Redemptor hominis”

> ROMA, mercoledì, 11 marzo 2009 (ZENIT.org)- “Ciascuno di noi oggi è 'via della Chiesa'”, ha affermato il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, in occasione del convegno “A 30 anni dalla 'Redemptor hominis'. Memoria e profezia”, in svolgimento questo martedì e mercoledì presso la Pontificia Università Lateranense e organizzato dall'ateneo e dal Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis.
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> “Il vincolo che lega la Chiesa all'uomo e l'uomo alla Chiesa è indissolubile in quanto radicato nel mistero dell'incarnazione e redenzione del Figlio, indagato da Redemptor hominis nell'orizzonte di un 'cristocentrismo obiettivo'”, ha osservato il Cardinale, come riporta “L'Osservatore Romano”.
>
> “La Chiesa, quindi, per sua natura, non dovrebbe mai abbandonare l'uomo. Ma, a trent'anni dall'Enciclica, tanta immediata fiducia in tale semplice convinzione è realistica o non suona, piuttosto, come un'acritica pretesa?”, ha chiesto.
>
> Il cammino compiuto dall'uomo occidentale nel percorso che va dalla modernità alla post-modernità, infatti, sembra documentare “il suo progressivo allontanamento da ogni sorta di legame e appartenenza ecclesiale”.
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> Secondo il porporato, il pensiero post-moderno, “nel giusto tentativo di superare le aporie della ragione illuminista, ha però anche finito col demolire l'uomo come 'universale concreto'”, tema a cui la Redemptor hominis, fortemente ancorata nella Gaudium et spes, “fa continuo riferimento”.
>
> In questa prospettiva, constata, “non si potrebbe più parlare né della singola persona intesa come soggetto integrale, frantumato nei singoli atti della sua volontà, né della sua 'sorte', totalmente affidata alle possibilità offerte dal connubio tra scienza e tecnologia, di volta in volta valutate unicamente in termini di scelte soggettive e utilità strumentale”.
>
> “Se davvero parlare di uomo come persona-soggetto di diritti e doveri è il risultato di un arbitrio”, “allora la Chiesa, quand'anche riuscisse a proporsi all'altezza del 'nobile Redentore', non avrebbe più, propriamente parlando, il suo interlocutore – l'uomo concreto”, e la sua missione “risulterebbe priva di significato o tutt'al più, come da più parti le si rimprovera, soltanto un decisivo nodo di potere”.
>
> In realtà, sostiene il Cardinale Scola, “ciascuno di noi oggi è 'via della Chiesa'”, “e non in modo astratto, ma facendosi carico di tutte le sue determinazioni storiche che, anche nelle forme più radicali, caratterizzano la sua situazione”.
>
> Quella che Giovanni Paolo II chiamava “antropologia adeguata” conserva quindi “tutto il suo valore” perché “tiene conto del fatto che quando l'uomo giunge a riflettere su di sé non può formulare il discorso prima di cominciare a essere uomo, ma è 'obbligato' a farlo sorprendendosi in azione”.
>
> “Si trova già dentro un 'esserci' e, dall'interno di questo esserci, riflette su chi egli sia. Non v'è spazio per un'ipotetica riflessione aprioristica di carattere teorico sulla natura dell'uomo da cui dedurre una conoscenza da applicare successivamente alla vita”.
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> Il linguaggio della persona rivela quindi che l'uomo “è sempre storicamente situato”, perché “è nella storia che si gioca il dramma della sua libertà finita in cerca della libertà infinita di Dio”.
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> L'uomo di oggi, commenta il porporato, “non è pertanto meno desideroso di infinito di quello di ogni tempo. Il Redemptor hominis irrompe all'interno di questa sua costitutiva esperienza”.
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> La redenzione, constata, “non va intesa solo in chiave escatologica, come se l'azione di Cristo fosse esclusivamente finalizzata alla speranza di un riscatto in un astratto aldilà”, ma “è all'opera nella stessa possibilità donata all'uomo di dedicarsi incessantemente all'affascinante compito di svelamento dell'enigma del suo 'esserci'”.
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> “L'uomo è prima e fondamentale via della Chiesa – ha concluso –. E lo è proprio in virtù della via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione”.
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> Tra gli oratori del convegno figurano il prof. Dario E. Viganò, Preside del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis, monsignor Rino Fisichella, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, e monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino- Montefeltro.
Italian Il patriarca del Padre nostro
Mar 14, 2009
Angelo Scola illumina il significato di una preghiera che è l’affresco dell’intervento di Dio nella storia

Harold Bloom non può credere in un Dio che ha permesso la Shoah e la schizofrenia di suo figlio. Elie Wiesel non può credere perché è diventato ateo l’istante stesso in cui ha visto un soldato tedesco strappare un bimbo dalle braccia di sua madre. Sembra che il cardinale Angelo Scola voglia parlare a tutti coloro che, a motivo di quel che hanno visto, pensano di non potere credere a quel Padre Nostro di cui conversa il patriarca di Venezia nel volumetto edito da Cantagalli, autrice la giornalista e collaboratrice di Tempi Cristina Uguccioni.
Alla prima domanda Scola esordisce proprio con il paradosso della croce: «È come se Gesù, inchiodato sul palo della croce, si fosse totalmente svuotato per penetrare l’abisso del male e poi, risorgendo, avesse impresso un dinamismo di rigenerazione completa e vitale dell’io». E, aggiunge il cardinale, «io non posso impedirmi di leggere in questa chiave la grande invocazione del Padre nostro “venga il tuo regno”: il regno è già in atto ed è, appunto, questo dinamismo rigenerante che il Risorto ha impresso agli uomini, alla storia, al cosmo». Il Nobel per l’astrofisica Arno Penzias ha osservato che persino la materia bruta è strutturata secondo una dinamica scientificamente definibile come «un desiderio infinito». E per il suo amico George Coyne «l’universo ha una certa vitalità propria, come un bambino». Dice Scola: ma «il segno più potente è quella pienezza dell’umano che la sequela a Gesù comporta». Di qui la definizione di Chiesa come «primizia della Resurrezione», «il miracolo» che «ha inizio quando i suoi amici, atterriti e divisi dopo i tragici avvenimenti del calvario, rivedendoLo riannodano il rapporto d’amore con lui e fra loro». Chiesa come «communio».
Ma che significa “Che sei nei cieli”? Per il cardinale la spiegazione più acuta è nel Paradiso di Dante. «Noi avremo lo sguardo rivolto all’Amore edificatore della Trinità e, con la nostra specifica identità, vivremo rapporti rinnovati: questo è il cielo». Mentre «l’anticipo di cielo» sulla terra comincia da quegli ultimi istanti di vita terrena di Gesù, «quando, appeso sulla croce, sfigurato e prostrato dal dolore, trova la forza di dire alla madre “Donna, ecco tuo figlio!” e al discepolo “Ecco tua madre!”. La communio cristiana va oltre la parentela naturale e ne dilata l’esperienza: fa trattare chiunque ci è dato in Cristo ben più che come un fratello, una sorella, una madre». Qui sta la responsabilità dei cristiani, «la terribile responsabilità di non documentare abbastanza la bellezza di questo “cielo” nel nostro quotidiano». Oltre a Giussani, qui Scola riecheggia la sfida di Nietzsche («Io crederei all’esistenza del Salvatore se voi aveste una faccia da salvati») al rinsecchito cristianesimo protestante della Mitteleuropa del caporale Adolf Hitler.
Che vuol dire “Sia fatta la tua volontà”? Non una legge esterna a cui aderire, ma accettazione della «circostanza» (che Scola traduce come «la mano amante con cui Dio regge il mio mento») e della «compagnia stupenda e premurosa di un Padre che si trova all’origine della mia vita». Il disegno del Dio cattolico non possiede il carattere della “necessità” greca o della “predestinazione” calvinista. «Se fosse così potrei solo temere e mai amare». Il disegno è Cristo e «in Cristo è pienamente visibile chi è l’uomo». Ma «il disegno divino non si dipana nella storia senza di me: ogni atto umano è atto di libertà e non c’è atto che non mi faccia entrare in gioco come coagonista della storia». Dunque «la storia è il luogo di incontro tra la libertà di Dio e quella di ogni uomo». Con una terza libertà che sta in campo, «quella del maligno, tanto che noi pronunciamo l’invocazione “liberaci dal male”». Già, perché Dio permette il male? Perché «Dio è un tu. Pertanto, nella fede, possiamo abbandonarci anche alla circostanza più sfavorevole, sapendo che il Padre ci ama e non è mai contro di noi. Nello stesso tempo la fede ci ricorda che Dio è Dio».
Scola non lo dice, ma in questo l’invocazione cristiana è come il kaddish ebraico, l’orazione sui defunti, il rendere grazie a Dio espresso nel momento apparentemente più sfavorevole al riconoscimento di un bene. Alla morte improvvisa del suo Ivan, primogenito nato con una paralisi cerebrale – “un vegetale”, avrebbe sentenziato la neolingua di chi ha voluto l’eutanasia di Eluana – il leader dei conservatori inglesi David Cameron ha avuto il coraggio di affermare che «quando ci fu detto quanto fosse grave la sua disabilità, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora vedo che è stato tutto il contrario. Siamo stati noi a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore». La vicenda della famiglia Cameron è l’esemplificazione del perché il cosiddetto principio di autodeterminazione non c’entra niente con la libertà, ma c’entra con le pulsioni totalitarie. «C’è un’esperienza comune a ogni uomo di ogni razza, lingua, nazione e religione. Mi riferisco al naturale atteggiamento di solidale com-passione verso tutti gli altri uomini. La nostra libertà – dice Scola spiegando l’aggettivo “nostro” nella preghiera insegnata da Gesù – non è soltanto una libertà in sé e per sé, ma diventa tale quando scopre che il suo vero destino è essere per l’altro».
Italian La via fondamentale dell’uomo che si rivela all’uomo di Angelo Scola
Mar 14, 2009

A trent’anni dalla “Redemptor hominis”
«A 30 anni dalla “Redemptor hominis”. Memoria e profezia» è il convegno che si svolge
il 10 e l'11 marzo presso la Pontificia Università Lateranense. Il convegno è organizzato
dallo stesso ateneo e dal Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis. Il cardinale
patriarca di Venezia ha sintetizzato per «L'Osservatore Romano» il suo intervento. Sotto
pubblichiamo uno stralcio di un'altra delle relazioni.

Per riflettere sulla Redemptor hominis, trovo opportuno richiamare la celebre
provocazione di Thomas S. Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità o l'umanità
che ha abbandonato la Chiesa?». Lo scavo della questione antropologica condotto da
Giovanni Paolo II - sappiamo bene che Karol Wojtyla aveva già ampiamente affrontato il
tema prima del suo pontificato (cfr. Persona e atto) - non lascerebbe dubbi circa la
risposta: «La Chiesa non può abbandonare l'uomo, la cui “sorte”, cioè la salvezza o la
perdizione, sono in modo così stretto e indissolubile unite al Cristo» (Redemptor
hominis, 14). Il vincolo che lega la Chiesa all'uomo e l'uomo alla Chiesa è indissolubile in
quanto radicato nel mistero dell'incarnazione e redenzione del Figlio, indagato da
Redemptor hominis nell'orizzonte di un «cristocentrismo obiettivo». La Chiesa, quindi,
per sua natura, non dovrebbe mai abbandonare l'uomo. Ma, a trent'anni dall'enciclica,
tanta immediata fiducia in tale semplice convinzione è realistica o non suona, piuttosto,
come un'acritica pretesa? Il cammino compiuto dall'uomo occidentale nell'articolato
percorso che va dalla modernità alla post-modernità sembra infatti documentare il suo
progressivo allontanamento da ogni sorta di legame e appartenenza ecclesiale. L'esito di
questo processo è suggestivamente evocato dal grido con cui Friedrich W. Nietzsche,
confutando alla radice le pretese dell'universalismo kantiano, rivendica l'ingresso
dell'uomo in una nuova dimensione svincolata da qualsiasi riferimento veritativo: «Noi
(...) vogliamo diventare quello che siamo: i nuovi, gli irripetibili, gli inconfrontabili, i
legislatori di se-stessi, quelli che si danno da sé la legge, che si creano da sé». A questo
proposito è importante sottolineare che il pensiero post-moderno - di cui Nietzsche può
a pieno titolo essere considerato il profeta - nel giusto tentativo di superare le aporie
della ragione illuminista, ha però anche finito col demolire l'uomo come «universale
concreto». Tema cui la Redemptor hominis, fortemente ancorata in Gaudium et spes, fa
continuo riferimento. In questa prospettiva non si potrebbe più parlare né della singola
persona intesa come soggetto integrale, frantumato nei singoli atti della sua volontà, né
della sua «sorte» - per usare la bella espressione di Redemptoris hominis 14 -
totalmente affidata alle possibilità offerte dal connubio tra scienza e tecnologia, di volta
in volta valutate unicamente in termini di scelte soggettive e utilità strumentale. Il
soggetto non sarebbe più l'uomo «nella sua irripetibile realtà dell'essere e dell'agire,
dell'intelletto e della coscienza e del cuore» (RH, 14), ma soltanto un'entità tecnocratica
e collettiva di cui il singolo uomo rappresenterebbe una mera funzione. Ma se davvero
parlare di uomo come persona-soggetto di diritti e doveri è il risultato di un arbitrio - di
«un'interpretazione», direbbe il pensiero post-moderno - allora la Chiesa, quand'anche
riuscisse a proporsi all'altezza del «nobile Redentore», non avrebbe più, propriamente
parlando, il suo interlocutore - l'uomo concreto. Di conseguenza la sua missione
risulterebbe priva di significato o tutt'al più, come da più parti le si rimprovera, soltanto
«un decisivo nodo di potere». «Eppure - scriveva l'allora arcivescovo di Cracovia Karol
Wojtyla - esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza dell'uomo» (Persona e
atto, 35). Nell'inesauribile convinzione che l'esperienza elementare dell'uomo, nella sua
«sostanziale semplicità» supera qualunque «incommensurabilità» e qualunque
«complessità», questa avversativa iniziale continua ad avere una presa assai realistica.
Lascia intendere che la travagliata situazione dell'uomo contemporaneo non può essere
aggirata neppure dalla tecnoscienza. Va percorsa fino in fondo, perché lo esige la
domanda suprema di significato - «Chi alla fine mi assicura?» - inestirpabile
dall'esperienza costitutiva (integrale/trascendentale e categoriale/elementare). In
quanto costitutiva questa esperienza è, in un certo senso, autoevidente poiché se «l'atto
costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela» (Persona e atto, 53), allora
nella misura in cui cresce il bisogno di comprendere chi sia la «persona» che sempre
vive in azione «la categoria di esperienza acquista il suo pieno significato» (Persona e
atto, 50). Pertanto anche quest'uomo - cioè ciascuno di noi oggi - è «via della Chiesa»
come dice l'enciclica. E non in modo astratto, ma facendosi carico di tutte le sue
determinazioni storiche che, anche nelle forme più radicali, «caratterizzano la sua
situazione» (RH, 19). Quella che Giovanni Paolo II - ma anche von Balthasar - chiamava
un'«antropologia adeguata» conserva tutto il suo valore. Perché? Perché tiene conto del
fatto che quando l'uomo giunge a riflettere su di sé, non può formulare il discorso prima
di cominciare a essere uomo, ma è «obbligato» a farlo sorprendendosi in azione. Si
trova già dentro un «esserci» e, dall'interno di questo esserci, riflette su chi egli sia. Non
v'è spazio per un'ipotetica riflessione aprioristica di carattere teorico sulla natura
dell'uomo da cui dedurre una conoscenza da applicare successivamente alla vita.
Pertanto il linguaggio della persona rivela che l'uomo è sempre storicamente situato. È
nella storia che si gioca il dramma della sua libertà finita in cerca della libertà infinita di
Dio. Di conseguenza le molteplici oggettivazioni e determinazioni cui il soggetto
tecnocratico oggi lo sottopone debbono legittimamente fare il loro ingresso e far sentire
tutto il loro peso all'interno di una antropologia drammatica (l'unica adeguata), ma
senza che per questo possano far tacere il suo agostiniano inquietum cor. L'uomo di oggi
non è pertanto meno desideroso di infinito di quello di ogni tempo. Il Redemptor
hominis irrompe all'interno di questa sua costitutiva esperienza. Anche quest'uomo «è
stato redento da Cristo, perché con l'uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna -
Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell'uomo non è di ciò consapevole»
(RH, 14). Il profondo e delicato passaggio di Gaudium et spes 22, diventa la chiave per
affrontare l'«enigma uomo», al riparo da ogni sterile dualismo tra eterno e tempo,
necessario e contingente, dogma e storia. Infatti la redenzione non va intesa solo in
chiave escatologica, come se l'azione di Cristo fosse esclusivamente finalizzata alla
speranza di un riscatto in un astratto aldilà. La redenzione è all'opera nella stessa
possibilità donata all'uomo di dedicarsi incessantemente all'affascinante compito di
svelamento dell'enigma del suo «esserci». L'uomo «è prima e fondamentale via della
Chiesa». E lo è proprio in virtù della «via tracciata da Cristo stesso, via che
immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione» (RH,
14). Ovviamente il riferimento a Cristo, in quanto immagine perfetta del Padre, è
determinante per comprendere tutta la portata dell'affermazione di Giovanni Paolo ii. E
questo spiega il desiderio dell'enciclica che, come asserisce con forza in apertura il
Vaticano ii, «ardentemente desidera con la luce [di Cristo] splendente sul volto della
Chiesa, illuminare tutti gli uomini» (LG, 1). «Ci occuperemo della Chiesa solo nella
misura in cui esso può e vuole essere una mediazione della forma (Gestalt) della
Rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Dicendo questo abbiamo probabilmente posto la
questione decisiva. E forse, nei riguardi della Chiesa non c'è più alcuna domanda da
porre oltre a questa» scrive Hans Urs von Balthasar. Ogni uomo può essere incorporato
a Gesù Cristo mediante la Chiesa, da Lui amata di un amore sponsale (cfr. Lettera agli
Efesini, 5). Egli partecipa in questo modo della figliolanza divina del Redentore che è
l'inverarsi, in pienezza di umanità, della totale comunione intratrinitaria. Il percorso fatto
mostra tutta la pregnanza dell'affermazione di Redemptor hominis 14, che «l'uomo è la
prima e fondamentale via della Chiesa».
English Catholics must bear witness to faith in public life, says Cardinal Scola
Mar 11, 2009

> Rome, Italy - The Patriarch of Venice, Cardinal Angelo Scola, explained this week that Catholics need to bear witness to their faith in public life, showing society the richness of the Gospel, where the answers man is seeking can be found. He also noted that today many are working to silence the necessary contribution of the faithful to the world.
>
> In an editorial entitled, "Catholics, the Laity and Civil Society," published on February 20 by the Italian daily Avvenire, and presented in English by Vatican analyst Sandro Magister, the cardinal explained that there are two cultural interpretations of Christianity that are at odds with each other and appear to be reductive.
>
> The first treats Christianity as a civil religion, "as mere ethical cement, capable of acting as a social adhesive for our democracy and for the European democracies in grave distress. If such a position is plausible to those who do not believe, its structural insufficiency should be evident to those who do believe. The other, more subtle interpretation is the one that tends to reduce Christianity to the proclamation of the pure, unadorned Cross, for the salvation of ‘everyone else’."
>
> "There is another cultural interpretation that to me seems more respectful of the nature of man and his being in relationship," the cardinal continued. "This runs along the ridge that separates civil religion from diaspora and concealment. It presents the coming of Jesus Christ in its entirety – incapable of being reduced to any human federation – and displays the heart of this, which lives in the Church's faith on behalf of all people. In what way? Through the Church's proclamation of all the mysteries of faith in their entirety, as skillfully compiled in the catechism," he said.
>
> The Patriarch of Venice later noted that, "respecting the specific responsibility of the lay faithful in the political domain, it is nonetheless evident that if every member of the faithful, from the Pope to the last of the baptized, were not to share openly what he believes are the valid answers to the questions that trouble the human heart every day, and bear witness to the practical implications of his own faith, he would take something away from others. He would withhold a positive contribution, he would not participate in the common effort to build up the good life."
>
> After stressing that "this exchange must extend 360 degrees, to everyone, no one excluded," Cardinal Schola emphasized that by engaging in this "dialogue humbly but firmly with everyone, it can be seen that the action of the Church is not aimed at hegemony, or in using the ideal of faith for the sake of power."
>
> "Its real aim, in imitation of its Founder, is that of offering everyone the consolation of hope in eternal life. This hope can already be enjoyed in the "hundredfold here below," and helps us to face the crucial problems that make everyone's daily life fascinating and dramatic," the cardinal said.
French Société : l’Eglise a son mot à dire
Mar 11, 2009

Les affaires Pelosi et Eluana, deux affaires qui touchent au respect de la vie, ont ravivé la controverse sur la "laïcité" et sur l'action des chrétiens dans la sphère publique. Le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise, a justifié les prises de position de l'Eglise :

  S "L'Occident doit se décider à comprendre quel est le poids de la foi dans la vie publique de ses citoyens, il ne peut pas supprimer le problème [...] Je crois que l’on perd souvent de vue le cœur de la question: toute foi fait l’objet d’une interprétation culturelle publique. C’est un fait inévitable. D’abord parce que, pour citer Jean-Paul II, "une foi qui ne deviendrait pas culture ne serait pas pleinement accueillie, entièrement pensée, fidèlement vécue". Ensuite la foi – juive et chrétienne – venant d’un Dieu qui s’est compromis avec l’histoire, a forcément un lien avec le côté concret de la vie et de la mort, de l'amour et de la souffrance, du travail et du repos, de l'action civique. [...]

  Un seul exemple: si je crois que l’homme est créé à l’image et à la ressemblance de Dieu, j’aurai une certaine conception de la naissance et de la mort, du rapport entre l’homme et la femme, du mariage et de la famille. [...] Même si l’on respecte le rôle spécifique des fidèles laïcs dans le domaine politique, il est néanmoins évident que, si chaque fidèle, du pape jusqu’au dernier des baptisés, ne mettait pas en commun les réponses qu’il considère comme bonnes aux questions qui agitent chaque jour le cœur de l'homme, c’est-à-dire s’il n’expliquait pas les implications pratiques de sa foi, il enlèverait quelque chose aux autres. [...]

  Dans une telle confrontation, qui amène les chrétiens, pape et évêques compris, à dialoguer humblement mais tenacement avec tous, on voit que l’action de l’Eglise n’a pas l'hégémonie comme but, qu’elle ne cherche pas à utiliser l'idéal de la foi pour obtenir un pouvoir. Son vrai but est, suivant l’exemple de son Fondateur, d’offrir à tous la consolante espérance de la vie éternelle."
Italian Mercoledì delle Ceneri: la riflessione del Patriarca   versione testuale
Feb 27, 2009

Il punto di partenza per il cammino quaresimale è “stare di fronte all’amore e alla stima che il Padre, in Cristo Signore, ha per ognuno di noi”: si è espresso così il Patriarca card. Angelo Scola nel corso dell’omelia della messa celebrata la sera del mercoledì delle Ceneri nella basilica cattedrale di S. Marco a Venezia. Per affrontare il “combattimento contro lo spirito del male”, infatti, “occorre la certezza del Suo amore misericordioso. A quale condizione si può stare davanti al Suo amore misericordioso? La conversione è un volgersi a Lui. Come per il figliol prodigo è il cammino del ritorno a casa: ma anche questo, prima che un’iniziativa nostra, è un’iniziativa Sua. Gesù mi sorprende, questa sorpresa mi dilata il cuore e io ho voglia di andarGli dietro. Lui mi dice “vieni e vedi” e io cambio”.  

Commentando quindi la lettura paolina ha affermato: “Lasciatevi riconciliare, cioè cedete al mio amore. La libertà si compie nell’adesione a Lui. Esistenzialmente, dentro la concretezza del quotidiano”. Il Patriarca ha quindi richiamato - con le parole di Benedetto XVI nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno - l’invito al digiuno “ad imitazione di Cristo Signore. È il cuore della penitenza quaresimale, è la sorgente di ogni gesto penitenziale. Il digiuno è obbedienza. Apertura sincera all’ascolto del magistero del Papa e dei Vescovi”.  

E riferendosi poi al Vangelo del giorno – con il nesso inscindibile tra preghiera, digiuno e elemosina, “le tre armi che la Chiesa, nostra madre e maestra, ci ha sempre raccomandato per poter affrontare vittoriosamente il combattimento contro lo spirito del male - il card. Scola ha osservato: "La raccomandazione evangelica dell’invisibilità verso l’esterno della penitenza cristiana nulla toglie alla necessità del fare, ma piuttosto vuole toglierle ogni formalismo e moralismo e ricondurla, ad imitazione del Figlio, nel solo ambito che le è proprio: il rapporto amoroso col Padre”.  

Infine ha ricordato, traendola dal messaggio del Papa, la seguente citazione di san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica”.
Italian Missione della Chiesa nell’Europa Centro-Orientale
Feb 27, 2009
a vent’anni dal crollo del sistema comunista (1989-2009)

Incontro dei Presidenti e Cardinali delle

Conferenze Episcopali dell’Europa Centro-Orientale

Zagabria, 9-10 febbraio 2009

+ Angelo Card. Scola

Patriarca di Venezia

>  1. Una storia comune
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>
>
> I legami che storicamente uniscono le nostre terre - e che giustificano il vostro graditissimo invito e la mia presenza qui - furono per cinquant’anni drammaticamente interrotti dalla ferita inferta dalle dittature comuniste. La storia tuttavia ha ora ripreso le fila di una lunga tradizione.
>
> Per quanto riguarda i rapporti del Patriarcato di Venezia (e quelli di Aquileia e di Grado) con le vostre Chiese e Regioni basti ricordare che non mancano studi approfonditi per mostrare quanto antichi siano i legami favoriti proprio dal cristianesimo. Sarà sufficiente fare qualche esempio. Il Patriarca Paolino di Aquileia (786-802), già grammatico alla corte carolingia, si impegnò a fondo per portare l’annuncio cristiano alle genti della Carinzia, agli Sloveni e ai popoli delle terre viciniori, innestandoli nel cosiddetto rito patriarchino della metropoli e facendo loro gustare i suoi inni. Erano canti di provata dottrina teologica, imperniati sulla devozione alla cathedra Petri nell’orizzonte della romanità e sull’Eucaristia come sacramento di vincolo sociale. Si ricordi il suggestivo canto: Ubi caritas et amor, ibi Deus est.
>
> Merita un cenno l’appoggio dato in epoca successiva, nella prima metà dell’XI secolo, dalla Repubblica e dal Patriarcato di Venezia alla missione evangelizzatrice di san Gerardo Sagredo. Uscito dal monastero cluniacense di San Giorgio Maggiore e collaboratore di santo Stefano, primo re di Ungheria, egli contribuì a diffondere un cristianesimo dai caratteri per così dire “veneti” tra il suo popolo. E lo fece nella fase di passaggio dalle scorrerie che devastarono l’Europa centrale alla condizione stanziale, che diventerà definitiva e da allora quel popolo manterrà sempre, sul piano politico-culturale, un rapporto privilegiato con la Repubblica di San Marco.
>
>
>
> 2. La caduta dei “muri”
>
>
>
> Quando, profeticamente, Giovanni Paolo II affermò che l’Europa doveva estendersi dall’Atlantico agli Urali[1] - quasi contemporaneamente al celebre viaggio in Polonia del 1979[2] e della nascita di Solidarnosc[3] - il Papa polacco sollevò sorrisi scettici soprattutto nell’intellighentsia e nei politici dei Paesi europei occidentali. Il marxismo dopo la degenerazione del movimento studentesco del 1968 avvenuta ben presto, soprattutto in Italia, a partire dalle celebri tesi sul “potere studentesco” provenienti dalla Normale di Pisa, era diventato massicciamente egemonico, sia pur in versioni edulcorate, negli stessi ambienti cattolici che, salvo sporadiche eccezioni (tra le quali mi piace citare CSEO (Centro Studi Europa Orientale) di Don Francesco Ricci e Russia Cristiana di Padre Romano Scalfi), ignoravano del tutto le Chiese dell’Europa Centro-Orientale. Anche l’attenzione al Samizdat russo era animata quasi sempre da un atteggiamento curioso ma passivo proprio del cittadino dell’Europa Occidentale che con Eliot poteva e può ancora essere definito «uomo impagliato»[4].
>
> Venne invece il crollo dei muri e del comunismo e faticosamente le Chiese dell’Europa Occidentale furono poste di fronte all’esperienza della Vostre chiese, in particolare al loro martirio.
>
> La testimonianza dei Cardinali e Arcivescovi Mindszenty, Stepinac, Wyszynsky e Beran come quella di tanti altri vescovi, sacerdoti e semplici fedeli che nelle vostre terre hanno dato la vita e patito gravi sofferenze non è stata vana perché, come ebbe a dire Giovanni Paolo II in occasione della Santa Messa di Beatificazione del Cardinale Stepinac, «Con il loro sacrificio unito alle sofferenze di Cristo, essi hanno offerto una straordinaria testimonianza, che col passare del tempo nulla perde della sua eloquenza, ma continua ad irradiare luce e ad infondere speranza»[5]. Il martirio, anche quando non giunge al versamento del sangue, è un linguaggio universale d’amore capace di parlare a tutta la Chiesa e a tutti gli uomini. Il martire infatti, come ci ricorda Fides et ratio, «è il più genuino testimone della verità sull'esistenza. Egli sa di avere trovato nell'incontro con Gesù Cristo la verità sulla sua vita e niente e nessuno potrà mai strappargli questa certezza […] Ecco perché fino ad oggi la testimonianza dei martiri affascina, genera consenso, trova ascolto e viene seguita. Questa è la ragione per cui ci si fida della loro parola: si scopre in essi l'evidenza di un amore che non ha bisogno di lunghe argomentazioni per essere convincente, dal momento che parla ad ognuno di ciò che egli nel profondo già percepisce come vero e ricercato da tanto tempo»[6].
>
> La caduta dei muri che separavano l’Europa e il mondo, restituendo l’unità a questo nostro continente, ha anche significato il superamento della dialettica tra marxismo e liberalismo che per tanti decenni ha condizionato la vita culturale, sociale e politica delle nostre società. Dopo il 1989 si è guardato alla vittoria del liberalismo con tale ottimismo da parlare di “fine della storia” e considerare definitiva l’affermazione della libertà e dei regimi democratici di stampo occidentale. L’enfasi mitologica di questo troppo facile entusiasmo si mostra oggi in tutta la sua evidenza.
>
> Quale libertà ci propugna il liberismo? Il clima culturale della nostra epoca, che viene definita post-secolare, è ben significato dalla traiettoria che il pensiero filosofico moderno ha compiuto dal cogito pascaliano al volo nietzschiano[7]. La volontà autonoma e slegata da ogni riferimento veritativo è la tentazione del nostro tempo. Di questo pericolo è stato ben consapevole Giovanni Paolo II il quale, dopo aver strenuamente lottato per la libertà dei popoli dell’Europa dell’Est, non ha mai cessato di ricordare al mondo che «libertà non significa diritto all’arbitrio. La libertà non è un “lasciapassare”! Chi trasforma la libertà in un lasciapassare le ha già inferto un colpo mortale. L’uomo libero è tenuto alla verità, altrimenti la sua libertà non è più concreta di un bel sogno, che si dissolve al risveglio»[8]. È questa un’importante affermazione contenuta nel Discorso pronunciato nel 1996 a Berlino presso la Porta di Brandeburgo.
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>
>
> 3. Nuovi scenari
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>
>
> Tuttavia, come uomini di Chiesa, siamo consapevoli che la storia ci è data dalla Provvidenza affinché si compia il disegno salvifico del Padre. Mi pare questa una ragione sufficiente per guardare con simpatia e speranza al momento attuale e riconoscere, nel doloroso travaglio che pur lo caratterizza, la possibilità del dischiudersi di una nuova e più umana civiltà.
>
> Lungi dal segnare la fine della storia, il crollo dei muri ha aperto scenari dagli orizzonti fino a poco tempo fa impensabili. Tre sono a mio avviso quelli che con più evidenza interpellano la nostra libertà e la nostra responsabilità di cristiani di Europa: quello che ho definito il “processo di meticciato di civiltà e culture”, la bioetica (e le neuroscienze), il nuovo ordine mondiale.
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>
>
> a) Il meticciato di civiltà e culture
>
> L’odierno processo di globalizzazione ed i continui flussi migratori che attraversano il pianeta mettono in contatto masse di persone portatrici di culture, tradizioni e religioni differenti. Siamo sempre più coinvolti in quello che ho chiamato “meticciato di civiltà e culture”. Con questa espressione non mi riferisco ad un ideale positivo da perseguire mediante equivoci sincretismi, ma ad una categoria descrittiva dell’inedito processo di mescolamento di popoli e culture che caratterizza la nostra epoca. Anche questo fatto, pur nel suo tumultuoso attuarsi, va guardato con la ferma consapevolezza che l’umanità è una famiglia carica di contraddizioni, ma provvidenzialmente guidata verso un unico destino. Trattenuto in questa prospettiva, il concetto di meticciato di civiltà ci permetterà di ripensare ai modelli di convivenza sui quali hanno finora poggiato le nostre società e a meglio comprendere le categorie di reciprocità, tolleranza e integrazione che hanno guidato, in modo a volte insoddisfacente, la nostra azione nell’ambito della società plurale.
>
> Certo, il processo di meticciato di culture cambierà il volto della civiltà europea secondo modalità di cui è impossibile stabilire l’esito a priori. Si tratta di innestare il nuovo sull’antico come è già avvenuto, sia pur in proporzioni diverse, in altre epoche della storia. Come non pensare, nella circostanze attuali, al ruolo svolto prima da san Benedetto nell’Europa occidentale e poi dai fratelli Santi Cirillo e Metodio nell’Europa Centro-Orientale?
>
>
>
> b) La bioetica e le neuroscienze
>
> Il determinante peso che la bioetica e le neuroscienze hanno e avranno per le nostre vite si manifesta ormai quasi quotidianamente nella forma di interrogativi - sull’uso delle cellule staminali, l’eutanasia e l’accanimento terapeutico, la fecondazione in vitro, la struttura bio-chimica del cervello, il suo rapporto con la mente e con l’anima - cui il mondo dei media, la cultura, la scienza, la politica e anche le nostre Chiese sono incessantemente chiamati a rispondere. Essi ci mostrano in maniera inequivocabile che la modernità ha lasciato lo spazio ad una nuova epoca, alla quale ci si riferisce non a caso con il temine di post-modernità.
>
> Fa ormai parte della mentalità corrente il fatto che i brucianti quesiti posti dalle scoperte della tecnoscienza (soprattutto nel campo della biologia e delle neuroscienze) richiedano risposte di tipo etico e politico come le stesse parole “bioetica” e “biopolitica” ci suggeriscono. Questo è sicuramente vero, ma a mio avviso è importante evitare che l’urgenza di questi interrogativi etici ci costringa a limitare la nostra riflessione e i nostri pronunciamenti alla liceità o illiceità, con le necessarie conseguenze giuridiche, delle scelte rese possibili dalle scoperte scientifiche presenti e future. La posta in gioco è molto più alta, perché la questione rimanda all’antropologia e alla teo-logia. Le domande che da sempre assillano il cuore dell’uomo: Che cos’è la vita? Alla fine qualcuno mi ama? Qualcuno mi assicura per sempre? Si può vivere “etsi Deus non daretur”?[9], che un tempo la scienza aveva preteso di abolire perché ritenute prive di senso (si pensi al celebre divieto di Auguste Comte), sono affrontate oggi in recto dalla tecnoscienza che si considera legittimata a rispondervi senza esitare a parlare di verità. Lo fa occupando, con i suoi risultati spesso strabilianti e con i suoi metodi, tutto il campo della ragione.
>
> Riaffiora qui obiettivamente il rischio, che ogni autentica impresa scientifica deve invece scongiurare, di una nuova forma di riduzionismo (non di corretta “riduzione”) che finisce per produrre inedite, potenti varianti di scientismo. Questo, in ogni sua forma, da quelle più rozze a quelle più raffinate, è fondato su una triplice ingiustificata identificazione: “ciò che è” è “ciò che è conoscibile”; “ciò che è conoscibile” è “ciò che è conoscibile scientificamente”; “ciò che è conoscibile scientificamente” è “ciò che è conoscibile mediante la scienza empirica”. Così che, in definitiva, solo le scienze, e in specie quelle empirico-sperimentali, ci darebbero la conoscenza di ciò che è.
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> Da qui l’urgenza più volte richiamata da Benedetto XVI[10] di allargare la ragione. Esistono forme di razionalità differenti dalla razionalità scientifica e ad essa noi dobbiamo educare. Il logos umano, infatti, pur essendo uno, si esercita ed è produttivo (come già affermava Aristotele) secondo plurime modalità teoriche, pratiche ed espressive che oggi possiamo identificare in almeno cinque forme differenziate ed irriducibili di razionalità[11]: teorica-scientifica (scienza), teorica-speculativa (filosofia/teologia), pratica tecnica (tecnologia), pratica-morale (etica) e teorico-pratica espressiva (poetica).
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> c) Il nuovo ordine mondiale
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> Non meno travagliata ma non senza possibili fattori positivi è la realtà del nuovo ordine mondiale. Sono molte le situazioni che chiamano in causa la nostra libertà e il nostro impegno di cristiani, dalle drammatiche guerre che devastano tante zone del pianeta, al terrorismo, agli impressionanti squilibri economici che dividono il mondo. A questi fatti si aggiunge oggi una grave crisi economico-finanziaria che rischia di minare ulteriormente la stabilità delle nostre società.
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> Come operare in un tale contesto per l’edificazione di un nuovo ordine mondiale entro il quale dobbiamo collocare il presente ed il futuro dell’unità europea?
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> Mi limito a segnalare il cuore della questione, cioè il tema della pace mondiale. Mi sembra che l’orizzonte tracciato dal n. 20 dell’enciclica Pacem in terris conservi tutta la sua attualità. In esso si dice che la pace «è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato e integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani». L’impegno dei cristiani per la pace, sociale e politica, è adeguato solo se questi quattro fattori individuati da Pacem in terris – verità-giustizia-carità-libertà - sono mantenuti nella gerarchia da essa indicata. In questa luce l’ordine della pace viene a coincidere con l’edificazione della vita buona e si evita così un duplice rischio. Da un lato quello della presunzione di poter sempre individuare e distinguere il campo dei “buoni” da quello dei “cattivi” cadendo così facilmente in un pacifismo utopico; come se la dura battaglia per la pace non attraversasse il cuore di ogni uomo e di ogni popolo. Dall’altro quello di sacrificare il bene della pace per una visione che si pretende “realistica”, di Realpolitik. In questo caso si postula che la guerra ed il terrorismo sono mali inevitabili fino ad accusare quanti alzano la loro voce in difesa della pace di essere vittime di un elemento di forte unilateralità. L’ideale della pace invece è qualcosa che mi sta sempre davanti come un incessante compito da attuare a partire dalla realtà.
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> 4. Nuova laicità nei Paesi dell’Europa
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> Le gravose problematiche sinteticamente richiamate documentano che, contrariamente alle profezie degli anni settanta sull’avvento di un “mondo mondano”, religioni e mondovisioni hanno una inevitabile rilevanza pubblica. Il meticciato perché rende evidente che per molti popoli la riduzione privatistica della religione non ha senso. La bioetica e le neuroscienze perché suscitano interrogativi che riguardano la natura dell’uomo in sé e nel suo vivere sociale oggi. La pace perché si intreccia al problema dei terrorismi e dei fondamentalismi. Tutti questi fenomeni rivelano i limiti di una concezione anacronistica della laicità dello spazio pubblico che poggia su un’idea equivoca di neutralità. In molti paesi Europei neutralità non ha significato e non significa tanto la necessaria non-preferenza dello Stato per una particolare visione religiosa o di etica sostantiva del mondo, quanto piuttosto la loro neutralizzazione in ambito pubblico.
>
> Oggi abbiamo invece bisogno di una nuova concezione di laicità che valorizzi tutti i soggetti personali e comunitari che agiscono nella società plurale garantendo l’espressione pubblica delle loro convinzioni più profonde. Infatti le società plurali sono per loro natura notevolmente conflittuali. Per questo una democrazia fondata su procedure pattuite deve valorizzare al massimo il bene comune pratico dell’ “essere insieme”. Come? Favorendo il riconoscimento reciproco di tutti i soggetti in campo stimolandoli ad un’incessante narrazione del loro modo di vivere e concepire i beni spirituali e materiali comuni a tutti i membri della società civile.
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> Per il cristiano questo impegno civile altro non è che il prolungamento, fatte le debite distinzioni, della logica della testimonianza intesa come atteggiamento ad un tempo speculativo e pratico. La verità chiede di essere testimoniata. Se io testimonio in ogni ambito dell’umana esistenza la verità, tutta la verità, non ledo il diritto di nessuno. Al contrario lo promuovo e metto in moto la virtuosa ricerca del “compromesso nobile”, con il realismo di chi sa che non si dà convivenza civile senza sacrifici e che non si può procedere formulando una teoria corretta per poi applicarla alla realtà. Sarebbe come inseguire l’“inesistente luogo” dell’utopia. Invece ogni tentazione utopica è sconfitta dall’impegno “critico” degli uomini che rischiano le proprie convinzioni profonde con i processi storici propri della loro epoca. I cristiani non cercano l’egemonia né si acquietano nell’ignavia ma, in cordiale collaborazione con tutti, sono chiamati a perseguire, di volta in volta, il giusto ordine della società.
>
> Il ruolo di soggetto pubblico dei cristiani deve essere poi pensato dall’interno dell’insegnamento di Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est. Dice il Papa: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile»[12]. Per questo affrontare l’azione politica come tale non è compito dei pastori della Chiesa. «Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici»[13]. Come pensare allora il compito dei cattolici in politica?
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> 5. La missione della Chiesa
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> Le osservazioni fatte erano tese a tracciare uno schizzo sommario dei problemi che toccano le nostre società europee. Possiamo ora chiederci cosa ne deriva per la missione delle nostre Chiese in questa epoca di transizione.
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> In questa prospettiva mi sembra significativo ricordare che la Chiesa può essere definita come un’ellissi e quindi compresa sempre e solo a partire dalla considerazione dei suoi due insopprimibili fuochi: essa vive simultaneamente in relazione a Cristo e alla Sua missione e in relazione al mondo, nel quale è immersa e a cui è continuamente inviata.
>
> Questa osservazione è di primaria importanza perché scongiura il rischio - che, storicamente, ha comportato gravi malintesi - di pensare la Chiesa come una realtà a sé stante, definibile a priori quasi fosse costituita in sé prima di ogni rapporto ad “altro”. «Gesù voleva la Chiesa come essenzialmente missionaria, dunque come una società con un movimento centrifugo, non come un popolo chiuso in se stesso. Ci sono dei passi nei Padri della Chiesa in cui emerge chiaramente la soddisfazione che non ci sia più nessun’altra terra santa che il mondo intero, poiché Gesù, il risorto, è dovunque»[14]. Il soggetto ecclesiale è quindi strutturalmente intrecciato alle indeducibili vicende della storia, dal momento «che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino»[15].
>
> Inserire la missione delle nostre Chiese europee nell’orizzonte attualmente offertoci dalla Provvidenza appare, allora, come una strada privilegiata per approfondire l’autocoscienza di fede dei cristiani. I contenuti comuni ed essenziali della missione dei cristiani saranno poi inevitabilmente determinati dal contesto geografico (sociale, culturale e politico) in cui si trovano a vivere le diverse comunità.
>
> Per meglio descrivere la missione della Chiesa nel quadro europeo grossolanamente tracciato mi sembra utile mettere in evidenza due visioni riduttive del rapporto Chiesa-mondo che oggi purtroppo caratterizzano spesso la pratica delle nostre comunità. La prima, che possiamo identificare con l’espressione emblematica di “cripto-diaspora”, affonda le proprie radici nell’opposizione barthiana fede-religione. Tende a considerare il cristianesimo come puro annuncio della croce di Cristo, privandola di ogni dimensione pubblica. Genera di fatto una dispersione (diaspora) che finisce per nascondere (cripto) l’appartenenza cristiana. Tale tentazione si ripropone più facilmente in quegli ambiti in cui vivere pubblicamente la fede incontra maggiori difficoltà. È una tentazione tipicamente occidentale e il rapporto con le Vostre Chiese potrà fungere di benefico correttivo in proposito.
>
> Di segno opposto è la visione che riduce la fede cristiana a religione civile o a mero cemento etico. In questo caso l’affermazione dell’inevitabile interpretazione culturale della fede - occorre proprio parlare di inevitabile perché, come ricorda Giovanni Paolo II, «una fede che non diventi cultura sarebbe non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta»[16] - viene confusa con la costruzione di un collante ideologico della società civile, ignorando la proposta di salvezza eterna che la Chiesa di Cristo deve vitalmente rivolgere all’umanità in ogni epoca.
>
> Né l’una né l’altra visione sono rispettose della missione della Chiesa. Entrambe pretendono l’impossibile riduzione dell’ellisse Chiesa ad un cerchio con un unico centro. La prima perché rinuncia ad esporsi e ad assumere fino in fondo il rapporto col mondo come uno dei fuochi dell’ellisse della Chiesa. La seconda perché fa del rapporto col mondo il centro dell’identità della Chiesa perdendo irrimediabilmente di vista l’originario fuoco cristologico.
>
> È necessario allora perseguire con forza nelle nostre Chiese d’Europa una autentica interpretazione culturale della fede. Essa implica la scelta coraggiosa di stare sul crinale della montagna, evitando di cadere sia nella riduzione a religione civile, sia in quella della cripto-diaspora. Si tratta di proporre nella sua integralità l’universale concreto di Gesù Cristo - il Verbum-caro-factum. Per farlo occorre annunciare tutti i misteri del cristianesimo (Scheeben) che vivono nella fede della Chiesa a beneficio di tutto il popolo, giungendo fino ad individuarne tutte le implicazioni, antropologiche, sociali, cosmologiche.
>
> È in quest’orizzonte che La Chiesa vive la sua missione col coraggio semplice di essere Popolo di Dio che attraversa la storia, tutta la storia, testimoniando la bellezza e la cum-venientia dell’evento di Gesù Cristo che, nella forma della comunione, ci apre alla salvezza eterna donandoci come caparra il centuplo quaggiù.
Italian Intervista al cardinale Angelo Scola: don Luigi Giussani e il genio cristiano dell’esperienza umana
Feb 26, 2009

«Don Luigi Giussani è stato un genio dell’educazione, capace di un pensiero originale - io lo definisco “sorgivo” - che lo portava non solo a mettere a frutto una notevole messe di letture, ma soprattutto a interpretare in maniera autentica l’esperienza elementare dell’uomo. Ciò gli ha consentito di affascinare centinaia di migliaia di persone di ogni generazione, e in maniera particolare i giovani».
Così il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ricorda col Riformista la grande figura di uomo di Chiesa che fu don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e liberazione, scomparso il 22 febbraio di quattro anni fa. L’occasione per ricordare Giussani la offre l’intenso volume che Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e per anni portavoce di Cl in Vaticano, ha dedicato al prete brianzolo: Don Giussani. La sua esperienza di Dio e dell’uomo (San Paolo, 165 pag. - 14 euro).

Eminenza, Camisasca narra dei luoghi dove si è formata la vocazione di Giussani. Anche lei viene dalla diocesi di Milano. Quale tratto di Giussani testimonia maggiormente la sua milanesità?
«Lo straordinario senso della concretezza e la forza della solidarietà, il gusto naturale del senso cristiano della vita, l’apertura a 360 gradi per un confronto instancabile con chiunque».

Giussani ha cominciato il suo movimento nella scuola. E da subito ha dato un respiro missionario al movimento mandando i suoi giovani in tutto il mondo. Quale contributo principale ha da dare il Comunione e liberazione alla Chiesa oggi?
«Secondo me il movimento di Comunione e liberazione deve continuare, come mi pare stia facendo, a documentare in modo persuasivo, attraverso la testimonianza personale e comunitaria, la “convenienza” umana di aderire al fatto di Cristo. E farlo in tutti gli ambienti dell’umana esistenza, dove gli uomini sono chiamati a vivere: la scuola, l’università, la fabbrica, i quartieri, il mondo dell’economia, della cultura e della politica, ecc.
Si tratta di un compito affascinante da svolgere in tutti i paesi del mondo, soprattutto quando lo domandano le Chiese e i loro vescovi».

Nella Chiesa si sente spesso parlare del problema delle crisi delle vocazioni. In Cl, come in tanti movimenti ecclesiali del post-Concilio, queste non mancano. Qual è il segreto del fiorire delle vocazioni? Come la Chiesa può affrontare con praticità questo problema?
«È uno solo: concepire la vita stessa come vocazione ed educare appassionatamente a questo.
Prima di parlare del cosiddetto “stato di vita”, cioè il matrimonio o la consacrazione, bisogna educare i giovani a percepire l’esistenza di tutti i giorni come una chiamata di Dio alla mia libertà per la mia felicità, il mio compimento. Solo così i giovani possono trovare l’energia per dedicarsi a Dio o per un autentico matrimonio. Se intendo la vita prima di tutto come vocazione, sarà poi facile - leggendo i segni oggettivi che sempre lo Spirito manda - capire la forma vocazionale specifica per me. La Chiesa in Italia come altrove deve superare una “pastorale vocazionale” separata, prevalentemente legata a tecniche psicopedagogiche o a sterili biblicismi. Deve edificare comunità giovanili veramente aperte, abbattendo tutti i bastioni, riconoscendo che, dopo Gesù, la terra santa è tutto il mondo. Ci saranno allora giovani che, godendo della bellezza della vita in Cristo, potranno dire ai compagni “Vieni e vedi”, come fece Gesù con i primi discepoli».

Che posizione ricopriva per Giussani la liturgia nella vita del movimento?
«Era centrale, ma assolutamente sobria. In un certo senso ha riproposto a tutto il movimento l’esperienza straordinaria che visse nel seminario milanese di Venegono, abitato allora da più di mille persone, dove la liturgia ambrosiana, di una bellezza straordinaria nei suoi inni e testi, era curata con assidua essenzialità.
A questo don Giussani aggiunse anche una passione speciale per il canto gregoriano e polifonico, ma seppe anche valorizzare canti che taluni giovani, particolarmente dotati, incontrando il movimento, furono capaci di creare. Penso a Claudio Chieffo, per esempio.
Mi impressionava sempre l’attenzione che don Luigi Giussani dedicava a preparare la santa messa: discuteva con il capo del coro, equilibrava il canto del popolo con quello meditativo, mirava ad una liturgia essenziale, ma profondamente radicata nella tradizione, a tal punto che non aveva bisogno di richiamarci alla partecipazione alla santa messa quotidiana, perché era un avvenimento di bellezza che si imponeva da sé».

Giussani definì la politica «passione per l’uomo». Camisasca scrive che non aveva una visione negativa del potere. Ma, insieme, ricorda che dal cosiddetto Movimento Popolare (un Movimento di esplicito impegno politico) Cl è passato alla Compagnia delle Opere (un impegno più sociale). Che significato ha a suo avviso questa evoluzione?
«Don Luigi Giussani era un grande realista, aveva il senso del concreto ed aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato sulla mamma e viceversa, come si comprende dallo scambio di un sorriso tra i due.
Anche la valenza pubblica e politica del potere era tesa per Giussani alla relazione di riconoscimento positivo che è alla base della vita personale e sociale.
Un giudizio sul passaggio dal Movimento Popolare alla Compagnia delle Opere richiederebbe un’analisi approfondita, troppo lunga e complessa da sviluppare in questa intervista. Per come l’ho capita io, che non ho potuto seguire la nascita e la crescita della Compagnia delle Opere, essendo diventato Vescovo, ebbe origine dall’intuizione che bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore di una pratica del bene comune. Si trattava di una importante intuizione. Penso a Jacques Maritain che, quando contribuì alla scrittura della Carta dei Diritti dell’Uomo, rilevò che il problema primario in una società plurale non è mettersi d’accordo sulle mondo-visioni, ma far leva sul bene pratico dell’essere insieme, sulla base del quale confrontarsi, e non viceversa.
Da questo punto di vista il Movimento Popolare poteva rischiare l’ideologia e, là dove c’è l’ideologia, il condizionamento dell’egemonia, favorita dal potere politico, è più facile.
Però ci furono certamente intuizioni di valore nell’esperienza del Movimento Popolare che meriterebbero di essere ripensate e forse recuperate oggi».

Camisasca ricorda che gli ultimi anni di vita Giussani li visse convivendo col Parkison. Si può parlare anche nei suoi confronti di «purificazione»?
«Certamente. Ricordo la cura con cui passava ore sul breviario del giorno o la passione con cui voleva dialogare su temi come la Trinità e la Santissima Vergine, per ricordare solo alcuni dei miei ultimi dialoghi con lui.
Sicuramente egli è stato chiamato negli anni finali a un distacco da sé e dalla sua grande opera che ha tutti i tratti della santità.
Paradossalmente (ma è il paradosso dell’inscindibile legame tra croce e resurrezione) fu questa la strada dell’approfondirsi misterioso e doloroso della sua paternità nei confronti del popolo che aveva suscitato. “Nessuno genera se non è generato” ripeteva spesso don Giussani. Mi piace leggere nel suo abbandono progressivo al volto buono del Mistero - per usare una sua intensa espressione - segnato dalla mortificazione delle sue eccezionali capacità espressive, un intensificarsi della sua energia generativa, della sua paternità».

Quando ha conosciuto Giussani? Cosa ricorda della prima volta che lo ha visto?
«La prima volte che lo vidi fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù Studentesca, ancora legata all’Azione Cattolica di Roma, invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola che vinse le mie resistenze. Non amavo molto la Gioventù Studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni quasi tutti di estrazione “borghese”, piuttosto che a me.
Don Luigi Giussani tenne una splendida lezione sulla “gioventù come tensione” e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati - sulla scia dell’impegno socialista massimalista di mio padre - sulla politica e sulla letteratura russa e americana.
Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa».
Spanish El Patriarca de Venecia, Cardenal Angelo Scola, explicó que los católicos tienen que dar testimonio de su fe en la vida pública
Feb 24, 2009

El Patriarca de Venecia, Cardenal Angelo Scola, explicó que los católicos tienen que dar testimonio de su fe en la vida pública, mostrando a la sociedad la riqueza del Evangelio en donde se hayan las respuestas que buscan los hombres, y explicó que actualmente existen visiones reduccionistas que intentan acallar este necesario aporte de los fieles para el mundo.

En un editorial publicado en  italiano el pasado 20 de febrero en el diario Avvenire titulado "Católicos, laicos y sociedad civil" y en castellano en la web del vaticanista Sandro Magister, el Purpurado explicó que actualmente en Italia existen dos concepciones del cristianismo que terminan inevitablemente en un reduccionismo.

"La primera es la que trata al cristianismo como una religión civil, como mero cemento ético, capaz de hacer las veces de adhesivo social para nuestra democracia y para las democracias europeas gravemente convulsionadas. Si una posición similar es aceptable en quien no cree, en quien cree debe ser evidente su insuficiencia estructural. La otra, más sutil, es la que tiende a reducir al Cristianismo a mero anunciante de la pura y descarnada Cruz para la salvación de 'cada uno de los otros'".

Por eso, continuó el Cardenal, con alguna de estas concepciones "ocuparse de bioética o de biopolítica distraería del auténtico mensaje de misericordia de Cristo. Como si este mensaje fuese en sí ahistórico y no poseyera alcances antropológicos, sociales y cosmológicos. Una actitud de este tipo produce una dispersión, una diáspora de los cristianos en la sociedad y termina por ocultar la relevancia humana de la fe en cuanto tal, al punto que frente a los dramas también públicos de la vida se llega a demandar un silencio que, a los ojos de los demás, corre el riesgo de vaciar el sentido de pertenencia a Cristo y a la Iglesia".

En opinión del Cardenal estas visiones no entienden qué es realmente el cristianismo: "la primera, porque lo reduce a su dimensión secular, separándolo de la fuerza exaltadora del sujeto cristiano, don del encuentro con el acontecimiento personal de Jesucristo en la Iglesia; la segunda, porque priva a la fe de su espesura carnal".

"Me parece –continúa– que hay otra interpretación cultural, más respetuosa de la naturaleza del hombre y de su ser-en-relación. Ella recorre el hilo capilar que separa a la religión civil de la diáspora y del ocultamiento. Propone el acontecimiento de Jesucristo en toda su dimensión integral –irreductible a toda conceptualización humana–, muestra el corazón que vive en la fe de la Iglesia para beneficio de todo el pueblo. ¿De qué modo? A través del anuncio, como obra del sujeto eclesial, de todos los misterios de la fe en su armonía integral, sabiamente compendiados en el catecismo de la Iglesia".

El Patriarca de Venecia precisa luego que, "respetando la tarea específica de los fieles laicos en el campo político", es evidente que "si todo fiel, desde el Papa hasta el último de los bautizados, no pusiese en común las respuestas que considera válidas para las preguntas que agitan cotidianamente el corazón del hombre, es decir, si no diese testimonio de las implicancias prácticas de su propia fe, le quitaría algo a los demás, pues sustraería algo positivo, no contribuiría al bien civil de edificar la vida buena".

Tras alentar a que este anuncio debe hacerse "a 360 grados y con todos, sin excluir a nadie", el Cardenal Scola resalta que al "dialogar humilde pero tenazmente con todos, se ve que la acción eclesial no tiene como finalidad la hegemonía, no apunta a usar el ideal de la fe en vista de un poder".

"Su verdadera finalidad, a imitación de su Fundador, es ofrecer a todos la consoladora esperanza en la vida eterna. Es una esperanza que, ya agradable 'cien veces aquí abajo', ayuda a afrontar los problemas cruciales que tornan fascinante y dramático lo cotidiano que experimentan todos", concluye.
English Secularism in Danger. Two Cardinals Are Running to its Defense
Feb 24, 2009
They are Angelo Scola and Camillo Ruini, both in close agreement with Pope Benedict XVI. Here is how they see the Church's role in the public sphere: if it were silent, for example, about life and death, "it would not contribute to the good of all"

ROMA, February 23, 2009 – Two recent events have rekindled the debate over "secularism," or the activity of Christians in the public sphere.

The two events are linked by a single question, concerning human life "from conception to natural death."

The first of these events is apparently minor. On Wednesday, February 18, at the end of the general audience, Benedict XVI met briefly with Nancy Pelosi (in the photo, a previous meeting in Washington), the Speaker of the United States House of Representatives. Pelosi is Catholic, as she took care to point out: she showed the pope a photo of her visiting the Vatican with her parents during the 1950's, and praised the Church's work in combatting hunger and poverty.

But the statement released after the meeting by the Vatican press office was of an entirely different tone:

"The pope took the opportunity to explain that the natural moral law and the constant teaching of the Church on the dignity of human life from conception to natural death require all Catholics, especially legislators, judges, and those responsible for the common good of society, to work together with all men and women of good will in order to promote a just legal system, aimed at protecting human life in each of its stages."

Nancy Pelosi, in fact, like other Catholics in the new American administration, is an active supporter of pro-abortion policies. And the pope did not hesitate to issue this public reminder to her, without worrying that it might provide fodder for the recurring accusations of "interference" in the political sphere that many defenders of "secularism" make against the Church.

* * *

The second event is of broader significance. It is the fate imposed in Italy on Eluana Englaro, a young woman in a persistent vegetative state who was deprived of nutrition and hydration by judicial decree, leading to her death last February 9.

As happened four years ago with Terri Schiavo in the United States, for Eluana as well there were intensifying efforts to save her life, on the part of both Catholics and nonbelievers, on the religious terrain and on civil and political grounds as well.

The battle naturally led to an escalation of the controversy over "secularism." From various sides, the Church was accused of encroaching on the freedom of individual choices.

But not only that. The controversy also divided the Catholic camp. For some, speaking and acting in defense of Eluana's life was "unworthy of the Christian approach," an approach that should instead be characterized by silence, restraint, tenderness, noninterference in the most intimate, personal domain of the individual.

The most emblematic expression of this tendency came from the founder and prior of the monastery of Bose, Enzo Bianchi, in an article in the newspaper "La Stampa" on Sunday, February 15:

> Vivere e morire secondo il Vangelo

Bianchi has a large following in Italy and other countries. He is the author of widely read books, preaches retreats to priests and bishops, and writes for secular newspapers but also for "Avvenire," the newspaper of the Italian bishops' conference, CEI, which took the leading role in the campaign to defend Eluana's life, and is therefore also the main target of the accusation of "unworthiness."

Without mentioning Enzo Bianchi by name, Venice patriarch Cardinal Angelo Scola implicitly replied to him in an editorial published in "Avvenire" on February 20.

Another reply was given around the same time, in the more extensive and articulated form of a conference, by one of the most prominent cardinals of the Italian Church, Camillo Ruini. Ruini is a former president of the CEI, and the pope's vicar for the diocese of Rome from 1991 to 2007.

Here below, in their entirety, are both contributions: Cardinal Scola's editorial in "Avvenire" on February 20, and the conference given by Cardinal Ruini in Genoa on February 18.

With the recent new developments in the issue of "secularism," these two texts are the most authoritative and representative that can be found today on the part of two high-ranking Church figures, both culturally very close to pope Joseph Ratzinger.

__________

1. Catholics, secularists, and civil society

by Angelo Scola

"The West must decide to understand what influence faith has in the public life of its citizens, it cannot dismiss the problem."

These scorching words, spoken by a Middle Eastern bishop in Amman during the international scholarly conference of the magazine "Oasis," are coming back to my mind in these days, during which a lively debate has been ignited in the media about the activity of Christians in civil society, the dialogue between secularists and Catholics – which, according to some, has reached the end of the line – the presumed defeat of Christianity, and the interference by churchmen in public affairs. In a word, about the manner in which Catholics should or should not address delicate issues of public life, like those of bioethics.

It seems to me that people often lose sight of the heart of the matter: every faith must always be subjected to a public cultural interpretation. It is an inevitable fact. On the one hand, this is because, as John Paul II wrote, "a faith that did not become cultural would not be fully welcomed, not entirely thought out, not faithfully lived." On the other, since the faith – Jewish and Christian – is the result of God's compromise with history, it inevitably has to do with the concreteness of life and death, of love and pain, of work and rest, and of civic action. For this reason, it is inevitably the object of different cultural interpretations, which can be in conflict with each other.

In this phase of "post-secularism," there are two cultural interpretations of Christianity in particular that are at odds with each other. Both seem reductive to me.

The first is the one that treats Christianity as a civil religion, as mere ethical cement, capable of acting as a social adhesive for our democracy and for the European democracies in grave distress. If such a position is plausible in those who do not believe, its structural insufficiency should be evident to those who do believe.

The other, more subtle interpretation is the one that tends to reduce Christianity to the proclamation of the pure, unadorned Cross, for the salvation of "everyone else."

For example, getting involved with bioethics or biopolitics is seen as detracting from Christ's authentic message of mercy, as if this message were in itself ahistorical, without any anthropological, social, and cosmological implications. Such an attitude produces a dispersion, a diaspora of Christians in society, and ends up concealing the human relevance of the faith as such. To such an extent that in the face of life's crises, including public ones, a silence is demanded that risks making adherence to Christ and to the Church meaningless in the eyes of others.

In my view, neither of these two cultural interpretations succeeds in expressing adequately the true nature of Christianity and its activity in social society: the first because it reduces this to its secular dimension, separating it from its specifically Christian dynamism, the gift of an encounter with the personal coming of Christ in the Church; the second because it deprives the faith of its concrete embodiment.

There is another cultural interpretation that to me seems more respectful of the nature of man and his being in relationship. This runs along the ridge that separates civil religion from diaspora and concealment. It presents the coming of Jesus Christ in its entirety – incapable of being reduced to any human federation – and displays the heart of this, which lives in the Church's faith on behalf of all people.

In what way? Through the Church's proclamation of all the mysteries of faith in their entirety, as skillfully compiled in the catechism.

But this leads to the need to explain all of the aspects and implications that always arise from these mysteries. These are interwoven with human affairs in every age, demonstrating the beauty and fecundity of the faith for everyday life.

Just one example: if I believe that man is created in the image and likeness of God, I will have a certain understanding of birth and death, of the relationship between man and woman, of marriage and the family. This understanding inevitably encounters and seeks an exchange with the experience of all men, including nonbelievers. Regardless of their manner of understanding these basic elements of existence.

While respecting the specific responsibility of the lay faithful in the political domain, it is nonetheless evident that if every member of the faithful, from the pope to the last of the baptized, were not to share openly what he believes are the valid answers to the questions that trouble the human heart every day, and bear witness to the practical implications of his own faith, he would take something away from others. He would withhold a positive contribution, he would not participate in the common effort to build up the good life.

And today, in a society that is pluralistic and therefore has a tendency to be highly conflictual, this exchange must extend 360 degrees, to everyone, no one excluded.

In such an encounter, in which Christians, including the pope and bishops, dialogue humbly but firmly with everyone, it can be seen that the action of the Church is not aimed at hegemony, in using the ideal of faith for the sake of power. Its real aim, in imitation of its Founder, is that of offering everyone the consolation of hope in eternal life. This hope can already be enjoyed in the "hundredfold here below,"and helps us to face the crucial problems that make everyone's daily life fascinating and dramatic.

It is only through this untiring testimony, aimed at mutual recognition and respectful of the procedures ratified under the rule of law, that the great practical value unleashed by the fact of living together can be made to bear fruit.
Italian Laicità in pericolo. Due cardinali accorrono in sua difesa
Feb 24, 2009
Sono Angelo Scola e Camillo Ruini, entrambi molto in sintonia con papa Benedetto XVI. Ecco come vedono il ruolo della Chiesa nella sfera pubblica: se essa tacesse, ad esempio, sulla vita e la morte, "non contribuirebbe al bene di tutti". In appendice, una disputa tra i professori Galli della Loggia e Pietro De Marco

ROMA, 23 febbraio 2009 – Due fatti recenti hanno riacceso la controversia sulla "laicità", ossia sull'azione dei cristiani nella società civile.

Due fatti accomunati da un'identica questione, riguardante la vita umana "dal concepimento alla morte naturale".

Il primo di questi fatti è apparentemente minore. Mercoledì 18 febbraio, al termine dell'udienza generale, Benedetto XVI ha incontrato brevemente Nancy Pelosi (nella foto, in un precedente incontro a Washington), speaker della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Pelosi è cattolica, e ha tenuto a rimarcarlo: ha mostrato al papa le foto di una sua visita con i genitori in Vaticano negli anni Cinquanta e si è complimentata per l'azione della Chiesa nel combattere la fame e la povertà.

Ma al termine dell'incontro, il comunicato diffuso dalla sala stampa vaticana è stato di tutt'altro tenore:

"Il papa ha colto l'occasione per illustrare che la legge morale naturale e il costante insegnamento della Chiesa sulla dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale impongono a tutti i cattolici, e specialmente ai legislatori, ai giuristi e ai responsabili del bene comune della società, di cooperare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per promuovere un ordinamento giuridico giusto, inteso a proteggere la vita umana in ogni suo momento".

Nancy Pelosi, infatti, come altri cattolici della nuova amministrazione americana, è attiva sostenitrice di politiche pro aborto. E il papa non ha esitato a rivolgerle questo richiamo pubblico, incurante di dare esca con ciò alle ricorrenti accuse di "invadenza" del campo politico che tanti difensori della "laicità" lanciano contro la Chiesa.

* * *

Il secondo fatto è di dimensioni più ampie. Ed è la sorte inflitta in Italia a Eluana Englaro, una giovane donna in stato vegetativo persistente, privata di cibo e di acqua per sentenza di tribunale e così fatta morire, lo scorso 9 febbraio.

Come quattro anni fa per Terri Schiavo negli Stati Uniti, anche per Eluana c'è stato in Italia un crescendo di azioni tese a salvarne la vita, sia da parte di cattolici che di non credenti, sia sul terreno religioso che su quello civile e politico.

La battaglia ha naturalmente portato a una fase acuta la polemica sulla "laicità". Da più parti si è accusata la Chiesa di prevaricare sulla libertà delle scelte individuali.

Ma non solo. La polemica ha diviso anche il campo cattolico. Per alcuni, il parlare e l'agire in difesa della vita di Eluana erano "indegni dello stile cristiano", uno stile che dovrebbe essere fatto di silenzio, di riserbo, di misericordia, di non invasione dello spazio più intimo e personale di ciascuno.

La voce più emblematica di questa tendenza è stata quella del fondatore e priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi, in un articolo sul quotidiano "La Stampa" di domenica 15 febbraio:

> Vivere e morire secondo il Vangelo

Bianchi è personaggio con largo seguito, in Italia e in altri paesi. È autore di libri di grande diffusione, predica ritiri a sacerdoti e vescovi, scrive su giornali laici ma anche su "Avvenire", il giornale della conferenza episcopale italiana, il più impegnato nella campagna in difesa della vita di Eluana, e quindi anche il maggiore imputato di "indegnità".

Alle tesi di Enzo Bianchi ha replicato implicitamente – senza farne il nome – il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, in un editoriale su "Avvenire" del 20 febbraio.

Ma in questo stesso editoriale il cardinale Scola ha analizzato la questione della "laicità" a più largo raggio, in quanto rapporto generale tra la Chiesa e la sfera pubblica.

E lo stesso ha fatto nei medesimi giorni – nella forma più estesa e più argomentata di una conferenza – un altro cardinale di spicco della Chiesa italiana, Camillo Ruini, già presidente della CEI e vicario del papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2007.

Qui di seguito sono riprodotti, integrali, entrambi gli interventi: l'editoriale del cardinale Scola su "Avvenire" del 20 febbraio e la conferenza tenuta dal cardinale Ruini a Genova il 18 febbraio.

Sulla questione della "laicità" – con le variazioni intervenute negli ultimi tempi – i due testi sono quanto di più autorevole e rappresentativo si possa leggere oggi da parte di due alti uomini di Chiesa, entrambi culturalmente molto vicini a papa Joseph Ratzinger.

In più, il lettore italiano troverà di seguito altri due testi su una questione strettamente connessa: la configurazione concreta che ha preso in Italia il dialogo tra laici e cattolici.

A giudizio del professor Ernesto Galli della Loggia questo dialogo ha avuto un momento felice agli inizi degli anni Novanta, ma poi è praticamente fallito. Mentre a giudizio del professor Pietro De Marco le cose non stanno affatto così.

Ha aperto la disputa Galli della Loggia con un editoriale sul "Corriere della Sera" del 15 febbraio. E De Marco gli ha replicato qui e sul giornale on line "l'Occidentale".

__________

1. Cattolici, laici e società civile

di Angelo Scola

"L'Occidente deve decidersi a capire quale peso ha la fede nella vita pubblica dei suoi cittadini, non può rimuovere il problema".

Queste parole fulminanti, espresse da un vescovo mediorientale ad Amman durante il comitato scientifico internazionale della rivista "Oasis", mi sono tornate alla mente in questi giorni, nei quali si è acceso sui media un vivo dibattito circa l'azione dei cristiani nella società civile, il dialogo tra laici e cattolici – che secondo qualcuno sarebbe addirittura giunto al capolinea –, la presunta sconfitta del cristianesimo e l'ingerenza degli uomini di Chiesa nelle vicende pubbliche. In una parola, circa lo stile con cui i cattolici dovrebbero intervenire o meno sui delicati temi della vita comune, quali quelli della bioetica.

Mi sembra che spesso si perda di vista il cuore della questione: ogni fede va sempre soggetta a un'interpretazione culturale pubblica. È un dato inevitabile. Da una parte perché, come scrisse Giovanni Paolo II, "una fede che non diventi cultura sarebbe non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta". Dall'altra, essendo la fede – quella giudaica e quella cristiana – frutto di un Dio che si è compromesso con la storia, ha inevitabilmente a che fare con la concretezza della vita e della morte, dell'amore e del dolore, del lavoro e del riposo e dell'azione civica. Perciò è essa stessa inevitabilmente investita da diverse letture culturali, che possono entrare in conflitto tra di loro.

In questa fase di "post-secolarismo", nella società italiana si confrontano, in particolare, due interpretazioni culturali del cristianesimo. A me sembrano entrambe riduttive.

La prima è quella che tratta il cristianesimo come una religione civile, come mero cemento etico, capace di fungere da collante sociale per la nostra democrazia e per le democrazie europee in grave affanno. Se una simile posizione è plausibile in chi non crede, a chi crede deve essere evidente la sua strutturale insufficienza.

L'altra, più sottile, è quella che tende a ridurre il cristianesimo all'annuncio della pura e nuda Croce per la salvezza di "ogni altro".

Occuparsi, per esempio, di bioetica o biopolitica distoglierebbe dall'autentico messaggio di misericordia di Cristo. Come se questo messaggio fosse in sé astorico e non possedesse implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche. Un simile atteggiamento produce una dispersione, una diaspora dei cristiani nella società e finisce per nascondere la rilevanza umana della fede in quanto tale. Al punto che di fronte ai drammi anche pubblici della vita si giunge a domandare un silenzio che rischia di svuotare il senso dell'appartenenza a Cristo e alla Chiesa agli occhi degli altri.

Nessuna di queste due interpretazioni culturali, secondo me, riesce ad esprimere in maniera adeguata la vera natura del cristianesimo e della sua azione nella società civile: la prima perché lo riduce alla sua dimensione secolare, separandolo dalla forza sorgiva del soggetto cristiano, dono dell'incontro con l'avvenimento personale di Gesù Cristo nella Chiesa; la seconda perché priva la fede del suo spessore carnale.

A me sembra più rispettosa della natura dell'uomo e del suo essere in relazione un'altra interpretazione culturale. Essa corre lungo il crinale che separa la religione civile dalla diaspora e dal nascondimento. Propone l'avvenimento di Gesù Cristo in tutta la sua interezza – irriducibile ad ogni umano schieramento –, ne mostra il cuore che vive nella fede della Chiesa a beneficio di tutto il popolo.

In che modo? Attraverso l'annuncio, ad opera del soggetto ecclesiale, di tutti i misteri della fede nella loro integralità, sapientemente compendiati nel catechismo della Chiesa.

Giungendo però ad esplicitare tutti gli aspetti e le implicazioni che da tali misteri sempre sgorgano. Essi si intrecciano con le vicende umane di ogni tempo, mostrando la bellezza e la fecondità della fede per la vita di tutti i giorni.

Solo un esempio: se credo che l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, avrò una certa concezione della nascita e della morte, del rapporto tra uomo e donna, del matrimonio e della famiglia. Concezione che inevitabilmente incontra e chiede di confrontarsi con l'esperienza di tutti gli uomini, anche dei non credenti. Qualunque sia il loro modo di concepire questi dati elementari dell'esistenza.

Rispettando lo specifico compito dei fedeli laici in campo politico, è tuttavia evidente che se ogni fedele, dal papa all'ultimo dei battezzati, non mettesse in comune le risposte che ritiene valide alle domande che quotidianamente agitano il cuore dell'uomo, cioè se non testimoniasse le implicazioni pratiche della propria fede, toglierebbe qualcosa agli altri. Sottrarrebbe un positivo, non contribuirebbe al bene civile di edificare la vita buona.

Oggi poi, in una società plurale e perciò tendenzialmente molto conflittuale, questo paragone deve essere a 360 gradi e con tutti, nessuno escluso.

In un simile confronto, che porta i cristiani, papa e vescovi compresi, a dialogare umilmente ma tenacemente con tutti, si vede che l'azione ecclesiale non ha come scopo l'egemonia, non punta a usare l'ideale della fede in vista di un potere. Il suo vero scopo, a imitazione del suo Fondatore, è offrire a tutti la consolante speranza nella vita eterna. Una speranza che, già godibile nel "centuplo quaggiù", aiuta ad affrontare i problemi cruciali che rendono affascinante e drammatico il quotidiano di tutti.

Solo attraverso questo instancabile racconto, teso al riconoscimento reciproco, rispettoso delle procedure pattuite in uno stato di diritto, si può mettere a frutto quel grande valore pratico che scaturisce dal fatto di vivere insieme.
Italian Nelle quattro finalità il futuro dei Gruppi d'ascolto
Feb 23, 2009

Un’esperienza così intensa e dilatata nel tempo, come quella dei Gruppi di Ascolto, può far correre il rischio, per la convinzione che tutto vada sempre bene, di oscurare a volte lo spirito critico, indispensabile per continuare a crescere»: in questa introduzione della commissione per i Gruppi d'ascolto viene riassunto lo spirito dell’incontro diocesano degli animatori, delle famiglie ospitanti, dei coordinatori di caseggiato e degli amici dei Gruppi di Ascolto con il Patriarca Angelo Scola, svoltosi sabato 14 febbraio all’istituto “S. Marco” della Gazzera, a Mestre.

Nell’ampia palestra dei Salesiani oltre 700 persone, alternando i salmi ai canti e alla preghiera, a riflessioni e interventi, si sono confrontate con il Patriarca, che era affiancato dal vescovo ausiliare mons. Beniamino Pizziol a dal vicario per l'Evangelizzazione e la Catechesi mons. Valter Perini; e tutti insieme si sono confrontati con la Parola del Vangelo, in particolare con il brano dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35), la cui espressione “Non ci ardeva forse il cuore nel petto?” era stata scelta a tema dell’incontro.

Seimila persone coinvolte. Da dieci anni, nel Patriarcato di Venezia, cinquecento animatori e altrettanti gruppi di ascolto, per un totale di circa 6000 persone, hanno avuto, «grazie al Patriarca Marco Cè, la possibilità di spalancare il quotidiano alla sua potenza rivelatrice”, come ricorda il Patriarca Angelo con gratitudine. Perché questa grande grazia, che sono i Gruppi di ascolto, continui a dare i suoi frutti, occorre evitare il rischio dell’autoreferenzialità, che secondo mons. Perini «impedisce di rimettersi in discussione e di accettare qualsiasi prospettiva di cambiamento».

“Noi speravamo” o “noi speriamo”? Un gruppo di lavoro della commissione diocesana, partendo dalle Proposizioni del Sinodo dei Vescovi di ottobre sulla Parola di Dio, si è interrogato su come far crescere i Gruppi di ascolto «affinché l’incontro con Gesù trasformi veramente la vita di ogni partecipante».

«Il compito che avete davanti non deve ricacciarvi nel passato, nell’imperfetto… in quel terribile imperfetto: “noi speravamo”, dei discepoli di Emmaus». Così il Patriarca incoraggia a trasformare il “noi speravamo” della delusione scettica in speranza reale al presente. Come nel cammino verso Emmaus «Gesù in persona si accostò e camminava con loro», così, richiamandosi il Patriarca alla testimonianza di Liana, del vicariato di Marghera, Gesù con i Gruppi di ascolto è entrato più di persona nella nostra vita, poiché «più delle cose belle e realiste che avete detto contano i fatti, il fatto che più di 700 persone, in questo sabato di carnevale, si ritrovano in uno spirito di famiglia». E su questo aspetto il card. Scola insiste per «dare più energia all’avvenimento di incontro familiare con Cristo, di cui voi siete occasione».

Uno spiraglio di libertà. C’è un “ma” alla caduta di ogni speranza di quel “noi speravamo…”. E’ il “ma essi insistettero: resta con noi…”, perché avevano intuito. L’incontro con “Gesù in persona” aveva scaldato il loro cuore e aperto «lo spiraglio di libertà, come quella lama di luce che d’estate, per la porta socchiusa, attraversa tutta la stanza». E' così che Pina, della parrocchia di S. Maria di Lourdes di Mestre, testimonia che nel Gruppo di ascolto ha scoperto «la vitalità della Parola di Dio» e l’importanza della «presenza stessa delle persone».

Il problema della conoscenza. Indiscussa l’originale ricchezza del contesto familiare per la lettura della Sacra Scrittura, emerge la necessità di prendere atto, con rispettoso realismo, di difficoltà e problemi esistenti, se si vuole far crescere l’esperienza dei Gruppi di ascolto e rispondere in modo autentico al «bisogno di sentire mia la Parola». Per questi motivi non può essere sottovalutato l’intervento di chi chiedeva al Patriarca conferma, che «Adamo ed Eva erano veramente esistiti e non sono dei simboli», ponendo la questione come essenziale per la nostra fede. Infatti questo è uno dei problemi che si riscontrano, quando i laici si avvicinano alla Bibbia e, magari senza colpevole ignoranza, non sanno nulla di generi letterari o di tradizioni orali o cosa si intenda quando si parla di veridicità della Sacra Scrittura.

La rassicurazione del Patriarca, che sulle cose sostanziali non si sbaglia mai, si è integrata con l’invito a considerare che per noi l’incontro non è solo con un libro, ma soprattutto con una Persona, e che c'è un’unità inscindibile tra scrittura, tradizione e magistero.

Formazione diocesana e comunione. E se, come conferma lo stesso mons. Perini, «la formazione degli animatori risulta essere seria», non si può dimenticare la preoccupazione, segnalata dalla prima testimonianza, che «tanti animatori, non frequentando la formazione diocesana, si formano altrimenti o non si formano. In questo modo viene tralasciato l'aspetto comunionale e la formazione personale è lasciata all'iniziativa del singolo: la nostra è un'esperienza di comunione ecclesiale, che parte dalla piccola comunità del Gruppo d'ascolto, si allarga alla comunità parrocchiale e alla diocesi, fino ad arrivare al vescovo... non ancora tutti gli animatori sono corresponsabili di questo... questo concetto non è ancora passato per tutti».

Le quattro finalità. Allora ritorna fondamentale la domanda posta da don Perini: «Come deve cambiare il Gruppo di ascolto oggi? Quali sono le circostanze che chiamano il Gruppo di ascolto a dei cambiamenti?».

«Sono certo della bontà di questo cammino - conferma il Patriarca - e della chiara direzione indicata da don Valter», che individua «nelle quattro finalità della Visita pastorale il futuro, la Magna Charta, gli assi portanti, per rinnovare i Gruppi d'ascolto».

Innanzitutto il Gruppo d'ascolto è chiamato a diventare sempre più una piccola comunità dalla forte appartenenza a Cristo e fra i partecipanti: l'identità comunitaria è sostanziale come lo è la forma comunitaria della testimonianza. Il Gruppo d'ascolto è chiamato a immedesimarsi sempre nella Parola del Signore, per avere lo stesso pensiero di Cristo, il che risponde anche al rischio, segnalato all'inizio, «di oscurare la Parola, mentre appare necessaria una forma di comunicazione che lasci più trasparire la Parola di Dio» e dia all'animatore «un ruolo più defilato».

Educazione al gratuito. Il Gruppo d'ascolto si educa al gratuito, come risposta d'amore per ciò che ha ricevuto da Dio, ed è chiamato a vivere l'unione fraterna per la presenza concreta di persone. Si realizza così quel «nesso tra Parola e opere», riferito da Andrea della parrocchia di S. Lorenzo Giustiniani, che ha chiesto al Patriarca «cosa possiamo fare noi e lei per far risuonare la Parola nelle opere». Qui sta «la natura sacramentale della Parola - osserva il card. Scola, rimasto colpito da questa domanda - non si può separare la Parola dalle opere... e la Parola di questo Padre è Gesù Cristo».

Invitate tutti. Infine il Gda si educa alla missionarietà, prendendo seriamente le circostanze e le relazioni, poiché «deve essere una comunità che affronta tutta la realtà». Il Gda diventa missionario nel modo più semplice, conclude il Patriarca, con «l'invito volto a volto: invitate, invitate, invitate tutti!». E, se ci fossero dubbi, «è la vita il programma da svolgere».
Italian Pag 1 Altro che egemonia mondana. Offerta di una speranza da “investire” quaggiù di Angelo Scola
Feb 21, 2009
Cattolici, laici e società civile: riflessione del Patriarca di Venezia

«L’Occidente deve decidersi a capire quale peso ha la fede nella vita pubblica dei suoi cittadini, non può rimuovere il problema». Queste parole fulminanti, espresse da un vescovo mediorientale durante il Comitato scientifico internazionale di Oasis ad Amman, mi sono tornate alla mente in questi giorni, nei quali si è acceso sui media un vivo dibattito circa l’azione dei cristiani nella società civile, il dialogo tra laici e cattolici - che secondo qualcuno sarebbe addirittura giunto al capolinea -, la presunta sconfitta del Cristianesimo e l’ingerenza degli uomini di Chiesa nelle vicende pubbliche. In una parola circa lo stile con cui i cattolici dovrebbero intervenire o meno sui delicati temi della vita comune, quali quelli della bioetica. Mi sembra che spesso si perda di vista il cuore della questione: ogni fede va sempre soggetta ad un’interpretazione culturale pubblica. È un dato inevitabile. Da una parte perché, come scrisse Giovanni Paolo II, «una fede che non diventi cultura sarebbe non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Dall’altra, essendo la fede - quella giudaica e quella cristiana - frutto di un Dio che si è compromesso con la storia, ha inevitabilmente a che fare con la concretezza della vita e della morte, dell’amore e del dolore, del lavoro e del riposo e dell’azione civica. Perciò è essa stessa inevitabilmente investita da diverse letture culturali, che possono entrare in conflitto tra di loro. In questa fase di 'post-secolarismo', nella società italiana si confrontano, in particolare, due interpretazioni culturali del Cristianesimo. A me sembrano entrambe riduttive. La prima è quella che tratta il Cristianesimo come una religione civile, come mero cemento etico, capace di fungere da collante sociale per la nostra democrazia e per le democrazie europee in grave affanno. Se una simile posizione è plausibile in chi non crede, a chi crede deve essere evidente la sua strutturale insufficienza. L’altra, più sottile, è quella che tende a ridurre il Cristianesimo all’annuncio della pura e nuda Croce per la salvezza di 'ogni altro'. Occuparsi, per esempio, di bioetica o biopolitica distoglierebbe dall’autentico messaggio di misericordia di Cristo. Come se questo messaggio fosse in sé astorico e non possedesse implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche. Un simile atteggiamento produce una dispersione (diaspora) dei cristiani nella società e finisce per nascondere (cripto) la rilevanza umana della fede in quanto tale. Al punto che di fronte ai drammi anche pubblici della vita si giunge a domandare un silenzio che rischia di svuotare il senso dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa agli occhi degli altri. Nessuna di queste due interpretazioni culturali, secondo me, riesce ad esprimere in maniera adeguata la vera natura del Cristianesimo e della sua azione nella società civile: la prima perché lo riduce alla sua dimensione secolare, separandolo dalla forza sorgiva del soggetto cristiano, dono dell’incontro con l’avvenimento personale di Gesù Cristo nella Chiesa; la seconda perché priva la fede del suo spessore carnale. A me sembra più rispettosa della natura dell’uomo e del suo essere in relazione un’altra interpretazione culturale. Essa corre lungo il crinale che separa la religione civile dalla cripto-diaspora. Propone l’avvenimento di Gesù Cristo in tutta la sua interezza ­irriducibile ad ogni umano schieramento ­, ne mostra il cuore che vive nella fede della Chiesa a beneficio di tutto il popolo. In che modo? Attraverso l’annuncio, ad opera del soggetto ecclesiale, di tutti i misteri della fede nella loro integralità, sapientemente compendiati nel catechismo della Chiesa. Giungendo però ad esplicitare tutti gli aspetti e le implicazioni che da tali misteri sempre sgorgano. Essi si intrecciano con le vicende umane di ogni tempo, mostrando la bellezza e la fecondità della fede per la vita di tutti i giorni. Solo un esempio: se credo che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, avrò una certa concezione della nascita e della morte, del rapporto tra uomo e donna, del matrimonio e della famiglia. Concezione che inevitabilmente incontra e chiede di confrontarsi con l’esperienza di tutti gli uomini, anche dei non credenti. Qualunque sia il loro modo di concepire questi dati elementari dell’esistenza. Rispettando lo specifico compito dei fedeli laici in campo politico, è tuttavia evidente che se ogni fedele, dal Papa all’ultimo dei battezzati, non mettesse in comune le risposte che ritiene valide alle domande che quotidianamente agitano il cuore dell’uomo, cioè se non testimoniasse le implicazioni pratiche della propria fede, toglierebbe qualcosa agli altri. Sottrarrebbe un positivo, non contribuirebbe al bene civile di edificare la vita buona. Oggi poi, in una società plurale e perciò tendenzialmente molto conflittuale, questo paragone deve essere a 360° e con tutti, nessuno escluso. In un simile confronto, che porta i cristiani, Papa e vescovi compresi, a dialogare umilmente ma tenacemente con tutti, si vede che l’azione ecclesiale non ha come scopo l’egemonia, non punta a usare l’ideale della fede in vista di un potere. Il suo vero scopo, a imitazione del suo Fondatore, è offrire a tutti la consolante speranza nella vita eterna. Una speranza che, già godibile nel 'centuplo quaggiù', aiuta ad affrontare i problemi cruciali che rendono affascinante e drammatico il quotidiano di tutti. Solo attraverso questo instancabile racconto, teso al riconoscimento reciproco, rispettoso delle procedure pattuite in uno stato di diritto, si può mettere a frutto quel grande valore pratico che scaturisce dal fatto di vivere insieme.
Italian Incontro tra Cesare Mirabelli e il card. Angelo Scola nella cattedrale di Genova, colma di gente
Feb 20, 2009

È vero che lo Stato, più è laico, più tiene la religione fuori dalla porta? La domanda posta dal moderatore, il giornalista Maurizio Belpietro, ha introdotto nella cattedrale di Genova il secondo di una serie di incontri sulla laicità: «Laicità e libertà religiosa». Una serata che ancora una volta ha mosso una città, con tale presenza (sedie, scalini, ardesie e balaustre completamente occupati nella pur grande san Lorenzo) da far entusiasmare anche uno dei protagonisti dell'incontro, il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia. Un grande bisogno, fame, forse, di capire fino a che punto, come ha detto il moderatore, la Chiesa può spingersi, e se è davvero ingerenza quando il Papa fa sentire la propria voce su temi etici. Il Papa e noi, che siamo Chiesa. Una premessa, da parte del cardinale di Venezia: politica e Stato sono di fatto investiti del potere di decidere su temi che toccano i fondamenti della quotidiana esistenza, e il processo storico della globalizzazione ci investe della responsabilità di orientarlo verso il bene nella tolleranza, integrazione e reciprocità. “Il che non significa”, ha detto, «un'unica pericolosa identità sincretistica, ma una continua reciproca comunicazione che realizzi il pratico star bene insieme». A questo equilibrio nuocciono i limiti di una concezione ormai vecchia di laicità «che si poggia», ha detto Scola, «sull'idea equivoca di neutralità. E in Italia neutralità non significa che lo Stato non deve preferire nessuna norma etica o concezione religiosa, ma significa neutralizzare ogni presenza religiosa in ambito politico. Neutro vuol dire questo, soprattutto nel nostro Paese». Un'idea distorta, che deve fare i conti con un paradosso: «Da una parte questa idea di laicità si fa aralda dei diritti umani, capace di abbracciare tutte le diversità culturali, ma il fatto è che non si può non riconoscere un'inevitabile connessione dell'etica pubblica con tutte le dichiarazioni dei diritti. E questo porta inevitabilmente a riconsiderare il ruolo delle tradizioni religiose». L'idea della laicità è rivisitata in questo senso da molti pensatori, da Habermas, a Bockenforde, a Rawls, «eppure», afferma il cardinale, «la pubblicistica italiana continua a presentare la laicità come opposizione al fatto religioso e in particolare cristiano». Quel Cristianesimo in cui è insita la separatezza tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, una distinzione che si fonda sulla concezione che lo Stato, non avendo in suo potere il senso ultimo dell'esistenza umana, non ne è mai il padrone. Concetto molto chiaro nei Paesi di origine anglosassone, dove è normale (e l'abbiamo ancora visto con il giuramento e i discorsi di Obama) richiamarsi continuamente a Dio. «La libertà religiosa», ha continuato il patriarca, «è il luogo nel quale si manifesta in modo evidente il nesso tra verità e libertà: il desiderio di infinito che abita nel cuore di ognuno esprime l'insopprimibile domanda di significato, cioè di verità». Ma nell'indomabile ricerca della verità, l'uomo corre sempre un rischio: la convinzione che si possa arrivare alla verità solo sulla base di ragionamenti, con un sistema di concetti da acquisire e applicare alla realtà. «La verità», ha spiegato il cardinale, «non è un insieme di nozioni da tradurre in regole, ma Un'esperienza di incontro personale. Ogni uomo è gettato in una trama costitutiva di rapporti, che è l'esperienza dell'incontro con la realtà: ed ecco che la verità fiorisce su un incontro di tutto l'"io" con la realtà». Ecco, allora il compito per «uno Stato che sia veramente rispettoso di una libertà religiosa così intesa: consentire l'edificazione di uno spazio pubblico qualificato nel quale le religioni possano raccontarsi, in vista di un reciproco riconoscimento». «La via maestra per il cristiano", ha detto Scola, «è la testimonianza, nel senso pieno, che propone la verità rischiando di persona e mai imponendola. Il testimone non lede il diritto di nessuno, ma semina bene». Se Dio lo vivo, poi lo "dico", e trovo spazio: «Coopero alla buona laicità non se non dico, ma se dico, senza rinunciare a proporre attraverso un appassionato reciproco racconto, ovviamente nell'ottica di uno stato di diritto». Ma è uno "spazio" contestato, come ha affermato anche Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, parlando degli aspetti giuridici della libertà religiosa. Mirabelli ha spiegato come, nella ricerca di una definizione univoca e rigorosa della laicità, ci si imbatta in quello che definisce «confessionismo laico, che si manifesta quando la laicità "espelle" gli altri, ed è espressione culturale non neutra, che diviene valore dominante a garanzia delle fedi religiose, ma solo se circoscritte all'ambito delle coscienze, non permettendo a esse un'incidenza sociale». Eppure è possibile «uno Stato che non compia scelte di tipo religioso, ma rispetti e dia sostanza a valori comuni, ammettendo il valore formativo della religione e l'acquisizione dei valori del cattolicesimo, nel rispetto delle manifestazioni fondamentali delle altre religioni».
Spanish Patriarca de Venecia: Redescubrir el "capital humano" para salir de la crisis Reflexión del cardenal Angelo Scola en la revista "Humanitas" sobre el buen gobierno
Feb 11, 2009

SANTIAGO DE CHILE, domingo, 1 de febrero de 2009 (ZENIT.org).- La crisis económica debe llevar a redescubrir el auténtico valor del "capital humano", afirma el patriarca de Venecia.

"La crisis económico-financiera puede convertirse en una ocasión para un sobresalto virtuoso de cada uno de nosotros, acompañado de una mayor pasión por la edificación común y realista de la buena vida y el buen gobierno", sostiene el cardenal Angelo Scola en el artículo editorial de la reciente edición de enero de Revista Humanitas (www.humanitas.cl) de la Pontificia Universidad Católica de Chile.

El patriarca de Venecia reflexiona sobre la realidad que se ha hecho manifiesta a partir de la actual situación financiera, señalando que "la crisis financiera muestra ostensiblemente la existencia de cierta involución antropológica y ética, al menos en las sociedades avanzadas".

Según el modelo hasta ahora reinante, "el horizonte de la convivencia humana se centra en el presente en menoscabo del futuro y se prefiere lo efímero a lo duradero, lo anónimo a lo personalizado, lo individual a lo comunitario".

"Son éstos los ámbitos que debieran ser objeto de reflexión de quienes están comprometidos personalmente en ese mundo de la empresa que hunde sus propias raíces en una sólida tradición familiar y laboral, donde es evidente el peso de la experiencia comunitaria cristiana", aclara el purpurado italiano.

El cardenal destaca la importancia de aprovechar el escenario presente para incrementar el valor de la perspectiva humana en las relaciones económicas: "En la crisis actual siguen 'Estado' y 'mercado' efectivamente siendo expresión de constitución de la sociedad y su tradición y del carácter actual de las relaciones sociales".

"En cuanto a las empresas --añade--, la crisis debe impulsarlas hacia un mayor reconocimiento del peso del capital humano".

En su análisis, el cardenal Scola se pregunta por el sentido de la intervención estatal en esta situación histórica y sobre si habría que renunciar, en favor del Estado, al peso de la sociedad civil.

A lo cual responde que "con la crisis ciertamente necesitamos 'más Estado', pero lo necesitamos para salvaguardar el peso de la sociedad civil y para tener más mercado. Se plantea indudablemente un problema de eficiencia, pero con un imprescindible aspecto ético de equidad".

Paralelamente remarca que "la Doctrina Social de la Iglesia señala incansablemente la preponderancia de la sociedad civil también en el ámbito económico", junto con la necesidad de que exista una justa subordinación valórica del Estado a la sociedad civil de  manera que la convivencia no quede reducida puramente en la dicotomía "Estado-mercado".

Por lo mismo, señala que "en la actual coyuntura histórica la intervención del Estado tiene un carácter sobre todo de emergencia, necesario para interrumpir la cadena de la crisis. No parece existir una alternativa de salvamento a la intervención pública, aunque esto se deba puramente al hecho de que el Estado tiene el monopolio de la recaudación fiscal coercitiva".

En estas circunstancias, según su visión, se requiere una mediación estatal destinada a dar protección a los sectores más desamparados. "Una 'buena' intervención del Estado permitirá que los costos de la crisis se cubran en el tiempo y entre los distintos grupos de ciudadanos en forma menos inicua de lo que habría ocurrido por efecto directo de la crisis. Es preciso evitar por lo tanto que suceda lo que normalmente ocurre, es decir, que la crisis se descargue sobre los sectores más débiles", puntualiza.  

Para finalizar, el cardenal Scola expresa que "la historia nos señala que algunos bancos y grandes patrimonios surgieron 'de la parte inferior' de la empresa social".

"Para indicar esta preciosa dotación de nuestra historia, tiene entonces sentido emplear las fórmulas 'más capital humano', 'más capital civil'; pero en este sentido 'más sociedad' sirve también para tener ya sea un 'mercado' (también financiero) más abierto y participativo, ya sea un 'Estado' digno de su función de servicio al bien de la común convivencia".

El patriarca de Venecia es miembro del Consejo de Consultores y Colaboradores de Revista Humanitas de la Pontificia Universidad Católica de Chile desde su fundación, en 1995, tiempo en que él ocupaba la rectoría de la Pontificia Universidad Lateranense.
German Moscheebauten: "Jeden einzelnen Fall analysieren"
Feb 11, 2009
Patriarch von Venedig, Kardinal Angelo Scola, für individuelle Kriterien im Hinblick auf den Bau islamischer Gotteshäuser in Westeuropa

Rom, 23.1.09 (KAP) Im Hinblick auf die Diskussionen um Moscheebauten in Westeuropa sei es notwendig, "die Demut und den Mut" zu haben, jeden Fall einzeln zu bewerten und sich nicht an "abstrakte Generalregeln" zu halten: Dies betonte der Patriarch von Venedig, Kardinal Angelo Scola, in Genua am Rande eines Symposions über "Laizität und Religionsfreiheit". An dem Symposion, das in der Kathedrale stattfand, nahm auch der Erzbischof von Genua (und Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz/CEI), Kardinal Angelo Bagnasco, teil.

Im Gespräch mit Journalisten sagte Kardinal Scola zu den Diskussionen über den Bau einer Moschee in Genua, dass diese Frage "mit Ruhe" angegangen werden müsse. Zweifellos sehe die italienische Verfassung vor, dass die Religionsfreiheit auch die Kultfreiheit und damit die Freiheit zur Errichtung von Gotteshäusern umfasst. Trotzdem müsse man immer jeden einzelnen Fall sehen. Es sei notwendig, auch die Proportion zwischen der religiösen Gemeinde und den Dimensionen des geplanten Gotteshauses zu beachten. Wenn eine entsprechende Gemeinde vorhanden sei und das Bauprojekt Geschichte und Tradition entspreche, könne es keine Bedenken geben.

Kardinal Scola bemüht sich auf dem Hintergrund der venezianischen Geschichte besonders um den Dialog zwischen Christentum und Islam. Im September 2004 begründete er das internationale Studien- und Forschungszentrum "Oasis" (C.I.S.R.O.), das u.a. auf italienisch und in verschiedenen nahöstlichen Sprachen eine gleichnamige wissenschaftliche Zeitschrift herausgibt.
Italian Il Patriarca invita tutti alla preghiera per Eluana
Feb 09, 2009
Sabato 7 febbraio, al termine dei lavori della Scuola di Metodo, che periodicamente riunisce oltre 300 persone, sacerdoti e laici, rappresentanti di tutte le parrocchie e delle realtà aggregative del Patriarcato di Venezia, il card. Angelo Scola ha dichiarato:

“Come Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, vorrei invitare voi tutti e, attraverso di voi, tutti i fedeli, le parrocchie, le aggregazioni laicali che rappresentate, ad una preghiera straordinaria per la vita di Eluana Englaro.

Può essere la preghiera dell’intenzione della Messa, quella dei vespri, il rosario; può essere personale, in famiglia, in comunità; può assumere una forma pubblica ed ordinata. A questo momento di preghiera per la vita di Eluana Englaro dobbiamo invitare tutti.

Sul motivo di questo invito vorrei dire una parola, perché in questo caso, in una società plurale come la nostra, la preghiera deve essere pubblicamente motivata nella sua intenzione e nella sua ragione.

Il Presidente dei Vescovi italiani, il card. Angelo Bagnasco, ha più volte sostenuto – e faccio mia completamente questa affermazione - che in una società tesa alla vita buona - tanto più in una società plurale che anche su tematiche brucianti come l’inizio e la fine della vita conosce un’accesa dialettica e un confronto serrato - è doveroso sostenere sempre il favor vitae.

Essere sempre “a favore della vita” è sommamente ragionevole per qualunque soggetto.

La vicenda di Eluana Englaro non riguarda più solo lei, la sua mamma ed il suo papà - del cui dolore noi abbiamo pieno rispetto e nella cui coscienza ovviamente ci guardiamo bene dall’entrare - perché ha assunto una dimensione pubblica circa uno dei beni fondamentali della vita comune. Questo bene fondamentale è che cosa sia la vita, cosa sia il diritto alla vita e quando si giunga alla fine della vita.

Ribadisco che è ragionevole in una società plurale essere sempre a favore della vita, indipendentemente, oserei dire, dalle motivazioni ultime per cui uno sceglie questo favor vitae. Finché esiste anche solo una minima frazione di dubbio che una persona sia viva, bisogna essere a favore della vita. L’alimentazione e l’idratazione non sono una terapia. Nessuno oggi può, in maniera scientifica e radicale, negare questo dato. Quindi per noi è doveroso che non si interrompano l’alimentazione e l’idratazione di Eluana.

È un modo per affermare la dignità della persona.

Proporre questo bene e tutelarlo pubblicamente con energia è un modo costruttivo di partecipare all’edificazione della vita buona di una società civile plurale quale è l’Italia di oggi. Non lede il diritto di nessuno. Contribuisce al bene di tutti i cittadini e a far riflettere tutti.

La preghiera, e la preghiera a Maria in modo particolare, tocchi il cuore degli italiani ormai tutti coinvolti in questa dolorosa vicenda, affinché la vita di Eluana sia garantita. La potenza di Dio è sempre efficace nel mutare i cuori e le menti di noi uomini.

È un impegno che vi affido perché lo portiate nelle vostre comunità.
Italian Il cardinale Scola: si deve riscoprire il "capitale umano" per uscire dalla crisi
Feb 08, 2009

“La crisi economica deve portare a riscoprire l'autentico valore del capitale umano”. “La crisi economico-finanziaria può trasformarsi in un'occasione per uno scatto virtuoso di ciascuno di noi, accompagnato da una maggiore passione per la costruzione comune e realista della buona vita e del buon governo”. E’ quanto scrive il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, nell'editoriale dell'edizione di gennaio della Rivista Humanitas (www.humanitas.cl) della Pontificia Università Cattolica del Cile. Il porporato – rende noto l’agenzia Zenit - sottolinea che “la crisi finanziaria mostra chiaramente l'esistenza di una certa involuzione antropologica ed etica, almeno nelle società avanzate”. Secondo il modello che ha prevalso fino a questo momento, “l'orizzonte della convivenza umana si centra sul presente a scapito del futuro e si preferisce l'effimero al duraturo, l'anonimo al personalizzato, l'individuale al comunitario”. “Sono questi – aggiunge - gli ambiti che dovrebbero essere oggetto di riflessione da parte di chi è impegnato personalmente nel mondo imprenditoriale, che affonda le proprie radici nella solida tradizione familiare e lavorativa, in cui è evidente il peso dell'esperienza comunitaria cristiana”. Il cardinale ribadisce anche l'importanza di incrementare il valore della prospettiva umana nelle relazioni economiche: “Nella crisi attuale, 'Stato e mercato' continuano a essere espressione di costituzione della società e della sua tradizione e del carattere attuale delle relazioni sociali”. “Quanto alle imprese – spiega – la crisi deve spingerle a un maggiore riconoscimento del peso del capitale umano”. Il cardinale Scola si chiede anche il senso dell'intervento statale in questa situazione storica. “Con la crisi – osserva il porporato - abbiamo sicuramente bisogno di 'più Stato', ma ne abbiamo bisogno per salvaguardare la società civile. Si pone indubbiamente un problema di efficienza, ma con un imprescindibile aspetto etico di equità”. Parallelamente, constata che “la Dottrina Sociale della Chiesa segnala instancabilmente la preponderanza della società civile anche in ambito economico”. Per questo, sottolinea che “nella congiuntura storica attuale, l'intervento dello Stato ha un carattere soprattutto d'emergenza, necessario per spezzare la catena della crisi”.
Italian L'intervento del cardinale Scola alla plenaria del Pontificio Consiglio per i laici
Nov 25, 2008

La Chiesa vive la sua caratteristica dimensione secolare col coraggio semplice di essere Popolo di Dio che attraversa la storia. Lo ha detto il cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, nel corso del suo intervento dal titolo: “La teologia del laicato alla luce dell'ecclesiologia di comunione: l'identità del fedele laico”, in occasione della XXIII Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i laici, che si è conclusa domenica a Roma. Ci riferisce Benedetta Capelli:


“L'identità del fedele laico rispecchia la natura ellittica della Chiesa”. Parte da questo assunto la riflessione del cardinale Scola che precisa quali sono i due fuochi che la definiscono: “In relazione a Cristo e alla sua missione e in relazione al mondo, nel quale è immersa e a cui è continuamente inviata”. “Una polarità – aggiunge – che non altera l’unità e l’identità del mistero della Chiesa” che vive “la sua caratteristica dimensione secolare senza venir meno alla sua identità formale”. Riprendendo il discorso alla Curia Romana di Benedetto XVI, il 22 dicembre 2005, il patriarca di Venezia ricorda la definizione di Chiesa da parte del Papa:“Un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”.


Pertanto “appare una strada privilegiata per riconoscere l’arricchimento della fede nella sua dimensione soggettiva – evidenzia il porporato - indicare i contenuti precisi della dimensione secolare della Chiesa e della specifica indole secolare dei fedeli laici”. Il cardinale Scola mette poi in guardia da “due visioni distorte del rapporto Chiesa-mondo”; la prima è definita di “cripto-diaspora” e riduce la fede ad una dimensione di persona, rinunciando ad “assumere fino in fondo il rapporto col mondo come uno dei fuochi dell'ellisse della Chiesa”. L’altra è la visione che riduce la fede cristiana a religione civile o a “mero cemento etico” e che fa del rapporto con il mondo “il centro dell’identità della Chiesa perdendo irrimediabilmente di vista l'originario fuoco cristologico”.


“Per evitare questi due rischi – precisa il porporato - occorre pensare in modo conveniente la dimensione secolare della Chiesa e l'indole secolare propria dei fedeli laici”. Così, il cardinale Scola ricorda che “la Chiesa vive la sua caratteristica dimensione secolare col coraggio semplice di essere Popolo di Dio che attraversa la storia, tutta la storia, testimoniando la bellezza dell'evento integrale di Gesù Cristo che, nella forma della comunione, ci apre alla salvezza eterna donandoci come caparra il centuplo quaggiù”.


In questa direzione il patriarca di Venezia evidenzia “la necessità di vivere e annunciare i misteri cristiani in tutte le loro implicazioni”. Misteri cristiani che rappresentano “il fondamento vivificante di tutto il reale – in ultima analisi la Santissima Trinità – che si comunica alla nostra libertà finita”. “In termini concreti – semplifica il porporato citando ancora l’allora cardinale Ratzinger - quando la fede dice all'uomo chi egli è e come deve incominciare a essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura”. E’ dunque “la comunità cristiana come tale ad annunciare integralmente i misteri della fede – conclude - giungendo fino alle loro implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche”.
Italian Il cardinale Scola: dal Sinodo è emersa la necessità di approfondire il rapporto tra Dio che parla, la Persona di Cristo, la Parola di Dio, la Tradizione e la Scrittura.
Oct 26, 2008

Il Sinodo dei Vescovi sulla Parola nella vita e nella missione della Chiesa si è dunque concluso. Ieri - lo ricordiamo - sono state votate le proposizioni finali ed il Papa ha autorizzato la pubblicazione di una loro bozza in lingua italiana. Si tratta di 55 Proposizioni, due in più rispetto alle 53 presentate nella bozza iniziale. I suggerimenti aggiunti riguardano la lettura patristica della Scrittura e il rapporto tra la Parola di Dio e i presbiteri. Su queste indicazioni si sofferma al microfono di Isabella Piro, il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia:

R. – Penso che si sia vista la grande importanza di immergersi nella grande epoca patristica nella quale realmente l’evento di Gesù Cristo, testimoniato dalla Tradizione della Scrittura, è l’orizzonte pieno entro il quale veniva vissuta tutta la Liturgia, tutta la vita cristiana. E quindi, da questo punto di vista, il riferimento ai Padri è un paradigma fondamentale. Per quanto riguarda i sacerdoti, la grande centralità della celebrazione eucaristica, in modo particolare della proclamazione della Parola e di Dio e dell’omelia, ha fatto emergere questo invito pressante ad un paragone quotidiano vissuto nella Chiesa, personalmente e comunitariamente, con l’avvenimento di Gesù Cristo che si testimonia nella Parola di Dio, autenticamente documentata nella Tradizione delle Scritture e interpretata dal Magistero.

D. – Il testo contiene anche un appello agli agenti di vita pubblica e sociale perché guardino alla Dottrina sociale della Chiesa …

R. – C’è stato un grande sforzo in questo Sinodo di mantenere in unità questo tema decisivo e delicato per la vita della Chiesa, con tutti gli aspetti della vita cristiana. Ciò che è difficile, soprattutto in questa epoca, è evitare la frammentarietà. Noi tutti siamo esposti ad un grande rischio di frammentazione e allora spesse volte, anche nel nostro modo di vivere la vita cristiana, sia personale sia comunitaria, tendiamo ad accentuare un aspetto, magari esagerandolo a scapito di altri. Quindi ci sono molte proposizioni che cercano di equilibrare la dimensione della Parola di Dio con la Liturgia, con la catechesi, con la dottrina sociale, con l’impegno di carità, con la missione, con la cultura perché tutti gli aspetti della vita cristiana che consentono al soggetto di esprimersi in maniera armonica, siano presi in considerazione in gerarchia e in modo equilibrato.

D. – E’ stato ribadito più volte il legame tra Parola di Dio ed Eucaristia, quindi il legame tra l’attuale Sinodo e quello del 2005 …

R. – Questo è un aspetto decisivo, perché la Liturgia – e in modo particolare l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore – è il modo più immediato, forte e diretto, in cui si incontra la Parola di Dio, come l’episodio paradigmatico dell’incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus documenta e testimonia.

D. – Un Sinodo sulla Parola di Dio è un Sinodo molto vicino ai fedeli. Come aiutarli a vivere veramente nella vita quotidiana il Verbo divino?

R. – Questa è stata una delle grandi preoccupazioni di questo Sinodo, che è emersa soprattutto nella prima parte delle proposizioni, quando si è cercato di mettere a fuoco il rapporto molto stretto che esiste tra la Persona di Cristo, la Tradizione, la Sacra Scrittura; Persona che va incontrata dentro la realtà della Chiesa, vissuta liturgicamente, portata nella vita attraverso una meditazione orante della stessa Sacra Scrittura. Questa preoccupazione deve essere – a mio modo di vedere – l’inizio anche di una seconda, nuova fase dopo la grande Costituzione conciliare “Dei Verbum”, nel vivere questa dimensione così capitale nelle nostre comunità, nelle nostre chiese. E’ auspicabile che incominci un lavoro di revisione perché si dia un’intensificazione nel modo di rapportarsi alla Parola di Dio, che ha bisogno della consistenza del soggetto comunitario. Infatti, bisogna leggere con la mente e con il cuore i Sacri Testi, e per questo bisogna che la comunione sia sperimentata e vissuta, che questa lettura sia una lettura orante, che la Liturgia nell’unità con l’Eucaristia la documenti e la manifesti. Quindi, io credo che ci sarà un grande ed affascinante lavoro da compiere nelle nostre comunità.

D. – Se lei dovesse tracciare un primo bilancio di questo Sinodo, cosa direbbe?

R. – Direi che sono contento. Era un Sinodo molto difficile; io ho vissuto come relatore generale il Sinodo sull’Eucaristia che presentò a prima vista problemi concreti. Questo Sinodo sembrava – come dire – più ovvio, più scontato, perché realmente in questi 40 anni l’approccio alla Parola di Dio nella Chiesa si è molto diffuso. Ma si è visto, come le prime proposizioni dimostrano, che c’è una grande necessità di approfondire meglio il rapporto tra Dio che parla, la Persona di Cristo, la Parola di Dio, la Tradizione, la Scrittura, e di spiegare bene ai fedeli le diverse articolazioni. E poi, c’è un lavoro di orientamento pastorale pratico, nel quale emergono le grandi ricchezze di esperienza delle diverse Chiese. Quindi, io sono contento del risultato che si sta ottenendo, proprio perché era un Sinodo molto impegnativo. In fondo, se questo tema è un tema che è vivo nella Chiesa dall’inizio, da 2000 anni, è fuori dubbio che è solo dopo il Concilio che noi ci siamo coinvolti e quindi, tutto sommato, si può dire – per un certo verso – che è un tema giovane.

D. – E qual è quindi l’auspicio che venga fuori da tutto ciò?

R. – Io credo che l’auspicio sia che la Chiesa, in forza di questa ri-immersione nella sua profonda identità, sia sempre più testimone della bellezza e della convenienza della sequela di Cristo, a tutti i nostri fratelli-Uomini.

Per un commento sull’Assemblea sinodale, ascoltiamo mons. Ermenegildo Manicardi, rettore dell’Almo Collegio Capranica ed esperto al Sinodo dei Vescovi, intervistato da Fabio Colagrande:

R. – L’atmosfera è stata di grandissima fiducia. Pare che l’episcopato nel mondo intero sia molto impegnato a portare il popolo di Dio ad un ascolto sempre più profondo della Parola del Signore attraverso le Scritture. E a 40 anni dalla ‘Dei Verbum’, che ha messo in luce l’importanza del dono della Bibbia fatto dal Signore alla Chiesa, c’è da rimanere contenti dei primi frutti. Sono tutti convinti che si possa fare molto di più, però lo sguardo è molto positivo per quello che si è già fatto e per le possibilità che ancora sono da esplorare. Io ho ripensato tante volte alla ‘Dei Verbum’, mentre ascoltavo i Padri, dove si sottolineava come nel passato dalla rinnovata devozione all’Eucaristia siano venuti grandi frutti; così dopo il Vaticano II sono da attendersi grandi frutti dalla accresciuta venerazione della Parola di Dio, che rimane in eterno e che ci è comunicata attraverso le Scritture.

D. – Riavvicinarsi alla Parola di Dio vuol dire favorire il dialogo ecumenico, favorire il dialogo interreligioso. E’ emerso questo dal Sinodo?

R. – Per quel che riguarda il dialogo ecumenico, è evidente che la Scrittura è una radice comune talmente forte, per cui le Chiese, le comunità cristiane più approfondiscono la Parola di Dio attraverso le scritture, più si troveranno vicine. Certamente, si tratta di approfondire le scritture non in un punto ‘zero’, ma dentro le tradizioni diverse che le Chiese hanno. Forse molto intensa è anche la percezione che sia possibile un dialogo maggiore con il popolo ebraico, con gli ebrei credenti di oggi. Esiste il documento della Pontificia commissione biblica “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture” che è stato ripresentato con un intervento magistrale dal cardinale Vanhoye; qui c’è qualche grossa novità. Oggi c’è una consapevolezza della Chiesa cattolica molto più grande della possibilità di un’interpretazione ebraica della Scrittura, che ha una sua legittimità e che è molto interessante anche per i credenti. Oggi noi ci percepiamo con più chiarezza in continuità con il popolo ebraico. Il dato della continuità è di estrema importanza. Al Sinodo è stato ripetuto più volte che Gesù è ebreo e che la terra d’Israele è la terra nativa del cristianesimo. Quindi, rendere più forte questo rapporto permette a noi di essere anche in comunione più forte con i nostri fratelli maggiori.
Italian Il cardinale Scola: siamo condannati al dialogo con i musulmani
Oct 23, 2008
CITTÀ DEL VATICANO (22 ottobre) - «Siamo “condannati” al dialogo con l'Islam, si tratta di un processo storico che non chiede il permesso, che può essere orientato ma non evitato», un dialogo che andrà fatto «con gli Islam di popolo» più rappresentativi dei «moderati», che parlano solo a nome di se stessi.

È quanto ha detto questa mattina il Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, conversando con alcuni giornalisti all'uscita dai lavori del sinodo in corso in Vaticano. «Io lo chiamo un processo di meticciato di civiltà, questo - la si può mettere come si vuole - ci “condanna” al dialogo, non è un fatto che si può superare». «Secondo me il dialogo - ha poi aggiunto il cardinale Scola - deve avere due basi: primo la conoscenza “degli Islam”, così come da parte loro si deve avere la conoscenza del cristianesimo della nostra storia e tradizione. E questa conoscenza si effettua privilegiando, nel dialogo, l'Islam di popolo». Quindi il porporato ha delineato una strategia per questo dialogo: «Per me una strada per noi cristiani, molto efficace, è quella di passare attraverso i cristiani che vivono nei Paesi a maggioranza musulmana».

Scola ha fatto riferimento al lavoro che sta svolgendo con la rivista Oasis da lui promossa. «Questo processo si sta rivelando molto fecondo - ha detto - perché i nostri cristiani conoscono l'arabo, spesso erano sul posto prima dei musulmani, vivono in una situazione nella quale pagano duramente di persona e ci offrono degli spazi di realismo importante. Realismo di cui noi europei abbiamo molto bisogno perché il futuro del nostro rapporto con l'Islam passerà sempre di più attraverso l'Europa». In merito a quali interlocutori privilegiare nel mondo musulmano, il cardinale ha precisato: «Io lo reputo il dialogo più vicino con gli Islam di popolo: non mi piace la distinzione fra moderati e fondamentalisti, è evidente che i fondamentalisti sbagliano, ma i moderati rappresentano solo se stessi. Sentire parlare per esempio i nostri cristiani indonesiani, in un Paese che è il più grande paese islamico del mondo, è molto diverso rispetto a quanto accade nei Paesi arabi. O in Kosovo piuttosto che nello stesso Bangladesh. Bisogna avere l'umiltà di sapere che dobbiamo conoscere».
Italian Il cardinale Scola ricorda Papa Luciani a 30 anni dalla sua morte
Sept 30, 2008
“Anni complessi”, della contestazione anche ecclesiale, e “anni difficili perché segnati da circostanze nuove” e “di problematica decifrazione”.

(Radio Vaticana, 27/09/2008) Così il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ha definito il periodo del ministero patriarcale che Albino Luciani ha svolto nella diocesi dalla fine del 1969 all’agosto 1978. Intervenuto questo pomeriggio nel capoluogo lagunare al convegno internazionale “Albino Luciani dal Veneto al mondo”, promosso in occasione del 30.mo anniversario della morte del futuro Giovanni Paolo I, che ricorre domani, il cardinale Scola si è soffermato su una difficile vicenda di cui l’allora patriarca fu protagonista. “Nella sua qualità di pastore della Chiesa veneziana e di figura eminente della Chiesa italiana – ha spiegato il porporato - Luciani dovette sovente esporsi. Fu soprattutto nell’aprile del 1974, in occasione del referendum sul divorzio, che prese posizione non nominando un successore all’assistente della FUCI che si era dimesso, e sciogliendo la Comunità studentesca di San Trovaso che si era pronunciata a favore del mantenimento della legge”. Egli “non tollerò che si esprimessero pubblicamente contro la dichiarazione ufficiale dei vescovi italiani sul referendum”, e “si produsse in tal modo una «significativa frattura» che certamente segnò gli anni successivi della vita diocesana”. Per il cardinale Scola, le scelte dell’allora patriarca “furono dettate dall’amorevole cura del pastore”. A caratterizzarlo era, per il porporato, “un affettivo ed effettivo senso di appartenenza alla Chiesa vissuto con profonda gratitudine” e “un’acuta consapevolezza della natura missionaria del popolo di Dio”. Per il patriarca Albino era l’evangelizzazione “il compito prioritario della Chiesa”, e ciò richiedeva che essa fosse “particolarmente attenta alla realtà storicamente determinata dell’uomo” e affrontasse “con grande equilibrio” il “rapporto con il potere politico”. “La Chiesa deve insegnare, anche con i fatti, che l’autorità civile va rispettata – affermava -, ma nello stesso tempo deve denunciarne gli eventuali abusi”: queste riflessioni dell’allora patriarca, secondo il cardinale “sembrano in qualche modo anticipare i contenuti della III Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi del 1974” e “la conseguente, insuperata Esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii Nuntiandi”. “Appartenenza ecclesiale e coscienza missionaria – ha concluso il patriarca di Venezia - vissute come l’esito, non privo di dramma, di due virtù che il Servo di Dio esercitò in modo eccellente: l’umiltà e l’obbedienza”.
German „Es liegt an uns, sein Zeugnis als Vermächtnis weiterzutragen“
Sept 05, 2008
Predigt des Patriarchen von Venedig beim Beerdigungsgottesdienst für Bischof Egger.

ROM, 22. August 2008 (ZENIT.org).- Wir veröffentlichen die Predigt, die Kardinal Angelo Scola gestern, Donnerstag, beim Beerdingungsgottesdienst für den am Samstag verstorbenen Bischof von Brixen, Wilhelm Egger, im Dom zu Brixen gehalten hat.

Der Kardinal betonte, dass die Erschütterung über den plötzlichen Tod von Bischof Egger nicht das letzte Wort sei. „Der Tod hat unseren geliebten Bischof überrascht, aber er hat ihn uns nicht entrissen, um ihn gleichsam ins Nichts aufzulösen. Das lehrt uns sein Glaubenszeugnis, das jene unbedingte Verbindlichkeit kannte – bis zum Tod. Es liegt an uns, sein Zeugnis als Vermächtnis weiterzutragen, ihm, der bereits im Jenseits ist, in Gemeinschaft verbunden durch unseren eigenen tatkräftigen Glauben.“

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„Jetzt ist meine Seele erschüttert“ (Joh 12, 27). Wie uns dieser schmerzlichen Erfahrung entziehen, die Jesus selbst im Garten Getsemani durchlebt hat, wie uns ihr entziehen, angesichts des Todes, der unseren geliebten Bruder, Bischof Wilhelm, aus seinem irdischen Leben gerissen hat.?

Er war voll Leben: er hat den Aufenthalt Papst Benedikts als Geschenk empfunden und es war für alle offensichtlich, dass er sich darüber ganz unbändig, wie ein Kind gefreut hat. Beim Angelus Gebet am Sonntag, 10. August, haben wir uns umarmt. In seinem strahlenden Blick spiegelten sich die Empfindungen von euch allen wider, der Bevölkerung dieses herrlichen Landes. Es waren in diesem Blick Würde und Hochherzigkeit eingeschrieben, Früchte aus der prägenden Erfahrung einer reichen, wenn auch nicht selten leidvollen  Geschichte, die sich fähig erweist, Einheit zu stiften zwischen verschiedenen Völkern, Traditionen und Kulturen.

Trotzdem, Erschütterung ist nicht das letzte Wort, das wir angesichts der Beklemmung, die in dieser Stunde unser Herz gefangen hält, sagen können. Es steckt noch Tieferes im  Schmerz, der uns alle zeichnet, in besonderer Weise den Bruder und Mitbruder des Verstorbenen, die Angehörigen und Verwandten, das Presbyterium und das ganze Gottesvolk dieser Kirche von Bozen-Brixen.

Davon spricht aber eindringlich der Apostel Paulus in seinem Brief an die Römer, wenn er sagt: „Sind wir nun mit Christus gestorben, so glauben wir, dass wir auch mit ihm leben werden“ (2.Lesung, Röm. 6,8). Wir werden mit ihm leben: Er, der von den Toten auferweckt, nicht mehr stirbt, gibt uns diese Gewissheit. Und an diesem Leben des Auferstandenen hat unser so geliebter Bischof Wilhelm gewissermaßen schon Anteil.

Denn die Herrlichkeit, um die Jesus den Vater bittet (vgl. Joh 12, 28) und die der Vater ihm bezeugt, besteht ja darin, für immer mit IHM Gemeinschaft zu haben, im lebendigen Herzen der heiligsten Dreifaltigkeit, wo der Auferstandene mit seiner Mutter Maria schon mit ihrem wahren Leib leben. Dort wo ER ist, Christus der Auferstandene, dort wird auch sein Diener sein (vgl. Evangelium Joh 23, 26).

„Er beseitigt den Tod für immer. Gott, der Herr, wischt die Tränen ab von jedem Gesicht“ (1. Lesung, Jes 25, 8). Liebe Gläubige, die Verheißung des Propheten ist nicht billige Vertröstung, um die Angst vor dem Tod zu vertreiben. Wenn wir immer wieder zueinander sagen, dass wir unseren geliebten Bischof wiedersehen werden, dass wir immer mit ihm sein werden, zusammen mit dem auferstandenen Herrn, dann sprechen wir gleichzeitig von der sicheren Hoffnung, die in dieser Stunde alle Glieder der Kirche von Bozen Brixen erfüllt. Eine Hoffnung, die aus dem lebendigen Glauben kommt, den uns unser geliebter Bischof verkündet hat, vor allem durch sein Beispiel, das er bewusst und entschieden sein ganzes Leben lang gegeben hat.

Er hat jene Verpflichtung, die er bei seiner Bischofsweihe eingegangen war, voll in die Tat umgesetzt. Wie es der Weiheritus vorsieht, hatte ihn sein Vorgänger Joseph Gargitter gefragt: „Lieber Mitbruder, bist du bereit, mit der Gnade des Heiligen Geistes bis zum Tod in dem Amt zu dienen, das von den Aposteln auf uns gekommen ist und das wir dir heute durch Handauflegung übertragen?“ Der noch junge Bischof Wilhelm hatte geantwortet: „Ich bin bereit.“ Und er war sich bei dieser Antwort sehr wohl bewusst, welch tiefer Ernst in dem Ausdruck „bis zum Tod“ steckte.

Es wird sicher noch andere Gelegenheiten geben, das gesamte Wirken des Verstorbenen in seinem Dienst als Bischof zu würdigen. Es war geprägt von einer tiefen und lebendigen Verwurzelung im Wort Gottes und von der liebevollen Hirtensorge für das ihm anvertraute Gottesvolk.

Der Tod hat unseren geliebten Bischof überrascht, aber er hat ihn uns nicht entrissen, um ihn gleichsam ins Nichts aufzulösen. Das lehrt uns sein Glaubenszeugnis, das jene unbedingte Verbindlichkeit kannte – bis zum Tod. Es liegt an uns, sein Zeugnis als Vermächtnis weiterzutragen, ihm, der bereits im Jenseits ist, in Gemeinschaft verbunden durch unseren eigenen tatkräftigen Glauben.    

Dazu fordert uns nochmals und in unzweideutiger Weise der Apostel in seinem Brief an die Römer auf - er lässt uns keine Ausflucht: „Wir wurden mit ihm begraben durch die Taufe auf den Tod; und wie Christus durch die Herrlichkeit des Vaters von den Toten auferweckt wurde, so sollen auch wir als neue Menschen leben“ (2. Lesung, Röm 6,4).

Möge aus der Wunde, die dieser plötzliche und frühe Tod und geschlagen hat, jenes Wissen des Glaubens hervorbrechen, an das Paulus die Römer erinnert. Wir sind berufen, uns in allen alltäglichen Äußerungen unseres Lebens zu verwandeln. Der Auferstandene fordert uns heraus, als neue Menschen zu leben. Wenn wir uns der Macht des Auferstandenen ganz anheim geben, sind wir nicht mehr Sklaven der Sünde, müssen wir nicht mehr sündigen.

Herr, wir möchten ein lebendiges Opfer sein, das dir wohlgefällt. Unser geliebter Bischof hat uns dazu den Weg gewiesen. Sein unerwarteter Tod hat unser Herzen tief verwundet. Wir suchen heute Zuflucht bei jenem großen Paradox aus dem Johannesevangelium: „Wer an seinem Leben hängt, verliert es, wer aber sein Leben in dieser Welt gering achtet, wird es bewahren bis ins ewige Leben“ (Evangelium, Joh 12, 25).

Wird uns, o Herr, dieser Auftrag gelingen, wir, die wir jeden Tag alles tun, um dieses Leben nicht zu verlieren? Wird es uns gelingen, uns in Liebe unseren Verpflichtungen hinzugeben in Ehe und Familie, bei der Erziehung unserer Kinder, in der Arbeitswelt, immer im Blick auf das ewige Leben, in das unser geliebter Bischof schon eingegangen ist? Werden wir in der Lage sein, uns allen unseren Mitmenschen in den verschiedenen Situationen des Lebens immer uns als Frauen und Männer zu zeigen, die im Glauben überzeugt sind, dass der Tod keine Macht mehr über sie hat?

Die innige Gemeinschaft mit unserem verstorbenen Bischof Wilhelm, die wir erfahren, wenn wir für ihn beten und ihn um seine Fürsprache bitten, ist Gabe und Aufgabe zugleich. Die Menschheit, heute oft verwirrt und doch voll Sehnsucht, wartet auf unser Zeugnis.

So kann sich unsere Trauer schon jetzt, und wir spüren es bereits, in Freude verwandeln, gemäß jenem geradezu schwindelerregenden Wort des Apostels Paulus: „uns wird Leid zugefügt, und doch sind wir jederzeit fröhlich“ (2Kor 6, 10).

[Von der Diözese Bozen-Brixen übermitteltes deutsches Original; Kardinal Scola hielt die Predigt in deutscher, italienischer und ladinischer Sprache]
Italian Il cardinale Scola: la famiglia, risorsa decisiva per l’intera società
Jul 21, 2008
"La famiglia è in se stessa la prima forma di società”. Così ieri il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nel corso dell’omelia in occasione della Festa del Santissimo Redentore.

(Radio Vaticana, 20/07/2008) Il Patriarca, rivolgendosi ai fedeli, ha tenuto una lunga riflessione sulle difficoltà della famiglia italiana di oggi definita però una “risorsa decisiva per il progresso dell’intera società”. Il porporato ha evidenziato come in Italia è esiguo il numero delle coppie che scelgono di formare una famiglia al di fuori del vincolo del matrimonio, e come il tasso di divorzio è tra i più bassi d’Europa. Sottolineando poi il valore della famiglia come “luogo educativo” e “la via privilegiata per cogliere e sviluppare la propria identità personale, il cardinale Scola ha evidenziato come “fino ad oggi la forza della famiglia ha compensato la spinta destabilizzante di scelte compiute a livello politico sociale in un’ottica prettamente individualistica”. Proprio su questo punto, il porporato ha ribadito la necessità di favorire il nucleo famigliare nel suo “ruolo sociale”. “Essa – ha detto il Patriarca di Venezia - è il luogo normale della soddisfazione dei bisogni elementari dei suoi membri, anche attraverso il godimento dei beni e dei servizi che vi vengono autoprodotti”. Il cardinale ha evidenziato l’importanza del lavoro femminile e della famiglia come “luogo di cura dei piccoli, degli anziani”, pertanto “il suo ruolo economico” deve essere compreso e valorizzato. “E’ urgente – ha detto il porporato - che lo Stato e le istituzioni pubbliche comprendano quali sono le strategie più opportune per tutelare e promuovere la famiglia”. “Un’autentica politica familiare – ha continuato - non va confusa con una generica politica di lotta alla povertà. Deve essere un insieme interconnesso d’interventi, in cui la coerenza è garantita dal fatto che l’obiettivo finale è il potenziamento delle relazioni familiari tra i sessi e le generazioni”. Sono due i campi di intervento indicati dal porporato: l’equità fiscale e la conciliazione tra famiglia e lavoro. Sottolineando l’importanza di un “fisco a misura di famiglia”, il cardinale ha affermato che una buona politica famigliare costituisce “una misura estremamente efficace nella prevenzione della povertà, facendo contribuire ciascuno secondo le reali disponibilità economiche, ma lasciando alle persone e alle famiglie risorse sufficienti per rispondere in modo libero e responsabile ai propri bisogni”. Urgente poi “un ampio ripensamento culturale a partire dal riconoscimento delle reciproche implicazioni delle due sfere di vita: famiglia e lavoro”. L’ultima parte della riflessione del Patriarca di Venezia è stata poi dedicata ad un importante interrogativo: a quale famiglia si fa riferimento? “L’aggettivo ‘famigliare’- ha aggiunto il cardinal Scola - deve essere sempre riferito ad un nucleo di coniugi, anche separati, con i propri figli. Solo così - ha continuato - appare chiaro il duplice intreccio tra sessi e generazioni che costituisce l’autentica famiglia. Quindi una valorizzazione dell’istituto matrimoniale è imprescindibile se si vuol perseguire il bene della famiglia quale cellula costitutiva della società”. Certo è che la stessa famiglia “non può pretendere di essere la risposta esauriente e definitiva alla domanda di salvezza che abita il cuore degli uomini”. Promuovendo la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra l’uomo e la donna e aperta alla vita, ha aggiunto il cardinale Scola, umilmente la Chiesa continua a perseguire il mandato del Suo fondatore. “Il Vangelo della famiglia e della vita - ha concluso - è infatti il cuore del Vangelo del Dio incarnato”.(B.C.)
Italian Politiche per la famiglia. Il governo deve fare molto di più
Jul 20, 2008
Il Patriarca di Venezia: cambiare la legge sull'aborto, non si può stare fermi.

(corriere.it, 20 luglio 2008) Angelo Scola, patriarca di Venezia, uomo tra i più vicini a Wojtyla e Ratzinger, è al lavoro nella sua stanza in Patriarcato, tra le targhe che ricordano i predecessori Roncalli e Luciani. Oggi, nel discorso del Redentore, affronterà il tema della famiglia, anche sotto l'aspetto economico e politico. «Una società che si va facendo sempre più liquida ha bisogno di qualcosa di solido. La famiglia in Italia è un fattore decisivo di solidità. Se poi viene riconosciuta come un capitale sociale, rappresenta un elemento importante su cui far leva per la vita buona; in senso morale ma anche economico. Per questo la politica e il governo devono fare di più, molto di più».

Patriarca, la famiglia sembra essere anche in Italia vittima della secolarizzazione.
«La secolarizzazione non è la stessa in tutti i paesi. In Italia non è come in Germania, in Francia o in Spagna. Uno dei fattori che fa la differenza è proprio la famiglia. Lo dimostrano i dati Istat e Censis: l'indice di divorzio in Italia è tra i più bassi d'Europa; le convivenze quasi sempre sfociano nel matrimonio; quando indica le aspettative primarie della vita, la donna, che oggi lavora di più, mette al centro il matrimonio e la maternità. Più della metà delle famiglie ospita in casa un genitore anziano, nel 90% di esse ci si trova a mangiare insieme almeno una volta la settimana. La cura che i nonni hanno dei nipoti integra un welfare che è ancora assai discutibile. Certe cose — penso alla sofferenza e alla morte — si imparano più dai nonni che dai genitori. E l'indice del dono, della gratuità, è in crescita non solo nel passaggio dai genitori ai figli, ma anche dai figli ai genitori».

I dati che lei cita sono spesso letti come segno di arretratezza, a cominciare dai giovani che restano fino all'età adulta a casa di papà.
«Credo che dobbiamo superare un concetto equivoco di progresso, per cui tutto l'inedito — e in questo clima di fluidità spesso inedito equivale a capriccioso, a non verificato — è progresso, e tutto ciò che rinnova la tradizione è conservazione. L'Italia per fortuna ha un popolo ancora sano, che si ribella a questo dualismo di stampo manicheo. Il vero progresso sa innestare il nuovo sull'antico. La famiglia è un fattore di progresso, ed è anche un attore economico molto importante, pur se spesso dimenticato. In famiglia si decide dei consumi, del reddito e del risparmio; soprattutto, la famiglia ha un grande valore economico nella formazione del capitale umano e sociale. Lo riconosce persino la Banca Mondiale, che pure è ossessionata dal family planning, dai programmi contraccettivi. In futuro questo suo ruolo sarà ancora più importante, perché un paese come il nostro non può reggere senza un'innovazione fondata su educazione, conoscenza, cultura. Questi sono dati oggettivi che, a mio parere, rendono politicamente intelligente intraprendere azioni a sostegno della famiglia. Penso soprattutto a due elementi: l'equità fiscale, e una effettiva conciliazione tra famiglia e lavoro».

La sua impressione è che in Italia la politica, al di là delle enunciazioni di principio, trascuri la famiglia?
«Sì, in Italia la politica non ha ancora fatto questo passo, di fatto rimanendo arretrata rispetto ad altri paesi. Il che è paradossale, perché la forza della famiglia è molto più rilevante da noi che altrove. Un progetto globale di sviluppo dovrebbe mettere subito in primo piano un sistema di politiche familiari avveduto. Non ridotto alla mera dimensione para-assistenziale, ma capace di valorizzare la soggettività affettiva, economica, politica ed etica della famiglia».

Che cosa dovrebbe fare il governo? Lei parla di equità fiscale. In campagna elettorale si è proposto il quoziente familiare. Ma non è stato introdotto né annunciato.
«Se si vede l'importanza educativa, sociale ed economica della famiglia, allora si capisce perché è conveniente fare una politica fiscale che la valorizzi come risorsa. Questo comporta anche un diverso modo di concepire l'economia; il fatto che negli ultimi anni si parli di più di sussidiarietà e solidarietà, e di capitale umano e sociale, è un segno positivo. Da una parte, il mondo cattolico ha trascurato troppo a lungo l'importanza del mercato. Dall'altra, non si può ridurre tutto alla sfera del mercato ma, al contrario, il mercato va inserito in una visione umana e culturale più intera e potente. Vengo dal Kenya e ho visto la tragedia della miseria e della fame nel Sud del Sahara».

Tremonti parla di crisi del mercatismo.
«Al di là del neologismo, certo il mercato è un fatto culturale, non è un fatto naturale che procede per leggi rigide ed immodificabili. È qualcosa su cui possiamo incidere. L'economia ha le sue leggi, ma la scoperta che l'economia sta facendo della famiglia mi sembra significativa. La critica al mercatismo è benvenuta. Purché ne derivi una politica conseguente».

C'è un ritardo di cultura e anche di norme?
«Certamente. Si tratta di coniugare un progetto a lungo termine con un progetto a medio termine e con uno di intervento immediato. Questo non è più procrastinabile, come molte forze sociali hanno chiesto. A me sembra che, per quanto riguarda l'equità fiscale, si debba lavorare con questa tempistica ma cominciando subito. Non mi avventuro nella traduzione tecnica di questa indicazione, mi limito a costatare un dato di fatto: da noi la famiglia più è famiglia più è penalizzata. Prevale una concezione della convivenza sociale in cui i due unici attori sono il singolo individuo, considerato come separato e come portatore di diritti e non di altrettanti doveri, e l'istituzione statuale. Come se non esistessero i corpi intermedi. Come se in mezzo non ci fosse la vita della società».

C'è qualcosa da cambiare anche in tema di divorzio?
«Innanzitutto, dovremmo avere maggior attenzione per i più deboli. I bambini avvertono moltissimo la perdita del riferimento alla coppia d'origine. Hanno un bisogno assoluto dell'unità dei differenti, del papà e della mamma. Per questo quando si fanno interventi politici o in campo economico, far prevalere la famiglia comporta il tener ferma la famiglia d'origine, anche in caso di divorzio o separazione. Questo per me, uomo di Chiesa, implica dire con chiarezza che il divorzio è e resta una ferita grave per la nostra società».

Sta dicendo che valeva la pena a suo tempo combattere la battaglia per l'abolizione del divorzio, e che questa è una battaglia che non finisce?
«Sulla questione del matrimonio, della famiglia e della vita non si può stare fermi».

Va cambiata la legge sull'aborto?
«Anzitutto la legge deve essere applicata in tutta la sua ampiezza. E su certi punti deve essere ripensata; ovviamente in maniera rispettosa della natura procedurale della nostra democrazia. Per questo una società plurale veramente laica esige che ogni soggetto non solo abbia il diritto ma senta anche il dovere di esprimere sino in fondo la propria visione delle cose».

Campagne culturali come quelle di Giuliano Ferrara sono utili o controproducenti?
«Io reputo che su questioni come l'aborto, come la vita — penso al caso Englaro —, mettersi in gioco pagando di persona sia di decisiva importanza. Al di là delle scelte tecnico-politiche, Ferrara fa opera di cultura e di civiltà. Nessuno può permettersi il lusso di non lavorare con serietà su questi temi. È bene che siano sollevati con forza».

La Chiesa è considerata in particolare sintonia con il centrodestra, guidato da leader divorziati. Sono difensori credibili della famiglia?
«In questo campo il nemico numero uno si chiama moralismo, cioè la pretesa di giudicare la verità di una proposta a partire dalla debolezza e dalla fragilità di chi la formula impancandosi a giudici. Noi preti questo lo sappiamo fin troppo bene, perché siamo uomini fragili come tutti gli altri e siamo sempre sotto tiro. Ma avere misericordia verso la fragilità non significa creare una separazione radicale tra vizi privati e pubbliche virtù. Io non credo nella doppia morale. Non penso che la moralità personale sia incidente sull'azione sociopolitica di un leader. Da questo punto di vista, rimpiango figure di politici e statisti — che tuttavia non mancano del tutto neanche oggi nel nostro paese — che hanno sempre cercato di coniugare dimensione personale e dimensione sociale della morale. Comunque alla fine chi ha una responsabilità legislativa e di governo produce atti che hanno sempre un valore pedagogico oggettivo. Non è indifferente legiferare in un modo piuttosto che nell'altro, difendere la famiglia o non farlo».

Qual è la reale dimensione della questione pedofilia tra i sacerdoti?
«Ci sono esagerazioni e manipolazioni ideologiche, anche per una certa responsabilità dei media. Detto questo, credo che quanto il Santo Padre, con coraggio estremo, ha fatto negli Stati Uniti ed ha ribadito a Sydney, sia una risposta inequivocabile. La ferita inferta ai minori in questo campo è gravissima e tradisce la testimonianza cristiana. La scelta della tolleranza zero da parte della Chiesa è una scelta drastica ma giusta».

Non le manca mai il fatto di non essersi formato una famiglia?
«Ma la verginità, nel mio caso il celibato, è un altro modo di realizzare sino in fondo la propria affettività, compresa la propria sessualità. Nella misura in cui uno è veramente chiamato e fa l'esperienza di questa forma progressiva di compimento del suo io, non vive con senso di privazione il fatto di non avere una sposa o dei figli. Io non la sento come una mancanza; eppure mi sembra di essere un uomo affettivamente equilibrato».
Spanish La libertad religiosa: un bien para toda sociedad
Jul 16, 2008
En la ciudad de Aman, capital de Jordania, se está desarrollando estos días un encuentro entre cristianos y musulmanes en torno a la Libertad Religiosa como bien social.

(Línea COPE - 25/06/08) Esta iniciativa, promovida por el Centro Internacional Oasis, fundado hace cinco años por el Cardenal Angelo Scola, es posible gracias al clima de confianza que nace cuando los hombres de credos religiosos distintos se dejan interpelar por la verdad y el bien. Y para esto nada mejor que favorecer la apertura mutua entre las comunidades cristianas que viven su fe entre musulmanes, y las comunidades musulmanas en cuyo seno viven cristianos.

Sólo de este modo, a través de la confianza recíproca, es posible comprender que la libertad religiosa, expresión suprema de la libertad personal, no es una amenaza, como tampoco una fuente de conflictos. Antes al contrario, es la máxima garantía de que la ordenación de la vida comunitaria es fruto de la búsqueda consciente de la verdad, y no se edifica a partir de ideologías impuestas, ni se construye a partir de la coacción ejercida por el poder político o religioso.

Ni el hombre puede ser obligado a actuar contra su conciencia, ni se le puede impedir que actúe conforme a ella. Éste es el anverso y el reverso de una moneda cuyo valor real no sólo desconocen los integrismos religiosos, sino también los integrismos ideológicos que, como sucede en algunas latitudes de la vieja Europa, desprecian la dimensión comunitaria de las convicciones religiosas, al tiempo que niegan la contribución positiva de la Libertad Religiosa al bien común de los pueblos.
Italian Scola accolto in Kenya: “Dalla carità nasce la giustizia”
Jul 16, 2008
La visita del Patriarca al villaggio di Ol Moran.

(IL GAZZETTINO, 15 luglio 2008) Il viaggio del patriarca Angelo Scola, in Kenya, è a tutti gli effetti un prolungamento della visita pastorale in corso di svolgimento in città. Va inquadrata in quest'ottica la trasferta del cardinale che in queste ore è nella missione di Ol Moran con il vescovo ausiliare, monsignor Beniamino Pizziol, e il nuovo direttore dell'Ufficio missionario, don Paolo Ferrazzo. Ieri, nella realtà sostenuta dalla nostra Diocesi e dove operano i nostri due sacerdoti don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso, Scola ha celebrato messa per un migliaio di fedeli, molti dei quali provenienti dalle cappelle più lontane. «Una funzione lunga tre ore, molto intensa e tipicamente africana, con tanti canti ed altrettante danze» - sottolinea lo stesso cardinale, nell'intervista in onda stamattina, dalle 9:15 alle 10, sull'emittente Blu Radio Veneto (frequenze 88.7, 94.6, 100.05 fm). Un grande momento di festa comunitaria seguito da un veloce spuntino e dal dialogo con un centinaio di giovani sullo stile della vita cristiana. La delegazione veneziana è giunta a Nairobi cinque giorni fa e viene ospitata nel centro di spiritualità Tabor Hill della locale Diocesi di Nyahururu guidata dal vescovo d'origini padovane, monsignor Luigi Pajaro. Scola ha incontrato il clero del posto e i sette sacerdoti veneti lì presenti e, venerdì, prima di arrivare ad Ol Moran, considerata la nostra 129 esima parrocchia, s'è recato al St.Martin, struttura che ospita persone in difficoltà: disabili e emarginati. Quindi il trasferimento da don Giovanni, don Giacomo e la giovane Elisa Pozzobon. «Sono rimasto impressionato dalla crescita che la comunità ha raggiunto in qualità» spiega il cardinale, che con 300 studenti delle scuole superiori ha parlato dell'amore, prima di dialogare anche con alcuni docenti cattolici e di analizzare, sabato, la storia e l'attuale situazione pastorale del territorio con una settantina di leaders responsabili. Nel nord della Diocesi di Nyahururu c'è tensione tra le tribù dedite alla pastorizia e gli stanziali impegnati nell'agricoltura, e molte difficoltà legate all'assenza di piogge. Per Scola la faccenda capitale della fame e dell'estrema povertà che sta attanagliando l'area a sud del Sahara, ci interpella nel vivo. «Senza una condivisione dei bisogni di una chiesa come questa - evidenzia - è difficile capire che occorre essere missionari negli ambienti della nostra esistenza. Mi aspetto che questo rapporto con Nyahururu ci faccia crescere e ci aiuti a superare il modo ideologico d'affrontare questi problemi e a deciderci a dare il nostro piccolo contributo di effettiva condivisione». Secondo il patriarca non si tratta di limitarsi all'invio di qualche soldo o al soccorso provvisorio, ma è necessario tornare all'autentica concezione cristiana della vita con quest'ordine: «Dalla carità fiorisce la giustizia e dalla congiunzione tra la carità e la giustizia nasce la pace». Il viaggio prosegue in questi giorni con altri incontri e altre visite in agenda. Il rientro della delegazione è previsto venerdì, giusto in tempo per permettere a Scola di partecipare alle celebrazioni del Redentore. Sabato il cardinale inaugurerà il ponte votivo con il sindaco Massimo Cacciari, alle ore 19, mentre domenica, alla stessa ora, presiederà la messa solenne della ricorrenza. Come sempre c'è attesa per l'omelia che sarà incentrata sulla famiglia, tema che la Diocesi farà oggetto di una sorta di stati generali con tutti i soggetti interessati durante un convegno in programma in autunno.
Italian Intervista del Patriarca dal Kenya
Jul 16, 2008
Qui impariamo a vivere le dimensioni del mondo

Il racconto degli incontri più significativi e dell’intensa e partecipata messa domenicale a Ol Moran ma anche un primo bilancio del viaggio in Kenya, tuttora in corso, della delegazione della Chiesa veneziana: sono stati questi i contenuti principali dell’intervista che il Patriarca card. Angelo Scola ha rilasciato - in collegamento dall’Africa - a BluRadioVeneto (l’emittente delle diocesi di Venezia, Padova e Treviso). Ecco il testo, quasi integrale, dell’intervista.



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L’Eucaristia e la domenica a Ol Moran



E’ stata una domenica molto intensa, abbiamo concelebrato la messa per più di un migliaio di fedeli, molti dei quali provenienti dalle cappelle più lontane che sono parte della parrocchia, dopo 20/25 chilometri fatti magari a piedi già dal pomeriggio prima… Una messa molto intensa, tipicamente africana, con molti canti, molte danze ma anche con tanti intensi momenti di silenzio soprattutto durante la consacrazione. La messa è durata circa tre ore, a cui ha fatto seguito un momento d’incontro in cui vari gruppi ci hanno presentato danze e poemi da loro fatti ed è stato tutto molto intenso. Abbiamo avuto poi un incontro con un centinaio di giovani della parrocchia che sono realmente un’espressione vitale molto affascinante, i quali con i metodi loro propri, molto legati anche al canto al ritmo e alla danza, hanno detto la vita che fanno insieme e il  loro desiderio di crescere in Cristo e di testimoniarlo in tutti gli ambienti della loro esistenza.


Uno sguardo alla realtà di Ol Moran



Sono rimasto veramente impressionato dalla grande crescita che la comunità ha avuto in qualità. Realmente dobbiamo conoscere che quando si dice comunità in un contesto come questo, ed anche evidentemente per le loro grandi tradizioni, si dice una realtà che si fa visibile. Abbiamo avuto modo di incontrare due scuole superiori in un momento articolato di riflessione preparato da loro sul tema dell’amore. Partendo dal famoso sonetto di Shakespeare secondo cui “l’amore non è più tale se viene meno quando l’altro si allontana”, hanno riflettuto su un pezzo de “Il mercante di Venezia” - sempre di Shakespeare - e poi sul discorso del Santo Padre ai giovani per le GMG. C’erano più di 300 studenti presenti con domande molto profonde. Per esempio uno ha detto: perché ci chiedete un amore eterno e  per sempre se noi siamo solo creature finite? Questo è stato un incontro molto significativo a cui è seguito un incontro con i professori cattolici di queste scuole e infine ieri mattina (sabato) un incontro estremamente interessante sulla vita della parrocchia e di tutte le cappelle dipendenti con una settantina di leaders responsabili che ci hanno esposto articolatamente la storia e il presente della parrocchia. Ci hanno parlato della situazione attuale del Kenya - a livello ecclesiale, sociale e politico - e hanno illustrato le sfide principali con cui la parrocchia deve misurarsi e che, fondamentalmente, sono legate oltreché all’estrema povertà del luogo al fatto che tutta questa zona a nord della diocesi di Nyahururu - dove si trova Ol Moran - è caratterizzata in questo momento da un’insicurezza fisica molto forte soprattutto per una certa tensione tra quelli che qui vengono chiamati “pastoralisti”, cioè le tribù dedite alla pastorizia, e quelle stanziali che fanno piuttosto agricoltura. Poi devono anche fare i conti con l’aridità, con la mancanza di piogge e il raccolto che va male: sono problemi molto pratici ma che loro affrontano realmente dentro una prospettiva di fede. Ho trovato una comunità estremamente cosciente, con tanti laici responsabili  e desiderosi di andare fino in fondo alla loro vita e di prendere in mano il loro destino. Certo, la situazione di povertà estrema fa un po’ vergognare noi del Nord del pianeta e ci costringe ad affrontare diversamente da come stiamo facendo, in maniera meno ideologica, la grande questione della povertà, della fame, della giustizia e della pace nell’area a sud del Sahara.




Prime impressioni sul viaggio e cosa dice a noi questa realtà



Ci sono due risvolti, quello legato alla crescita della Chiesa cattolica in Kenya - su cui abbiamo bisogna ancora di riflettere - e poi c’è il risvolto che riguarda noi di Venezia e ci è balzato chiaro discorrendone nei momenti informali con tutti gli altri che sono qui. Per noi questo rapporto di comunione tra le chiese di Nyahururu, Padova e Venezia è decisivo per educarci a quella che abbiamo chiamato la quarta finalità della Visita pastorale e cioè la capacità di vivere le dimensioni del mondo. Io penso che senza la missione ad gentes, senza la condivisione dei bisogni di una Chiesa come questa, è molto difficile capire che dobbiamo essere missionari negli ambienti della nostra esistenza. Questo un primo aspetto... Il secondo aspetto che mi ha colpito soprattutto visitando la grande opera di Nyahururu, il St. Martin, è che qui possiamo rieducarci ad affrontare in maniera più completa e più efficace il grande problema della fame, della miseria, della pace e della giustizia in questo posto. Io mi aspetto che il nostro rapporto con Nyahururu ci faccia crescere e ci aiuti, in questo senso, a superare un modo un po’ ideologico di affrontare questi problemi e a deciderci a dare il nostro piccolo contributo di effettiva condivisione che non può essere ridotto soltanto all’invio di qualche soldo o al soccorso di qualche bisogno, non può essere una teoria generale sulla giustizia ma deve essere una condivisione di vita a partire dalla concezione cristiana dell’esistenza che va, come ha detto qui uno dei responsabili, dalla carità fino alla giustizia e alla pace ma rispettando questo ordine: dalla carità fiorisce la giustizia, dalla coniugazione tra la carità e la giustizia nasce la pace.



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Il viaggio del gruppo veneziano – che comprende anche il vescovo ausiliare mons. Beniamino Pizziol, il responsabile dell'Ufficio diocesano per la Cooperazione missionaria tra le Chiese don Paolo Ferrazzo e alcuni laici - è iniziato il 9 luglio e il rientro in Italia è previsto per venerdì prossimo. Il momento culminante - quasi una continuazione in terra d’Africa della Visita pastorale attualmente in corso nella diocesi lagunare - è stata, proprio in questo fine settimana, la tappa nella parrocchia “veneziana” di S. Marco a Ol Moran dove sono presenti due sacerdoti diocesani, don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso, e la giovane volontaria mestrina Elisa Pozzobon. Tale viaggio era inizialmente previsto nel gennaio scorso ma allora la partenza fu sconsigliata a causa dei gravi disordini scoppiati in Kenya subito le elezioni presidenziali.



Nei giorni precedenti la delegazione veneziana ha avuto, inoltre, numerosi incontri con varie realtà locali e soprattutto con il vescovo mons. Luigi Paiaro (di origini padovane) e i sacerdoti della diocesi di Nyahururu - all'interno della quale si trova Ol Moran -  rafforzando così la profonda comunione ecclesiale esistente. In particolare, il Patriarca ha tenuto giovedì scorso al clero locale (una cinquantina di sacerdoti kenyoti più una decina di “fidei donum” provenienti dalle diocesi di Padova e Venezia) una relazione in inglese sull’esortazione apostolica ”Sacramentum caritatis”, seguita dal dibattito e da alcune domande dei sacerdoti presenti. Nel pomeriggio dello stesso giorno c’è stato quindi l’incontro specifico con i preti veneti “fidei donum”. “Un appuntamento importante per tutti noi - prosegue mons. Pizziol - perché si è cercato di capire bene la storia della presenza dei “fidei donum” in questa zona del Kenya, una presenza che va dal 1973 ad oggi. Abbiamo poi dialogato su come questa presenza è cambiata nel tempo, sulla situazione attuale e su quali possano essere le prospettive. Soprattutto è stato sottolineato lo stile di questa presenza, uno stile profondamente comunitario e che noi abbiamo accolto con grande soddisfazione perché è proprio lo stile che cerchiamo di proporre anche alle nostre comunità”.
Italian “Andate a lavorare un paio d’anni nella missione africana
Jun 30, 2008
L'’appello del Patriarca Scola ai laici della diocesiю

(Il Gazzettino di Venezia, 29 giugno 2008) «Chiedo a qualche laico, ai giovani che studiano oppure a qualche famiglia, la disponibilità ad andare a lavorare un paio di anni nella missione di Ol Moran: c'è bisogno di una mano». Il patriarca Angelo Scola ha lanciato questo appello, ieri sera, al termine della messa che ha concluso la Visita pastorale a S. Giovanni Evangelista, in via Rielta. Il cardinale tra dieci giorni volerà in Kenya per visitare la realtà in cui operano due nostri sacerdoti e una giovane volontaria che tra qualche mese rientrerà, per cui è necessario il ricambio. Di qui l'invito rivolto nella parrocchia ai bordi del parco Bissuola, dov'è tornato quattro mesi dopo la data ufficiale saltata per malattia. Ad accoglierlo una chiesa gremita (e un caldo più afoso) di fedeli guidati dal parroco don Gianni Dainese , che la settimana scorsa ha festeggiato i 50 anni di ordinazione; nelle prime file, molto folta la presenza dei bambini del Grest con la t-shirt rossa. «Elezione e vocazione sono alla base della nostra vita: Dio chiede una vita donata a Lui e, attraverso Lui, a tutti» ha detto Scola nell'omelia riprendendo Paolo ai Galati. In una comunità dov'è capillare il cammino neocatecumenale non poteva mancare un riferimento ai nuovi statuti appena approvati in Vaticano e che il patriarca ha definito "un grande dono e una grande responsabilità". Da poco tornato dal viaggio ad Amman, Scola si concede da oggi, festa dei Santi Pietro e Paolo, una breve vacanza in montagna. Con 15 sacerdoti soggiornerà fino mercoledì ad Auronzo di Cadore nella casa alpina "Domenico Savio" dei padri Salesiani ripetendo la felice esperienza dell'anno scorso.
French Rencontre en Jordanie : La Liberté religieuse, un bien social
Jun 29, 2008
Réunion à Amman du Comité scientifique du centre « Oasis »

ROME, Vendredi 27 juin 2008 (ZENIT.org) - Le comité scientifique du Centre international d'études et de recherches « Oasis » s'est réuni pendant deux jours à Amman en Jordanie. Cette rencontre, qui a lieu chaque année en juin, depuis 2004, était centrée sur le thème « la liberté religieuse : un bien pour toute société ».

Le centre Oasis, fondé il y a cinq ans par le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise,  a son siège dans la cité lagunaire et est « un réseau de relations voué à promouvoir la rencontre et la connaissance mutuelle entre chrétiens et musulmans » dans le monde entier, selon la propre définition du centre.

Les travaux ont été ouverts par Mgr Gabriel Richi Alberti, directeur du centre. Parmi les autres interventions, à noter, entre autres, celle du cardinal Angelo Scola, celles du prof. Nikolaus Lobkowicz, directeur de l'institut Zimos pour les études sur l'Europe centrale et orientale à l'université catholique d'Eichstätt ; de Khaled al-Jaber, professeur à l'université de Petra et auteur de plusieurs monographies sur la littérature arabe moderne et d'éditions critiques de textes classiques ; de Madame Hanna Michael Salameh Numan, membre du Forum pour la transparence en Jordanie, de la Fondation pour les archives arabes et du Centre Amman pour la paix et la croissance.

La première journée a été marquée par la présentation, dans la soirée, du Centre Our Lady of Peace, dirigé par Majdi Dayyat et dont le siège se trouve à Amman. Il s'agit de l'une des plus importantes œuvres sociales du patriarcat latin en Jordanie, qui offre des cours de différentes natures et un soutien médical gratuit aux personnes invalides, collaborant par ailleurs avec différentes institutions musulmanes.

Le deuxième jour, Mgr Selim Sayegh, depuis 1981 Vicaire patriarcal des latins pour la Jordanie, a fait un exposé sur « L'Eglise latine en Jordanie », alors que l'ancien ambassadeur du royaume hachémite en Jordanie, en Belgique, en Italie et aux Nations unies, Hasan Abu Ni'mah, a présenté le Royal Institute for Inter-faith Studies d'Amman, dont il est le directeur.

Interrogé sur le thème des travaux de leur réunion, Mgr Gabriel Richi Alberti a dit : « Nous voulons, à travers l'échange réciproque de nos expériences, approfondir le bien de la liberté religieuse pour l'édification d'une ‘bonne vie' personnelle et communautaire ».

La méthode choisie pour y arriver est « une méthode qu'Oasis pratique depuis le début, a-t-il ajouté : connaître l'expérience concrète des communautés chrétiennes dans les pays à majorité musulmane pour apprendre à dégager avec elles de nouvelles voies ».

Concernant la manière de concilier la liberté religieuse et le respect pour la tradition religieuse d'un peuple, le directeur du centre Oasis estime qu'il est important de « réfléchir sur ce délicat problème à partir des conditions concrètes de chaque peuple ».

« En occident nous assistons à une sorte de paradoxe. D'une part nous affirmons avec force la liberté de conscience et la liberté religieuse, relève-t-il, de l'autre, l'expérience religieuse risque d'être considérée comme quelque chose qui appartient à la sphère privée, personnelle, sans aucun intérêt public ».

« Le devoir de rechercher la vérité, qui caractérise la conscience, risque ainsi de n'avoir aucune influence sur l'édification de la vie publique », a-t-il expliqué.

« Alors que dans d'autres sociétés, la dimension publique de l'expérience religieuse est au contraire largement reconnue, a poursuivi Mgr Gabriel Richi Alberti... Mais l'on risque d'oublier que la vérité se propose, elle ne s'impose pas : la liberté est appelée à adhérer librement à l'annonce, elle ne peut absolument pas être contrainte ».

« Existe-t-il des alternatives ? Une route possible me paraît mettre en lumière le bien pratique de la cohabitation et donc, le bien-fondé du témoignage réciproque, a-t-il ajouté. La société civile est l'endroit où s'exprime ce témoignage réciproque , et cette pratique, qui est ‘une pratique de liberté', il faut avant tout la mettre en œuvre ».

C'est en ce sens, a continué Mgr Richi Alberti, que « depuis que le centre Oasis est né, au Studium Generale Marcianum de Venise, nous voulons favoriser la création d'un réseau de relations avec des ecclésiastiques et des académiciens du monde ».

« Une chaîne de relations, a-t-il conclu, dont le contenu est l'élaboration culturelle autour de la question du métissage de cultures et de civilisations, de l'expérience réciproque, d'une bonne vie ».

Le centre Oasis forme un réseau qui réunit l'Orient et l'Occident dans un même travail commun de témoignage, réalisé notamment à travers une revue en quatre éditions (anglais-arabe, anglais-urdu, français-arabe, italien-arabe), distribuée en Europe et dans la plupart des pays d'Afrique et d'Asie (www.cisro.org) ; une page web (www.oasiscenter.eu) ; la newsletter du mois en trois langues que l'on peut recevoir gratuitement; et enfin la collection « Les livres d' Oasis ».
Italian Approfondire rapporto con Islam
Jun 29, 2008
"Con quanta astrattezza si parla di Islam, con discorsi molto spesso campati per aria.

(Ansa, June 29) VENEZIA - La scelta di Oasis è stata invece quella di guardare 'agli' Islam, e di entrare in rapporto con le espressioni concrete di vita dei popoli, con il tramite dei cristiani che vivono nei paesi a maggioranza musulmana". Il patriarca di Venezia Angelo Scola parla così della conferenza del comitato scientifico internazionale di Oasis, il Centro studi e ricerche da lui promosso nella città lagunare, che si conclude mertedi' ad Amman. Un incontro sul tema della libertà religiosa come "bene per ogni societa", cui hanno partecipato un'ottantina di esperti provenienti da venti paesi, dall'Indonesia al Pakistan, dal Medio Oriente agli Usa, e di religione cristiana e musulmana. Dal contributo dei partecipanti "abbiamo potuto trarre con realismo una visione molto varia delle situazioni in quei paesi - prosegue Scola -. Paesi che, rispetto al tema della libertà religiosa, presentano una molteplicità di condizioni, da quelle dove vigono le maggiori restrizioni a quelle in cui sono invece più ampi i margini per la libertà di culto e di espressione". "E'stato dunque un lavoro proficuo - aggiunge - che ci ha convinto della necessità di una ridefinizione dei valori e dei concetti di testimonianza, conversione e proselitismo".

Da Amman si è naturalmente guardato anche al dialogo tra il Vaticano e gli ormai circa 200 saggi dell'Islam firmatari della lettera aperta ai capi delle chiese cristiane: iniziativa partita nell'ottobre scorso proprio dalla capitale giordana sotto gli auspici del principe Ghazi Ibn Muhammad, incaricato delle questioni religiose del Regno. "Insieme al Principe - racconta il Patriarca di Venezia - ho trascorso tre ore sui luoghi del Battesimo di Gesu". Tre ore sotto il sole in una zona desertica a 43 gradi, ricorda, e durante le quali entrambi hanno sostato in preghiera silenziosa uno accanto all'altro. "Da parte del principe questo è stato un segno di grande rispetto per la grande tradizione cristiana - ricorda - e in lui ho trovato una grande disponibilità e una grande attesa per l'incontro di novembre", quello cioé tra i rappresentanti dei saggi musulmani e il Vaticano in programma a Roma. Nessuno stop dunque nel percorso avviato, dopo il battesimo di Magdi Allam da parte di papa Ratzinger che tanto era spiaciuto al portavoce dei musulmani, Aref Nayed. "Non mi pare che, almeno nel Principe - risponde - quel caso abbia creato particolari problemi". In quell'incontro Oasis non svolgerà un ruolo diretto - "tocca alla Santa Sede e al Pontificio consiglio per il dialogo seguire quel lavoro, e Oasis nasce con altri scopi", precisa - ma intanto il lavoro del Centro prosegue, in vista della sesta conferenza annuale fissata a Venezia per il 23-24 giugno 2009. "Andremo avanti - conferma - con i sei strumenti di Oasis: il lavoro degli amici del Comitato scientifico, la rivista Oasis nelle sue edizioni in cinque lingue, la newsletter che è sempre più diffusa, le pubblicazioni delle ricerche e gli eventi".
English Muslims should be free to convert, says cardinal, after death threats
Jun 26, 2008
A leading cardinal has called on the Islamic world to allow individual Muslims "the freedom to convert" to Christianity, arguing that this does not threaten Islamic identity.

(Times Online, June 25, 2008) The baptism in Rome at Easter of Magdi Allam, an Egyptian-born Italian Muslim journalist, by Pope Benedict XVI, caused outrage in parts of the Muslim world. This week death threats to Mr Allam and Silvio Berlusconi, the Italian Prime Minister, were posted on a website said to be close to al-Qaeda.

At an inter-faith meeting in religious freedom organised in Amman, the capital of Jordan, by the Venice-based Oasis Centre, Cardinal Angelo Scola, the Patriarch of Venice said that no-one, "not even Muslims", had the right to impose "the identity of community" to the point where it "violates the human freedom of the individual, included the freedom to convert".

Oasis was founded by Cardinal Scola five years ago to create an international network promoting inter-faith dialogue. Speaking at the conference, attended by over 80 delegates from 20 countries, he said that "in our globalised society, tension between religious freedom and the traditional identity of a people is becoming more and more troubling." This was not in itself new, as "the rich history of Venice and its millennial relationships with the Muslim Levant" showed.

But "the impressive trade and cultural exchanges that La Serenissima engaged in with the East involved only a limited elite. The overwhelming majority of people were deeply rooted in their traditional identity.Today it's not like that any more."

The" disturbing question", Cardinal Scola said, was "what happens to the identity of a community if a sizeable number of people begin to call it into question, either because they come from another religion or because they convert to another religion."

In some countries with Muslim majorities those born into another religion were tolerated, but "the identity of the people concerned would appear to be threatened if a Muslim asks to convert." The attitude of Muslim rulers was "if you want to leave Islam, you have to leave the country."

Modern Western societies by contrast saw religious freedom as "the prerogative of the individual, an inalienable right, to be sure, but something with no public relevance, as if religion was only an individual matter and not a fact of a community and a people."

Consequently Westerners felt threatened when Muslim immigrants formed a religiously cohesive bloc in the heart of Western societies. The answer was for both the Western and Eastern worlds to find a third way and achieve the "right balance" between religious freedom and the identity of a community, Cardinal Scola said. "Christians don't want to pose a risk to the basis of social relationships in countries with a Muslim majority, but, and let us be clear about this, they ask in return the same kind of respect for our own traditions from those arriving here."

As for the right to convert, "In the end, what good can truth receive from keeping within a religion people who do not believe in it anymore?" Cardinal Scola asked. Deserting one religion for another was more honest than continuing to take part in a faith "for the sake of appearances".

Cardinal Scola quoted an Egyptian Dominican scholar as saying "I do not study Muslim culture in order to destroy it. Why should I destroy it? It is something that is beautiful in itself. It should be appreciated."

Vatican officials said that Cardinal Scola had met Prince Ghazi bin Muhammad of Jordan during the conference to pave the way for the first Catholic-Muslim Forum, convened by Pope Benedict and to be held in October in Rome.

Hasan Abû Ni'mah, head of the Jordanian Royal Institute for Inter-Faith Studies, said that dialogue between the world's great faiths based on common moral and human values was the only alternative to a "clash of civilisations" involving "war, death, violence and terrorism".

Monsignor Gabriel Richi Alberti, director of the Oasis Centre, told the Catholic website ZENIT that "In the West we are witnessing a sort of paradox. On one hand, we energetically affirm freedom of conscience and religious liberty. On the other hand, religious experience runs the risk of being considered something that belongs only to the private and personal sphere, without any public relevance. " Conversely in other societies "the public dimension of the religious experience is amply recognized but runs the risk of forgetting that truth is proposed and not imposed."
Italian Noi e l'’Islam, libertà di convertire di Angelo Scola
Jun 23, 2008
Nella nostra società globalizzata la tensione tra libertà religiosa e identità tradizionale di un popolo si va facendo sempre più allarmante.

(La Stampa, 22 giugno 2008) Non che in passato la questione non si ponesse. Si poneva certamente, ma su scala più ridotta. Lo documenta la preziosa storia di Venezia e dei suoi millenari rapporti con il Levante musulmano. Gli imponenti scambi commerciali e culturali che la Serenissima intratteneva con l'Est coinvolgevano un'élite" ristretta. La stragrande maggioranza della popolazione restava saldamente ancorata all'interno della propria identità tradizionale. Oggi non è più così. In un certo senso chiunque può incontrare chiunque,senza reti di protezione. Potenzialmente questo è un bene perché mette in contatto realtà vissute fino ad oggi quasi del tutto ignare le une delle altre. Un dato nuovo, che sprigiona forze impensate. È questo inedito incontro di popoli, culture e religioni che tento di descrivere con l'espressione «meticciato di civiltà e di culture», un processo storico in atto il cui esito non è per nulla scontato. Ci sono intrecci che riescono, ma ci sono anche intrecci che non riescono. Che cosa succede - questa è la domanda inquietante - ad una identità di popolo se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione o perché proviene da un'altra religione o, addirittura, vi si converte? In alcuni paesi a maggioranza musulmana,mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un'altra religione, l'identità di popolo sembrerebbe minacciata se a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, la via d'uscita implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare l'islam, devi abbandonare il paese. In sostanza: a noi la dimensione personale interesserebbe fino a un certo punto, ma vogliamo evitare lo «scandalo» di un gesto pubblico. D'altro canto anche le moderne società occidentali sembrano impreparate a rispondere alla domanda posta perché concepiscono la libertà religiosa come mera prerogativa del singolo individuo. Un diritto certo inalienabile, ma il cui esercizio non deve avere rilevanza pubblica: come se la religione non fosse un fatto comunitario e popolare. Una posizione questa che alla fine lascia sconcertati. Lo vediamo bene anche in Italia nella diffusa reazione al fenomeno dell'immigrazione. «Ma come? – argomentano in molti -. Ci avevate detto che era questione di convinzioni religiose dei singoli immigrati (e certamente ognuno è libero di pensare e di credere secondo coscienza), ma improvvisamente questi singoli sono diventati un corpo massiccio ed estraneo. Che ne è allora della nostra tradizionale identità?». Se vogliamo uscire da questa impasse, la soluzione va ricercata nel riconoscimento di un bene su cui poggiano le odierne società plurali, il bene pratico dell' «essere in relazione» che trattiene in unità le diversità. Occorre saper cogliere la comune umanità: per questo è prezioso l'invito di Benedetto XVI ad allargare ragione e libertà. In Occidente la modernità ha avuto l'innegabile merito di sollecitare i cristiani ad una riflessione più approfondita sul nesso tra la verità e la libertà. L'affermazione che la libertà si compie nella verità è certamente la stella polare del pensiero cristiano, ma questo implica, come ha sancito il Concilio Vaticano II, la «verità della libertà» come espressione della libertà di coscienza intesa in modo oggettivo ed adeguato. L'errore in sé non ha diritti, ma la persona umana ha diritti anche quando sceglie, in coscienza, il falso. Diritti non certo davanti a Dio, ma rispetto agli altri, agli altri popoli e comunità, allo Stato (“posto che le giuste esigenze dell'ordine pubblico non siano violate», Concilio Vaticano II). Il passo che ora ci è chiesto, in Occidente come in Oriente, è quello di mettere meglio a fuoco come il rapporto tra libertà religiosa e identità di popolo incida sulla vita sociale. In quest'ottica i cristiani non intendono mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei paesi a maggioranza musulmana ma, per essere chiari, chiedono lo stesso rispetto per la propria tradizione a chi arriva qui da noi. Il grande islamologo egiziano Anawati, un religioso cattolico, in un bel dialogo che il Centro Oasis pubblicherà tra qualche mese, diceva: «lo non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla». Ma il rispetto verso l'identità comunitaria non può spingere nessuno, nemmeno i musulmani, a violare la libertà umana del singolo, compresa la libertà di conversione. E in fondo, quale bene può venire alla Verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più? Davvero è più deleterio l'abbandono esplicito che una professione di facciata? Su questo noi lavoreremo ad Amman, durante l'annuale incontro del comitato scientifico del Centro internazionale di studi e ricerche Oasis, e speriamo di discuterne francamente anche con i nostri interlocutori musulmani.
Italian Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo
Jun 19, 2008
L'’assise del Congresso eucaristico internazionale preparata dal simposio teologico. Scola: nella comunione l’'accesso alla verità

(Avvenire, 15 giugno 2008) Per celebrare «L’'Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo». Da oggi, e per sette giorni, lungo questo itinerario si muoverà il 49° Congresso eucaristico internazionale, in programma fino a domenica prossima a Québec, in Canada, per l’'apertura del quale Benedetto XVI ha registrato ieri mattina un videomessaggio che sarà proiettato durante i primi lavori.

Un «gesto di vicinanza», questo del Papa, che assieme all’'invio di un suo legato personale, il cardinale Jozef Tomko, presidente emerito del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali, e al fatto che lo stesso Pontefice terrà, il 22, l’omelia della Messa conclusiva in collegamento video via satellite, mostra quanto Benedetto XVI sia vicino a questo straordinario evento di Chiesa.

Ad aprirlo sarà la Messa celebrata dallo stesso Tomko, che aveva curato tutto il lavoro di preparazione del Congresso in collaborazione col cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec e primate del Canada. Come sempre in queste occasioni, nell’'organizzazione dell’'appuntamento si è cercato di coinvolgere il più possibile la «base» della comunità cristiana, e in questo senso non solo la diocesi di Québec, ma tutta la Chiesa canadese, ha effettivamente cercato di cogliere in questo iter l'’occasione di un profondo rinnovamento spirituale. A scandire così questo percorso sono stati incontri di studio, catechesi, conferenze, dibattiti, liturgie e adorazione eucaristica; particolarmente significativa, in questa fase di preghiera e di ricerca interiore, è stata l'’adesione dei giovani, ai quali si deve l'’idea dell’'Arca della Nuova Alleanza, un simbolo religioso che è stato accompagnato in pellegrinaggio in tutte le diocesi canadesi, per annunciare il Congresso e sensibilizzare le comunità locali ai contenuti e finalità dell’'evento eucaristico.

Realizzata da Alain Rioux, artigiano del Québec, che l’'ha costruita con legno proveniente da diversi Paesi del mondo (a rappresentare l’'universalità della Chiesa), l’'Arca è caratterizzata da una grande varietà di simboli che richiamano i tre grandi obiettivi del Congresso Eucaristico: catechetico, liturgico e di impegno personale in nome della fede.

Il simbolo del Congresso è stato benedetto dal Papa in Vaticano, l’'11 maggio 2006, durante la visita ad limina dei vescovi del Québec, e alla fine dello stesso mese ha iniziato il suo lungo pellegrinaggio attraverso il Canada, conclusosi a Québec il 25 maggio di quest’anno, solennità del Corpus Domini. «Bussola» del Congresso sarà il documento teologico di base elaborato da un gruppo di teologi, esegeti e catecheti che ha lavorato sotto la presidenza di monsignor Pierre-André Fournier, vescovo ausiliare di Québec, assistito da monsignor Jean Picher, segretario generale del Congresso. Com'’è poi consuetudine nei raduni eucaristici internazionali, il Congresso è stato preceduto da un Simposio teologico internazionale svoltosi dall'’11 al 13 giugno presso l'’Università Laval, durante il quale, nel contesto della tematica generale e con una particolare angolatura ecumenica, sono stati evidenziati tre specifici ambiti di riflessione:

«L'’Eucaristia, dono escatologico nella storia», «L’'Eucaristia, dono costitutivo della Chiesa nel mondo», «L’'Eucaristia dono per la missione».

Al simposio, tra gli altri, hanno preso parte i cardinali Angelo Scola, Walter Kasper, Sean O'Malley, Peter Turkson, e André Vingt-Trois, gli arcivescovi di Medellín, Alberto Giraldo Jaramillo, l'’emerito di Algeri, Henri Teissier, e il gesuita Cesare Giraudo, del Pontificio Istituto Orientale.

Nella celebrazione eucaristica «si mostra con tutta evidenza come l'’accesso alla verità di Dio si dà solo nella comunione». Un dato che «intercetta una problematica antropologica decisiva – la relazione tra persona e comunità e la pone obiettivamente in rapporto con la vita dell’Unitrino ».

L’'Eucaristia, infatti, «mostra che la nostra libertà è chiamata ad esprimersi nell'’essere-con e nell'’essere-per l'’altro». Lo ha detto il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, intervenendo lo scorso 11 giugno al Simposio internazionale di teologia che, nel Pavillon Palais-Prince della Città universitaria a Québec, ha preceduto di qualche giorno, secondo tradizione, la celebrazione del Congresso eucaristico internazionale.

Parlando di «Dono trinitario: incarnazione, mistero pasquale ed Eucaristia», nella sua lunga relazione il cardinale ha posto in evidenza come la celebrazione eucaristica sia «paradigmatica della dimensione comunionale della vita cristiana». In essa infatti «ognuno è chiamato personalmente a partecipare al divino banchetto, trovandosi nel contempo parte di una assemblea che è 'una sola cosa' in Cristo».

È infatti «nella comunione eucaristica che si esprime sacramentalmente l’'essere della Chiesa come 'popolo adunato dall’'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo'». Da questa premessa, dunque, si scopre «come il dono eucaristico abiliti la libertà credente a vivere in pienezza anche la responsabilità sociale».

Per questo, ha aggiunto Scola, «quando il cristiano si impegna con i diversi aspetti della vita associata che quotidianamente condivide con i suoi fratelli uomini, non avrà bisogno di mettere tra parentesi la propria fede e nemmeno di ridurla a 'pretesto', da lasciarsi alle spalle nel concreto dell'’azione sociale». Come la dimensione antropologica, «anche la dimensione sociale è implicata nel sacramento grazie alla sua capacità di conformare l’'esistenza del credente alla comunione ecclesiale dentro le circostanze del vivere comune».
Italian Dono trinitario: Incarnazione, Mistero Pasquale ed Eucaristia
Jun 19, 2008
Symposium Internazionale di Teologia sull’Eucaristia

Prima Giornata

L’Eucharistie, un don eschatologique dans l’histoire, Quebec, 11 giugno 2008, ore 10

Théâtre de la Cité universitaire, Pavillon Palasis-Prince

INTRODUZIONE

Rinnovamento eucaristico

1. Un’opportuna attenzione

La crescente attenzione riservata al mistero eucaristico nella vita della Chiesa e nella riflessione teologica degli ultimi decenni è ben documentata, tra l’altro, dai numerosi interventi del magistero ecclesiale sull’Eucaristia[1], dalla celebrazione, nell’ottobre 2005, della XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi culminata con la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis[2] e dall’abbondante letteratura, non solo strettamente teologica, riguardante il significato dell’Eucaristia e della celebrazione eucaristica[3].

La natura salvifica del memoriale eucaristico è sorgente di dialogo con le istanze dell’uomo e della società contemporanea e si rivela particolarmente importante per mostrare la capacità dell’evento di Gesù Cristo di sciogliere l’enigma umano. Nel sacramento dell’Eucaristia, infatti, avviene, nel presente della storia, l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo. E a ben vedere l’autenticità dell’esperienza cristiana trova la sua verifica principale nella comprensione dell’Eucaristia[4].

La rilevanza eucaristica per la vita del mondo richiede però che non si concepisca il rito eucaristico in modo estrinseco rispetto alla quotidiana esistenza, come una sorta di elemento sacro in contrapposizione al profano. Abbiamo invece assistito a stagioni ecclesiali, anche recenti, in cui, pur non mancando l’assidua frequentazione sacramentale, si è stati largamente incapaci di mostrarne la piena portata esistenziale. Pertanto l’odierna urgenza di riscoprire il mistero eucaristico rappresenta una forte spinta a coglierne il nesso decisivo con la libertà dell’uomo sempre storicamente determinata nel suo rapporto con tutto il reale: «Il culto cristiano non è una parentesi all’interno di un’esistenza vissuta in un orizzonte profano. Non è neppure un puro atto sacrificale e riparatorio delle offese o delle prese di distanza dallo sguardo di Dio. Il nuovo culto cristiano diventa espressione di tutta l’esistenza rinnovata: “sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10, 31). Ogni atto di libertà del cristiano è chiamato così ad essere atto di culto. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica della spiritualità cristiana»[5].



2. Evento prima che dottrina, grazia prima che impegno

La decisione di Gesù Cristo, il «mandato dal Padre a fare la sua volontà»[6], di istituire, prima di concludere la Sua missione, l’Eucaristia come gesto anticipatore e partecipativo[7] del mistero pasquale, esprime il carattere di evento e di azione di tutta la rivelazione cristiana. L’Eucaristia, infatti, è propriamente azione eucaristica perché è comunicazione della verità ad modum actionis. Azione in cui sono coinvolte le libertà dei soggetti che vi prendono parte[8]. Riflettere sul mistero eucaristico, scoprendovi il dono del Deus Trinitas all’uomo di ogni tempo, vuol dire ritrovare la verità cristiana sia nel suo carattere di evento, prima che di dottrina, sia in quello di dono gratuito, prima che di impegno ascetico ed etico[9]. Se il rischio del cristianesimo, soprattutto a partire dall’epoca moderna, è stato ed è quello del concettualismo astratto, dello spiritualismo disincarnato e del riduzionismo etico, la riscoperta integrale del mistero eucaristico ci restituisce la rivelazione come evento e come dono di grazia che precede, senza escluderli, la nostra comprensione concettuale ed il nostro impegno[10].

Non si tratta di opporre tra loro evento e dottrina, e nemmeno grazia ed impegno, ma di rispettare l’ordine fondante l’esperienza cristiana che il sacramento dell’Eucaristia, sempre e di nuovo, assicura alla Chiesa stessa[11]. L’Eucaristia è pertanto il sacramento dell’evento Gesù Cristo, la Verità-in-Persona, come diceva De Lubac[12]. Infatti, la peculiare natura rituale dell’Eucaristia corregge alla radice ogni deriva intellettualistica e moralistica nella recezione della verità-dono di Dio. Nella liturgia noi cogliamo la parola nel gesto; l’esperienza cristiana investe tutto l’uomo, con la conseguenza che deve essere mediata da tutti i linguaggi, verbali e non verbali. Il mistero eucaristico, fin nella sua istituzione, si presenta a noi come il dono che Gesù fa di Se stesso nel Suo Corpo e nel Suo Sangue: non si tratta dunque della consegna di una idea, ma dell’offerta totale di Sé nella concretezza dei segni sacramentali del pane e del vino.



3. Evento-originario ed evento-mediazione

La forma (Gestalt) che caratterizza l’esistenza di Cristo ha il suo centro nel mistero pasquale, mistero di morte e di risurrezione. Essa trapassa, per così dire, nella forma eucaristica del pane spezzato e del sangue versato. In essa Gesù dà realmente il Suo Corpo e il Suo Sangue per noi. In tal modo l’evento originario della verità-dono di Cristo accade per noi nella forma dell’evento-mediazione costituito dal sacramento. Già Balthasar, nella sua riflessione sull’estetica teologica, aveva mostrato come l’Eucaristia faccia essenzialmente parte della forma della rivelazione cristologica. Costituisce una automediazione di questa forma stessa[13].

È possibile approfondire questo dato riprendendo quanto affermato da Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis circa la distinzione tra istituzione e rito eucaristico. Tale distinzione, carica di implicazioni teologiche, ecclesiologiche ed antropologiche, fornisce la ragione ultima del rapporto tra evento-originario (Pasqua) ed evento-mediazione (Eucaristia). Ciò che la Chiesa celebra nel rito non è la “copia” della istituzione[14] compiuta da Cristo, ma è la «novità radicale del culto cristiano» (SacrC. 11). «Dall’“unica volta” può venire il “per sempre”»[15] perché nell’istituzione eucaristica Cristo stesso implica originariamente la realtà della Chiesa, quale Sua sposa che accoglie incondizionatamente il dono che Egli fa di Se stesso. L’Eucaristia attira nell’atto oblativo di Gesù i suoi discepoli. Essa è quindi originariamente offerta alla libertà credente.

Nella liturgia eucaristica, le cui forme la Chiesa ha sviluppato nel tempo sotto la guida dello Spirito Santo, l’evento mediazione diventa la modalità costante con cui la comunità ecclesiale stessa può attingere l’evento originario. E questo senza mai poter arrivare a “disporre” dell’evento originario che, proprio in forza del rito, mantiene tutto il suo carattere trascendente e indeducibile. Lo si può comprendere a partire dall’incommensurabile differenza tra il dono trinitario che oggettivamente Cristo realizza con l’offerta di Se stesso e la fede nelle sacre specie posta in atto dalla libertà credente. Adoro Te devote latens Deitas.

Rivelazione e fede, evento originario ed evento mediazione, essendo iscritti nella storia, mostrano contemporaneamente quanto la libertà concreta dell’uomo sia implicata dall’evento fondante e quanto il fondamento rimanga sempre trascendente rispetto ad ogni mediazione[16].



4. La più decisiva di tutte le azioni umane

Con ciò possiamo affermare il carattere paradigmatico che l’azione eucaristica possiede anche dal punto di vista antropologico.

Infatti, che Cristo abbia implicato il soggetto ecclesiale ed in esso ogni libertà credente proprio nella istituzione dell’Eucaristia, illumina in profondità la dinamica stessa di ogni umana azione. A questo proposito, nella Relatio Ante Disceptationem all’inizio della XI Assemblea del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia, ho avuto modo di affermare che: «Inserita temporalmente e spazialmente nella trama dell’esistenza quotidiana, ma nello stesso tempo proveniente “dall’alto” in quanto sacramento, cioè segno e strumento efficace della grazia divina, l’azione rituale eucaristica diventa paradigma dell’intera esistenza dell’uomo». E aggiungevo che: «Per la sua natura di sorgente della logikē latreía l’azione rituale eucaristica viene ad essere oggettivamente anche la più essenziale e decisiva di tutte le azioni umane»[17].



Le considerazioni svolte fin qui ci consentono di delineare i due elementi decisivi che occorre ora indagare per approfondire un poco il nesso del dono eucaristico con l’incarnazione e col Mistero pasquale ai fini di mostrarne la valenza escatologica all’opera nella storia.

Mi riferisco anzitutto al rapporto Eucaristia/Trinità. Infatti il carattere singolare dell’evento che il rito eucaristico ripresenta sacramentalmente rinvia al Deus Trinitas.

Il secondo tema da approfondire è quello della forma eucaristica dell’esistenza cristiana. L’accoglienza del dono e l’affidamento che la libertà credente è chiamata a realizzare a partire dal rito eucaristico, conferisce all’esistenza cristiana una forma eucaristica. In essa è lo stesso mistero trinitario a rispecchiarsi fino alla trasparenza testimoniale propria della santità.

Nel mistero eucaristico siamo chiamati a contemplare il dono trinitario che, nella transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo, pone il principio di una trasfigurazione dell’uomo e di tutto il reale. Veramente l’Eucaristia si rivela dono di Dio per la vita del mondo.



PRIMA PARTE

Azione trinitaria ed azione eucaristica





Non è superfluo notare come, in teologia, la comprensione della verità come evento sia andata storicamente di pari passo con un maggior approfondimento del mistero trinitario[18]. Infatti la riduzione tendenzialmente concettualistica della riflessione teologica sulla rivelazione ha rischiato in passato di riservare al Trattato sul mistero della Trinità uno spazio minimo ed estrinseco rispetto all’insieme della riflessione sui misteri cristiani. Al contrario, la concezione della verità come evento comporta una considerazione del mistero trinitario che lo rende orizzonte esplicito ed imprescindibile per la riflessione su tutti gli altri misteri del cristianesimo.

In questa prospettiva, per cogliere in profondità il mistero eucaristico, siamo condotti a mostrarne innanzitutto l’originaria dimensione trinitaria. Ultimamente non sarebbe possibile la relazione tra l’evento originario della morte-resurrezione di Cristo e l’evento-mediazione che si realizza nel rito sacramentale se si escludesse la considerazione della “singolarità” di Gesù Cristo, il protagonista che pone in atto questo dono. Ora, proprio una necessaria ed equilibrata fenomenologia dell’evento cristologico ci permette di cogliere la singolare umanità di Colui che era Figlio di Dio. Nello stesso evento di Gesù Cristo si offre così il fondamento trinitario. Nella Pasqua in particolare è all’opera la libertà di Cristo, totalmente affidata, per opera dello Spirito Santo, al Padre e alla Sua volontà salvifica.



1. Eucaristia come azione trinitaria

Il mistero eucaristico si rende intelligibile alla fede cristiana unicamente nella sua forma trinitaria: l’azione eucaristica è azione che vede come protagonista la Trinità. «In Essa il Deus Trinitas, che in Se stesso è amore (cfr. 1Gv 4,7-8), si abbassa nel Corpo donato e nel Sangue versato da Gesù Cristo, fino a farsi cibo e bevanda che alimentano la vita dell’uomo (cfr. Lc 22, 14-20; 1Cor 11, 23-26)»[19].

La stessa forma liturgica possiede in sé una struttura trinitaria. L’analisi del rito eucaristico mostra come al centro vi sia sempre il mistero di Cristo che si dona alla Sua Chiesa. Tuttavia, a nessuno sfugge il fatto che la liturgia eucaristica, in tutte le sue varianti, sia essenzialmente rivolta al mistero del Padre, Fons totius divinitatis e perciò di ogni dono perfetto.

A questo proposito basti una semplice osservazione basata sulla struttura dell’anno liturgico. Il ritmo è dettato dai misteri costitutivi dell’evento di Cristo: dal tempo dell’Avvento fino al Natale, dal Mercoledì delle Ceneri a Pentecoste, con al centro il Triduo Pasquale e con la sua sintesi esplicativa nel Tempo per annum, ricapitolato nella solennità di Cristo Re dell’universo. Intorno a questo nucleo si dispongono le festività espressive della comunione dei santi. Non sono un fatto periferico, ma radicato originariamente nell’evento di Cristo stesso. Al cuore di queste emergono le feste mariane, che mostrano la Madre di Dio come nucleo incandescente della Chiesa immacolata[20].

Il fatto poi che il canone romano incastoni nella struttura trinitaria del suo procedere le figure dei santi e dei martiri rivela che nel mistero eucaristico è ben presente, fin dai primi secoli, la coscienza ecclesiale dell’originaria reciprocità (ovviamente asimmetrica) tra Cristo e la Chiesa.

Tuttavia l’elemento determinante la forma liturgica è certamente il fatto di essere sempre rivolta verso la persona del Padre. Di ciò è particolare ed intensa espressione la dossologia che chiude il canone: «Per Cristo, con Cristo ed in Cristo a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli».

È sempre la liturgia eucaristica a mostrarci l’essenziale azione dello Spirito Santo (l’epiclesi). In essa sola è possibile la celebrazione del memoriale di Cristo e la transustanziazione del pane e del vino[21].

Di conseguenza, è la stessa fenomenologia del rito eucaristico a manifestare inequivocabilmente la dimensione trinitaria del dono. La Chiesa celebra questo “mistero della fede”, riconoscendo in esso il dono della Trinità e rivolgendosi alla Trinità[22].

Ci è data in tal modo una verifica assai preziosa della relazione tra evento-originario ed evento-mediazione: nella celebrazione eucaristica è l’azione stessa della Santissima Trinità a mediare sacramentalmente il carattere originariamente trinitario dello stesso evento cristologico.



2. Orizzonte trinitario della “forma” di Gesù Cristo

«Se si elimina la dimensione trinitaria dalla forma oggettiva della rivelazione, tutto diviene […] incomprensibile»[23]. Con questa espressione Balthasar vuol dire che la singolare forma di Cristo è intelligibile alla fede unicamente in senso trinitario. Con la parola “forma” si intende fare riferimento alla configurazione concretissima con la quale l’esistenza di Cristo si presenta nella storia. Essa non è semplicemente la somma delle parole pronunciate da Gesù e degli episodi che caratterizzano la Sua vita ma è la “figura” (forma, Gestalt) unificata e complessiva della Sua persona e della Sua storia, culminante nel dono eucaristico. È nella forma cristologica che la Parola di Dio “si abbrevia” per potersi esprimere nella condizione umana[24]. L’Eucaristia appare come la modalità sacramentale con cui il Verbo di Dio si “dice” in modo abbreviato: «Nell’esperienza cristiana – come ci insegna il tempo liturgico col suo valore simbolico, cioè di kairos inaugurato nell’Eucaristia – il frammento non lacera il tutto, ma lo veicola. “Il Figlio di Dio entrato nella forma brevissima del corpo umano” manifesta tuttavia in esso “l’immensa ed invisibile grandezza del Padre”. Il tutto nel frammento, cioè il frammento come sacramento del tutto»[25].

È possibile lumeggiare un poco di più questa struttura trinitaria del darsi del Verbo di Dio dentro il tempo, a cui la forma liturgica inevitabilmente rinvia? Per rispondere conviene considerare un’altra volta la peculiare caratteristica della forma di Gesù Cristo. La persona singolare di Gesù Cristo è tenuta armonicamente in unità dalla sua missione che rivela il rapporto con il Padre del Verbo incarnato. Una equilibrata cristologia della missione[26] è in grado di documentare come la coscienza che Gesù mostra di sé sia totalmente determinata dall’essere inviato dal Padre (l’apostolos, cfr. Eb 3, 1). In tal modo Egli si presenta come mandato dal Padre in dono al mondo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17). Così Cristo rivela il volto del Padre.

Nondimeno, fin dall’incarnazione, Gesù appare determinato dalla relazione con lo Spirito Santo[27]. Il dono di Cristo è pertanto intimamente segnato dall’azione dello Spirito Santo. Nato da Maria di Nazareth per opera dello Spirito Santo, Cristo vive in statu exinanitionis, docile alla volontà del Padre e condotto dallo Spirito Santo, che scende su di Lui e su di Lui rimane[28].

In questo contesto possiamo vedere come la forma trinitaria del dono di Dio trapassi nella istituzione dell’Eucaristia. Ciò accade allo scoccare dell’ora di Gesù. Qui il carattere di “mandato dal Padre”, che caratterizza l’esistenza di Cristo, si manifesta nella Sua radicale e libera obbedienza fino alla morte di Croce. Nel sacrificio eucaristico vissuto come estrema obbedienza al Padre, Cristo fa dono di Se stesso a noi “fino alla fine”. In questo atto di spogliazione assoluta avviene la realizzazione della perfetta corrispondenza tra Gesù e il Mistero trinitario e dunque la perfetta logiké latreia, il culto perfetto a Dio e la consegna di questo dono alla Chiesa stessa. In estrema sintesi si deve dire che «l’Eucaristia, sacramento della Pasqua del Verbo incarnato, è il dono del Padre in quanto è il Padre che, in comunione perfetta con il Verbo e lo Spirito, consegna il Figlio incarnato al sacrificio della croce: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). Da questo punto di vista il mistero pasquale di Gesù Cristo è opera della benevolenza misericordiosa e gratuita della Trinità. Tale benevolenza del Padre, tuttavia, non si attua da sola, ma incontra la cooperazione del mistero dell’obbedienza del Figlio incarnato»[29].

Pertanto, la prima modalità con cui la Chiesa potrà corrispondere al dono di Cristo e partecipare alla Sua stessa obbedienza salvifica sarà l’accoglienza del Suo comando: «Fate questo in memoria di me». L’azione eucaristica nella comunità cristiana diviene così espressione sacramentale dell’obbedienza della Chiesa, ed in essa di ogni libertà credente, a Cristo stesso. Nel sacrificio di Cristo la Chiesa, grazie all’azione dello Spirito, potrà ripresentare sacramentalmente lo stesso dono trinitario.



3. Il mistero pasquale come mistero salvifico

Fino ad ora abbiamo percorso un cammino circolare tra la forma trinitaria dell’Eucaristia e la forma trinitaria dell’evento di Cristo. Ciò ci ha consentito di cogliere anzitutto il rapporto intrinseco tra incarnazione ed Eucaristia. All’interno di questo orizzonte si impone ora la necessità di approfondire il dono fatto dal Deus Trinitas alla Chiesa attraverso il rapporto Eucaristia e salvezza (mistero pasquale). Sono le stesse espressioni neotestamentarie che identificano la forma trinitaria del dono eucaristico ad implicare questa dimensione soteriologica. Il riferimento è in particolare al pro nobis che sta al cuore di ogni riflessione teologica sull’azione di Cristo. Al pro vobis et pro multis con il quale Gesù esprime nell’Ultima Cena il significato dell’azione eucaristica, corrisponde la coscienza ecclesiale del pro nobis che giunge fino al personale pro me con cui san Paolo nella Lettera ai Galati descrive l’evento della salvezza: «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).

Dal pro vobis / nobis scaturisce una duplice dimensione del mistero pasquale. Da una parte nel mistero pasquale, anticipato nell’istituzione dell’Eucaristia, si compie il disegno del Padre su tutta la creazione. Esso consiste nella predestinazione obiettiva di Gesù Cristo morto e risorto e nella nostra co-predestinazione ad essere figli e figli in Lui[30]. È questo l’ “ordine” cristico del tutto voluto dal disegno del Padre. Dall’altra parte tale mistero si compie col dono di Sé ad opera di Cristo per il riscatto dell’uomo dal male e dalla morte[31]. La predestinazione (ordine, disegno trinitario) implica, nella historia salutis, la redenzione.

Il fatto stesso che l’Ultima Cena, pur presentandosi come un novum, sia inserita nel pasto rituale ebraico, memoriale della liberazione dalla schiavitù di Egitto e legato al sacrificio degli agnelli, ci pone obiettivamente in relazione al dato che il disegno di Dio si attua mediante il sacrificio di Cristo: egli è il vero agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo (1Pt 1, 19-20)[32]. Del resto, la dimensione salvifica era già stata riconosciuta da Giovanni il Battista all’inizio della missione pubblica di Cristo sulle rive del fiume Giordano: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29).

Tuttavia, questo rilievo non può in alcun modo condurre a pensare che la historia salutis sia determinata dal peccato dell’uomo. La singolarità di Gesù Cristo impedisce di porre al centro dell’azione di Dio il peso del peccato dell’uomo. La storia della salvezza non è “necessaria” per il Dio Trinità. Occorre salvaguardare la assoluta libertà di Dio nei confronti della creazione e della redenzione del mondo. Il mistero trinitario è adeguatamente compreso solo se si mantiene contemporaneamente il Suo impegno nel mondo - dalla creazione libera fino alla incarnazione e al mistero pasquale escatologicamente inteso - e la sua trascendenza nei confronti di esso.

Contemplando il dono di Dio Trinità che si comunica a noi in particolare nel legame tra Incarnazione, Mistero Pasquale ed Eucaristia, si dovrà pertanto evitare ogni identificazione fra Trinità immanente e Trinità economica, che facesse del mondo una necessità per Dio stesso. Il rischio sarebbe quello di rendere immanente, attraverso una teologia del processo, il Fondamento stesso[33]. Il dono del Figlio nel mondo non è una necessità per Dio. Eppure non è indifferente per la Vita trinitaria, come se il Deus Trinitas potesse essere un mero spettatore rispetto a quello che accade sulla scena del “gran teatro del mondo”.

Il fondamento trinitario del dono di Cristo costringe piuttosto a pensare, con rinnovato stupore, come Dio stesso, offrendo all’uomo di partecipare liberamente alla Vita divina in Cristo, abbia da sempre incluso la possibilità di assumere la libertà umana nella sua concreta eventualità di rifiuto[34]. Solo in questa prospettiva, infatti, si può scorgere perché il dono divino, che libera l’umanità dalla condizione di peccato e di schiavitù, comunichi l’infinita vitalità della Vita trinitaria e ne sia la più intima rivelazione, mantenendo intatta la trascendenza e la libertà della Trinità stessa.

Infatti, da una parte la missione storica del Figlio di Dio si compie nel mistero pasquale, ossia in quella dedizione sacrificale in cui il male è definitivamente sconfitto, dall’altra tale missione non può che essere trinitariamente radicata nella eterna generazione del Figlio. Allora l’atto soteriologico supremo della missione redentrice del Figlio rivela l’intimo mistero della Vita divina come amore assoluto che liberamente si offre alla libertà dell’uomo. Balthasar nella sua Teodrammatica vede la dimensione trinitaria dell’Eucaristia proprio radicata nell’eterna generazione del Figlio. Questi, ricevendosi dall’eternità e per l’eternità dal Padre nel comune Spirito, risponde eucaristicamente a tale amore in un atto di totale disponibilità. In esso si fonda la possibilità della creazione di libertà finite e l’impegno di Dio in questa creazione fino al compimento del disegno del Padre nel mistero pasquale[35].

Appare rivelatore della dimensione trinitaria del dono di Cristo il rendimento di grazie che il Figlio compie nell’Ultima Cena. E non solo per l’antica liberazione ma soprattutto per ciò che Egli stesso è per il mondo: salvezza definitiva ed insuperabile: «Il Figlio ringrazia il Padre (eucharistêin, euloghêin) di aver permesso di disporre del Figlio in modo tale che ne risulta, nello stesso tempo, la rivelazione più alta dell'amore divino (la sua glorificazione) e la salvezza degli uomini»[36].

L’Eucaristia rivela in tal modo la precedenza assoluta dell’amore trinitario. Esso si può liberamente manifestare lungo la storia nella forma del sacrificio del Figlio (solidarietà) e, più ancora radicalmente, in quel supremo dono di Sé che Egli, innocente, compie prendendo il posto del peccatore con la morte di croce. In tal modo lo “scambio di posto” (sostituzione vicaria) manifesta tutta la densità soteriologia della divina liberalità: la «differenza che si manifesta nel mistero della croce tra il Padre ed il Figlio, che prende il nostro posto, nell’unità del loro Spirito Santo, manifesta la vitalità del mistero trinitario come fondamento del dono eucaristico»[37].

L’Eucaristia del Figlio si rivela pienamente nel Suo prendere su di Sé l’“antieucaristica” posizione dell’uomo peccatore. Costui, chiudendosi alla chiamata divina, ferisce mortalmente la propria umanità. Il dono radicale dell’evento pasquale restituisce all’uomo la possibilità di vivere la propria esistenza come dono. Il Figlio di Dio incarnato, realizzando nel modo più radicale il Suo essere dal Padre e verso il Padre, in forza del loro comune Spirito di Verità e di Amore, può smascherare l’essere da sé e verso di sé dell’uomo peccatore, riaprendo il percorso verso una umanità redenta, capace di risanare le ferite più profonde nell’uomo e tra gli uomini.

L’Eucaristia ci appare qui come supremo dono salvifico della Trinità che riapre all’uomo la via della guarigione dal peccato, della riscoperta della propria dignità filiale e della possibilità di una relazione autenticamente comunionale con le altre persone, anch’esse chiamate alla pienezza della figliolanza divina.



SECONDA PARTE

Dono trinitario e forma eucaristica dell’esistenza cristiana





Ciò che Cristo ha compiuto una volta per sempre nel mistero pasquale si offre in ogni celebrazione eucaristica alla nostra libertà, perché nel tempo e secondo la sapiente pedagogia di Dio, la nostra umanità afferrata obiettivamente dalla grazia di Dio possa risanare le proprie ferite ed essere condotta a gustare in pienezza la libertà dei figli di Dio. Si apre qui la dimensione escatologica dell’eucaristico dono trinitario. È l’ultimo passaggio della nostra riflessione.



1. La forma eucaristica dell’esistenza cristiana nel tempo

Il mistero dell’Eucaristia ci fa comprendere l’economia sacramentale della nostra salvezza. La nostra libertà è continuamente educata dal sacramento al riconoscimento del dono trinitario fattoci una volta per sempre in Cristo ed al quale siamo chiamati a conformarci, giorno per giorno, fino al raggiungimento del banchetto celeste. Questa logica sacramentale ha come scopo il dono della forma filiale della libertà del cristiano. Mediante il Battesimo, che ci rende parte del Suo corpo ecclesiale, la nostra esistenza appare obiettivamente afferrata e inserita nel mistero della morte e risurrezione di Cristo; il sacramento della Confermazione, con il dono dello Spirito, consente l’assunzione della forma adulta della fede. È però l’Eucaristia il gesto sacramentale che realizza in noi, progressivamente, l’assimilazione alla libertà filiale, perfettamente compiuta, di Cristo[38].

In questa graduale conformazione alla libertà obbediente di Cristo il sacramento eucaristico manifesta anche il Suo carattere medicinale e salvifico. Accompagna nel tempo la nostra libertà imperfetta e ferita col dono del Corpo e Sangue di Cristo. Così, nell’Eucaristia, il dono trinitario diviene contemporaneo alla nostra esistenza. Non è mai mero passato, né solo promessa futura. La potente efficacia del mistero eucaristico è garantita dal suo essere memoriale e dunque evento-mediazione dell’evento-originario e anticipazione (segno prolettico) dell’escatologico cristiano.

In tale prospettiva si comprende anche la rilevanza antropologica del nesso tra sacramento eucaristico e riconciliazione sacramentale[39]. La nostra libertà, in quanto libertà in cammino, resta segnata dalla propria fragilità colpevole. Tuttavia il dono trinitario dell’Eucaristia si offre all’incompiutezza della nostra libertà ferita. L’Eucaristia ci permette, pur segnati ancora dal peccato, di essere qui ed ora obiettivamente in rapporto con ciò che è definitivo (dimensione escatologica): il dono di Cristo morto e risorto, datore dello Spirito, Signore della storia. In tal senso se è vero che «chi commette peccato è schiavo del peccato», è ancor più vero che «se il figlio vi farà liberi sarete liberi davvero» (Gv 8, 34-36). Pertanto, posti obiettivamente in rapporto con Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto, pur nella tensione insuperabile del già e non ancora, si può con verità affermare insieme a Paolo: «Non sei più schiavo ma figlio» (Gal 4, 7), figlio nel Figlio.

Tale esperienza si rinnova ogni giorno nel sacramento eucaristico, nel quale la nostra libertà in cammino è chiamata ad immedesimarsi con quella compiuta di Cristo: «Nell’azione eucaristica, pertanto, la libertà di Dio incontra effettivamente la libertà dell’uomo. A partire da questo incontro di libertà il cristiano, segnato dal riconoscimento del dono di Dio e della comunione con Lui e con i fratelli, è sospinto a dare a tutta la sua vita una forma eucaristica. E questo perché nell’Eucaristia si esprime in modo eminente quella che Fides et ratio chiama la “ratio sacramentalis della rivelazione” (FR 13). Essa consente al fedele di scoprire che, attraverso tutte le circostanze e tutti i rapporti di cui è obiettivamente costituita l’esistenza umana, l’evento di Gesù Cristo chiama la sua libertà ad un progressivo coinvolgimento con la vita della Trinità»ۚ[40].



2. Forma eucaristica come forma comunionale

Non potrà certo sfuggire alla riflessione teologica e alla preoccupazione pastorale della Chiesa che il sacramento dell’Eucaristia si presenta come sacramento della comunione. In esso l’esistenza cristiana è collocata in adeguata relazione con Dio e con quanti sono stati afferrati e resi partecipi del medesimo mistero di grazia. L’Eucaristia esplicita in tal modo la capacità del dono del Deus Trinitas di fondare un nuovo genere di relazione tra le persone. Nella celebrazione eucaristica si mostra con tutta evidenza come l’accesso alla verità di Dio si dà solo nella comunione. Questo dato intercetta una problematica antropologica decisiva – quella della relazione tra persona e comunità – e la pone obiettivamente in rapporto con la vita dell’Unitrino[41]. L’Eucaristia, infatti, mostra che la nostra libertà è chiamata ad esprimersi nell’essere-con e nell’essere-per l’altro[42].

La polarità “persona / comunità” costituisce da sempre una polarità drammatica con la quale la libertà dell’uomo deve confrontarsi. Chiunque viva attento alla propria condizione umana sa quanto la drammaticità di tale polarità sia esposta alla alternativa tra l’autochiusura narcisistica e l’estraneazione alienante. La libertà incompiuta e ferita dell’uomo porta a vivere, a volte in modo tragico, tale alternativa. Del resto, la storia del Novecento, con i suoi totalitarismi collettivistici ed i suoi individualismi libertari, è lì a ricordarcelo.

In definitiva possiamo dire che nel rapporto con il tu indeducibile dell’altro, la relazione tra la libertà creaturale ed il reale deve fare i conti con una delle sue espressioni più drammatiche. L’evento di Cristo, nella forma della kenosi gloriosa (cfr. Fil 2, 5-11), non ha evitato questa drammaticità propria dell’esistenza di ogni uomo; al contrario Egli l’ha assunta fino in fondo all’interno della forma trinitaria della Sua vita. La tensione tra persona e comunità, ultimamente, non può trovare risposta se non nel mistero della comunione. Ebbene questa ha il suo archetipo nel principio trinitario della differenza nell’unità, per cui ogni divina Persona è perfettamente e compiutamente Se stessa nell’essere per l’Altra. Certamente all’umano non è data la possibilità radicale dell’estasi propria delle Persone divine. Tuttavia, l’uomo può partecipare a tale mistero mediante quella comunione che ha proprio nell’Eucaristia la sua radice profonda[43]. Nel segno eucaristico, infatti, si offre alla libertà umana la verità di Dio nella forma della comunione. Da ciò consegue l’impossibilità di accedere alla verità se non nella forma della appartenenza ecclesiale[44].

La celebrazione eucaristica diviene così paradigmatica della dimensione comunionale della vita cristiana: qui infatti ognuno è chiamato personalmente a partecipare al divino banchetto, trovandosi nel contempo parte di una assemblea che è “una sola cosa” in Cristo (cfr. 1Cor 11). È nella comunione eucaristica che si esprime sacramentalmente l’essere della Chiesa come «popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»[45].

Pertanto, nell’Eucaristia il dono trinitario consente alla nostra libertà di aprirsi al rapporto con l’altro, senza perdersi e senza ridurre l’altro alla propria misura. La relazione con l’altro diventa in tal modo quasi sacramento del mistero trinitario che, nell’insuperabile dato della differenza, si offre a ciascuno di noi.



3. Dono trinitario e responsabilità sociale e cosmologica

È così posta la premessa per scoprire come il dono eucaristico abiliti la libertà credente a vivere in pienezza anche la responsabilità sociale, senza l’ombra di artificiosi dualismi e di estrinsecismi. Quando il cristiano si impegna con i diversi aspetti della vita associata che quotidianamente condivide con i suoi fratelli uomini, non avrà bisogno di mettere tra parentesi la propria fede e nemmeno di ridurla a “pretesto”, da lasciarsi alle spalle nel concreto dell’azione sociale. Come la dimensione antropologica, anche la dimensione sociale è implicata nel sacramento eucaristico grazie alla sua capacità di conformare l’esistenza del credente alla comunione ecclesiale dentro le circostanze del vivere comune. La libertà che ospita il dono di Cristo, fatto dalla Santissima Trinità e celebrato nella liturgia eucaristica, saprà riconoscere che in ogni circostanza anche di tipo sociale, anche la più complessa, contraddittoria o avversa, si offre il fondamento (Trinità) che chiama alla testimonianza di una vita redenta ed eucaristicamente formata[46]. La parola testimonianza lascia ovviamente aperto tutto il rischio della libertà. Le circostanze infatti sono sempre storicamente determinate e perciò ultimamente indeducibili.

In sintesi, nelle implicazioni sociali del sacramento dell’Eucaristia possiamo trovare un’ultima verifica dell’orizzonte sacramentale dell’economia della salvezza e della intera rivelazione cristiana: senza l’impegno della propria libertà con il gesto sacramentale non si può cogliere il valore sacramentale (in senso analogico) delle circostanze esistenziali date. D’altra parte, senza l’impegno reale della libertà esigito dalle circostanze, sarà impossibile cogliere la densità esistenziale del mistero eucaristico stesso.

Analoghe riflessioni possono essere fatte in merito alle implicazioni cosmologiche del mistero eucaristico. Afferma in proposito Benedetto XVI: «Le giuste preoccupazioni per le condizioni ecologiche in cui versa il creato in tante parti del mondo trovano conforto nella prospettiva della speranza cristiana, che ci impegna ad operare responsabilmente per la salvaguardia del creato. Nel rapporto tra l’Eucaristia e il cosmo, infatti, scopriamo l’unità del disegno di Dio e siamo portati a cogliere la profonda relazione tra la creazione e la “nuova creazione”, inaugurata nella risurrezione di Cristo, nuovo Adamo»[47].





CONCLUSIONE

Dono eucaristico e vita come vocazione





Possiamo ora concludere la nostra riflessione. Come abbiamo più volte ricordato, nel sacramento eucaristico è il Deus Trinitas che si offre a noi nella forma della mediazione simbolica affinché ad esso la nostra libertà si possa affidare nella fede. Ciò che si dona sacramentalmente in questo mistero è pertanto il fondamento ultimo di tutto il reale. Qui la nostra libertà trova mediato simbolicamente l’evento originario in cui la verità di Dio si dà in quella differenza che permette, da una parte, il gioco della libertà dell’uomo e, dall’altra, la permanente trascendenza del fondamento stesso. L’uomo è così posto di fronte al mistero che rende la sua stessa vita, istante dopo istante, culto spirituale, santo e gradito a Dio, come afferma San Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 12, 1-2)[48].

Nessun istante della vita è estraneo al dono che la Trinità fa di Se stessa nel Corpo e Sangue di Cristo. La forma trinitaria della divina Eucaristia, che a sua volta media la forma trinitaria del mistero pasquale e dell’intera esistenza di Cristo, Verbo di Dio incarnato, rivela così che la stessa realtà creata, la storia ed il cosmo non sono ultimamente compresi nella loro verità fino a quanto non si coglie in essi l’effigie trinitaria. La creazione stessa, contemplata a partire da uno sguardo eucaristicamente determinato, si rivela essere creazione in Cristo (cfr. Col 1, 14) e dunque comunicazione ad extra della Santissima Trinità[49].

Da questo quadro sintetico emerge con chiarezza un dato imponente sul quale sia la pastorale che la teologia potrebbero riflettere con profitto. La vita è in se stessa vocazione: «Ogni circostanza (e ogni rapporto), infatti, provoca la libertà del fedele a rispondere alla libertà della Trinità che viene al suo incontro. In tal modo il tema della vocazione coincidendo con la vita e non potendo essere ridotto alla questione della scelta dello stato di vita, recupera il suo peso oggettivo»[50]. Parlare di vita come vocazione non significa sovraccaricare artificiosamente la realtà nella sua fatticità, ma assumere nel quotidiano quanto ci è donato nella rivelazione trinitaria, compiuta da Cristo e celebrata quotidianamente nel Sacramento dell’altare.

Solo a partire da questa riscoperta della vita come vocazione è possibile cogliere il pieno significato dei singoli stati di vita che diventano modalità stabili con cui la libertà risponde alla chiamata di Dio[51]. Matrimonio e verginità, come anche il ministero sacerdotale, ricevono nell’Eucaristia fondamento ed alimento permanente.

I coniugi troveranno nell’Eucaristia il sacramento nuziale dell’amore tra Cristo e la Chiesa, in cui custodire il senso della propria vicendevole fedele dedizione, nella insuperabile differenza sessuale e nella fecondità.

Il sacerdote ordinato incontra nell’Eucaristia la sua peculiare forma di vita. Egli offre completamente se stesso ad imitazione di Cristo, sacerdote, vittima ed altare, affinché al popolo santo di Dio non manchi mai il sacramento memoriale della propria redenzione.

Infine, dal dono eucaristico emerge il volto nuziale della chiamata alla verginità. In essa è dato quel «possesso nel distacco»[52] che rende partecipi fin d’ora della modalità con cui Cristo stesso si manifesta quale Signore di tutte le cose e centro del cosmo e della storia. Facendo eco alla nota espressione di Gregorio di Nazianzo, per la quale «Prima Virgo, Sancta Trinitas»[53], l’Eucaristia trova nella dedizione verginale la forma più acuta, dopo il martirio, di testimonianza cristiana. Manifesta la vittoria sul male e sulla morte, realizzata da Cristo nel Suo sacrificio d’amore.

Il dono trinitario comunicatoci in Cristo, Verbo di Dio incarnato, vero agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, quotidianamente contemporaneo a noi in forza del sacrificio eucaristico, ci rende nuove creature.

Siamo uomini nuovi, animati dallo Spirito Santo, chiamati in Cristo Gesù a riconoscere, in ogni circostanza e in ogni rapporto, Dio come Padre e ad abitare la terra con libertà di figli per il bene del mondo.

[1] Basti qui ricordare i documenti più importanti: Pio XII, Mediator Dei (20 novembre 1947); Paolo VI, Mysterium fidei (3 settembre 1965); Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae (24 febbraio 1980); Id., Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003); Id., Mane Nobiscum Domine (7 ottobre 2004); Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Eucharisticum mysterium (25 maggio 1967); Id., Immensae caritatis (29 gennaio 1973); Id., Eucharistiae sacramentum (21 giugno 1973); Id., Inaestimabile donum (3 aprile 1980); Id., Liturgiam authenticam (28 marzo 2001); Id., Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004).

[2] Benedetto XVI fa riferimento nel n. 5 dell’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis (22 febbraio 2007) alla «multiforme ricchezza di riflessioni e proposte emerse nella recente Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dai Lineamenta fino alle Propositiones, passando attraverso l'Instrumentum laboris, le Relationes ante et post disceptationem, gli interventi dei Padri sinodali, degli auditores e dei delegati fraterni». Sull’esortazione apostolica cfr.: J.-L. Bruguès, L’eucharistie et l’urgence du mystère, in Nouvelle Revue Théologique 130 (2008) 3-25; E. Malnati, Sacramentum caritatis: actuosa participatio, in Rivista Teologica di Lugano 12 (2007) 531-539; R. Tremblay, Attualità dell’esortazione apostolica Sacramentum caritatis di Benedetto XVI, in Rivista di Teologia Morale 39 (2007) 547-554; M. Scheuer, Eucharistie und Nächstenliebe: zur Bischofssynode über die Eucharistie (2005) und das nachsynodale Schreiben von Benedikt XVI, in Heiliger Dienst 61 (2007) 70-84; A. Puig i Tàrrech – J. Fontbona i Missé - R. M. Serra – G. Mora, La exhortación apostólica Sacramentum caritatis de Benedicto XVI. Sesión de estudio de la Facultad de Teología de Catalunya, Barcelona 18 abril 2007, in Phase 47 (2007) 93-118; R. González, Sacramentum caritatis desde la perspectiva litúrgica, in ibid., 119-126; P. Turner, Benedict XVI ant the sequence of the sacraments of initiation, in Worship 82 (2008) 132-140; F. G. Brambilla, Sacramentum caritatis, in Teologia 32 (2007) 115-122; G. Marchesi, L’Eucaristia «sacramento della carità», in La Civiltà Cattolica 158 (2007) n. 3764, 169-178; N. Blázquez, El sacramento del amor, in Studium 47 (2007) 171-202;

[3] Per una introduzione generale alle problematiche relative all’Eucaristia si veda P. Visentin, Eucaristia, in D. Sartore – A.M. Triacca (edd.), Nuovo Dizionario di Liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 19883, 482-508; E. Ruffini, Eucarestia, in S. De Fiores – T. Goffi (edd.), Nuovo dizionario di spiritualità, San Paolo, Cinisello Balsamo 19946, 601-622; M. Gesteira Garza, Eucaristia, in A. A. Rodriguez – J. M. Canals Casas, (edd.), Dizionario teologico della vita consacrata, edizione italiana a cura di T. Goffi – A. Palazzini, Ancora, Milano 1994, 69 5-721; N. Reali (ed.), Il mondo del sacramento. Teologia e filosofia a confronto, Paoline, Milano 2001; A. Catella, Eucaristia, in G. Barbaglio - G. Bof - S. Dianich (edd.), Teologia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, 621-643; M. Brouard (dir.), Eucharistia: encyclopédie de l'Eucharistie, Cerf, Paris 2002; R. A. Nicholas, The Eucharist as the center of theology: a comparative study, Lang, New York 2005; D. Borobio, Eucaristía, BAC, Madrid 2005; R. Sokolowski, Christian faith & human understanding : studies on the Eucharist, Trinity, and the human person, Catholic University of America Press, Washington 2006; M. Schneider, Das Sakrament der Eucharistie, Koinonia-Oriens, Köln 2007.

[4] Marion J. L., Dieu sans l’être, PUF, Paris 1991, 226-227; una conferma e contrario è data dall’affermazione dell’allora cardinal Ratzinger sullo smarrimento che a volte serpeggia nelle comunità cristiane, a causa di una perdita del senso eucaristico: «Nella crisi di fede che stiamo vivendo, il punto nodale risulta sempre più essere proprio la retta celebrazione e la retta comprensione dell’Eucaristia»: J. Ratzinger, Il Dio vicino. L’Eucaristia cuore della vita cristiana, Cinisello Balsamo 2003, 21.

[5] A. Scola, L’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, in Id., Stupore eucaristico. Conversazioni dal Sinodo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, 63-118, qui 75.

[6] «Le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato» Gv 5, 36-38; «Io sono venuto nel nome del Padre mio» Gv 5, 43; «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno»(Gv 6, 38-40); «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. … Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l'ha mandato è veritiero, e in lui non c'è ingiustizia» Gv 7, 16-18.

[7] Significativamente così la preghiera di colletta della Messa In Coena Domini del Giovedì Santo ci invita a pregare: «O Dio che ci hai riuniti per la santa cena, nella quale il tuo unico figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa che la partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita».

[8] Cfr. G. Bonaccorso, La liturgia e la fede. La teologia e l’antropologia del rito, Edizioni Messaggero, Padova, 2005.

[9] Si scorge qui un ambito di fruttuoso dialogo ecumenico. Infatti Jüngel, ad esempio, ricorda che «il culto è pertanto l’evento di una passività salvifica, di una passività in verità estremamente creativa, ma precisamente di una passività umana. Non si può però mettere in discussione che l’uomo nel culto si presenti come agente. Non a caso parliamo di azione cultuale. Fino a che punto possiamo però agire e tuttavia portare ad espressione il fatto che propriamente non noi, ma Dio è colui che agisce? Fino a che punto l’agire umano e la passività umana possono essere originariamente in unità?» E. Jüngel, Segni della Parola. Sulla teologia del sacramento, Cittadella Editrice, Assisi 2002, 206.

[10] In questo senso Benedetto XVI ha recentemente affermato che «il cristianesimo, in rapporto con il moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è innanzitutto dono: Dio si dona a noi - non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che egli ci dà» Omelia alla Messa in Coena Domini, 20 marzo 2008.

[11] In questa prospettiva possiamo vedere confermata l’affermazione perentoria di Benedetto XVI, di chiara impronta guardiniana, all’inizio della sua prima enciclica, Deus caritas est 1: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

[12] Cfr. H. de Lubac, La rivelazione divina e il senso dell’uomo. Opera omnia 14, Jaca Book, Milano 1985, 49.

[13] Cfr. H. U. von Balthasar, Gloria 1. La percezione della forma, Jaca Book, Milano 1994, 535-538.

[14] «La tecnica produce delle copie e, quindi, ri-produce l’originale; il rito, invece, non produce delle copie, non ri-produce l’originale, ma lo ripete, ossia lo conserva nella sua unicità redendolo ripetutamente presente nell’atto cultuale» Bonaccorso, op. cit., 199.

[15] J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 160.

[16] La differenza che in tale spazio teologico è data consente di affermare, senza ombra di relativismo, la verità di Dio in Cristo e, nello stesso tempo, di valorizzare ogni esperienza che ricerca e cerca di esprimere il vero culto nel confronti del mistero di Dio. Il carattere di rito dell’Eucaristia custodisce così la verità cristiana, oggettivamente data, e il dialogo testimoniale nei confronti di esperienza religiose e religioni diverse. Il fatto che l’identità cristiana venga custodita e restituita continuamente alla Chiesa nel rito dell’Eucaristia, impedisce di opporre radicalmente rivelazione/fede a religione.

[17] Scola, L’Eucaristia, fonte, op. cit., 77.

[18] Cfr. G. Colombo, Per una storia del trattato teologico di Dio, in La Scuola Cattolica 96 (1968) 203-227.

[19] Scola, L’Eucaristia, fonte, op. cit., 66.

[20] Cfr. Id., Chi è la Chiesa? Una chiave antropologica e sacramentale per l’ecclesiologica, Biblioteca di Teologica Contemporanea 130, Queriniana, Brescia 2005, 53-70.

[21] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 12-13.

[22] Siamo qui dinanzi ad uno dei principali frutti della riflessione della teologia sacramentaria dopo il Concilio Vaticano II. Chauvet afferma che «se ne possono segnalare almeno quattro: ritorno all’azione liturgica stessa (la celebrazione) come primo “luogo teologico” della riflessione sacramentaria; ri-centratura dell’inseme della liturgia sul mistero pasquale di Cristo (morte, risurrezione e parusia), di cui i sacramenti sono il memoriale (cf. in modo particolare l’anamnesi eucaristica); riequilibrio del principio cristologico, predominante nella liturgia e nella sacramentaria latinaa, con un principio pneumatologico che ha sempre avuto un ruolo di impulso in Oriente, e del resto nella tradizione calvinista (le invocazioni dello Spirito – epiclesi – per la santificazione dell’acqua battesimale, del pane e del vino eucaristico o per le ordinazioni dei vescovi, preti o diaconi sono significative a questo proposito); intelligenza dei sacramenti all’interno della sacramentalità globale della Chiesa» L. Chauvet, Sacramento, in J.-Y. Lacoste (dir.), Dizionario Critico di Teologia, edizione italiana a cura di P. Coda, Borla-Città Nuova, Roma 2005, 1171-1177, qui 1177. Sul rapporto tra la Chiesa ed i sacramenti è d’obbligo citare i contributi di Karl Rahner. Fra tutti: K. Rahner, Chiesa e sacramenti, Morcelliana, Brescia 1969.

[23] Balthasar, op. cit., 437.

[24] Cfr. Id., La parola si condensa, in Communio 35 (1977) 31-35.

[25] A. Scola, Eucaristia. Incontro di libertà, Cantaglli, Siena 2005, 41.

[26] In proposito resta paradigmatica la proposta di Hans Urs von Balthasar: H. U. von Balthasar, Teodramamtica 3, Jaca Book, Milano 1983.

[27] Cfr. M. Bordoni, La cristologia nell’orizzonte dello Spirito, Biblioteca di Teologica Contemporanea 82, Queriniana, Brescia 1995.

[28] È interessante notare come Sacramentum Caritatis 12, mettendo in relazione Cristo e l’Eucaristia, insista così fortemente sul legame tra Cristo e lo Spirito: «Il Paraclito, primo dono ai credenti, operante già nella creazione (cfr Gn 1,2), è pienamente presente in tutta l'esistenza del Verbo incarnato: Gesù Cristo, infatti, è concepito dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo (cfr Mt 1,18; Lc 1,35); all'inizio della sua missione pubblica, sulle rive del Giordano, lo vede scendere su di sé in forma di colomba (cfr Mt 3,16 e par); in questo stesso Spirito agisce, parla ed esulta (cfr Lc 10,21); ed è in Lui che egli può offrire se stesso (cfr Eb 9,14). Nei cosiddetti “discorsi di addio”, riportati da Giovanni, Gesù mette in chiara relazione il dono della sua vita nel mistero pasquale con il dono dello Spirito ai suoi (cfr Gv 16,7). Una volta risorto, portando nella sua carne i segni della passione, Egli può effondere lo Spirito (cfr Gv 20,22), rendendo i suoi partecipi della sua stessa missione (cfr Gv 20,21)».

[29] Scola, Eucaristia, op. cit., 16.

[30] Cfr. A. Scola – G. Marengo – J. Prades, La persona umana. Antropologia Teologica, Jaca Book, Milano 2000, 261-277.

[31] Cfr. ibid., 291-308.

[32] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 9-11.

[33] Cfr. J. Prades Lopez, "De la Trinidad econòmica a la Trinidad inmanente". A propósito de un principio de renovación de la teología trinitaria, in Revista Española de Teología 58 (1998) 285-344.

[34] Cfr. G. Colombo, Tesi sul peccato originale, in Teologia 15 (1990) 264-276.

[35] Per Balthasar l'acquisizione della forma eucaristica è radicata intratrinitariamente nell'eucaristico mettersi a disposizione del Padre: «Il Figlio, nell'accoglimento e nella risposta dell'autodonazione paterna, si mantiene sempre pronto ad accogliere ogni pensabile forma di prodigalità quanto a se stesso, e una di queste forme estreme, nella premessa che debbano sorgere delle creature libere, sarà quella dell'eucarestia, la quale, a quel modo che noi la conosciamo, è nel modo più intimo connessa con il pro nobis della passione» H. U. von Balthasar, Teodrammatica 4, Jaca Book, Milano 1986, 307.

[36] Id., Teologia dei tre giorni: mysteriuim paschale, Biblioteca di Teologia Contemporanea 61, Queriniana, Brescia 1990, 92. Medesimo concetto ripreso in Id., Teodramamtica 4, op. cit., 372: «Il suo grazie va alla divina concessione a donarsi sostitutivamente per i peccatori e a poter così manifestare l'amore estremo del Padre».

[37] Id., Teodramamtica 5, Jaca Book, Milano 1986, 281.

[38] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 17: «Non bisogna mai dimenticare, infatti, che veniamo battezzati e cresimati in ordine all'Eucaristia. … Il sacramento del Battesimo, con il quale siamo resi conformi a Cristo, incorporati nella Chiesa e resi figli di Dio, costituisce la porta di accesso a tutti i Sacramenti. Con esso veniamo inseriti nell'unico Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,13), popolo sacerdotale. Tuttavia è la partecipazione al Sacrificio eucaristico a perfezionare in noi quanto ci è donato nel Battesimo. Anche i doni dello Spirito sono dati per l'edificazione del Corpo di Cristo (1 Cor 12) e per la maggiore testimonianza evangelica nel mondo. Pertanto la santissima Eucaristia porta a pienezza l'iniziazione cristiana e si pone come centro e fine di tutta la vita sacramentale».

[39] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 20-21.

[40] Scola, L’Eucaristia, fonte, op. cit., 71-72.

[41] Cfr. Id., Chi è la Chiesa?, op. cit., 103-107.

[42] Cfr. H. U. von Balthasar, Teodrammatica 2, Jaca Book, Milano 1982, 360-370; Scola – Marengo - Prades, op. cit., 65-66, 179-182.

[43] Sul fatto che la ecclesiologia di comunione sia essenzialmente una ecclesiologia eucaristica cf. J. Ratzinger, La comunione nella Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004.

[44] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 76.

[45] Cipriano, De Orat.. Dom. 23, citato in Lumen gentium 4.

[46] «L'unione con Cristo che si realizza nel Sacramento ci abilita anche ad una novità di rapporti sociali: “la ‘mistica’ del Sacramento ha un carattere sociale”. Infatti, “l'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi”», Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 89.

[47] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 92.

[48] A questo proposito ha affermato Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis 71: «Il nuovo culto cristiano abbraccia ogni aspetto dell'esistenza, trasfigurandola: “Sia dunque che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10,31). In ogni atto della vita il cristiano è chiamato ad esprimere il vero culto a Dio. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica della vita cristiana. In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana, l'Eucaristia rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione dell'uomo chiamato per grazia ad essere ad immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29s). Non c'è nulla di autenticamente umano – pensieri ed affetti, parole ed opere – che non trovi nel sacramento dell'Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza. Qui emerge tutto il valore antropologico della novità radicale portata da Cristo con l'Eucaristia: il culto a Dio nell'esistenza umana non è relegabile ad un momento particolare e privato, ma per natura sua tende a pervadere ogni aspetto della realtà dell'individuo. Il culto gradito a Dio diviene così un nuovo modo di vivere tutte le circostanze dell'esistenza in cui ogni particolare viene esaltato, in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo e come offerta a Dio».

[49] Cfr. Scola – Marengo - Prades, op. cit., 78-86.

[50] Scola, Eucaristia, op. cit., 33.

[51] Si vedano in proposito gli insegnamenti di Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis su matrimonio e famiglia (27-29; 79), sacerdozio ministeriale (23-26; 80) e vita religiosa (81).

[52] Cfr. L. Giussani, Affezione e dimora, Rizzoli, Milano 2001, 250.

[53] Carmi, II, 2.
Italian Il patriarca Angelo Scola il mese prossimo andrà in Kenya
Jun 13, 2008
Tra un mese il Patriarca sarà nella missione diocesana in Kenya recuperando la visita che al guerra civile aveva impedito a gennaio.

(Il Gazzettino di Venezia, 9 al 18 luglio) Il patriarca Angelo Scola il mese prossimo andrà in Kenya. Dal 9 al 18 luglio sarà ad Ol Moran, nella parrocchia sostenuta a distanza dal Patriarcato, accompagnato dal vescovo ausiliare monsignor Beniamino Pizziol e dal direttore dell'Ufficio diocesano missionario don Paolo Ferrazzo. Dunque il cardinale recupera il viaggio rinviato lo scorso gennaio a causa dei violenti scontri tribali esplosi tra opposte fazioni dopo le elezioni politiche che avevano portato alla riconferma del presidente uscente Kibaki. L'instabilità del Paese africano, giunto sull'orlo della guerra civile, e le indicazioni della Farnesina, allora, avevano suggerito un repentino cambiamento di programma e la posticipazione del viaggio. Scola ritorna nella missione a quattro anni di distanza dalla prima visita, effettuata nell'estate del 2004, due anni dopo il suo approdo in laguna. Si fermerà otto giorni prendendo contatto con tutte le articolazioni della realtà in cui operano i sacerdoti don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso e la volontaria laica Elisa Pozzobon. In programma ci sono numerosi incontri: con il vescovo del posto, monsignor Luigi Pajaro, il presbiterio di Nyahururu, i vari missionari "fidei donum" di Padova e Venezia, gli studenti, i catechisti e i giovani. E, ancora, con i villaggi e le parrocchie circostanti la missione che si trova nella Rift Valley, su un'area di 120 chilometri quadrati in un altopiano a duemila metri sul livello del mare con circa 17 mila abitanti che parlano lo swhaili. E' prevista una tappa anche nell'ospedale di North Kinangop e infine nella capitale Nairobi dove Scola saluterà le suore Ancelle della Visitazione e compirà un giro in una delle baraccopoli. Il viaggio, preventivato da qualche tempo, rappresenta un segno di concreta vicinanza e di sostegno a quella che è considerata la 129° parrocchia veneziana, con cui la Diocesi collabora oramai da più di un decennio.
Italian Dialogo tra le religioni, per un linguaggio comune tra i popoli
Jun 10, 2008
Sostiene il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia.

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 9 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il dialogo tra le religioni è la base per poter costruire un linguaggio comune in grado di mettere in comunicazione individui e popoli, ha affermato il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia.

In un'intervista rilasciata a “L'Osservatore Romano”, il porporato spiega che per costruire questo linguaggio è fondamentale “quell'allargamento della ragione cui il Papa, da Ratisbona in poi, non si stanca di richiamarci”, “insieme alla certezza che la storia non è abbandonata alla deriva del caso, ma è saldamente sorretta dalle mani di Dio”.

“Quando l'uomo esclude Dio dalla sua vita personale e sociale, vive male”, osserva.

In questa direzione, “le religioni – come espressione concreta, vitale, popolare di un rapporto con Dio – sono una particolare e straordinaria risorsa, purché accettino di lasciarsi purificare dalla fede”.

“Proprio a questo serve il dialogo tra le religioni. Gesù Cristo, unico e universale redentore, accompagna l'umanità che cammina con le due ali della ragione e della fede”.

Da questo punto di vista, per il Cardinale le vie del dialogo sono due: “la prima, e principale, è che tutti dobbiamo riconoscerci figli di un unico Dio”.

“Anche chi dice di non credere, dovrebbe cercare di non rinunciare all'ipotesi che Dio sia all'opera, perché questa di fatto è l'ipotesi più ampia e più rispettosa di tutti”, ha constatato.

In secondo luogo, bisogna sottolineare “il valore pratico dell'essere insieme”. Anche se ci si pensa raramente, “il primo grande valore che abbiamo in comune è che siamo, per così dire, 'costretti' a vivere insieme”.

Per questo motivo, ha aggiunto, “il confronto incessante nel rispetto del comandamento della 'regola d'oro' – non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te – è una condizione fondamentale perché si possa vivere per quanto possibile in pace”.

Il 7 giugno il Cardinale Scola ha ricevuto il premio “Lignano-Europa”, riconoscimento speciale nell'ambito della ventiquattresima edizione del premio letterario e giornalistico “Ernest Hemingway Lignano Sabbiadoro”.

Il porporato, si legge nelle motivazioni della giuria, è stato premiato non solo per lo spessore culturale del personaggio, “uno dei più lucidi e illuminati esponenti del pensiero filosofico cattolico contemporaneo”, ma anche per la sua intensa attività a favore dell'incontro e del dialogo fra i popoli e le culture.

Oggetto delle osservazioni del Cardinale è anche il vecchio continente. “In Europa c'è bisogno di un soprassalto di senso civico e di democrazia – propone –. E la grande questione che le nazioni europee devono porsi è: da dove può venire un cittadino europeo, dinamico, aperto al futuro e non bloccato dalle paure?”.

A suo avviso, il malinteso per il quale secondo alcuni se si parla di radici cristiane dell'Europa si sta ledendo il continente o urtando la sensibilità di qualcuno nasce “dall'incapacità di guardare al futuro, che caratterizza molti aspetti delle società europee”.

“Se si guardasse davvero al futuro, si capirebbe che il cristianesimo è invece una grande risorsa”, ha affermato. “Quando noi parliamo delle radici cristiane dell'Europa, infatti, non intendiamo conservare un fossile, ma sottolineare come il cristianesimo – facendo spazio a Dio e facendo spazio all'uomo nella sua dignità e a tutti i popoli, soprattutto a quelli emergenti – può continuare a essere una risorsa particolarmente stimolante per identificare il nuovo stile di vita dell'uomo europeo”.

Il dibattito che si sta svolgendo da anni in Europa sulla laicità e l'idea spesso ripresa da Benedetto XVI di una sana laicità devono far capire che “una società civile oggi vive della narrazione, del racconto di tutti i soggetti personali e sociali che la abitano”, ha proseguito.

Da questo punto di vista, riconosce il Cardinale Scola, “il discorso dell'educazione è fondamentale”, ma l'aspetto più importante è che l'Europa, e in particolare l'Italia, guardi all'educazione “in maniera molto più puntuale, profondendo risorse di uomini e di mezzi per dare alle scuole, alle università e a chi svolge un compito educativo un peso decisamente più marcato e rilevante”.

Per poter “realmente gestire un sistema che risulta ormai infiacchito”, il porporato sostiene che si debba passare “da un pluralismo nella scuola a un pluralismo delle scuole”.

Le libertà civili e sociali, osserva, non si potranno realizzare senza un'adeguata libertà di educazione.

“Occorre imboccare con coraggio la strada di una libertà di espressione che incentivi creatività e confronti nella scelta degli educatori, ma anche dei programmi. In taluni Paesi europei già accade. L'Italia, invece, da questo punto di vista è un po' arretrata”.

Le responsabilità del nostro Paese come sorta di ponte sul Mediterraneo, prosegue il Cardinale, sono molte e da numerosi punti di vista, tra i quali quello che definisce il “meticciato di civiltà”.

“L'Italia, per la sua collocazione geografica, si trova nella condizione di poter dettare il passo futuro a tutta l'Europa. E lo può fare cercando di equilibrare intelligentemente l'accoglienza – che sia rispettosa della dignità e della domanda di partecipazione a un benessere equo da parte di moltissime persone provenienti da Paesi poveri – con l'esercizio di una democrazia nella quale sia garantita al cittadino la sicurezza e il rispetto della propria tradizione”.
Italian Le Agende veneziane del Patriarca Roncalli
Jun 08, 2008
VENEZIA, sabato, 7 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nel presentare il 29 aprile scorso, nella città lagunare, presso l'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti le Agende del Patriarca Angelo Roncalli.

1. Uno stimolante cimento

Affrontare la lettura delle Agende veneziane del Patriarca Roncalli costituisce, per chi è stato chiamato a succedergli sulla cattedra marciana, uno stimolante cimento. Un misto, occorre riconoscerlo, di intensa curiosità e di non poco timore. Un giusto timore, però, soprattutto perché, beatificando Giovanni XXIII, la Chiesa ne ha ufficialmente e pubblicamente proclamato la santità. E così la lettura delle agende è inevitabilmente guidata dallo sguardo sul presente alla ricerca di suggerimenti, di conferme, di correzioni, di ogni possibile utile indicazione per meglio abbandonarsi alla missione ricevuta.

Risulta così chiaro che non è mio compito, in questa sede, mettere in evidenza il valore dei documenti pubblicati, né chinarmi su di essi con l’occhio dello storico della Chiesa.

Non sono mancati esimi studiosi dell’episcopato veneziano del Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli[1]. Mi limito a ricordare qualche membro del clero del nostro Patriarcato a cui è giusto rendere l’omaggio dovuto. Mi riferisco a mons. Silvio Tramontin e a mons. Antonio Niero, a don Bruno Bertoli e a mons. Gianni Bernardi[2]. I primi sono stati particolarmente stimati e incoraggiati nei loro studi dallo stesso Patriarca Roncalli.

Da quanto ho potuto apprendere in alcune conversazioni con cultori della materia le agende veneziane confermano quanto già evidenziato dalle agende precedenti fino ad ora pubblicate e da quella del pontificato: sono, innanzitutto, una fonte privilegiata per conoscere questo periodo della vita di Roncalli; ma va detto subito che non si tratta di annotazioni diaristiche legate alla crucialità del momento storico. In esse, infatti, accanto a considerazioni su persone e avvenimenti, sono presenti anche riflessioni personali, come la cronaca dettagliata della vita anche domestica e la confessione dei propri stati d’animo. Non mancano, tuttavia, riferimenti all’attualità della vita della Chiesa e della società civile.

In secondo luogo, le agende mostrano una ben precisa coerenza con le altre fonti, già citate: si tratta di una coerenza sia lessicale che contenutistica: in esse traspare, in maniera evidente, il Patriarca già conosciuto attraverso gli Scritti e discorsi o Il giornale dell’anima. Niente di nuovo, dunque? Eppure, proprio le descrizioni delle giornate con le persone incontrate, le riflessioni spirituali, i punti delle omelie e degli interventi, le citazioni dal breviario o da qualche lettura, i riferimenti alle gioie e alle preoccupazioni ci mostrano la verità di un cammino di vita in obbedienza, continuamente presente nel richiamo all’obbedienza alla volontà di Dio.

2. Lo “stile pastorale” del Patriarca Roncalli

Leggendo le agende veneziane ho trovato conferma di quello che è stato identificato come uno dei tratti caratteristici della personalità cristiana e sacerdotale del Beato Roncalli. Mi riferisco allo stile pastorale che permea tutto il suo operato e la stessa concezione della dottrina cattolica.

È noto che la dimensione pastorale della dottrina marcò fin dall’inizio l’orientamento impresso da Papa Giovanni XXIII al Concilio Vaticano II[3]. Dalla costituzione apostolica Humanae salutis (1961) - il cui titolo è già significativo - al Radiomessaggio a tutti i fedeli ad un mese dal Concilio (1962), non c’è intervento del Papa che non sottolinei la necessità per la Chiesa di rispondere con sempre maggiore fedeltà a questa sua vocazione pastorale. Soprattutto il discorso d’apertura del Concilio – la celebre allocuzione Gaudet Mater Ecclesia (1962) - segna ad un tempo un punto di arrivo ed un originale punto di partenza per una rinnovata autocoscienza pastorale della Chiesa.

Senza cedere a letture eccessivamente enfatiche non è possibile dubitare dell’importanza oggettiva che l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia ebbe per tutti i lavori conciliari. Aprì la strada travagliata e feconda del superamento di ogni falsa opposizione e di ogni dualismo tra dottrina e pastorale. In essa si legge: «è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stressa portata (…) e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale»[4].

Sottolineare la natura pastorale della dottrina cristiana vuol dire affermare l’intrinseco legame della Verità con la libertà dell’uomo. Infatti, la verità è salvifica. E proprio in forza di questa sua natura salvifica impone di discernere l’errore con misericordia verso l’errante.

Come emerge questo tratto della fisionomia di Roncalli dalla lettura delle agende veneziane? A mio avviso la stile pastorale emerge soprattutto nella coscienza di sé che il Patriarca Roncalli lascia intravedere attraverso la lettura delle sue notazioni.

3. Pater et Pastor

Roncalli interpreta e vive il suo ministero episcopale richiamandosi all’immagine evangelica del buon pastore (cfr. Gv 10), come mette in evidenza scrivendo il 17 maggio 1953, poco dopo l’ingresso solenne in diocesi, durante gli esercizi spirituali: «Ciò che mi prende è la gravità delle mie responsabilità di pastore: non sono più di me, ma delle anime dei miei fedeli». In una comunicazione in occasione del secondo anno del suo episcopato veneziano, il 23 febbraio del 1954, pensando alla diocesi e parlando del suo compito, scrive: «Qui si vive come in famiglia, con rispetto, con sincerità, con evangelica carità. Riprenderò dunque il mio passo. “Bonus Pastor animam suam dat pro ovibus suis: il buon Pastore dà l'anima sua per le sue pecorelle”. Questo è tutto per me: il mio proposito, la mia vita»[5]. D’altra parte, proprio questo chiede a Gesù, buon pastore, nel corso degli esercizi spirituali con l’episcopato triveneto nel maggio 1955: «Per  altro il pastor deve essere soprattutto bonus, bonus. Diversamente senza essere lupus come il mercenarius, rischia, se dormitat, di divenire inutile e inefficace. O Gesù, bone pastor, che il tuo spirito mi investa tutto: cosicché la mia vita sia, in questi anni ultimi, sacrificio ed olocausto per le anime dei miei diletti veneziani»[6]. Queste ultime parole aiutano a comprendere come il suo ripetuto meditare il capitolo decimo di Giovanni corrisponda alla riscoperta continua delle sorgenti più autentiche della sua vita di vescovo, che proprio nella dimensione pastorale trova il suo autentico modo d’essere.

È questo, dunque, lo stile ispirato dalla figura di Gesù, da cui è consapevolmente caratterizzato il servizio veneziano.

In seguito, nella prima e terza allocuzione al clero durante il sinodo del 1957, Roncalli svilupperà ulteriormente la riflessione sul pastore, interpretando il pastor come pater: la “pastoralità” diventa paternità e questa dice il farsi tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno[7]. Roncalli è un vescovo che «individua nei contatti e nei rapporti l’essenza stessa della sua missione; ovvero quella di chi sa che è la cura del “gregge” a dare anzitutto significato alla qualifica di vescovo»[8]: e le agende sono una testimonianza ricca di questi continui incontri con persone e situazioni le più diverse, che esprimono in maniera quotidiana la sua paternità; molto spesso, per di più, richiama l’importanza della mitezza, della pazienza e della carità sia per il vescovo che per il suo clero.

Dalla lettura delle agende questa fisionomia di Roncalli emerge non tanto nella forma di una riflessione articolata, bensì attraverso il racconto delle continue visite, incontri, attività che popolano la sua giornata. Con semplicità il Patriarca constata il 9 novembre 1957: «A Venezia. Sempre lieto lo spirito nella constatazione del dovere compiuto giorno per giorno».

4. «La venerazione del Libro e l’adorazione del Calice»

La stile pastorale di Roncalli brilla ancora dalla profonda unità con cui il Beato Patriarca vive in prima persona «La venerazione del Libro e [l’]adorazione del Calice». Si sa che la consuetudine quotidiana di meditare i testi presentati dai libri liturgici ha spinto sempre più Roncalli ad una lettura diretta e sistematica dei Padri e soprattutto della Sacra Scrittura. È impressionante rilevare quante notti ruba al sonno per preparare le sue omelie ed i suoi discorsi. Una Parola che va custodita con l’intera tradizione e che va dunque letta «sulle ginocchia della Chiesa»: riferimento agostiniano, questo, che indica il legame costante di Roncalli con la tradizione, fatta di santità, di liturgia, dei Padri, di catechesi, in altre parole la vita stessa della Chiesa. E la famosa pastorale per la quaresima del 1956 La Sacra Scrittura e San Lorenzo Giustiniani riprenderà e svilupperà tutti questi temi, sottolineando il carattere della Scrittura come libro divino che deve diventare lettura familiare al popolo cristiano. La Scrittura, dunque, testimonia Cristo, la Parola eterna del Padre incarnatasi per la salvezza di tutti. Cristo eucaristico radice della forma eucaristica dell’esistenza. Questo deve essere l’orizzonte in cui si esercita la responsabilità del vescovo. Roncalli lo coglie in tutta la sua urgenza per il suo ministero a Venezia.

5. «Hic et nunc»: un’azione ecclesiale storicamente situata

Il Patriarca Roncalli fu ben consapevole che la sua missione di pastore era a favore di una ben precisa Chiesa. Era il Patriarca di Venezia. Per lui, in modo acuto, l’indicazione del territorio include sicuramente la dimensione storico-geografica del Patriarcato, ma soprattutto quella umana ed ecclesiale della comunità cristiana e civile.

Lo si vede dal suo fortissimo amore per la città e per la sua Chiesa: un amore che si esprime nei confronti della sua storia, della sua arte, della sua tradizione liturgica, dei suoi santi; tutto questo, però, non tanto in una prospettiva erudita, quanto con uno sguardo attento alle incombenti necessità della popolazione e della comunità cristiana.

Ama la Basilica di San Marco, la cui bellezza diventa per lui fonte di meditazione e contenuto di insegnamento e di catechesi. Ma la ama, soprattutto, come cattedrale e per questo fa di tutto per renderla una realtà viva e nella quale il popolo possa realmente partecipare alla santa liturgia. Non è raro nelle agende il rammarico per la scarsa presenza dei fedeli in Basilica. E questo spiega perché, una volta rilevato l’inconveniente dei plutei (la barriera marmorea che divideva il presbiterio dalla navata della Basilica) e della non buona sistemazione del presbiterio, si impegna con energia per una soluzione che permetta una vera partecipazione del popolo e che garantisca la centralità della tomba dell’evangelista. Dal 18 aprile 1954 in avanti l’agenda del Patriarca ha continui riferimenti alla questione e all’incomprensione di tante persone, che sono chiamate a giudicare senza saper nulla della liturgia o che raramente si recano in chiesa e, quando vi si recano, lo fanno «con lo spirito dei visitatori del Museo storico ed artistico, e non affatto del luogo di culto e di preghiera». I plutei, infatti, nascondono le cerimonie (6 giugno 1954). Quello dei plutei è un “affare” che lo «esercita alla pazienza» (30 giugno 1955).

Gli appunti riguardanti il giorno 25 aprile di ogni anno – solennità di San Marco Evangelista – ci permettono di cogliere il respiro che il Patriarca Roncalli volle dare a questa festività tipicamente veneziana invitando sia vescovi del Triveneto, sia personalità come il Cardinale Feltin, Arcivescovo di Parigi, o il Cardinale armeno Agagianian.

6. La santità veneziana

Anche la santità veneziana è da lui conosciuta: ama riferirsi a San Girolamo Emiliani (i cui figli riesce a riportare in Diocesi, ove non erano più presenti dalla soppressione napoleonica: affida loro la nuova parrocchia della Madonna Pellegrina, in uno dei quartieri più popolari di Mestre: 18 e 19 settembre 1955) e al Beato Gregorio Barbarigo; coglie presto l’importanza di San Lorenzo Giustiniani, decidendo di fare il possibile perché la sua memoria e il suo culto possano essere ripresi con forza dal clero e dal popolo. Trova la sua figura un po’ abbandonata, e questo non gli piace. L’8 gennaio 1954 annota: «a Venezia si festeggia San Lorenzo Giustiniani, il protopatriarca. Ma nessuno o quasi nessun segno di festa, oltre il Breviario». Roncalli fa così trasparire uno degli aspetti più significativi della sua azione di vescovo: l’attenzione, segnata da profondo rispetto, per la tradizione e per la storia della santità della chiesa locale. Vorrebbe, addirittura, riacquistare l’antico patriarchio di San Pietro di Castello: «potrebbe servire a tante cose: innanzitutto ad un ripristino di una gloria religiosa di Venezia» (14 settembre 1955; inoltre cfr. 11 ottobre 1955) e progetta di ridar vita all’isola di San Giorgio in Alga, culla della formazione del protopatriarca (22 novembre 1955 e 17 dicembre), che aveva già visitato il 13 maggio. La sua opera, in questa prospettiva, troverà il suo culmine nelle numerose celebrazioni ed iniziative dell’anno centenario del Giustiniani, il 1956. Ancora, non va dimenticato quanto da lui fatto per il Patriarca Sarto, Pio X, soprattutto nella circostanza della sua canonizzazione il 29 maggio 1954, tornando dalla quale, il 1° giugno seguente, annota: «Il mio tributo di onore al mio santo predecessore ebbe dunque buon successo. Possa anch’io tenermi nel solco della santità».

7. Arte e cultura

Roncalli dimostra grande interesse per le istituzioni culturali attive in città: il 14 febbraio 1954 visita le Gallerie dell’Accademia e commenta: «Tesori preziosissimi di arte pittorica veneta, assai bene presentata e custodita. Eh! ci vorrebbe più tempo. Se però il riflesso di tanta bellezza dei visi di Gesù, della Madonna, dei santi basta a rapirci gli occhi, che sarà la visione della realtà in Paradiso!»; il 1° marzo successivo è la volta della Biblioteca Marciana mentre, nella stessa data del 1955, è presente all’inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Ca’ Foscari: presenza «invocata da tutti i professori».

Ma è soprattutto nei confronti della Fondazione Cini che Roncalli dimostra un forte interesse, anche per i buoni rapporti intessuti con il Conte Cini e per l’apprezzamento dell’opera di restauro e di rivitalizzazione dell’isola da lui intrapresa e finanziata.

Segue con attenzione, anche se talora con qualche apprensione, anche le attività della Mostra del Cinema, celebrando la messa e rivolgendosi in francese ai partecipanti: «Seguì a San Marco la Messa per i Cineasti, mie parole in francese: successo solennissimo, musica eccellente» (1 settembre 1957).

Consapevole della ricchezza culturale della città, Roncalli apprezza e incoraggia l’impegno della Chiesa nello stesso ambito: il 25 marzo 1953 inaugura lo “Studium Cattolico” in Piazzetta dei Leoncini, un ente, diretto da alcune personalità rappresentative del mondo ecclesiale veneziano, la cui specifica attività sarà la promozione culturale delle tematiche religiose in ambito teologico, storico e artistico. Perno di tale attività è una libreria, che si trova, purtroppo, ad avere come concorrente un negozio delle Suore di San Paolo: una potenza di fronte alla ancora piccola realtà veneziana, tanto che il Patriarca stesso dubita che lo Studium potrà sostenersi e annota: «Pazienza. Anche l’emulazione del bene quando il bene diventa un affare a lungo andare pregiudica il meglio»: 25 gennaio 1955.

8. Il mondo operaio

Ma la Diocesi non è solo la Venezia delle bellezze artistiche; è anche la Venezia di Mestre e Marghera, i due centri in fortissimo e disordinato sviluppo a causa della presenza del polo industriale, che attira lavoratori non solo dalle zone circostanti, ma da tutta Italia. Fin dal 18 marzo 1953, a pochi giorni dal suo ingresso, il Patriarca riceve una deputazione di operai di Porto Marghera: «… ebbi e prolungai una conversazione famigliare, che mi mise a contatto con molte necessità di ordine religioso e morale».

E questo contatto continua: il 25 successivo è proprio a Marghera, dove celebra la messa nella cappella dei morti per incidenti, incontra la direzione di alcune industrie e visita i dintorni: si tratta, per Roncalli, di una «prima introduzione fra il mondo operaio», dalla quale ricava impressioni profonde. Consapevole dell’importanza cruciale di questa zona e dei suoi abitanti, segue con attenzione l’impegno della Chiesa e il primo maggio 1954 è presente nella zona operaia di Ca’ Emiliani, dove consacrerà la prima chiesa dedicata in Italia a Gesù Lavoratore. Ma ormai tutto il mondo del lavoro è in fermento: nella crisi del dopoguerra, niente è più come prima. Il Patriarca si preoccupa anche della vertenza del Mulino Stucki, un tempo centro fiorentissimo del commercio veneziano, ma ora in crisi (21 e 26 giugno, 7 luglio 1954), e si fa vicino agli emigranti: il 26 aprile 1955 si reca alle Zattere a salutarne un gruppo di 850, per lo più veneti, in partenza per l’Australia, e li incoraggia.

Si tratta di una sensibilità profonda presente in Roncalli fin dalla sua giovinezza: ne è lui stesso testimone, parlando all’Associazione “Anziani del Lavoro”: «Ricorderò sempre un’impressione della mia giovinezza. Mi trovavo alle porte di Milano, presso uno stabilimento. Gli operai uscivano in massa dalla fabbrica per tornare, dopo la giornata, alle proprie famiglie. Parlavano poco. Mi ritrassi a guardarli. Mi colpì l’elasticità del loro camminare, la gioia scintillante degli occhi in cui leggevo la tenerezza del cuore, ansioso di ritrovare la sposa, i bimbi e la pace intima, dopo la giornata onesta del lavoro accettato e compiuto in vista anche dei benefici materiali che ne vengono alle persone care. Io sentivo e gustavo la mia vocazione a farmi sacerdote per una vita che sarebbe stata lavoro e, ove occorresse, sacrificio per loro, e per tutti insieme avviamento alla prosperità del vivere umano, alla sicurezza dei beni eterni»[9].

9. La vita civile e politica

Roncalli rivolge la sua attenzione anche alla vita civile e politica della città e della nazione. Il Patriarca fa sempre proprie le indicazioni che provengono dalla Santa Sede e questa sua obbedienza cordiale si rivela feconda. Lo rende capace di incontrare tutti. Infatti egli da una parte non nasconde la disapprovazione anche dura nei confronti di taluni cattolici veneziani che, contro le indicazioni della Santa Sede, favorivano l’apertura verso il socialismo nenniano («Anche alla FUCI si presentano casi di deviazione che arresterei subito sciogliendo il gruppo, se non fossimo nella imminenza delle elezioni. Intanto si prevede che per un gesto di correttezza qualcuno si ritirerà da sé: e ciò sarà il meno male per l’istituzione», 9 maggio 1958; cfr. anche 17 aprile 1956). Dall’altra però, incurante di critiche, invia un saluto ai convenuti per il XXXII congresso del Partito Socialista (1957) perché si svolge a Venezia. E lui che è il pastore di Venezia sente il dovere di rivolgersi a tutti. Ancora, a proposito di un celebre articolo di Ottaviani che solleva le proteste di Fanfani presso la Santa Sede egli non esita a valorizzare nella sostanza la posizione del Cardinale (22 gennaio 1958). Ma già tre anni prima, dopo aver rielaborato il Messaggio natalizio (1955) a nome dei Vescovi del Triveneto, identificandosi con le posizioni dell’Episcopato italiano in merito alle successive scadenze elettorali, annota: «Vedo bene che il mio temperamento spirituale non si accorda con quello di alcun altro dei miei confratelli, p. e. Vicenza, Padova, Chioggia su questo punto nel modo di dire le cose più gravi e difficili, così da non irritare, e da far riflettere. Pazienza» (14 dicembre 1955).

Un altro significativo esempio si trova nel commento al suo discorso per la ricorrenza del XXV anniversario della Conciliazione in cui fa riferimento a Mussolini: «…ora detestatissimo per la rovina in cui travolse l’Italia». E annota: «…mi pare sia ben riuscito, non offensivo per alcuno e caritatevole per lui…» (11.2.1954).

Non di rado questo atteggiamento del Beato Roncalli è stato letto in prospettiva riduttiva. O per presentarlo come un furbo bonario con scarsa visione teologico-culturale (egli invece scrive di sé: «mite e buono ma non ingenuo», 29 maggio 1953). Oppure, dal lato opposto, per proporlo quasi come un rivoluzionario in rottura rispetto a Pio XII e più avanzato rispetto ai suoi successori.

La lettura delle Agende veneziane conferma come più rispettoso della figura e dell’azione di Roncalli riconoscere che la sua straordinaria capacità di partire sempre dal positivo senza mai transigere sui principi gli veniva proprio dal suo stile pastorale. Sintesi armonica, sempre rinnovata secondo le circostanze, della sua leale adesione alla Traditio ecclesiale e della tensione appassionata per il compimento (salvezza) di ogni fratello uomo e per il bene del popolo. La stessa intuizione profetica del Concilio, pare a me la conseguenza di questo suo “normale” sentire cum Ecclesia. Papa Roncalli non fu né conservatore né progressista, fu un uomo compiuto, un cristiano riuscito, un santo. Qui e solo qui sta la sua forza.

Concludo con le parole che il Patriarca scrisse il giorno del suo 75° genetliaco e che confermano quanto ho voluto dire: «Ripresa della visita pastorale. Forma felice di festeggiare il mio 75 compleanno. Per singulos annos benedicere Deum» (25 novembre 1956).

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[1] L’episcopato veneziano del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli è, nelle linee di fondo, ben conosciuto: fonte imprescindibile sono certamente i quattro volumi di Scritti e discorsi, pubblicati nel 1959 (i primi tre) e nel 1962, a cura di mons. Loris Francesco Capovilla, custode fedelissimo delle opere e degli insegnamenti, e poi della memoria, del patriarca di Venezia. Anche l’edizione del 1958 degli atti del XXXI Sinodo Diocesano, tenuto nei giorni 25-26 e 27 novembre 1957, offre una importante documentazione per comprendere le prospettive del governo pastorale, a Venezia, di Roncalli. Ugualmente significativi, per cogliere l’anima del patriarca (le sue gioie, ma anche le ansie e le preoccupazioni) sono senza dubbio Il Giornale dell’Anima (di cui ricordo l’importante edizione critica con annotazioni a cura di Alberto Melloni, stampata nel 2003) e le Lettere ai familiari 1901-1962, pubblicate, sempre a cura di mons. Capovilla, nel 1968. Non va dimenticato neppure lo splendido album fotografico Papa Giovanni patriarca a Venezia, pubblicato nel 1964, che «racconta con fedeltà ed arte e buon gusto la giornata veneziana del nostro amatissimo Patriarca», come si espresse nell’introduzione il suo successore sulla cattedra marciana, il cardinal Giovanni Urbani. Il periodo veneziano di Roncalli ha ben presto suscitato l’interesse di storici e biografi: dal volume di Leone Algisi, Giovanni XXIII, pubblicato nel 1959, al fortunato L’utopia di papa Giovanni di Giancarlo Zizola del 1973 al ben documentato Giovanni XXIII. Angelo Giuseppe Roncalli. Una vita nella storia di Marco Roncalli, pubblicato nel 2006, non mancano pagine di grande interesse volte al chiarimento dell’azione pastorale del cardinal Roncalli a Venezia. Un posto di particolare rilievo è occupato, in questo contesto, dal volume di Marco Roncalli Giovanni XXIII. La mia Venezia, pubblicato nel 2000, quasi alla vigilia della beatificazione del venerato pastore.

[2] Di mons. Tramontin vanno certamente ricordati alcuni saggi puntuali ed esemplari: Venezianità del card. Roncalli, pubblicato nel 1983 e Il cardinale Roncalli e Venezia, del 1984; di mons. Niero possiamo citare alcuni contributi che riguardano i rapporti del Patriarca Roncalli con il “mondo dell’arte” (Il card. Roncalli e l’arte sacra del 1983, La questione dei plutei della Basilica di San Marco del 1984) o che tentano una prima sintesi interpretativa del periodo veneziano, come Il patriarcato di Venezia e i patriarchi A. G. Roncalli e G. Urbani del 1988; di B. Bertoli e G. Bernardi citiamo Il Patriarca Roncalli e le sue fonti. Bibbia Padri della Chiesa Storia, Studium Cattolico Veneziano, Venezia 2002.

[3] Cfr J. Ratzinger, Problemi e risultati del concilio Vaticano II, Brescia 1967, 109-113; G. Colombo, La teologia della Gaudium et spes e l’esercizio del magistero ecclesiastico, in Id., La ragione teologica, Milano 1995, 281-284; G. Alberigo, Giovanni XXIII e il Vaticano II, in Id. (a cura), Papa Giovanni, Bari 1987, 215-216.

[4] Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia, in Enchiridion Vaticanum I, Bologna 1993(14)  , 26*-69*, qui 55*.

[5] Scritti e discorsi I, 175.

[6] Giornale di un’Anima 292.

[7] Scritti e discorsi III, 318-320 e 349.

[8] E. Galavotti, Introduzione, in A. G. Roncalli – Giovanni XXIII, Pace e Vangelo. Agende del patriarca. 1: 1953-1955, Istituto per le Scienze Religiose, Bologna 2008, XV.

[9] Scritti e discorsi IV, 138-139.
Italian L'Europa deve investire sull'educazione
Jun 08, 2008
Intervista al cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia. Dal "cor inquietum" di Hemingway all'uomo impagliato di oggi.

(L'OSSERVATORE ROMANO, June 8) "In Europa c'è bisogno di un soprassalto di senso civico e di democrazia. E la grande questione che le nazioni europee devono porsi è:  da dove può venire un cittadino europeo, dinamico, aperto al futuro e non bloccato dalle paure?". L'Europa, le paure che l'attanagliano e che la frenano, il coraggio da trovare, la speranza da alimentare, il dialogo da coltivare. Comincia da qui il nostro incontro con il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, che abbiamo avvicinato alla vigilia della consegna del premio "Lignano-Europa" - riconoscimento speciale nell'ambito della ventiquattresima edizione del premio letterario e giornalistico "Ernest Hemingway Lignano Sabbiadoro" - che gli sarà consegnato il 7 giugno nella celebre località adriatica che fu tra le mete preferite dello scrittore e giornalista statunitense.
  Il cardinale è stato premiato - si legge nelle motivazioni della giuria - non solo per lo spessore culturale del personaggio, "uno dei più lucidi e illuminati esponenti del pensiero filosofico cattolico contemporaneo", ma anche per la sua intensa attività in favore dell'incontro e del dialogo fra i popoli e le culture. Perciò parliamo con lui dell'Italia, dell'Europa, dei confini che si allargano, dei popoli e delle culture che si incontrano e, a volte, si scontrano.
  E riferendoci all'Europa e alle contraddizioni sociali e culturali che ancora accompagnano il suo odierno cammino comunitario non possiamo non fare riferimento al fatto che ancora oggi sembra che a essa manchi sempre qualcosa per definire la sua vera identità. "Io penso che l'Europa - ci dice il patriarca - debba ritrovare la sua origine che sta nella sensibilità romana ripresa dal cristianesimo. Come dice il filosofo parigino Rémi Brague, questa sensibilità romano- cristiana è data dalla capacità di "secondarietà". La cultura romana - e, sulla sua scia, quella cristiana - non mise se stessa davanti a tutti, ma riuscì a fare spazio ad Alessandria, a Gerusalemme e ad Atene. La forza dell'Europa risiede proprio in questa capacità di secondarietà, cioè di fare spazio - all'interno della sua sensibilità culturale - a tutto ciò che si sta muovendo di nuovo sul pianeta. Ma proprio questo è secondo me ciò che manca oggi".

  Da dove proviene il malinteso secondo il quale per alcuni se si parla di radici cristiane dell'Europa sembra che si leda l'Europa stessa o che si urti la sensibilità di qualcuno?

  Tutto nasce dall'incapacità di guardare al futuro, che caratterizza molti aspetti delle società europee. Se si guardasse davvero al futuro, si capirebbe che il cristianesimo è invece una grande risorsa. Quando noi parliamo delle radici cristiane dell'Europa, infatti, non intendiamo conservare un fossile, ma sottolineare come il cristianesimo - facendo spazio a Dio e facendo spazio all'uomo nella sua dignità e a tutti i popoli, soprattutto a quelli emergenti - può continuare a essere una risorsa particolarmente stimolante per identificare il nuovo stile di vita dell'uomo europeo.

  Forse c'è anche un deficit di conoscenza. Hemingway è stato grande giornalista e grande scrittore. Forse l'Europa ha bisogno di chi sa raccontare, di chi sa mediare cultura? E, dal punto di vista giornalistico, di chi sa essere testimone affidabile della verità?

  Esattamente. Queste due osservazioni sono di capitale importanza. Proprio il grande dibattito che si sta svolgendo da anni in Europa sulla laicità, e soprattutto l'idea, che Papa Benedetto riprende spesso, di una sana laicità - anche invitandoci a guardare, con le debite differenze, all'America - ci deve far capire che una società civile oggi vive della narrazione, del racconto di tutti i soggetti personali e sociali che la abitano. Senza questo riconoscimento reciproco - in tempi di mutazioni così radicali come quelli che stiamo vivendo - è impossibile trovare una via comune realmente spalancata al futuro. Perciò, all'interno di questa società - che è una società plurale, in cui i vari soggetti si raccontano per riconoscersi - le varie figure espressive (tutte le forme letterarie, artistiche e filosofiche) e un giornalismo realmente capace di raccontare i fatti, devono essere interpreti reali della vita civile e dei popoli che la abitano.

  C'è in questo senso una carenza nella formazione di certe professionalità?

  Il discorso dell'educazione è fondamentale, ma quella indicata non mi sembra la carenza più preoccupante. Ciò che a me sembra realmente capitale è che l'Europa, e nel particolare l'Italia, deve guardare all'educazione in maniera molto più puntuale, profondendo risorse di uomini e di mezzi per dare alle scuole, alle università e a chi svolge un compito educativo, un peso decisamente più marcato e rilevante.
  Io, per esempio, credo che - per poter realmente gestire un sistema che risulta ormai infiacchito - si debba passare da un pluralismo nella scuola a un pluralismo delle scuole. I soggetti che animano la società civile formulino delle proposte educative da far verificare e accreditare, com'è giusto, dallo Stato che deve governare la scuola. Le libertà civili e sociali non si potranno realizzare senza un'adeguata libertà di educazione. Occorre imboccare con coraggio la strada di una libertà di espressione che incentivi creatività e confronti nella scelta degli educatori, ma anche dei programmi. In taluni Paesi europei già accade. L'Italia, invece, da questo punto di vista è un po' arretrata.

  Siamo arrivati a parlare di Italia. Paese che è una sorta di ponte lanciato nel Mediterraneo. Quali responsabilità comporta questo dato di fatto?

  Le responsabilità sono enormi, specie in questo tempo che io, per indicare il processo in atto di mescolamento tra popoli, sono solito chiamare provocatoriamente meticciato di civiltà (e sottolineo "di civiltà"). L'Italia, per la sua collocazione geografica, si trova nella condizione di poter dettare il passo futuro a tutta l'Europa. E lo può fare cercando di equilibrare intelligentemente l'accoglienza - che sia rispettosa della dignità e della domanda di partecipazione a un benessere equo da parte di moltissime persone provenienti da Paesi poveri - con l'esercizio di una democrazia nella quale sia garantita al cittadino la sicurezza e il rispetto della propria tradizione.

  Da queste considerazioni emerge anche l'importanza del confronto e del dialogo. A questo proposito da Venezia è nata l'idea di "Oasis". Che cos'è?

  "Oasis" è un centro che ha per obbiettivo quello di tessere una rete di rapporti volta alla promozione della reciproca conoscenza e all'incontro tra cristiani e musulmani.
  Vi sono persone che vengono dal Pakistan, dall'Indonesia, dalla Siria, dal Libano, dagli Stati Uniti e che cercano insieme di conoscere meglio il mondo islamico, ascoltando soprattutto la testimonianza dei cristiani che vivono in Paesi a grande maggioranza islamica. E il lavoro che abbiamo fatto in questi quattro anni, e quello che faremo fra quindici giorni nell'incontro ad Amman - circa ottanta persone provenienti da più di venti Paesi del mondo - va appunto in questa direzione. Per esempio quest'anno rifletteremo sulla libertà religiosa, sulla libertà di coscienza, sulla libertà di conversione alle religioni, partendo dalla sensibilità orientale messa a confronto con quella occidentale circa il grande tema - che è poi un importante termine di confronto con l'islam - che è quello del rapporto tra verità e libertà.

  Nelle motivazioni del premio "Hemingway Europa" si legge del suo intenso lavoro, in qualità di patriarca di Venezia, per sostenere il dialogo fra culture diverse. C'è un linguaggio comune al quale fare riferimento?

  Fondamentale, per la costruzione di un linguaggio comune, è quell'allargamento della ragione cui il Papa, da Ratisbona in poi, non si stanca di richiamarci. Insieme alla certezza che la storia non è abbandonata alla deriva del caso, ma è saldamente sorretta dalle mani di Dio. Quando l'uomo esclude Dio dalla sua vita personale e sociale, vive male. In questa direzione le religioni - come espressione concreta, vitale, popolare di un rapporto con Dio - sono una particolare e straordinaria risorsa, purché accettino di lasciarsi purificare dalla fede. E proprio a questo serve il dialogo tra le religioni. Gesù Cristo, unico e universale redentore, accompagna l'umanità che cammina con le due ali della ragione e della fede.

  Un altro dialogo che sembra oggi difficile è quello tra scienza e fede.

  Su questo versante credo che le vie del dialogo siano due. La prima, e principale, è che tutti dobbiamo riconoscerci figli di un unico Dio. Anche chi dice di non credere, dovrebbe cercare di non rinunciare all'ipotesi che Dio sia all'opera, perché questa di fatto è l'ipotesi più ampia e più rispettosa di tutti. In secondo luogo dobbiamo mettere in grande evidenza il valore pratico dell'essere insieme. Troppo raramente si sottolinea questo dato:  il primo grande valore che abbiamo in comune è che siamo, per così dire, "costretti" a vivere insieme. Perciò il confronto incessante nel rispetto del comandamento della "regola d'oro" - non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te - è una condizione fondamentale perché si possa vivere per quanto possibile in pace.

  Torniamo a Hemingway. Venne in Italia durante la prima guerra mondiale e poi ci ritornò alla fine degli anni Venti, quando completava il suo Addio alle armi. Sono passati circa ottant'anni, e il mondo è già molto diverso da quello che lui raccontava.

  Certo. Anche se l'inquietudine che animò Hemingway - e che purtroppo lo condusse a una soluzione tragica della sua vita - letta positivamente, dovrebbe suonare da sveglia per l'uomo europeo che oggi invece risulta piuttosto impagliato. Certamente il mondo è cambiato. Le grandi trasformazioni in atto a livello dell'amore, a livello della vita, della globalizzazione, della civiltà delle reti, del meticciato di civiltà costringono anche noi a un cambiamento che cominci dal profondo. Ma la radice di questo cambiamento è legata a quell'inquietum cor che Hemingway possedeva e di cui Agostino ha fornito la giusta interpretazione. L'uomo che non sente più l'inquietudine suscitata dal desiderio di vedere il volto di Dio, non ha energia per costruire civiltà. In questo senso Hemingway resta attuale.
Italian Pellegrinaggio del Clero diocesano di Bergamo
Jun 08, 2008
Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia. Venezia, 4 giugno 2008

Eccellenze Reverendissime,

Cari Sacerdoti,

1. Siete venuti pellegrini da Bergamo in questa Basilica patriarcale, nel 50° anniversario dell’elezione del Patriarca Roncalli alla sede di Pietro e nel 45° del suo transito, volendo ripercorrere tutte le strade che la Provvidenza ha fatto compiere ad Angelo Giuseppe per condurlo un giorno fino a Roma sul soglio di Pietro. Nell’articolato itinerario annuale della vostra memoria non poteva mancare Venezia, la sede in cui il Beato Giovanni XXIII ha esercitato il suo fecondo ministero episcopale.

Per Voi sacerdoti della Chiesa di Bergamo ove il Beato Roncalli è nato e cresciuto, venire a Venezia manifesta il desiderio di paragonarsi con i tratti significativi della personalità cristiana e sacerdotale di Giovanni XXIII. L’amore del Beato Roncalli per San Marco, patrono di Venezia e delle genti venete, e per questa Basilica dà ragione della scelta di celebrare la Messa Votiva dell’Evangelista. È il modo migliore per ringraziare il Signore del grande dono del Beato Giovanni XXIII alla Sua Chiesa.

2. «O Dio, che hai glorificato il tuo evangelista Marco con il dono della predicazione apostolica». Queste parole della preghiera di Colletta riecheggiano il contenuto delle Letture che abbiamo ascoltato. «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15): così l’evangelista Marco sintetizza il mandato che il Risorto affida ai suoi discepoli. Ed essi, come ci ha ricordato il Libro degli Atti, non mancano di obbedire al comando del Signore: «e noi vi annunziamo la buona novella» (At 13, 32).

Il dono della predicazione. Se ascoltata con attenzione, questa formula può risultare un po’ strana. La predicazione viene definita come un dono. Ma non è soprattutto un compito per noi sacerdoti? Eppure la liturgia parla con chiarezza di dono: predicationis gratia, non parla nemmeno di munus, che può essere tradotto contemporaneamente come dono e compito.

Così, senza passaggi intermedi né tentennamenti, siamo condotti al cuore del mistero di ogni vita sacerdotale e, in particolare, siamo aiutati a cogliere la coscienza che Roncalli aveva del proprio ministero. Secondo il Beato Patriarca il ministero esige un’unità profonda tra due poli indisgiungibili.

Da una parte la coscienza di essere «presi a servizio». La vocazione infatti prima e più che la decisione di servire sorge dall’essere presi a servizio da parte di un Altro. Siamo stati chiamati, è il Signore che ci ha scelti. Ecco perché la predicazione – come emblema di tutto il ministero sacerdotale – è parte costitutiva della chiamata, è un dono.

Cosa significa vivere il sacerdozio come mandato? Nessuno si manda da sé, neppure il Figlio e lo Spirito. Così noi, ogni mattina, dobbiamo iniziare la giornata recuperando la coscienza che il Signore ci ha scelto. E ogni mattina dobbiamo personalmente rispondere di nuovo al Signore di Sì, siamo chiamati a lasciarci di nuovo prendere a servizio. La memoria viva del Risorto che ci sceglie e ci invia dovrebbe esprimersi in ogni gesto ed in ogni istante della nostra vita sacerdotale. Qui sta l’unica radice imperitura della testimonianza.

Ma nello stesso tempo e in modo inscindibile l’unità del cuore del pastore fa riferimento ad un altro polo. Lo esprime bene il Patriarca Roncalli nel suo diario, il 17 maggio 1953, poco dopo l’ingresso solenne in Diocesi, durante gli esercizi spirituali: «Ciò che mi prende è la gravità delle mie responsabilità di pastore: non sono più di me, ma delle anime dei miei fedeli». La vocazione del sacerdote, più di ogni altra vocazione, si compie nella missione. La missione non è qualcosa di aggiunto alla fisionomia del cristiano: è il volto concreto della chiamata che il Padre ha voluto per lui. «Sono delle anime dei miei fedeli», afferma Papa Giovanni. Qui vocazione e missione - come in Cristo Gesù, l’apostolo, il mandato per eccellenza (cfr Eb 3, 1) - tendono a coincidere. Non è proprio possibile considerare il nostro ministero alla stregua di un mestiere.

Presi a servizio per la missione: ecco il cuore della vita sacerdotale che batteva nel petto del Beato Roncalli. Ma in questo, come in tante altri tratti della sua ricchissima personalità, il Beato Giovanni XXIII è un fedele rappresentante della miglior tradizione del cattolicesimo bergamasco e lombardo.

3. Dove reimparare ogni giorno questo nucleo incandescente della nostra vocazione sacerdotale? Il Libro ed il Calice è la risposta del Beato Roncalli: la celebrazione dell’Eucaristia, ove la mensa del pane è illuminata dalla proclamazione della Parola di Dio. L’Eucaristia è certo il luogo proprio della predicazione apostolica, l’ambito in cui questa si offre al popolo cristiano in modo compiuto perché è - come dice Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis - «Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo» (SCr 14). Celebrando in persona Christi noi veniamo coinvolti nella donazione che Egli fa di Sé al Padre e agli uomini. Diventiamo noi stessi memoriale e offerta. Memoria della nostra elezione che non viene mai meno; offerta della nostra vita per l’edificazione della Chiesa e la salvezza del mondo.

L’uomo post-moderno ad un tempo assetato e smarrito può incontrare in ministri siffatti una autentica compagnia (cum-panis) verso il proprio destino. L’Eucaristia fa di noi uomini della comunione. quella comunione con Cristo e con i fratelli che ci costituisce perché ci precede. La comunione implica, costi quel che costi, una stima previa verso tutti. Dalla consapevolezza, quotidianamente ripresa e custodita, dell’origine sacramentale della nostra comunione, scaturisce questa inaudita possibilità, donata ad ogni rapporto tra cristiani, ma chiamata a brillare di luce speciale nel presbiterio. Mi riferisco alla carità e per noi alla carità sacerdotale.

Su che cosa può fondarsi una posizione umana così radicale per cui la comunione è più forte di tutte le opinioni, più forte di tutte le incomprensioni, più forte persino delle umiliazioni? Può fondarsi solo sul riconoscimento che chiunque mi è dato, mi è dato dal Padre per il mio bene oggettivo. Quindi mi corrisponde profondamente, al di là di ogni diversità, anche profonda. Come faremmo altrimenti a seguire il comando di Gesù: amate i vostri nemici? O l’invito di Paolo ad essere nel dolore lieti? Dove il popolo può vedere questa novità che alimenta la speranza e documenta nel presente il trionfo del Crocifisso Risorto se non nella comunione organica dei presbiteri? Non ci sono pre-condizioni a questa stima a meno di umiliare la carità, senza la quale nulla ha valore. Il Beato Patriarca lo dice con la consueta concretezza nel diario del 6 marzo 1954: «Trovo che si può forse ottenere di più: ma ciò sarà più facile colla cooperazione di tutti che colle critiche. Chi non ha difetti fra noi? E ciascuno non ha un carattere suo? E il pensiero d’averlo non dovrebbe incoraggiarci a tollerare il carattere altrui?».

4. Carissime Eccellenze e carissimi sacerdoti, il Vostro pellegrinaggio è motivo di conforto e di letizia per la Chiesa veneziana e per il suo Patriarca.

La memoria del Beato Roncalli rimane salda in terra veneta. Ma l’affetto che il popolo bergamasco gli riserva genera in tutti noi un po’ di santa invidia e ci incoraggia ad essere più decisi nella sequela di Giovanni XXIII. A proposito del suo amore per Bergamo, che trasuda da tutti i suoi scritti, Roncalli annota nelle sue agende l’8 marzo 1953: «A Bergamo (…) La mia persona scomparve nella semplicità, ma apparve vivido e sincero e commovente l’affetto dei Bergamaschi per il loro concittadino tanto onorato dalla S. Sede. Non nobis, Domine [Sal 113B,1]».

«Non nobis, Domine». Anche noi, in questa splendida giornata veneziana, possiamo ripetere il versetto del Salmo perché è la chiave del nostro pellegrinaggio di gratitudine: «Non nobis, Domine». Amen.
Italian Corpus Domini 2008
May 27, 2008
L'omelia del Cardinale.

Anche se avvolta “in un abissale mistero”, la festa del Corpus Domini è avvertita come “profondamente umana” perché “l’esperienza umana elementare - mangiare dello stesso pane e bere dello stesso vino - è un segno di familiarità, di comunione di vita. Qui è l’unico Corpo di Gesù Cristo che ora ha assunto forma eucaristica e ha il potere di incorporarci a sé. È Lui infatti che aggrega e unisce. L’Eucaristia realizza l’unità della Chiesa in Cristo, un’unità profonda e radicale, non sentimentale o a basso prezzo. Da riconoscere ed obbedire prima che da costruire... La festa del Corpus Domini, cioè dell’Eucaristia come cuore pulsante di tutta la Chiesa, ci pone davanti ad un grande mistero. «Mistero della fede!» è infatti l’espressione che conclude l’azione della consacrazione che sta al centro della Santa Messa. Un grido di adorazione di fronte a Colui che supera la nostra povertà di creature e rende veramente presente l’infinita ricchezza di Dio, una realtà che non possiamo afferrare compiutamente, ma che ci corrisponde profondamente”. Sono alcuni passaggi dell’omelia del Patriarca di Venezia card. Angelo Scola pronunciata ieri sera, nella basilica di S. Marco, durante la messa della solennità del Corpus Domini.

Nella sua riflessione il Patriarca ha affermato tra l’altro: “La mancanza di ciò di cui abbiamo bisogno per vivere (non solo dei beni materiali, ma soprattutto di quelli spirituali) mette alla prova la nostra fede. O recriminiamo o ci affidiamo. La memoria del Corpus Domini, la celebrazione eucaristica, l’adorazione e la solenne processione sono la via maestra per questo affidamento lungo «il viaggio della nostra vita». La nostra libertà è chiamata al passaggio dal bisogno all’abban-dono, come ho visto in tantissimi pellegrini - soprattutto negli ammalati, ma non solo - nel recente pellegrinaggio che ho vissuto con molti di voi a Lourdes”. Ed ha quindi proseguito: “L’uomo che, per grazia, accoglie il dono dell’Eucaristia fa ogni volta una singolare esperienza. La misericordia amorevole della Trinità irrompe nel susseguirsi meccanico degli instanti del suo tempo, vi opera una benefica discontinuità che provoca la sua libertà. Accorgendosi allora dell’abissale differenza tra l’infinita libertà di Dio che si dona eucaristicamente e la pochezza dell’umana libertà il fedele si abbandona a Cristo, trasforma la sua esistenza in offerta vivente. Questa assume una vera e propria forma eucaristica sia a livello personale che a livello sociale. Cambia il modo di vivere gli affetti, il lavoro, il riposo. Cambia il modo di usare i propri beni. Cambia il nostro sguardo sugli altri. Anche dentro la prova e la contraddizione l’offerta di sé dà sapore alla realtà rendendovi presente Cristo. Nell’adorazione eucaristica domandiamo il dono di saper offrire noi stessi. Nella virtù dell’offerta, somma delle virtù teologali e cardinali, sta il principio del rinnovamento ecclesiale e sociale. Qui nasce il fedele e il cittadino”. Al termine della celebrazione in cattedrale si è poi svolta la processione in Piazza San Marco con la benedizione eucaristica all’intera città.

Di seguito, l'omelia:

1. «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere» (Dt 8, 2). Mosé invita il popolo alla memoria, a cercare le orme di Dio sul proprio cammino. Israele, che ormai vive pienamente stabilito in Palestina nella prosperità, rischia di dimenticare i quarant’anni del deserto, della fame e della sete, delle continue minacce di morte da cui è stato salvato. Tacitando il proprio bisogno più profondo culla l’illusione della propria autosufficienza.

Ma poi, dentro l’esistenza del popolo come in quella di ciascuno di noi, la condizione del deserto si ripresenta. La mancanza di ciò di cui abbiamo bisogno per vivere (non solo dei beni materiali, ma soprattutto di quelli spirituali) mette alla prova la nostra fede. O recriminiamo o ci affidiamo. La memoria del Corpus Domini, la celebrazione eucaristica, l’adorazione e la solenne processione sono la via maestra per questo affidamento lungo «il viaggio della nostra vita» (Orazione di Colletta). La nostra libertà è chiamata al passaggio dal bisogno all’abban-dono, come ho visto in tantissimi pellegrini - soprattutto negli ammalati, ma non solo - nel recente pellegrinaggio che ho vissuto con molti di voi a Lourdes.

2. «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita» (Gv 6,53). Gesù parla fin troppo chiaro, ma la sua rivelazione è durissima. La festa del Corpus Domini, cioè dell’Eucaristia come cuore pulsante di tutta la Chiesa, ci pone davanti ad un grande mistero. «Mistero della fede!» è infatti l’espressione che conclude l’azione della consacrazione che sta al centro della Santa Messa. Un grido di adorazione di fronte a Colui che supera la nostra povertà di creature e rende veramente presente l’infinita ricchezza di Dio, una realtà che non possiamo afferrare compiutamente, ma che ci corrisponde profondamente. L’azione eucaristica, la più elevata tra tutte le azioni umane, anticipa quanto Benedetto XVI ha scritto nella sua seconda Enciclica: noi aspettiamo «la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita» (Spe salvi 27).

3. Pur immersa in un abissale mistero la festa del Corpus Domini è una festa che sentiamo profondamente umana.

Il corpo è la via sempre percorsa dalle nostre relazioni, da quelle più esteriori e superficiali a quelle più intime e costitutive. L’estrema possibilità del dono reciproco passa dall’impegnare il proprio corpo. Lo sanno bene le madri con i propri bambini - sonno, salute… fino alla stessa vita spesi per loro - o gli sposi l’uno per l’altra. Nell’amore fra persone umane la parola deve diventare carne per compiere la sua verità.

Ma l’amore umano, pur nei più grandi esempi di dedizione, incontra sempre barriere insormontabili che gli si oppongono. Anche la comunicazione più intima non raggiunge l’essenza dell’altro che sempre ci resta altro. Solamente il Verbo di Dio che si è fatto carne ed abita in mezzo a noi realizza il miracolo di oltrepassare i confini di ogni essere corporeo.

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,58). Assumete dentro di voi ciò che sembra stare soltanto accanto a voi - ci dice il Signore Gesù - e, come Io posso oltrepassare i confini, così lasciate cadere i vostri confini, assumendo me. Io vi libero dalla vostra presunta solitudine alienata e vi riprendo nella mia comunione per rendervi capaci di vera comunione tra di voi.

Noi mangiamo il Suo corpo, ma non siamo noi ad assimilare questo cibo prezioso: è proprio facendosi nostro cibo e nostra bevanda che Gesù ci assimila a Sé.

4. Nell’esperienza umana elementare mangiare dello stesso pane e bere dello stesso vino è un segno di familiarità, di comunione di vita. Il pasto comune rafforza l’amicizia. Ma qui è l’unico Corpo di Gesù Cristo (Corpus Domini) che ora ha assunto forma eucaristica e che ha il potere di incorporarci a sé: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo» (2 Cor 10, 17). È Lui infatti che aggrega e unisce. Ci fa veramente compagni (l’etimo latino della parola, formata da cum e da panis, rimanda alla radice eucaristica).

L’Eucaristia realizza l’unità della Chiesa in Cristo, un’unità profonda e radicale, non sentimentale o a basso prezzo. Da riconoscere ed obbedire prima che da costruire. Quanto siamo mancanti a questo livello, quanti peccati commettiamo con leggerezza contro la comunione. Chiediamone umilmente perdono davanti a Gesù sacramentato.

5. «Noi ci accostiamo alla mensa di questo grande sacramento, perché l’effusione del tuo Spirito ci trasformi a immagine della tua gloria». L’uomo che, per grazia, accoglie il dono dell’Eucaristia fa ogni volta una singolare esperienza. La misericordia amorevole della Trinità irrompe nel susseguirsi meccanico degli instanti del suo tempo, vi opera una benefica discontinuità che provoca la sua libertà. Accorgendosi allora dell’abissale differenza tra l’infinita libertà di Dio che si dona eucaristicamente e la pochezza dell’umana libertà il fedele si abbandona a Cristo, trasforma la sua esistenza in offerta vivente. Questa assume una vera e propria forma eucaristica sia a livello personale che a livello sociale. Cambia il modo di vivere gli affetti, il lavoro, il riposo. Cambia il modo di usare i propri beni. Cambia il nostro sguardo sugli altri. Anche dentro la prova e la contraddizione l’offerta di sé dà sapore alla realtà rendendovi presente Cristo. Nell’adorazione eucaristica domandiamo il dono di saper offrire noi stessi. Nella virtù dell’offerta, somma delle virtù teologali e cardinali, sta il principio del rinnovamento ecclesiale e sociale. Qui nasce il fedele ed il cittadino.

6. «Ecce panis Angelorum factus cibus viatorum» (Sequenza). Il gesto della processione che fra poco insieme compiremo evoca il più semplice e fondamentale mistero umano: il mistero del nostro esistere come un viaggio che a nessuno è dato di disertare. Nella fede che si manifesta nel gesto pubblico della processione l’angoscia che deriva dal non conoscere la meta, o addirittura di negarla, è vinta. Non solo sappiamo dove - o meglio da Chi - andiamo, ma abbiamo il viatico per il nostro cammino.

Avviandoci verso la conclusione del mese che il popolo cristiano Le dedica, chiediamo a Maria, donna eucaristica e Chiesa immacolata, di custodirci nel nostro cammino: Le affidiamo tutte le aspirazioni, i desideri, i bisogni, le sofferenze che premono sul cuore nostro e di tutti i fratelli uomini. Amen.
Italian Parlare dei problemi comuni con un giudizio cristiano
May 26, 2008
scoladefinitivosabato26.doc
Parrocchie, comunità e progetto culturale

Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, 26 aprile 2008.
Italian Educazione e laicità?
May 24, 2008
Il Cardinale Scola per i 150 anni del Collegio Canova Istituto Cavanis.

VENEZIA, sabato, 10 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, il 6 marzo scorso al Collegio Canova Istituto Cavanis di Possagno per la celebrazione dei 150 anni di vita dell'istituto.

* * *
Premessa

«Cinquant’anni di povertà e di lotte, come si conveniva ad un nuovo tipo di scuola che fosse gratuita, libera e aperta». Così si legge a pagina 8 del volume dal titolo “I Venerabili Servi di Dio P. Antonio e P. Marco Cavanis” a proposito della loro vita interamente spesa al servizio di Dio e della gioventù.

Certamente, nel panorama della proposta educativa del Patriarcato di Venezia, delle nostre terre venete e ormai in diversi continenti, ma più in generale nel nostro Paese, l’opera dei Fratelli Cavanis brilla come fulgido esempio di un modello di scuola che, con la straordinaria capacità di precorrere i tempi spesso propria dei santi, appare oggi più decisivo che mai per la edificazione di una vita buona personale e sociale. Decisivo, ma purtroppo ancora troppo spesso frainteso, quando non apertamente osteggiato, perché vittima di riduzioni ideologiche che ne pregiudicano la retta comprensione.

Per questo non mi sembra inutile, prima di addentrarmi a descrivere sinteticamente quelle che sono, a mio giudizio, le strutture portanti di un sistema educativo autenticamente laico ed adeguato ad una società plurale come la nostra, proporre qualche considerazione che aiuti a chiarire i termini essenziali della questione educativa.

1. Un significativo conflitto di linguaggi

Anzitutto occorre fare una constatazione. Quando oggi in Italia si ragiona intorno al carattere della scuola, colpisce come avvenga una sorta di distorsione semantica negli aggettivi che ad essa si riferiscono, a seconda che vengano adoperati a partire dai diversi approcci ideologici. Distorsione che non di rado genera conflitto.

Facciamo qualche esempio. Una scuola “libera” è, secondo alcuni, una scuola libera da vincoli ideologici di tipo identitario. Per altri, invece, la scuola è libera proprio in quanto può trasmettere un sistema coerente di valori legati ad una precisa concezione di vita senza costrizioni da parte dello Stato.

Per gli uni, una scuola è indipendente perché in un contesto di finanziamento centralizzato può operare senza preoccuparsi di competere sul “mercato” per affermare la propria qualità; per gli altri, è indipendente perché grazie alla sua qualità (intesa come capacità di rispondere in modo adeguato ai bisogni degli “utenti”) resta sul “mercato” senza dipendere dallo Stato.

2. A proposito di laicità

Non è necessario sottolineare che questo significativo conflitto di linguaggi trova il suo zenit nell’uso del termine laico. Anche questo termine è impiegato con significati assai diversi e spesso contraddittori.

Il concetto di laicità oggi più diffuso poggia su un presupposto acritico e non dichiarato. Considera che, in una società democratica plurale, il rapporto tra il singolo individuo portatore di diritti fondamentali e lo Stato si possa correttamente dare solo a patto di non introdurre tra i due, in nessuna forma, altri elementi di riferimento e di mediazione. In questo contesto, la religione - o più in generale una ben identificabile Weltanschauung - costituirebbe un “terzo incomodo”, tollerabile solo se si riduce a fatto privato proprio del singolo individuo. È la fase ulteriore del processo per cui «la globalizzazione enfatizza una soluzione di neutralità culturale: per la democrazia occidentale odierna tutte le religioni sono “uguali” (in-differenza). La sfera pubblica è dichiarata neutrale verso le religioni (…) Alle diverse religioni si chiede e si impone di considerare il loro universalismo come un fatto privato…».

In ambito scolastico questa posizione implica necessariamente l’opzione per un sistema che si vuole neutro o indifferente. Un sistema che, rinunciando a una proposta di senso, considera di fatto l’educazione prevalentemente come addestramento o apprendimento di technicalities. Senza dover esaminare in dettaglio i termini di questa proposta non ci si può impedire di rilevare che sistemi di questo tipo finiscono nelle secche di quel razionalismo intellettualistico che ancor oggi, con diverse varianti, inficia una grande parte delle istituzioni educative. Esso si esprime, da una parte, nella pretesa di “attrezzare” l’educando fornendogli una sempre più articolata gamma di competenze; dall’altra nel considerarlo come una sorta di monade autosufficiente, sciolto da ogni legame. Nozionismo ed abilità tecnico-pratiche da fornire ad un individuo separato: a questo si riduce spesso l’educazione nelle nostre società sviluppate.

La domanda che si impone allora è chiara: è accettabile l’equivalenza tra laicità e neutralità o indifferenza?

Per rispondere a questa domanda è necessario chinarci, sia pur sommariamente, sulla natura del fenomeno educativo come tale, imprescindibile punto di riferimento, di fatto o di diritto, del sistema scolastico.

3. Educazione come relazione

a) Rendere possibile un’esperienza integrale

«La cosa più importante nell'educazione non è un “affare” di educazione, e ancora meno di insegnamento» così Jacques Maritain, andando al cuore della questione educativa, individua l’inquietante eppure appassionante paradosso di cui ogni vero educatore è ben consapevole. E, subito dopo, ne indica la ragione: «L’esperienza, che è un frutto incomunicabile della sofferenza e della memoria, e attraverso la quale si compie la formazione dell’uomo, non può essere insegnata in nessuna scuola e in nessun corso».

La categoria di esperienza - assunta nella sua integralità, una volta sgombrato il campo da ogni riduzione psicologico-soggettivistica del termine - è il cardine della proposta educativa. L’esperienza integrale può garantire il processo educativo perché garantisce lo sviluppo di tutte le dimensioni di un individuo fino alla loro realizzazione e nello stesso tempo l’affermazione di tutte le possibilità di connessione attiva di quelle dimensioni con tutta la realtà. Realtà in tutte le sue dimensioni, intesa quindi come esistente umano, esistente storico, esistente vitale, esistente cosmico. Dimensioni cariche di implicazioni tra le quali la principale è Dio.

Una simile concezione dell’educazione comporta un giudizio positivo sulla realtà. Il reale, al di là delle tensioni drammatiche che lo attraversano, al di là della sua stessa contingenza, è un bene. L’educazione, per dirla con la celeberrima definizione di Jungmann, è introduzione alla realtà totale («eine Einführung in die Gesamtwirklichkeit») proprio perché la realtà totale corrisponde - “corrispondenza” è la parola che traduce la cum-venientia dei medioevali - al cuore (alle esigenze costitutive) dell’uomo. E corrisponde perché è per il bene dell’uomo. Quindi è un positivo.

Come si rivela questa percezione della positività del reale? Si rivela a partire dalla sua natura di avvenimento. Il mistero dell’essere si dona nel reale, perciò ogni manifestazione del reale si presenta come evento (dal latino e-venio) che interpella la nostra libertà provocandola ad aderire.

In questo senso l’educatore, cercando di introdurre l’educando in un’esperienza integrale della realtà, lo conduce progressivamente a coglierne la natura propria, quella cioè di essere, in tutte le sue manifestazioni, segno del Mistero. E per i cristiani il volto del Mistero è quello del Padre che ci è stato rivelato da Gesù.

b) Natura inter-personale dell’educazione: autorità e tradizione

Una simile impostazione, ad un tempo teoretica e pratica, mette subito in campo la natura inter-personale del processo educativo.

Educatore ed educando sono considerati come liberi soggetti coinvolti in un rapporto modulato dall’imporsi del reale.

Imprescindibile punto di partenza perché l’educando possa percorrere la strada dell’integralità dell’esperienza è la cura che le generazioni adulte si prendono delle nuove generazioni. Per me l’immagine più efficace di cosa sia questa cura della catena di generazioni, è l’immagine di Enea che lascia Troia distrutta con Anchise sulle spalle e il figlioletto Julo per mano. L’educazione vede all’opera la catena di generazioni.

Come giustamente è stato affermato, l’educazione domanda tradizione.

Essa consiste, come diceva Blondel, in un luogo di pratica e di esperienza, vissuto e proposto in prima persona dall’educatore alla libertà sempre storicamente situata dell’educando. Pertanto la tradizione rettamente intesa è per sua natura aperta a tutte le domande che incombono sul presente. È innovativa. Essa garantisce, come diceva Giovanni Paolo II, la “genealogia” della persona e non solo la sua “biologia”. Assicura la piena ed autentica esperienza di paternità-figliolanza, imprescindibile condizione per suscitare civiltà.

Si capisce allora il peso che nella proposta educativa ha il fattore dell’autorità, termine di cui è bene non dimenticare il significato etimologico più accreditato. Il sostantivo latino auctoritas deriva dal supino del verbo latino augere che significa “far crescere”. La persona autorevole, infatti, incarna quell’ipotesi esistenziale di lavoro, cioè quel criterio di sperimentazione dei valori che la tradizione mi offre; l’autorità, quando è autentica, è l’espressione efficace della trama di relazioni comunitarie in cui si origina la mia esistenza. In questo caso l’educando sente l’autorità come profondamente con-veniente alla sua persona.

c) Natura inter-personale dell’educazione: partecipazione e rischio

L’integralità dell’esperienza, nel rispetto della natura del reale, non è garantita solo dal fatto che l’educando sia chiamato al paragone con una proposta vivente e personale veicolata dalla tradizione - sempre innovativa - attraverso una figura autorevole. È necessario che l’educando si impegni personalmente con tale proposta.

È importante capire che in questo passaggio non è semplicemente in gioco un metodo educativo più adeguato, o più consono con le legittime aspirazioni di “autonomia” dei giovani. La portata dell’affermazione a questo proposito è molto più profonda. Si tratta di riconoscere la struttura ultima del rapporto tra l’io e la realtà. In forza di tale struttura, se la libertà dell’uomo non si mette in gioco, gli è negato l’accesso alla verità. Infatti, se la verità è l’evento in cui realtà ed io si incontrano e se tale evento si dà sempre e solo nel segno, non esiste, ultimamente, possibilità di conoscere il reale (verità) senza una decisione.

Afferma l’esegeta Schlier, in proposito: «Il senso ultimo e peculiare di un evento, e quindi l’evento stesso nella sua verità, si apre solo e sempre ad una esperienza che s’abbandoni ad esso e in questo abbandono cerchi d’interpretarlo» e aggiunge: «un evento si palesa a chi partecipa all’esperienza di esso».

Così l’inevitabile rischio dell’educazione apre l’educando alla massima creatività.

d) Il dia-logo educativo

In questo modo l’educazione si attua nel rapporto tra l’educatore e l’educando sempre situati in un contesto interpersonale comunitario. Si tratta di un dialogo tra libertà.

Martin Buber, che con Ebner e Rosenzweig è annoverato tra i cosiddetti maestri del pensiero dialogico, afferma che l’autentico dialogo è uno «scambio profondo con il reale inafferrabile». Il dialogo come ambito educativo costituisce sempre uno scambio tra l’io (l’educatore che propone e si propone), il tu (l’educando che viene introdotto alla realtà totale). Scambio che è reso possibile dalla stessa realtà che per il suo carattere di segno non è mai meccanicamente afferrabile. Non esiste vero dialogo senza che si mettano in gioco la libertà dell’educatore e dell’educando nell’incessante paragone con il reale. Se mancasse uno solo di queste tre fattori, il trittico dell’educazione verrebbe inevitabilmente meno. Se manca la libertà, integralmente giocata, sia dell’educatore sia dell’educando, il dialogo diventa essenzialmente monologo; se manca l’immersione nella realtà è preclusa la strada all’esperienza.

A partire da questa concezione del dialogo educativo e del percorso fin qui sinteticamente compiuto è ora possibile ripensare il rapporto tra educazione e laicità. Dovrebbe infatti risultare più chiaro che l’equivalenza tra scuola laica e scuola neutra o non identitaria è inaccettabile. Semplicemente perché una tale scuola non può esistere, in forza della natura stessa del rapporto educativo. In altre parole, la scuola si struttura sempre all’interno di un riferimento valoriale, ultimamente riferito ad un quadro – o forse ad una cornice – di significato.

Un’educazione neutra è, di fatto, impraticabile. Infatti, se, come abbiamo mostrato, alla base di ogni educazione sta il concetto di relazione educativa, intesa come rapporto fra chi apprende e chi insegna (in genere, ma non sempre, un giovane e un adulto), in questa relazione, che fiorisce su una trama articolata di rapporti, il senso sta alla base di ogni possibilità di apprendimento.

4. Un sistema scolastico laico

Quali conseguenze derivano da una proposta come quella accennata in vista di un ripensamento del sistema scolastico italiano che possa essere espressione adeguata di una nuova laicità imprescindibile nell’odierna società plurale?

a) Due modelli

L’affermazione dell’impraticabilità della scuola neutra, non significa per me dare vita ad alcune battaglie ideologiche contro l’attuale sistema scolastico italiano. Semplificando possiamo dire che oggi, nel sistema scolastico italiano, esistono due modelli educativi.

* Pluralismo nella scuola unica di Stato

È un fatto che nella storia del nostro Paese è stata operata, almeno fino a poco tempo fa, una chiara scelta per una scuola unica e centralizzata. La tesi dei sostenitori della scuola unica di Stato si basa su questa convinzione: la scuola deve rispondere alla domanda di formazione di una comunità che si riconosce nello stesso universo culturale di valori, norme e comportamenti, e quindi condivide anche un’idea di educazione. Questo universo può essere identificato, nella sua espressione minimale o massimale - a questo proposito ci sono delle notevoli divergenze - con il quadro costituzionale di una determinata democrazia.

Ovviamente coloro che sostengono la scuola unica di Stato conoscono bene il carattere plurale delle nostre società. E in forza di questo dato propongono nella scuola unica di Stato il modello del pluralismo di visioni che si confrontano. Si propugna il cosiddetto “pluralismo nella scuola” opposto al “pluralismo delle scuole”. Il pluralismo, allora, è sostanzialmente reso possibile grazie alla giustapposizione di posizioni diverse, ma considerate parimenti legittime. Il mix delle idee proposte è lasciato totalmente al caso: ammesso che esista una visione sintetica interpretativa della realtà, sarà l’alunno a doversela guadagnare al termine del processo educativo, essendosi confrontato con tutte le posizioni in campo. Così si immagina una sorta di miracolistico effetto per cui i contrasti si comporranno in una armoniosa unità, consentendo all’educando di sviluppare autonomia e senso critico. Questo però è il risultato che si auspica. Il dato che si può, invece, costatare è il conflitto reale che scaturisce tra le visioni a confronto.

Si tratta di un modello che io considero oltre che in sé sbagliato pedagogicamente inefficace.

E questo non in forza di una prevenzione ideologica, ma solo perché considero pedagogicamente inefficace, in ordine alla ricerca, all’insegnamento e allo studio dei saperi che esigono all’origine un principio interpretativo unificatore.

* Pluralismo delle scuole

Il secondo modello, quello generalmente praticato dalle scuole cattoliche (ma anche dalle scuole montessoriane, steineriane, e dal movimento delle free schools), che è teso a garantire, in una società sempre più differenziata, la possibilità di seguire una proposta educativa che riconosca ai soggetti dell’educazione (o alle loro famiglie, quando i diretti destinatari siano troppo giovani per esprimere una scelta) una coerenza che, tenendo conto dei valori irrinunciabili di cittadinanza sancita dalla Costituzione su cui si basa un paese, consenta un reale sviluppo della persona.

In queste scuole si fa una chiara proposta sintetica educativa interpretativa del reale e si invita lo studente a verificarla e a paragonarla a 360 gradi, secondo tutte le forme moderne oggi concepite e concepibili, pienamente consapevoli del contesto di società plurale in cui il sistema scolastico è inserito.

Siccome i ragazzi sono chiamati da mille agenti educativi (pensate alla televisione, a Internet, ecc…) ad un continuo confronto tra diverse Weltanschauungen, tra diverse visioni di vita, in questa scelta da parte delle scuole non c’è nessun rischio di chiusura, tantomeno vi è la preoccupazione di creare un bel recinto in cui custodire il ragazzo. C’è invece la convinzione pedagogica che davanti ad una chiara proposta interpretativa sintetica del reale si educa meglio. Si studia e si impara meglio. A questo proposito il filone di ricerca sul successo scolastico riscontra la benefica influenza sull’apprendimento di un clima scolastico unitario e di un impostazione condivisa.

Questo modello scolastico promuove, inoltre, la vitalità della società civile. Infatti consente di uscire da una situazione che è vessatoria per molte famiglie, dal momento che «la combinazione fra l’obbligo di frequenza, la struttura burocratica, e un apparato abnorme si sostituisce alla scelta delle famiglie… tutte le famiglie possono scegliere il cibo, i vestiti e la casa mentre quando si tratta di lealtà, intelletto, valori fondamentali – in una parola quando è coinvolta l’umanità dell’educando – lo stato domina le ore fondamentali del suo tempo», mentre il principio di sussidiarietà prevede che il processo educativo tenga sempre conto della voce dell’educando, espressa all’interno di una comunità decisionale che lo conosce e si prende cura di lui - normalmente la famiglia - con il contributo dei professionisti che hanno la responsabilità di comunicargli i speri all’interno di un preciso progetto educativo. Nelle scuole scelte dalla famiglia, il pregio principale, oltre alla libertà stessa, è che l’educando nella scuola si sente “a casa”, e quindi sviluppa empatia e impegno morale, consolidando un’identità capace di confrontarsi, e non, come temono alcuni, in contrasto con la sicurezza delle istituzioni, o isolando l’educando dal resto del mondo.

Questo è, dunque, l’altro modello presente nella nostra società.

b) L’odierno contesto culturale

Inoltre questi due modelli sono oggi chiamati a confrontarsi direttamente con un contesto culturale fortemente caratterizzato dal processo in atto - sottolineo la parola processo - che, in altri sedi, ho descritto con l’espressione meticciato di civiltà e di culture.

È necessario riconoscere che l’elevata coincidenza fra il sistema di valori e significati propri degli studenti e dei docenti, che per decenni ha caratterizzato la scuola unica di Stato in Italia, oggi è drasticamente messa in discussione. Infatti questa coincidenza è diminuita nel tempo, prima per il crescere della disparità ideologica fra genitori e insegnanti, ma anche fra genitori e genitori e fra insegnanti e insegnanti, con un processo che può essere definito come di “caduta dell’illusione dell’uniformità”, e poi - in modo più massiccio - per l’affluenza nella scuola di quote rilevanti di ragazzi stranieri di cui solo una minoranza provengono da paesi culturalmente vicini all’Italia.

I dati cambiano con grande rapidità, ho potuto prendere visione di quelli che il Ministero della Pubblica Istruzione ha fornito nello scorso mese di novembre in riferimento all’anno scolastico 2006/2007.

Nel 2006/2007 erano presenti nella scuola italiana più di mezzo milione di ragazzi con cittadinanza straniera, di cui il 25% concentrato in quattro città (Milano, Roma, Torino e Brescia) pari al 5,6%, per lo più nella scuola primaria (38.0% del totale degli stranieri), ma anche nella scuola secondaria di primo grado (22,5%) e nella secondaria (20,5%). I comuni in cui gli studenti stranieri sono più del 15% erano 17 nel 2004-2005, 33 nel 2005-2006 e 51 nel 2006-2007. Le scuole in cui i ragazzi stranieri sono più del 20% sono quasi novecento, e in 89 di esse gli studenti stranieri superano il 40%; in 216 di queste scuole sono presenti ragazzi di più di venti diversi paesi. Di questi ragazzi, il 42,6% sono in parti quasi uguali albanesi, rumeni e marocchini, tutti in ampia crescita.

Questi dati servono esclusivamente ad indicare una situazione così complessa (e la cui complessità è destinata a crescere rapidamente) che non è possibile immaginare una scuola unica e uniforme in grado al tempo stesso di trasmettere i valori della società di arrivo, e di rispettare quelli della società di partenza.

Mi preme però sottolineare che limitare ai ragazzi stranieri il problema della rispondenza della scuola alla domanda di educazione è fuorviante: chiaramente in riferimento ad essi è più evidente il problema della conciliazione fra diritti della persona e doveri del cittadino, ma questo tema vale per qualsiasi persona e qualsiasi cittadino italiano.

c) Il compito dello Stato

In una società veramente laica, il compito dello Stato, per quanto riguarda il sistema scolastico, non è quello di difendere un preteso diritto ad essere l’unico gestore della scuola - scegliendo in questo modo il modello di pluralismo nella scuola unica di Stato -, ma quello di garantire l’educazione, esercitando innanzitutto un’azione di sostegno dei più deboli.

Così quando parliamo di libertà di educazione chiediamo che i due modelli possano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, né più né meno. Non ci interessa fare la battaglia ideologica su quale sia il modello più giusto, anche se non ci manca un’opinione in proposito. Vogliamo stare all’interno di un sistema scolastico che conceda ad entrambi i modelli parità di condizioni giuridiche ed economiche – senza parità economica non c’è di fatto reale parità - a parità di verifica da parte degli organi statuali competenti.

Mi sembra che la strada sia quella del coraggio di applicare fino in fondo il principio delle libertà realizzate sempre più invocato in tutti i settori delle democrazie laiche e plurali odierne. Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società civile. Deve impegnarsi invece a garantire, attraverso opportune forme di accreditamento, le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto l’equità nel diritto all’accesso e alla riuscita e la qualità delle proposte formulate. Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico. È necessario però affermare in pari tempo che le scuole libere, promosse da liberi attori in forza del principio di sussidiarietà, dovranno attuare anche il principio di solidarietà per garantire l’effettivo e qualificato accesso di tutti soprattutto all’istruzione gratuita obbligatoria. Le scuole libere debbono essere scuole di tutti e per tutti. E gli organi statali saranno chiamati, attraverso il processo di accreditamento, a rigorose verifiche.

Concretamente questa proposta significa non espellere le famiglie dall’educazione, ma fornire loro più mezzi (informazione, sostegno economico...). Nel momento in cui ai genitori viene impedito di scegliere, il controllo dell’educazione passa di fatto in mano agli insegnanti e ai burocrati, detentori delle competenze tecniche, che tendono ad abbattere e non a potenziare la partecipazione, e tendono a difendere lo status quo».

5. Un ambito di lavoro comune

La proposta di un sistema scolastico veramente laico che renda possibile nei fatti la coesistenza di questi due modelli, lungi dall’essere un campo di battaglia nel quale opporsi accanitamente, può diventare un’occasione preziosa per un lavoro comune da parte dei diversi soggetti all’opera nella società plurale.

E lo può diventare proprio a partire dal riconoscimento del protagonismo della società civile e del ruolo necessario dello Stato.

Le diverse ermeneutiche presenti nella società civile possono concorrere a dar risposta a due domande fondamentali.

In primo luogo occorre interrogarsi su come e dove si costituisce una solidarietà capace di dare vita a un progetto educativo. E questo mette in campo il dinamismo della società plurale sul quale non possiamo qui soffermarci.

In secondo luogo si tratterà di garantire che i progetti educativi dialoghino tra loro e rispettino un codice comune. Per quanto riguarda la diffusione delle virtù di cittadinanza, è vero che «una società stabile e democratica è impossibile senza un grado minimale di istruzione, e senza la conoscenza e la diffusa accettazione da parte dei cittadini di un insieme di valori comuni. L’educazione può contribuire ad entrambi». In questo ambito lo Stato democratico deve realizzare un equilibrio tra il ruolo di unificatore e quello di garante della diversità delle tradizioni, nei confini di una comune cultura, senza temere il dato inevitabile che nella scuola il “meglio” per una nazione o un gruppo può non esserlo affatto per un altro.

In questo ambito è nell’interesse della società e delle singole persone che le tradizioni religiose e culturali vengano mantenute: lo Stato non deve incoraggiare o scoraggiare queste identità, ma solo accertare che non siano in contrasto con i principi su cui si fonda. È giusto che lo Stato si preoccupi di evitare che le scuole finanziate con denaro pubblico attuino delle forme di discriminazione religiosa o razziale, ma non può farlo imponendo «una cultura unica, secolarizzata, di basso profilo valoriale e dottrinale praticamente a tutti, tranne a quelli che possono pagarsene una diversa».

La capacità della società “laica” di assumere questi compiti eserciterà, assai più che le (mancate) riforme di sistema, un importante influsso sulla qualità della scuola, ma soprattutto sulla qualità dell’esperienza umana che consente.

Siamo ben coscienti che la nostra proposta implica tempi medio-lunghi, anche se ormai è improcrastinabile la necessità di compiere subito dei passi. La parità scolastica integralmente assunta e la pista dell’autonomia di cui per ora esiste solo il tracciato, se portate con coraggio fino in fondo, possono rappresentare una strada percorribile al fine di condurre al traguardo di una autentica libertà di educazione nel nostro paese.
Conclusione

Il grado di civiltà di una società si giudica soprattutto a partire dal peso e dalla libertà dati al fattore educativo da parte delle Istituzioni che sono chiamate a promuoverlo e a garantirlo. In quest’ottica il diritto all’educazione deve essere riconosciuto a tutti i soggetti in grado di realizzare intraprese scolastiche veramente pubbliche, cioè al servizio di tutti.

Di questo, ben due secoli fa, i fratelli Cavanis sono stati profeticamente consapevoli. Per questo hanno lottato strenuamente e si sono spesi infaticabilmente fino al termine della loro vita. Tutte le opere fiorite dal loro carisma - dal germe iniziale della Congregazione mariana del 1802, in cui sono già ben riconoscibili i tratti fondamentali del loro metodo educativo, fino all’antico e robusto albero di questo Collegio Canova, rigoglioso di frutti, o alle più recenti fondazioni in America Latina o nelle Filippine - documentano la straordinaria con-venienza della loro proposta educativa con il cuore dell’uomo di ogni tempo e a tutte le latitudini.
Italian Scola: la mia idea di scuola libera di Roberto Papetti
May 24, 2008
I progetti del Marcianum – modello di educazione libera e internazionale, un “polo” dalla materna al dopouniversità - e il suo ruolo nella società: a colloquio con il Patriarca.

(IL GAZZETTINO, 16 aprile 2008) «L'assenza dei temi dell'educazione e della scuola dalla recente campagna elettorale è grave.

Penso sia uno dei segni oggettivi della fatica che si avverte nel nostro Paese e di una certa incapacità degli opinion leaders a tutti i livelli di interpretare i bisogni reali del popolo. Nella
visita pastorale io constato invece che c'è una grandissima attenzione dei genitori, al di là della crisi della famiglia, ai temi dell'educazione dei figli. Sono impressionato dalla partecipazione massiccia di papà, mamme, nonne e nonni agli incontri che facciamo su questi temi e si tratta di persone che solo in minima parte - meno del 10% - va a Messa alla domenica. È il segno che c'è una domanda educativa acuta e realmente preoccupata che aspetta una risposta adeguata. Credo che questo spieghi anche certo distacco dalla politica: c'è una lontananza
dalla vita concreta della gente». Il Cardinal Angelo Scola interverrà oggi alla Basilica della Salute per il quarto Dies Academicus del Marcianum, il polo pedagogico-accademico (dalle
elementari fino ai corsi post-universitari) fortemente voluto dal Patriarcato di Venezia e sviluppatosi grazie anche ai contributi della Legge speciale e della Regione Veneto. Una realtà educativa originale a cui Scola affida un ruolo strategico: polo educativo con forte impronta internazionale, ma anche esempio concreto di quel modo di fare educazione che vede nella società civile un soggetto attivo e protagonista. Temi che da sempre vedono Scola molto sensibile e impegnato e che sono al centro di questa conversazione con il Gazzettino.

Patriarca, dopo quattro anni, che bilancio fa dell'esperienza del Marcianum?

«Positiva, anche se dopo appena quattro anni un vero bilancio è prematuro per un'impresa di questo tipo. Ma si possono già allineare alcuni elementi che mi sembrano molto significativi per
la loro incidenza nella vita della Chiesa e della società civile. Il primo elemento è la nascita della Fondazione Studium Generale Marcianum. Abbiamo fatto una scelta che implica un certo rischio poiché rappresenta un inedito rispetto all'abituale modo di agire in ambito ecclesiastico.

Il Patriarcato ha voluto coinvolgere nella gestione diretta del Marcianum la società civile, chiamando persone giuridiche e domani anche persone fisiche ad essere soci e sostenitori di
questa impresa e a governarla attraverso un consiglio d'amministrazione e una giunta esecutiva. La Fondazione Patriarca Agostini, che risponde in ultima analisi alla Curia, oggi ha
solo due delle sei quote in atto. Non tutti i miei collaboratori erano propensi a questa operazione»

Per quale ragione?

«Perché sostenevano che in futuro potremmo correre il rischio di perdere il controllo di questa opera in cui abbiamo impegnato molte risorse umane e finanziarie e di compromettere la
proposta pedagogica ed accademica del Marcianum».

Rischi che lei non teme?
«Noi abbiamo deciso anche in questo campo di testimoniare la nostra convinzione che in Italia è realmente necessaria una nuova laicità. Cioè è necessario che nella società plurale si creino
occasioni di confronto attivo e reale in vista di quello che io chiamo il riconoscimento comune.

Il Marcianum è la dimostrazione che si può fare una proposta culturale e di pensiero che ha un volto e un'identità precisi ma che contemporaneamente è capace di un confronto a 360 gradi.
Sono stato molto contento che istituzioni prestigiose si siano impegnate con uno sforzo finanziario rilevante. Questa per noi è la strada affinché la libertà di educazione diventi realtà
nel nostro Paese: vogliamo mostrare che non intendiamo sostenere battaglie ideologiche sulla scuola e l'università, vogliamo soltanto che la società civile, quando è in grado, possa dar vita
a soggetti capaci di gestire istituzioni scolastiche e di ricerca, evidentemente sotto la garanzia che lo Stato è doverosamente chiamato ad esercitare».

A proposito, lei due anni fa, in un'intervista, disse: Lo Stato deve governare la scuola, non gestirla». Un'affermazione, forse volutamente provocatoria, che fece molto discutere. È cambiato qualcosa da allora?

«Il Marcianum è un piccolo segno di quanto io intendo: è la prova che non propongo un'utopia. Certo, perché accada quello che io sostengo è necessario un processo a medio-lungo termine.
Ma credo che da subito dobbiamo liberarci da uno stile di scontro ideologico. Io sono per il pluralismo delle scuole non per il pluralismo dentro la scuola unica e chiedo che lo Stato approfondisca la possibilità di concedere a quei soggetti che ne sono capaci la possibilità di fare una scuola, arrivando a garantire loro gli strumenti economici. Le forme possono essere
diverse: detassazione a favore delle istituzioni che partecipano alla gestione della scuola; detassazione per i genitori che pagano le rette, finanziamento di certi strumenti Il Marcianum è
la dimostrazione che se si lascia lavorare la società civile si può operare e crescere in questo campo. Non voglio essere frainteso: la mia non è una battaglia per la scuola cattolica o
confessionale. Senza rinunciare alla nostra visione del mondo e della vita, noi ci battiamo affinché le cosiddette libertà realizzate comincino ad attuarsi anche in un campo tanto importante e tanto delicato come quello dell'educazione. Mi intristisce non poco il fatto che la sensibilità verso la libertà di educazione in questi anni non sia cresciuta nel nostro Paese e questo è tanto più grave se si pensa che il nostro sistema scolastico e universitario, come tutti riconoscono, non è certo fra i migliori d'Europa. Credo che anche sul piano della qualità delle nostre scuole e della nostra ricerca, una spinta oggettiva, rigorosa e ben governata verso la libertà di educazione potrebbe avere effetti benefici».

Torniamo al Marcianum. Quali saranno i prossimi passi?

«Innanzitutto è ormai imminente l'erezione da parte della Santa Sede della Facoltà di Diritto Canonico che ha avuto, all'inizio, come preside-fondatore il professor Arrieta, uno dei massimi
esperti a livello mondiale, oggi Vescovo. Il primo preside è stato sostituto da Brian Ferme, uno studioso britannico, che è stato il decano di Diritto Canonico alla Cattolica di Washington. La nostra del resto è una Facoltà molto internazionale, attenta al diritto occidentale e al diritto orientale e preoccupata di mostrare come il diritto canonico sia stato il punto di cerniera tra diritto romano e i due diritti oggi praticati, quello di radice latina e il common law anglosassone. Insomma non è un luogo di pura formazione di canonisti ma è un luogo in cui il
cui diritto si dilata alle altre discipline: e il ruolo del diritto nella nostra società è sempre più centrale. Poi mi preme ricordare che ad ottobre partiranno due nuovi indirizzi di laurea
specialistica in Scienze Religiose: bioetica e beni culturali».
Una delle particolarità del Marcianum è proporsi come centro pedagogico-formativo ma anche di ricerca: la vostra proposta educativa va infatti dalle elementari sino agli studi postuniversitari.

Una scelta impegnativa…

«È una delle nostre sfide: un progetto educativo entro il quale comporre l'unità del soggetto del sapere. Per questo abbiamo voluto che tutto il percorso formativo fosse emblematicamente
garantito: ciascuno poi, nel corso del suo itinerario formativo, farà le sue scelte, ma la nostra è una proposta unitaria».
La dimensione internazionale che Lei, da subito, ha voluto dare al Marcianum, quanto deve al ruolo e alla storia di Venezia?
«I fattori alla base di questa scelta sono due. Il primo risale alla fine del 2001, quando Papa Giovanni Paolo II prima di Natale mi chiamò per dirmi che mi avrebbe inviato a Venezia. Il
Santo Padre mi disse: "Ricordati che Venezia deve essere la spalla di Roma" e aggiunse che il Patriarca doveva avere alle spalle un'esperienza episcopale e insieme un'esperienza internazionale, come quella che appunto io avevo maturato a Grosseto e all'Università Lateranense, che ha più di 40 sedi nel mondo. E questo era già un segnale. Il secondo fattore è appunto Venezia, che è realmente, come mi capita spesso dire, una città dell'umanità, un ponte aperto al confronto con le altre culture: Venezia parla naturalmente e quotidianamente con tutto il mondo».

Nasce da qui l'idea di un gemellaggio con Alessandria d'Egitto?

«Uno degli aspetti più interessanti del nostro recente pellegrinaggio in Egitto è stata appunto la riscoperta dell'importante ruolo di Alessandria nella storia della Chiesa e delle comuni radici marciane di Alessandria e Venezia. Inoltre parlando con il nostro Console abbiamo avuto la conferma che esistono rapporti economici intensi tra le due città: per queste ragioni proporrò al sindaco, professor Cacciari, il gemellaggio con Alessandria. Noi intanto abbiamo rinsaldato i legami con la Chiesa copta ortodossa incontrando anche Papa Shenouda III e, naturalmente, con la Chiesa copta cattolica».

A proposito del professor Cacciari: il sindaco collaborerà con il Marcianum?

«So che è stato invitato a tenere una delle relazioni principali del Convegno Internazionale del Progetto Uomo-Polis-Economia su La società plurale nel settembre 2009. Spero proprio che
possa accettare».

Venezia e il Marcianum: che rapporto c'è oggi?

«Un rapporto profondo che va oltre l'attività educativa e di ricerca, ma di cui forse la città non ha ancora piena conoscenza. Basti pensare che ogni giorno dalla Punta della Dogana passano circa 600 persone coinvolte nelle diverse attività del Marcianum. Così si rivitalizza la Punta della Dogana. Inoltre metteremo a disposizione del pubblico un museo con 500 opere, due biblioteche, stiamo studiando sinergie con il gruppo Pinault. Il nostro, insomma, è un contributo alla crescita antropologica della città».
English Seeking dialogue with 'Islam of the people'
May 24, 2008
Though the parallel shouldn't be pushed too far, in some ways Christian/Muslim relations today might be compared to where things stood with personal computers back in the early 1980s. Everybody knew PCs were the future, but they wouldn't change the world until a simple, appealing, and reasonably standard way of making them work emerged.

Seeking dialogue with 'Islam of the people'
All Things Catholic by John L. Allen, Jr.
Friday, May 23, 2008

Though the parallel shouldn't be pushed too far, in some ways Christian/Muslim relations today might be compared to where things stood with personal computers back in the early 1980s. Everybody knew PCs were the future, but they wouldn't change the world until a simple, appealing, and reasonably standard way of making them work emerged.

Then Apple released the Macintosh in 1984, followed by Microsoft's first version of Windows a year later. Overnight, personal computing went from a hobby to a necessity, and we woke up in the digital age.

In a similar fashion, everybody knows today that dialogue with Islam is critical to the future. The "market," however, has not yet settled on a clear model for how it ought to work - who we should be talking to, what we should be talking about, and what we should expect from those conversations. Until that happens, Christian/Muslim relations will remain a bit like the early days of computing … the rarefied pursuit of experts typing in strings of DOS commands to run even simple operations.

So, is there a potential "Windows" of Christian/Muslim relations out there?

One intriguing candidate is the "Oasis" project of Cardinal Angelo Scola of Venice, an attempt to foster a global network of contacts among Christians and Muslims, attaching special importance to the voices and experiences of Christians who live in majority Muslim nations across the Middle East, Asia and Africa. While Oasis sponsors academic conferences and a journal, it's also devoted to giving voice to real-life experiences of ordinary people, not just intellectual experts and the professional artisans of dialogue.

In light of the fact that Scola, 66, is widely considered a rising star in Catholicism, his patronage alone makes Oasis worth watching.

Launched in September 2004, Oasis is also sponsored by four other cardinals: Philippe Barbarin of Lyon, France; Josip Bozanic of Zagreb, Croatia; Péter Erdõ of Esztergom-Budapest, Hungary; and Christoph Schönborn of Vienna, Austria. None are identified with what one might consider "soft" positions on Catholic teaching or practice. That distinguishes Oasis from some other initiatives, which bring the avant-garde of different traditions into conversation, but not the mainstream. Among other things, Christian leaders who gravitate around Oasis are often willing to challenge Muslims on issues of reciprocity and religious freedom more forcefully than one sometimes finds in other inter-religious forums.

Scola has said that his aim is not primarily to reach out to "moderate Muslims," but rather to "popular Islam," meaning ordinary believers deeply attached to Islamic traditions who nevertheless do not subscribe to radical forms of jihad.

In June, the "scientific committee" of Oasis will meet in Amman, Jordan. The theme is "the relationship between truth and freedom," with specific attention to freedom of conscience and religion, and how the value of religious freedom can be reconciled with respect for the religious tradition of a given people.

Information about Oasis can be found here: http://www.cisro.it/pages/home_en.html [1]

I recently had the chance to talk with Scola about Oasis and the Amman meeting. The following are excerpts from our exchange.

* * *

Your meeting in Jordan will focus on two values, religious freedom and the traditional identity of a given people. The tension between those two values seems steadily more acute in today's world. In your view, what are the basic principles for striking the right balance?

This is a problem typical of our globalized society. We're seeing an unprecedented encounter of people, cultures and religions, which is what I have in mind when I use the phrase meticciato di civiltà - a "hybridization of civiliations." It's a historical process currently underway, and its results are by no means certain. There are blendings that work, and blendings that don't.

The critical point is this: What happens to our identity as a people if a significant bloc begins to call it into question, either because they belong to another religion or because they convert? In some majority Muslim nations, a certain degree of diversity can be tolerated for those who are born into another religion, but the feeling is that the identity of the country would be threatened if those who are born Muslims had the possibility of converting. It's interesting to note the choice frequently presented to these converts: if you want to leave Islam, you also have to leave the country. The assumption seems to be that the personal dimension of faith interests us up to a point, but we want to avoid the 'scandal' of a public gesture.

On the other hand, the modern liberal state is equally unprepared for this question, because it regards only the individual as an interlocutor, and thus thinks solely in terms of individual rights. It's far more difficult to consider the social implications of individual choices. In the end, this leaves many people unprepared for change and disconcerted by it. We see this clearly on the issue of immigration, where it's as if many people today are saying: 'What's happening? You told us that it was all a question of the individual ideas of immigrants, and everyone is free to think whatever they believe. All of a sudden, however, these individuals have become a foreign body, and we don't recognize them anymore.'

If we want to overcome this impasse, the solution, it seems to me, must be sought in the recognition of a good that's also at the basis of every difference, which is the good of relationship. We have to emphasize our common humanity, and to do that, we need to expand the scope of both reason and freedom.

How does the issue of 'reciprocity' enter into the discussion?

In majority Muslim nations, [Christians] certainly don't want to put the dominant social tradition, the social fabric, at risk. To be clear, we [in Europe] ask for the same respect for our traditions from those who arrive to live among us.

Respect for the identity of a given community, however, shouldn't be invoked to violate the human freedoms of single persons. In the end, what's the point of compelling people to remain in a religion in which they no longer believe? Is explicitly walking away truly more damaging to the community than a false profession of belief? This is the kind of frank discussion we hope to have with our Muslim interlocutors.

Why the choice of Amman? Do you believe that Jordan has something to teach us on the question of religious freedom and traditional identity?

Jordan is a country that's 97 percent Muslim, but where the Christian minority faces a situation that, despite some shadows, is without a doubt basically positive, especially compared to other parts of the region. It's a country that's fairly poor in terms of natural resources, yet it has a higher standard of living compared to several of its neighbors which are theoretically more endowed with natural wealth. In many ways, therefore, it's a living example of what the Middle East could be, if the logic of recrimination were abandoned and the path to modernization were opened. In this regard, the support that various members of the Royal Family are giving to dialogue among Muslims, as well as Christian-Muslin dialogue, is universally recognized and appreciated.

In the Middle East today, there's great fear for the Christian future, above all in the Holy Land. Do you see any signs of hope?

The situation is certainly very difficult. Despite that, every time that I have the chance to meet with our Christian brothers in the Middle East, for example during our Oasis meetings, I'm struck by their tenacity and their willness to keep going. In various editions of our magazine, we've amply documented the notable exodus of Christians [from the Middle East], but we don't want to surrender to the logic of lament or regret. The local bishops have repeatedly affirmed that a Christian who doesn't understand the special role providence has assigned to him or her, being born and growing up in a prevalently Muslim environment, is potentially a Christian who will emigrate. We want to do our part to build up such an understanding.

Oasis has a 'preferential option' for Islam. Today's threats to religious liberty, however, go well beyond the borders of the Islamic world. There are serious problems, for example, in India and China. Is there a risk that in the West, religious freedom has come to be seen almost exclusively as an 'Islamic problem,' thus contributing to the idea of a 'clash of civilizations'?

Certainly religious freedom - which is a fundamental value, and can't be reduced simply to liberty of cult - must be defended everywhere, and therefore not just in majority Muslim nations. At the same time, it's true that religious freedom represents an important unsolved dilemma in the relationship between Islam and modernity. For this reason, I believe it has to be faced in an urgent way by Muslims themselves.

You're committed to dialogue with Islam. In particular, you've said in various ways that your interest is not so much 'moderate Islam,' but 'traditional Islam.' How is this effort to build bridges with traditional Islam going?

I think it's too early to start drawing conclusions. In any event, our option is rather for the Islam of the people, which can't be understood exclusively in terms of the category of 'moderate Islam.' The term 'Islam of the people' simply designates as clearly as possible with whom we'tre trying to speak. Moderate Muslims have the possibility of exercising influence only if, and to the extent that, they accurately interpret (and perhaps stimulate an evolution in) the sense of the faith held by common people, meaning the grassroots religiosity that really sustains the life of populations facing situations that are often very difficult. Anyone who's spent even a little time in the Middle East understands this.

Oasis has been around now for almost five years. What fruits do you see so far?

The most beautiful fruit is the gradual construction of a community that embraces Christians from West and East who have intense ties, even though of widely varying sorts, with Muslims. Our hope is that this community will continue to mature.
Italian Scola: «Luoghi di culto islamici proporzionati alle richieste»
May 20, 2008
Dialogo interreligioso: parla il Patriarca di Venezia.

(CORRIERE DEL VENETO di domenica 18 maggio 2008) Mestre - Reale esigenza o questione di principio? Il dibattito sulla costruzione delle moschee e sulla presenza o meno di luoghi di culto islamici nel territorio veneto sta coinvolgendo sempre più cittadini e voci della società civile, e i timori della gente comune sulla perdita di identità e il rischio di radicamento dell'estremismo islamico si mescolano, sull'altro fronte, alle manifestazioni di solidarietà. Un dibattito a cui non si sottrae anche la Chiesa Cattolica, che dopo il documento espresso nei giorni scorsi dalla diocesi di Padova, interviene con la voce autorevole del cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia. «La questione delle libertà di religione e di culto è fuori discussione, in una democrazia sostanziale» asserisce, scansando ogni dubbio, il vescovo veneziano. «Il problema è che questo diritto deve essere radicato nel concreto di una situazione storica, e quindi tenendo conto dell'insieme dei diritti e dei doveri dei cittadini, e in questi casi degli stranieri che vogliono vivere in Italia. In particolare, per quanto riguarda la gestione dei luoghi di culto, occorre valutare bene la proporzione tra l'esistenza di una comunità effettiva e il bisogno di un luogo di culto». No, insomma, alle polemiche sulla dicotomia «moschee sì, moschee no», spiega il Patriarca Scola. I fedeli musulmani di un territorio si radunano in una decina? A questi potrà forse tornare utile anche solo una semplice sala adibita al culto. Se alla stessa comunità islamica aderiscono invece fedeli a centinaia, sarà forse il caso di pensare alla moschea, agendo comunque nel rispetto dei diritti e doveri richiamati dalla società. Questo il pensiero del cardinale, intervenuto lo scorso venerdì a Mestre in un incontro sul tema dell'educazione, e chiamato a rispondere in merito all'insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica e alla prassi dell'insegnamento comparato dei diversi credi: «E' giusto il paragone tra le religioni, nel rispetto di ciò che il Concordato ha stabilito. La religione cristiana è parte integrante dell'educazione: se la scuola non istruisce su di essa, almeno questo non neghiamolo» aveva specificato il card. Scola di fronte ad insegnanti e genitori. «Adesso siamo in una fase un po' strana: pare ci sia venuto addosso il problema dell'Islam, e allora molti dei nostri ragazzi sanno più dell'Islam che della religione cristiana».
Italian Il Patriarca e i camionisti
May 17, 2008
Figlio di un autotrasportatore, il vescovo di Venezia si sente solidale con la categoria, alla quale si rivolge con affetto. Da Paolo Bossi.

(TUTTOTRASPORTI di maggio 2008) Lombardo d'’origine (è nato vicino a Lecco) e dal 2002 patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola - 66 anni - ha volentieri accettato di incontrare TuttoTrasporti nella sua sede patriarcale. Lo scopo era porgli alcune domande sulla vita e sul ruolo dei camionisti, cui egli si sente molto vicino: suo padre Carlo svolgeva questa stessa professione. Con modi cordiali, è lui a venirci incontro tendendo la mano, disponibile ad affrontare un tema caro, benché non abituale nella sua missione pastorale. Il colloquio si è svolto come segue.

Eminenza, Lei è patriarca della città di Marco Polo, il più famoso fra i viaggiatori di terra. Anche i camionisti sono grandi viaggiatori di terra. Le succede mai di pensare a loro?

Mi capita spesso, soprattutto in viaggio, di pensare alla vita degli autotrasportatori, molto faticosa - non mi riferisco solo alla fatica fisica, ma anche al peso della lontananza dalla propria famiglia - e pericolosa. Tuttavia c’è un aspetto di fascino in questa vita e in questa professione, se svolta con abnegazione ed equilibrio.

Lei ama sottolineare che, a questo mondo, siamo tutti dei pellegrini. Forse nessuno, per mestiere, lo è più di chi guida un mezzo per professione. Sembra che il camionista abbia la possibilità di entrare meglio in rapporto con gli altri. Come usare questa opportunità?

Può usarla valorizzando fino in fondo la molteplicità degli incontri e cercando il più possibile di comunicare la bellezza della propria esperienza di vita; e di testimoniare il senso di dipendenza nei confronti di Dio. Chi svolge un lavoro tanto rischioso, infatti, è portato a restare sempre aperto a questo senso di dipendenza. Certo, tutto ciò richiede sobrietà e anche una forte amicizia con i colleghi.

Quali ricordi Lei ha di suo padre Carlo, autotrasportatore? È mai stato con lui in cabina? Cosa le è rimasto dei suoi insegnamenti?

Sono stato più volte a bordo con lui, soprattutto quando da Lecco doveva raggiungere Milano e quindi andava e tornava in giornata. Poi ricordo una volta (fine anni ‘40) in cui mi portò con lui sulle rampe dello Stelvio: io avrò avuto sette o otto anni e lui doveva trasportare, divisi in pezzi, i pali dell’elettricità per conto della Sae (Società anonima elettrificazione). E rammento quando partì per Messina, sempre con a bordo pali per il nuovo elettrodotto dello Stretto: tra andata e ritorno rimase fuori casa 17 giorni! Si è riempito di straordinari per far studiare i figli: mio padre mi ha profondamente segnato per la sua dedizione alla famiglia e al lavoro, svolto con passione e con competenza

Nell’alternarsi continuo, in viaggio, di volti e realtà, alla fine il pensiero del camionista va sempre al ritorno a casa, in famiglia. Capita spesso che egli debba starne lontano tutta la settimana. Gli equilibri familiari non sono, quindi, quelli tradizionali: e ci vuole una bella forza a mantenerli saldi…

La forza, secondo me, viene solo dal saper custodire due valori: da una parte un chiaro senso della propria dipendenza da Dio e la volontà di osservare i suoi comandamenti, dall’altra l’amicizia stretta, tanto

con famigliari, parenti e conoscenti che con i colleghi di lavoro, sia quelli che si conoscono più stabilmente, sia quelli che si incontrano lungo questi trasferimenti.

Il camionista, benché guidi per ore e ore da solo, sente forte l’appartenenza a un gruppo e, infatti, partecipa con entusiasmo ai raduni di camion. Dove il momento religioso non manca mai. Questa spiritualità non può sembrare sorprendente in chi svolge un mestiere così soggetto a certi “luoghi comuni” di giudizio?

Eppure penso che sia decisiva. Proprio perché è uno dei lavori che rischia più fortemente di sradicare la persona dal contesto della vita quotidiana, chi lo svolge sente più forte il bisogno della solidarietà e soprattutto della protezione di Dio e della Madonna. Perciò mi auguro che questi momenti di spiritualità non vengano mai meno e siano sempre vissuti intensamente. Qualcosa di analogo succede per gli uomini del mare; c’è una forte somiglianza tra queste categorie che giocano un ruolo importante per lo sviluppo culturale, sociale, civile ed economico soprattutto del nord del pianeta.

Gli autotrasportatori conoscono bene fatica e stress: prese e consegne senza sosta, code nel traffico, pagamenti che non arrivano, tempi di lavoro soffocanti. E sono arrivati, recentemente, anche alla protesta più dura. Come, in questa situazione di svilimento, potrebbero dare il loro contributo a costruire una vita migliore?

Su questo fronte, secondo me, proprio per la conoscenza più ampia e articolata della realtà, gli autotrasportatori devono saper avanzare proposte realistiche, tentando di far convergere i loro bisogni e legittimi interessi senza mai perdere di vista il bene comune. Tutti noi abbiamo il compito di edificare una società dalla vita buona: certamente chi ha una responsabilità così delicata, chi è sulla strada e, quindi, chi è quotidianamente esposto ed espone gli altri al rischio deve vivere questa responsabilità civile in termini molto precisi e accurati. Per questo è molto importante una solidarietà anche sindacale nel lavoro comune.
Italian Nelle agende veneziane del patriarca Roncalli la dimensione pastorale del futuro Giovanni XXIII
May 02, 2008
Né conservatore né progressista
Un cristiano compiuto.

Di Angelo Scola

Il 29 aprile a Venezia - presso l'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti a palazzo Cavalli Franchetti - vengono presentati i volumi Pace e Vangelo. Le Agende del Patriarca Roncalli. I:  1953-1955 e II:  1956-1958 (edizione critica a cura di Enrico Galavotti, Bologna, Istituto per le Scienze Religiose, pagine 998 e 670, euro 50 ciascun volume). Anticipiamo quasi per intero l'intervento del cardinale patriarca di Venezia.

   Le agende veneziane confermano quanto già evidenziato dalle agende precedenti e da quella del pontificato fino a ora pubblicate:  si tratta, innanzitutto, di una fonte privilegiata per conoscere questo periodo della vita di Roncalli; ma va detto subito che non si tratta di annotazioni diaristiche legate alla crucialità del momento storico. In esse, infatti, accanto a considerazioni su persone e avvenimenti, sono presenti anche riflessioni personali, come la cronaca dettagliata della vita anche domestica e la confessione dei propri stati d'animo. Non mancano, tuttavia, riferimenti all'attualità della vita della Chiesa e della società civile.
   In secondo luogo, le agende mostrano una ben precisa coerenza con le altre fonti, già citate:  si tratta di una coerenza sia lessicale che contenutistica:  in esse traspare, in maniera evidente, il patriarca già conosciuto attraverso gli Scritti e discorsi o Il giornale dell'anima. Niente di nuovo, dunque? Eppure, proprio le descrizioni delle giornate con le persone incontrate, le riflessioni spirituali, i punti delle omelie e degli interventi, le citazioni dal breviario o da qualche lettura, i riferimenti alle gioie e alle preoccupazioni ci mostrano la verità di un cammino di vita in obbedienza, continuamente presente nel richiamo all'obbedienza alla volontà di Dio.
   Leggendo le agende veneziane ho trovato conferma di quello che è stato identificato come uno dei tratti caratteristici della personalità cristiana e sacerdotale del beato Roncalli. Mi riferisco allo stile pastorale che permea tutto il suo operato e la stessa concezione della dottrina cattolica.
   È noto che la dimensione pastorale della dottrina marcò fin dall'inizio l'orientamento impresso da Papa Giovanni XXIII al Concilio Vaticano II (cfr Joseph Ratzinger, Problemi e risultati del Concilio Vaticano II, Brescia, 1967, 109-113; Giovanni Colombo, La teologia della Gaudium et spes e l'esercizio del magistero ecclesiastico, in Id., La ragione teologica, Milano 1995, 281-284; Giuseppe Alberigo, Giovanni XXIII e il Vaticano II, in Id. [a cura], Papa Giovanni, Bari 1987, 215-216). Dalla costituzione apostolica Humanae salutis (1961) - il cui titolo è già significativo - al Radiomessaggio a tutti i fedeli ad un mese dal Concilio (1962), non c'è intervento del Papa che non sottolinei la necessità per la Chiesa di rispondere con sempre maggiore fedeltà a questa sua vocazione pastorale. Soprattutto il discorso d'apertura del Concilio - la celebre allocuzione Gaudet Mater Ecclesia (1962) - segna a un tempo il punto di arrivo e il punto di partenza di una rinnovata autocoscienza pastorale della Chiesa.
   Senza cedere a letture eccessivamente enfatiche non è possibile dubitare dell'importanza oggettiva che l'allocuzione Gaudet Mater Ecclesia ebbe per tutti i lavori conciliari. Aprì la strada travagliata e feconda del superamento di ogni falsa opposizione e di ogni dualismo tra dottrina e pastorale. In essa si legge:  "È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata (...) e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale".
   Sottolineare la natura pastorale della dottrina cristiana vuol dire affermare l'intrinseco legame della verità con la libertà dell'uomo. Così testimoniata, la verità è salvifica. E proprio in forza di questa sua natura salvifica impone di discernere l'errore con misericordia verso l'errante.
   Come emerge questo tratto della fisionomia di Roncalli dalla lettura delle agende veneziane? A mio avviso lo stile pastorale emerge soprattutto nella coscienza di sé che il patriarca Roncalli lascia intravedere attraverso la lettura delle sue notazioni.
   Roncalli interpreta e vive il suo ministero episcopale richiamandosi all'immagine evangelica del buon pastore (cfr Giovanni, 10), come mette in evidenza scrivendo il 17 maggio 1953, poco dopo l'ingresso solenne in diocesi, durante gli esercizi spirituali:  "Ciò che mi prende è la gravità delle mie responsabilità di pastore:  non sono più di me, ma delle anime dei miei fedeli". In una comunicazione in occasione del secondo anno del suo episcopato veneziano, il 23 febbraio del 1954, pensando alla diocesi e parlando del suo compito, scrive:  "Qui si vive come in famiglia, con rispetto, con sincerità, con evangelica carità. Riprenderò dunque il mio passo. Bonus Pastor animam suam dat pro ovibus suis:  il buon Pastore dà l'anima sua per le sue pecorelle. Questo è tutto per me:  il mio proposito, la mia vita". D'altra parte, proprio questo chiede a Gesù, buon pastore, nel corso degli esercizi spirituali con l'episcopato triveneto nel maggio 1955:  "Per altro il pastor deve essere soprattutto bonus, bonus. Diversamente senza essere lupus come il mercenarius, rischia, se dormitat, di divenire inutile e inefficace. O Gesù, bone pastor, che il tuo spirito mi investa tutto:  cosicché la mia vita sia, in questi anni ultimi, sacrificio e olocausto per le anime dei miei diletti veneziani". Queste ultime parole aiutano a comprendere come il suo ripetuto meditare il capitolo decimo di Giovanni corrisponda alla riscoperta continua delle sorgenti più autentiche della sua vita di vescovo, che proprio nella dimensione pastorale trova il suo autentico modo d'essere.
   È questo, dunque, lo stile ispirato dalla figura di Gesù, da cui è consapevolmente caratterizzato il servizio veneziano.
   In seguito, nella prima e terza allocuzione al clero durante il sinodo del 1957, Roncalli svilupperà ulteriormente la riflessione sul pastore, interpretando il pastor come pater:  la pastoralità diventa paternità e questa dice il farsi tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno. Roncalli è un vescovo che "individua nei contatti e nei rapporti l'essenza stessa della sua missione; ovvero quella di chi sa che è la cura del "gregge" a dare anzitutto significato alla qualifica di vescovo" (Enrico Galavotti, Introduzione, in Angelo Giuseppe Roncalli - Giovanni XXIII, Pace e Vangelo. Agende del patriarca 1:  1953-1955, Istituto per le Scienze Religiose, Bologna 2008, XV). E le agende sono una testimonianza ricca di questi continui incontri con persone e situazioni le più diverse, che esprimono in maniera quotidiana la sua paternità; molto spesso, per di più, richiama l'importanza della mitezza, della pazienza e della carità sia per il vescovo sia per il suo clero.
   Dalla lettura delle agende questa fisionomia di Roncalli emerge non tanto nella forma di una riflessione articolata, bensì attraverso il racconto delle continue visite, incontri, attività che popolano la sua giornata. Con semplicità il patriarca constata il 9 novembre 1957:  "A Venezia. Sempre lieto lo spirito nella constatazione del dovere compiuto giorno per giorno".
   Lo stile pastorale di Roncalli brilla ancora dalla profonda unità con cui il beato patriarca vive in prima persona "la venerazione del Libro e [l']adorazione del Calice". Si sa che la consuetudine quotidiana di meditare i testi presentati dai libri liturgici ha spinto sempre più Roncalli a una lettura diretta e sistematica dei Padri e soprattutto della Sacra Scrittura. È impressionante rilevare quante notti ruba al sonno per preparare le sue omelie e i suoi discorsi. Una Parola che va custodita con l'intera tradizione e che va dunque letta "sulle ginocchia della Chiesa":  riferimento agostiniano, questo, che indica il legame costante di Roncalli con la tradizione, fatta di santità, di liturgia, dei Padri, di catechesi, in altre parole la vita stessa della Chiesa. E la famosa pastorale per la quaresima del 1956, La Sacra Scrittura e san Lorenzo Giustiniani, riprenderà e svilupperà tutti questi temi, sottolineando il carattere della Scrittura come libro divino che deve diventare lettura familiare al popolo cristiano. La scrittura, dunque, testimonia Cristo, la Parola eterna del Padre incarnatasi per la salvezza di tutti. Questo deve essere l'orizzonte in cui si esercita la responsabilità del vescovo. Roncalli lo coglie in tutta la sua urgenza per il suo ministero a Venezia.
   Il patriarca Roncalli fu ben consapevole che la sua missione di pastore era a favore di una ben precisa Chiesa. Era il patriarca di Venezia. Per lui, in modo acuto, l'indicazione del territorio include sicuramente la dimensione storico-geografica del Patriarcato, ma soprattutto quella umana ed ecclesiale della comunità cristiana e civile.
   Lo si vede dal suo fortissimo amore per la città e per la sua Chiesa:  un amore che si esprime nei confronti della sua storia, della sua arte, della sua tradizione liturgica, dei suoi santi; tutto questo, però, non tanto in una prospettiva erudita, quanto con uno sguardo attento alle incombenti necessità della popolazione e della comunità cristiana.
   Ama la Basilica di San Marco, la cui bellezza diventa per lui fonte di meditazione e contenuto di insegnamento e di catechesi. Ma la ama, soprattutto, come cattedrale e per questo fa di tutto per renderla una realtà viva e nella quale il popolo possa realmente partecipare alla santa liturgia. Non è raro nelle agende il rammarico per la scarsa presenza dei fedeli in basilica. E questo spiega perché, una volta rilevato l'inconveniente dei plutei (la barriera marmorea che divideva il presbiterio dalla navata della basilica) e della non buona sistemazione del presbiterio, si impegna con energia per una soluzione che permetta una vera partecipazione del popolo e che garantisca la centralità della tomba dell'evangelista. Dal 18 aprile 1954 in avanti l'agenda del patriarca ha continui riferimenti alla questione e all'incomprensione di tante persone, che sono chiamate a giudicare senza saper nulla della liturgia o che raramente si recano in chiesa e, quando vi si recano, lo fanno "con lo spirito dei visitatori del Museo storico e artistico, e non affatto del luogo di culto e di preghiera". I plutei, infatti, nascondono le cerimonie (6 giugno 1954). Quello dei plutei è un "affare" che lo "esercita alla pazienza" (30 giugno 1955).
   Gli appunti riguardanti il giorno 25 aprile di ogni anno - solennità di san Marco Evangelista - ci permettono di cogliere il respiro che il patriarca Roncalli volle dare a questa festività tipicamente veneziana invitando sia vescovi del Triveneto, sia personalità come il Cardinale Feltin, Arcivescovo di Parigi, o il Cardinale armeno Agagianian.
   Anche la santità veneziana è da lui conosciuta:  ama riferirsi a san Girolamo Emiliani (i cui figli riesce a riportare in diocesi, ove non erano più presenti dalla soppressione napoleonica:  affida loro la nuova parrocchia della Madonna Pellegrina, in uno dei quartieri più popolari di Mestre:  18 e 19 settembre 1955) e al beato Gregorio Barbarigo; coglie presto l'importanza di san Lorenzo Giustiniani, decidendo di fare il possibile perché la sua memoria e il suo culto possano essere ripresi con forza dal clero e dal popolo. Trova la sua figura un po' abbandonata, e questo non gli piace. L'8 gennaio 1954 annota:  "A Venezia si festeggia san Lorenzo Giustiniani, il protopatriarca. Ma nessuno o quasi nessun segno di festa, oltre il breviario". Roncalli fa così trasparire uno degli aspetti più significativi della sua azione di vescovo:  l'attenzione, segnata da profondo rispetto per la tradizione e per la storia della santità della Chiesa locale. Vorrebbe, addirittura, riacquistare l'antico patriarchio di San Pietro di Castello:  "Potrebbe servire a tante cose:  innanzitutto ad un ripristino di una gloria religiosa di Venezia" (14 settembre 1955; inoltre cfr 11 ottobre 1955) e progetta di ridar vita all'isola di San Giorgio in Alga, culla della formazione del protopatriarca (22 novembre 1955 e 17 dicembre), che aveva già visitato il 13 maggio. La sua opera, in questa prospettiva, troverà il suo culmine nelle numerose celebrazioni e iniziative dell'anno centenario del Giustiniani, il 1956. Ancora, non va dimenticato quanto da lui fatto per il patriarca Sarto, Pio X, soprattutto nella circostanza della sua canonizzazione il 29 maggio 1954, tornando dalla quale, il 1° giugno seguente, annota:  "Il mio tributo di onore al mio santo predecessore ebbe dunque buon successo. Possa anch'io tenermi nel solco della santità".
   Roncalli dimostra grande interesse per le istituzioni culturali attive in città:  il 14 febbraio 1954 visita le Gallerie dell'Accademia e commenta:  "Tesori preziosissimi di arte pittorica veneta, assai bene presentata e custodita. Eh! ci vorrebbe più tempo. Se però il riflesso di tanta bellezza dei visi di Gesù, della Madonna, dei santi basta a rapirci gli occhi, che sarà la visione della realtà in Paradiso!"; il 1° marzo successivo è la volta della Biblioteca Marciana mentre, nella stessa data del 1955, è presente all'inaugurazione dell'anno accademico all'Università di Ca' Foscari:  presenza "invocata da tutti i professori".
   Ma è soprattutto nei confronti della Fondazione Cini che Roncalli dimostra un forte interesse, anche per i buoni rapporti intessuti con il conte Cini e per l'apprezzamento dell'opera di restauro e di rivitalizzazione dell'isola da lui intrapresa e finanziata.
   Segue con attenzione, anche se talora con qualche apprensione, anche le attività della Mostra del Cinema, celebrando la messa e rivolgendosi in francese ai partecipanti:  "Seguì a San Marco la Messa per i cineasti, mie parole in francese:  successo solennissimo, musica eccellente" (primo settembre 1957).
   Consapevole della ricchezza culturale della città, Roncalli apprezza e incoraggia l'impegno della Chiesa nello stesso ambito:  il 25 marzo 1953 inaugura lo Studium Cattolico in Piazzetta dei Leoncini, un ente, diretto da alcune personalità rappresentative del mondo ecclesiale veneziano, la cui specifica attività sarà la promozione culturale delle tematiche religiose in ambito teologico, storico e artistico. Perno di tale attività è una libreria, che si trova, purtroppo, ad avere come concorrente un negozio delle suore di san Paolo:  una potenza di fronte alla ancora piccola realtà veneziana, tanto che il patriarca stesso dubita che lo Studium potrà sostenersi e annota:  "Pazienza. Anche l'emulazione del bene quando il bene diventa un affare a lungo andare pregiudica il meglio":  25 gennaio 1955.
   Ma la diocesi non è solo la Venezia delle bellezze artistiche; è anche la Venezia di Mestre e Marghera, i due centri in fortissimo e disordinato sviluppo a causa della presenza del polo industriale, che attira lavoratori non solo dalle zone circostanti, ma da tutta Italia. Fin dal 18 marzo 1953, a pochi giorni dal suo ingresso, il patriarca riceve una deputazione di operai di Porto Marghera:  "Ebbi e prolungai una conversazione famigliare, che mi mise a contatto con molte necessità di ordine religioso e morale".
   E questo contatto continua:  il 25 successivo è proprio a Marghera, dove celebra la messa nella cappella dei morti per incidenti, incontra la direzione di alcune industrie e visita i dintorni:  si tratta, per Roncalli, di una "prima introduzione fra il mondo operaio", dalla quale ricava impressioni profonde. Consapevole dell'importanza cruciale di questa zona e dei suoi abitanti, segue con attenzione l'impegno della Chiesa e il primo maggio 1954 è presente nella zona operaia di Ca' Emiliani, dove consacrerà la prima chiesa dedicata in Italia a Gesù Lavoratore. Ma ormai tutto il mondo del lavoro è in fermento:  nella crisi del dopoguerra, niente è più come prima. Il patriarca si preoccupa anche della vertenza del Mulino Stucki, un tempo centro fiorentissimo del commercio veneziano, ma ora in crisi (21 e 26 giugno, 7 luglio 1954), e si fa vicino agli emigranti:  il 26 aprile 1955 si reca alle Zattere a salutarne un gruppo di ottocentocinquanta, per lo più veneti, in partenza per l'Australia, e li incoraggia.
   Si tratta di una sensibilità profonda presente in Roncalli fin dalla sua giovinezza:  ne è lui stesso testimone, parlando all'Associazione "Anziani del Lavoro":  "Ricorderò sempre un'impressione della mia giovinezza. Mi trovavo alle porte di Milano, presso uno stabilimento. Gli operai uscivano in massa dalla fabbrica per tornare, dopo la giornata, alle proprie famiglie. Parlavano poco. Mi ritrassi a guardarli. Mi colpì l'elasticità del loro camminare, la gioia scintillante degli occhi in cui leggevo la tenerezza del cuore, ansioso di ritrovare la sposa, i bimbi e la pace intima, dopo la giornata onesta del lavoro accettato e compiuto in vista anche dei benefici materiali che ne vengono alle persone care. Io sentivo e gustavo la mia vocazione a farmi sacerdote per una vita che sarebbe stata lavoro e, ove occorresse, sacrificio per loro, e per tutti insieme avviamento alla prosperità del vivere umano, alla sicurezza dei beni eterni".
   La lettura delle agende veneziane conferma come sia più rispettoso della figura e dell'azione di Roncalli riconoscere che la sua straordinaria capacità di partire sempre dal positivo senza mai transigere sui principi gli veniva proprio dal suo stile pastorale. Sintesi armonica, sempre rinnovata secondo le circostanze, della sua leale adesione alla Traditio ecclesiale e della tensione appassionata per il compimento (salvezza) di ogni fratello uomo e per il bene del popolo. La stessa intuizione profetica del Concilio, pare a me la conseguenza di questo suo "normale" sentire cum Ecclesia. Papa Roncalli non fu né conservatore né progressista, fu un uomo compiuto, un cristiano riuscito, un santo. Qui e solo qui sta la sua forza.

(©L'Osservatore Romano - 28-29 aprile 2008)
Italian Per un'autentica laicità le religioni devono ripensare la loro soggettività pubblica
Apr 18, 2008
“Oggi le religioni sono chiamate a ripensare la loro soggettività pubblica per non cedere al fondamentalismo ma, al contrario, per potenziare” una “vita democratica autenticamente laica”.

(Radio Vaticana, 16/04/2008) Lo ha detto questa mattina il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, intervenendo all’inaugurazione del nuovo anno dello "Studium generale marcianum", il polo pedagogico-accademico diocesano di cui il Patriarca è Gran cancelliere. “Nella società civile in Europa” e “nel nostro Paese” ha osservato il card. Scola ripreso dall'Agenzia SIR, “convivono molteplici concezioni di vita”; occorre pertanto “il concorso delle diverse posizioni per l’affermarsi di una vita buona”, indispensabile “per la convivenza civile”. In questo orizzonte, avverte il Patriarca, “solo la tensione ad un giudizio comune può fare di persone e corpi intermedi così diversi un unico popolo, capace di progettare un futuro verso il quale muoversi insieme. Al contrario un tasso di conflittualità ogni giorno più elevato favorisce la tentazione di una reattività immediata e mai sufficientemente meditata. E con il risultato di rendere il quadro complessivo ancora più confuso e conflittuale”. Di qui l’urgenza, per il cardinale Scola, “di luoghi di pensiero, elaborazione culturale, educazione in cui poter recuperare uno sguardo più distaccato e insieme sim-patetico sulla realtà, a partire dal quale operare un confronto con tutti”.
French Le coeur et la grâce chez saint Augustin. Distinction et correspondance
Mar 10, 2008
Par le cardinal Angelo Scola patriarche de Venise.

(Source: http://eucharistiemisericor.free.fr)Humilité : la voie maîtresse
Il y a quelques mois, pendant la célébration eucharistique sur l’esplanade des Orti de l’Almo Collegio Borromeo de Pavie, Sa Sainteté Benoît XVI – dont le lien avec saint Augustin est bien connu et transparaît dans son magistère –, parcourant le chemin de conversion du saint évêque, en a décrit la dernière étape définitive en ces termes: « Augustin avait appris un dernier degré d’humilité – non seulement l’humilité d’inscrire sa grande pensée dans l’humble foi de l’Église, non seulement l’humilité de traduire ses grandes connaissances dans la simplicité de l’annonce, mais également l’humilité de reconnaître qu’à lui-même et à toute l’Église en pèlerinage, était et demeure continuellement nécessaire la bonté miséricordieuse d’un Dieu qui pardonne chaque jour. Et nous – ajoutait-il –, nous nous rendons semblables au Christ, l’unique Parfait, dans la plus grande mesure possible, lorsque nous devenons comme Lui des personnes de miséricorde » (Benoît XVI, Homélie dans la célébration eucharistique, sur l’esplanade des Orti de l’Almo Collegio Borromeo, Pavie, 22 avril 2007).

La référence du Pape Benoît XVI à l’humilité d’Augustin nous conduit directement au centre de l’enseignement de l’évêque d’Hippone sur “le cœur et la grâce”. Le mot humilité exprime bien en effet et de façon synthétique, ce qui se produit chez l’homme qui, par pure grâce, rencontre la miséricorde vivante de Dieu. Don Giacomo Tantardini écrit, à juste titre, dans le livre que nous présentons ce soir: « Augustin dit que c’est seulement dans la rencontre entre le cœur, c’est-à-dire l’intériorité, et la grâce, c’est-à-dire la présence du Seigneur, que l’intériorité redevient elle-même, que le cœur redevient cœur, c’est-à-dire redevient un cœur d’enfant […]. L’humilité de Jésus est la vertu que nous pouvons imiter. Nous ne pouvons l’imiter dans les miracles qu’il accomplit, mais dans Sa façon d’être doux, petit, humble nous pouvons tous l’imiter » (G. Tantardini, Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza, Città Nuova, Rome 2006, p. 343-344).

Volonté et grâce : une lectio augustinienne
J’ai choisi dans l’immense patrimoine des œuvres de saint Augustin une “page” du De libero arbitrio pour “la lire” avec vous, ce soir.
Comme on le sait, ce dialogue est né d’une discussion qui s’est déroulée à Rome, entre l’automne 387 – Augustin avait été baptisé à Milan par saint Ambroise, dans la nuit du 24 au 25 avril, vigile de Pâques de cette année-là – et l’été 388 (Cf. D. Gentili, Introduction, in Dialoghi II. Opere di Sant’Agostino III/2, Città Nuova, Rome 1976, p. 137-151). L’œuvre fut terminée en Afrique après l’ordination sacerdotale de l’auteur, durant les premiers mois de 391. Devenu évêque coadjuteur d’Hippone par volonté de son évêque Valère en 395 (selon certains en 396), Augustin envoya les trois livres de son œuvre à Paulin de Nole (poète chrétien et évêque, 355-431) (Cf. Epistolae 31, 4.7)

Le dialogue s’ouvre sur une question qu’Evodius pose à Augustin: « Dic mihi, quaeso te, utrum Deus non sit auctor mali / Dis-moi, je t’en prie, si Dieu n’est pas le principe du mal » (I, 1, 1). Le thème n’est donc pas directement la liberté de l’homme mais la responsabilité de Dieu à l’égard du mal. Selon Madec, en effet, «le dialogue pourrait très bien avoir pour titre celui de l’œuvre de Leibniz : Essais de théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l’homme et l’origine du mal » (G. Madec, Saint Augustin et la philosophie. Notes critiques, Paris 1996, p. 61). Dans le dialogue entre Evodius et Augustin arrive à un certain moment la question qui, d’une façon plus ou moins explicite, sous une forme plus ou moins lancinante, est de tous temps présente dans le cœur des hommes: pourquoi le mal ? Une interrogation qui révèle toute sa capacité à blesser notre humanité, si, plus concrètement encore, elle est ainsi formulée: pourquoi m’arrive-t-il d’accomplir le mal ?  

On sait dès les premières pages que l’on a à faire à un auteur “classique” – et Augustin l’est plus qu’éminemment – lorsque, dans l’œuvre de cet auteur, toute distance temporelle ou culturelle s’effaçant, on rencontre immédiatement les questions profondes des lecteurs de toutes les époques.

Mais il y a une autre raison qui m’a poussé ce soir à choisir de lire avec vous un passage du De libero arbitrio. C’est qu’Augustin a relu et interprété lui-même cette œuvre. En effet, comme le note don Giacomo, « en 388, Augustin écrit le De libero arbitrio contre les manichéens. C’est une œuvre intéressante, entre autres parce que les pélagiens s’en serviront par la suite pour dire qu’Augustin, qui venait de se convertir, n’acceptait ni la doctrine du péché originel ni la doctrine de la grâce, dont il allait par la suite devenir le défenseur. Augustin écrira les Retractationes, pour démontrer notamment que sont présentes aussi dans le De libero arbitrio – qui défend la liberté de l’homme – la doctrine du péché originel (que saint Ambroise surtout lui avait enseignée) et la doctrine de la grâce» (G. Tantardini, op. cit., p. 47). Ainsi, le De libero arbitrio nous offre la possibilité de rencontrer Augustin interprète de lui-même.

Nous pouvons de la sorte connaître la première forme de sa pensée authentique sur un point, lié au problème du mal, si décisif pour la vie de tous les hommes, à savoir le rôle de la volonté humaine dans le rapport entre la grâce (Jésus-Christ) et la liberté (homme).

Parcourons ensemble un bref passage de ce dialogue. Il est tiré du livre III, 3, 7: « Ev.– Mihi si esset potestas ut essem beatus, iam profecto essem: volo enim etiam nunc, et non sum, quia non ego, sed ille me beatum fecit / : E. – Si j’avais le pouvoir d’être heureux, je le serais sûrement déjà. Je voudrais l’être dès aujourd’hui et je ne le suis pas, parce que ce bonheur ne dépend pas de moi, mais de Lui ».

En quelques mots, le texte d’Augustin introduit deux questions fondamentales pour l’homme d’aujourd’hui, celui que l’on appelle l’homme post-moderne. Avant tout, la question du bonheur: il faut se rappeler la prégnance qu’a dans le latin chrétien le terme beatus: il s’agit de ce bonheur accompli et définitif qui n’est pas directement à la portée de l’homme mais qui engendre un plaisir durable qui n’est pas destiné à s’évanouir comme les plaisirs purement mondains. Eh bien, de même que les questions de vérité et de justice ont été les plus débattues par l’homme moderne (jusqu’à la chute du mur, pour être clair), aujourd’hui les questions de bonheur et de liberté sont devenues l’emblème principal du monde post-moderne. J’ai vu dans la liberté le second grand thème du passage que j’ai choisi. Augustin en parle à travers deux termes de grande profondeur anthropologique: volonté (volo) et pouvoir (potestas). Nous reviendrons plus tard sur ces catégories.

« Aug. – Optime de te veritas clamat / A. – Le cri de la vérité sort fort bien de toi! » (« La vérité se manifeste et se crie elle-même remarquablement bien à partir de ton expérience »), répond Augustin à Evodius.

Le saint évêque nous indique ainsi que l’expérience humaine, considérée en elle-même, ouvre à l’homme la question de la vérité de soi-même. En quoi consiste cette expérience élémentaire de l’homme à laquelle se réfère Augustin ? Elle consiste en deux éléments: Le désir de bonheur – premier élément – et la conscience du fait que l’homme ne peut atteindre par lui-même ce bonheur. C’est un Autre qui peut accomplir ce désir – seconde donnée essentielle.

Se référant au bonheur ainsi conçu, le saint affronte le thème qu’il m’intéresse d’examiner directement: le rôle de la volonté.

« Non enim posses aliud sentire esse in potestate nostra, nisi quod cum volumus facimus. Quapropter nihil tam in nostra potestate, quam ipsa voluntas est. Ea enim prorsus nullo intervallo, mox ut volumus presto est/ Tu peux en effet avoir conscience que rien n’est en notre pouvoir que ce que nous faisons quand nous le voulons; et, par conséquent, rien n’est autant en notre pouvoir que la volonté même. Elle est en effet à nos ordres, sans aucun délai, dès que nous voulons ».

C’est là l’une des affirmations que Pélage et ses disciples utilisèrent pour diminuer le poids du péché originel et de la grâce dans la controverse avec Augustin. Le père Agostino Trapè note qu’après avoir dépassé l’illusion manichéenne qui permettait à l’homme de ne pas se considérer comme responsable du mal accompli, parce qu’elle expliquait le péché non pas à partir de la libre volonté mais en vertu de la présence simultanée en l’homme de deux principes (bien et mal), Augustin écrivit le De libero arbitrio précisément « pour démontrer que la volonté humaine est essentiellement libre, c’est-à-dire qu’elle a en son pouvoir ses propres actes » (A. Trapè, Introduzione generale a sant’Agostino, Città Nuova, Rome 2006, p. 112-113). Et en effet, quelques lignes plus bas par rapport au passage que nous avons cité, Augustin déclare: « Voluntas igitur nostra nec voluntas esset, nisi esset in nostra potestate. Porro, quia est in potestate, libera est nobis / Notre volonté ne serait donc pas volonté si elle n’était pas en notre pouvoir. Effectivement parce qu’elle est en notre pouvoir, elle est pour nous libre» (III, 3, 8). C’est cette affirmation d’Augustin que les pélagiens utilisèrent contre Augustin lui-même. Comment le saint réagit-il à cette interprétation ?

Écoutons-le directement en lisant un texte des Retractationes (I, 9, 3) que je cite seulement en traduction: « Que les nouveaux hérétiques, disciples de Pélage, ne s’exaltent pas trop. Si, dans ces livres, nous nous sommes laissés aller à faire de nombreuses déclarations favorables au libre arbitre, comme l’exigeait la nature de cette discussion, cela ne signifie pas que nous ayons eu l’intention de nous mettre sur le même plan que des gens comme eux, qui affirment le libre-arbitre de la volonté au point de ne plus laisser place à la grâce de Dieu et de considérer que celle-ci nous est concédée selon nos mérites ».

Et plus loin il déclare: « Les pélagiens estiment ou peuvent estimer que nous professons les mêmes idées qu’eux. Mais c’est une supposition sans fondement. C’est bien sûr la volonté qui nous fait pécher ou mener une vie droite, et c’est cette idée que nous avons développée dans les passages cités [Augustin se réfère aux passages du De libero arbitrio qu’il cite dans les Retractationes]. Si donc la grâce divine n’intervient pas pour libérer la volonté de la condition servile qui la rend esclave du péché et si elle ne l’aide pas à surmonter ses défauts, les mortels ne peuvent vivre selon la piété et la justice. Et si ce bienfait divin qui délivre la volonté ne la précédait pas, il faudrait le considérer comme une récompense accordée à ses mérites; alors ce ne serait plus la grâce car l’on entend par grâce ce qui est donné gratuitement » (I, 9, 4).

En tenant compte de ces précisions fournies directement par Augustin, nous pouvons retourner au passage du De libero arbitrio qui est l’objet de notre lectio, pour approfondir le rapport entre vouloir et pouvoir et donc, pour finir, entre liberté humaine et liberté divine, c’est-à-dire entre le “cœur et la grâce”.

Augustin part de données indiscutables qui font partie de la vie de tous les hommes et sur lesquelles leur volonté est sans pouvoir. « Et ideo recte possumus dicere: “Non voluntate senescimus, sed necessitate”; aut “non voluntate infirmamur, sed necessitate”; aut : “non voluntate morimur, sed necessitate”; et si quid aliud hujusmodi / Et on peut bien dire: “Ce n’est pas volontairement mais nécessairement que nous vieillissons, ce n’est pas volontairement mais nécessairement que nous tombons malade, ce n’est pas volontairement mais nécessairement que nous mourons”, et ainsi de suite pour des cas de ce genre ».

Augustin prend en considération avec une grande perspicacité la vieillesse, la maladie et surtout la mort. Ce sont des faits qui arrivent necessitate, sans que la volonté de l’homme puisse les dominer. Et, de plus, ils mettent en relief le contraste entre le désir de beatitudo et l’impossibilité d’y parvenir par nous-mêmes. La mort, qui plus est, semble contredire radicalement ce désir de bonheur et de liberté dont nous avons parlé tout à l’heure. Elle semble en effet réduire l’homme à ce qui arrive necessitate. Mais ici, Augustin déploie de façon foudroyante sa puissante argumentation. Même devant ces données incontestables: « ”Non voluntate autem volumus”, quis vel delirus audeat dicere ? / Mais qui, serait-il fou, oserait avancer: “Ce n’est pas volontairement que nous voulons ?” ».

Nous pouvons reconnaître dans notre expérience un point duquel cette necessitas est radicalement exclue: la possibilité de vouloir qui est au cœur de l’expérience de la liberté.

Augustin poursuit: « Quamobrem, quamvis presciat Deus nostras voluntates futuras, non ex eo tamen conficitur ut non voluntate aliquid velimus. Nam et de beatitudine quod dixisti, non abs teipso beatum fieri, ita dixisti, quasi hoc ego negaverim: sed dico, cum futurus es beatus, non te invitum, sed volentem futurum. Cum igitur praescius Deus sit futurae beatitudinis tuae, nec aliter aliquid fieri possit qua mille praescivit, alioquin nulla praescientia est, non tamen ex eo cogimur sentire, quod absurdissimum est et longe a veritate seclusum, non te volentem beatum futurum / Aussi, quoique Dieu sache d’avance quelles seront nos volontés, il n’en résulte pas que nous voulions quelque chose sans notre volonté. Quand tu as dit à propos de ton bonheur que tu ne deviens pas heureux par toi-même, tu l’as dit comme si je niais cela; en fait ce que je dis, c’est que, si tu deviens heureux, ce ne sera pas sans que tu le veuilles, ce sera parce que tu le veux; et quoique Dieu connaisse quel sera pour toi ce bonheur, quoique rien ne puisse arriver en dehors de ses prévisions, autrement il ne faudrait plus parler de prescience, nous ne sommes pas contraints d’admettre, pour ce motif, que tu seras heureux sans que tu le veuilles: car y aurait-il rien de plus absurde, de plus étranger à la vérité ? ».

Avec une acuité toute particulière Augustin déclare que le bonheur, c’est-à-dire cette béatitude qu’il n’est pas en notre pouvoir d’atteindre et qui est donnée par Dieu, a quelque chose à voir (et comment!) avec notre volonté. Personne, en effet, dit le saint évêque, ne deviendra heureux sans qu’il le veuille. Non pas que la volonté soit capable de mettre en acte nécessairement ce qu’elle décide – elle n’est pas capable de réaliser le bonheur accompli qu’elle désire pourtant ardemment – mais la volonté vraiment et définitivement libre a le pouvoir de vouloir ce qui nous est donné.

Je peux vouloir le don (grâce). Mieux, je suis vraiment libre et je décide pour la plénitude de mon existence du moment où je prends la décision d’adhérer au don de la grâce. C’est cette dignité de la liberté humaine qui fait du cœur le véritable interlocuteur de la grâce. Et ainsi la grâce, absolument et toujours gratuite, devient vraiment efficace (non comme quelque chose d’automatique qui s’impose à l’homme) quand la liberté dit “oui”; elle n’annule pas la liberté mais l’appelle à s’impliquer et de cette façon l’exalte. Le père Trapè dit à ce sujet: « Dans la controverse pélagienne, ensuite, Augustin prit constamment soin d’affirmer la liberté de l’homme et en même temps la nécessité de la grâce […], il prit soin aussi de recommander, sans se lasser, de conserver fermement les deux vérités (sans la première on subvertit toute la vie humaine, sans la seconde toute la vie chrétienne), même si l’on ne comprend pas comment elles peuvent aller ensemble. On a tort quand on soutient qu’Augustin a sacrifié la liberté pour défendre la grâce. La grâce, écrit avec force le docteur de la grâce, aide la volonté à ne pas disparaître devant les faiblesses de sa nature, elle ne la supprime pas […]. “Le libre arbitre n’est pas supprimé parce qu’il est aidé, mais il est aidé justement parce qu’il n’est pas supprimé” (Ep.157, 10) » ( Ibid., p. 113).

Augustin a splendidement résumé cette idée dans une expression célèbre du Sermo 169, 11, 13: « Qui t’a créé sans toi ne te justifie pas sans toi: il a créé qui ne savait pas, il ne justifie pas qui ne veut pas». Dans le sillage de cette tradition, Dante, avec l’acuité propre au génie littéraire, déclare avec décision: «Le plus grand don que Dieu dans sa largesse/ fit en créant, le plus conforme à sa bonté,/ et celui qu’il estime le plus,/ fut la liberté de la volonté » (Paradis, V, 19-22). Et le Concile de Trente reprendra cette idée avec une formule géniale, expression de l’équilibre du catholicisme, qui pour décrire le dynamisme de la liberté, toujours animée par la grâce rédemptrice, parle du fait de coopérer en acquiesçant: « Si quis dixerit liberum hominis arbitrium a Deo motum et excitatum nihil cooperari assentiendo Deo excitanti atque vocanti quo ad obtinendam iustificationis gratiam se disponat ac praeparet, neque posse dissentire, si velit, sed velut inanime quoddam nihil omnino agere mereque passive se habere: anathema sit » (Concile de Trente, Décret De iustificatione (13 janvier 1547), can. 4 : « Si quelqu’un dit que le libre arbitre de l’homme mû et stimulé par Dieu, ne coopère en rien en exprimant son assentiment à Dieu qui le meut et le prépare à obtenir la grâce de la Justification, et qu’il ne peut, s’il le veut, refuser son consentement, mais qu’il reste, comme quelque chose d’inanimé, sans rien faire et purement passif: qu’il soit anathème »).

Le cœur, donc, est appelé à vouloir librement le bonheur qui ne peut être que le fruit du don de la grâce. Quelles sont les expressions privilégiées de sa volonté libre à l’égard de la grâce? Le désir et l’accueil reconnaissant du don. En effet « qui demande le salut sauve son âme: qui le demande, qui le désire: et cela vaut pour tous les hommes. Seul le Mystère connaît le cœur de l’homme. Il suffit d’un instant de désir » (G. Tantardini, op. cit., p. 208).

Le “travail” de la liberté
Les pages d’Augustin que nous avons parcourues ensemble ont-elles quelque chose à nous apprendre, à nous hommes et femmes d’aujourd’hui, qui sommes assoiffés de bonheur et de liberté ?

Nous ne pouvons pas nier en effet que, dans les démocraties avancées, en Occident surtout, la technoscience domine assez fortement notre vie personnelle et sociale. Pour la question des origines de la vie, de son déroulement et de sa fin, la technoscience semble, dans la mentalité courante, se substituer aux religions, aux philosophies. À bien y regarder, le phénomène lui-même de la globalisation est étroitement dépendant du fait que l’Occident est en train d’imposer au monde entier une conception du bonheur comme pur produit progressif de la technoscience.

Il semble, à première vue, que la culture contemporaine nie tout l’enseignement d’Augustin contenu dans l’affirmation d’Evodius dont nous sommes partis: « Si j’avais le pouvoir d’être heureux, je le serais sûrement déjà. Je voudrais l’être dès aujourd’hui et je ne le suis pas, parce que ce bonheur ne dépend pas de moi, mais de Lui ». Aujourd’hui, la technoscience semble donner à l’homme le pouvoir d’être heureux. Non seulement de vouloir le bonheur mais de pouvoir le réaliser par soi-même, directement, sans le recevoir d’aucune façon comme un don.

Ce qui s’exprime ainsi, c’est la prétention à jouir d’une liberté inconditionnée. Une liberté qui a tout en son pouvoir: “je peux et donc je dois”, tel est l’impératif catégorique de la technoscience.

Descartes avait peut-être déjà identifié la justification historique et culturelle du pouvoir du savoir scientifique: la promesse de rendre l’homme « maître et possesseur de la nature ». Le pouvoir du savoir scientifique repose, d’une part, sur son universalisme théorique et pratique (en opposition à la multiplicité et à la conflictualité des religions), de l’autre sur l’immense accroissement des possibilités que la science à travers la technique, met à la disposition du monde. Ainsi la technoscience incite-t-elle de fait la raison à renoncer à poser les questions qui portent sur les fondements (“Et moi, qui suis-je ? Qui, finalement, m’assure de mon être, au-delà de la mort, par son amour ?”). Et elle pousse la liberté à s’engager presque exclusivement dans les réalisations confiées à un technicisme toujours plus puissant qui, donc, pour finir, se justifie toujours davantage lui-même.

On entrevoit ici une forme post-moderne d’utopie qui ne va pas sans lourdes conséquences au niveau social. En effet, tout ce qui ne rentre pas dans l’optique de cette forme d’“universalisme scientifique” est, au mieux, relégué dans une sorte de réserve indienne qui ne peut aspirer à avoir une importance publique universelle.

Que faut-il opposer à cette mentalité ? Certainement pas les plaintes ni la recherche obsessive du coupable, mais la foi entendue comme réponse humainement accomplie. La foi vive qui témoigne la vérité, la beauté et la bonté du don gratuit de la rencontre avec le Christ. La voie de la rencontre entre le cœur et la grâce. Entre la capacité de vouloir, qui ne disparaît jamais, et le don qui accomplit le désir de bonheur. Et ce n’est pas un hasard si, aujourd’hui encore, après la Bible, Les Confessions d’Augustin sont l’œuvre la plus imprimée du monde.

Dans un commentaire du passage évangélique du jeune homme riche, Don Giussani, dont les “lectures” augustiniennes de don Giacomo sont nourries, voit dans la description de la tâche de la liberté dans la rencontre avec la grâce, la voie royale pour parler à l’homme d’aujourd’hui: « Pensez au jeune homme riche – qui se fraie un chemin à travers les gens et reste, bouche bée, à écouter Jésus – et à Jésus qui le regarde. Le jeune homme lui dit alors: “Maître bon, comment dois-je faire pour entrer dans ce que tu appelles le Royaume des Cieux, dans la vérité de la réalité, dans la vérité de l’être ?”. Et Jésus le fixa et lui dit: “Observe les commandements”. “Mais je les ai toujours observés”. Et “Jésus, l’ayant fixé, l’aima” – l’ayant regardé, l’aima –: “Il ne te manque qu’une chose: viens jusqu’au fond”. C’est le travail, il lui a donné une proposition de travail: que devienne travail la gratuité qui l’avait submergé […[ la valeur de la vie, de ma vie, est Ton œuvre, c’est un travail. La pertinence de la liberté à la possibilité que l’ Être fait miroiter s’appelle travail » (L. Giussani, Affezione e dimora, Bur, Milan 2001, p. 272).

Mais où apprendre une pareille foi ?  Il faut que les hommes et les femmes de notre temps – là où ils se trouvent, là où ils aiment et travaillent, c’est-à-dire dans leur vie réelle – rencontrent concrètement des communautés chrétiennes dans lesquelles puisse être pratiquée l’expérience de vouloir ce don (la grâce) qui accomplit le désir. Des communautés qui proposent à la liberté perdue et assoiffée de l’homme post-moderne l’avantage de vivre tous les mystères chrétiens jusque dans leurs implications personnelles et sociales de chaque jour. Communautés dans lesquelles le don vivant et personnel de Jésus Crucifié ressuscité (grâce) soit, ainsi que le disait von Balthasar, comme une blessure féconde qu’aucune prétention humaine ne puisse avoir l’illusion de savoir guérir.

Communautés chrétiennes formées d’hommes et de femmes au travail, comme le dit Giussani. Qui veulent vivre la gratuité par laquelle ils sont surpris. Communautés où chaque personne puisse, en pleine liberté, faire l’expérience du fait que la volonté s’accomplit bien plus dans l’accueil du don que dans la prétention de la conquête.

Le pape Benoît XVI s'est beaucoup impliqué lors de ses dernières Catéchèses sur la vie et l'œuvre de Saint Augustin. Ce sont cinq audience Générale qu'il lui a consacrées.
Italian Doveva andare in visita
Jan 04, 2008
Cardinale Scola rinvia il viaggio. Il patriarca di Venezia si recherà a luglio a chiesa di Ol Moran.

Roma, 3 gen. (Apcom) - Dopo una verifica accurata con i responsabili della missione cattolica di Ol Moran, in Kenya, e il vescovo locale, mons. Luigi Pajaro, e tenendo conto degli avvisi diramati dal ministero degli Esteri che invita gli italiani a non partire per il paese africano, un viaggio che il cardinale Angelo Scola doveva compiere in compagnia di una delegazione del patriarcato di Venezia è stato rimandato in luglio: lo rende noto un comunicato del suo ufficio stampa.

"Il card. Angelo Scola ed alcuni suoi collaboratori - si legge nel comunicato - avevano programmato di partire per il Kenya la prossima settimana per visitare la parrocchia 'veneziana' di S. Marco a Ol Moran, dove sono presenti due sacerdoti diocesani, don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso, e la giovane volontaria mestrina Elisa Pozzobon. Nel corso del viaggio era previsto anche un incontro con la chiesa diocesana di Nyahururu, all'interno della quale si trova Ol Moran, ed in particolare con il vescovo, il clero locale e i sacerdoti 'fidei donum' operanti nell'area".

"Il Patriarca e i suoi collaboratori - prosegue la nota - sono in continuo contatto con la missione per avere notizie aggiornate sull'evolversi dei fatti: ad oggi nell'area di Ol Moran la situazione risulta tranquilla anche se il vescovo locale ha invitato tutti i preti a non lasciare le proprie parrocchie per almeno un paio di giorni. La comunità ecclesiale veneziana rimane costantemente unita nella preghiera alla parrocchia di Ol Moran e alla Chiesa di Nyahururu".
Spanish «Un Estado laico no puede producir ciudadanos morales»
Nov 09, 2007
«El Estado laico no puede producir ciudadanos morales», advirtió ayer el cardenal de Venecia, Angelo Scola, durante la presentación, en la Universidad CEU San Pablo de Madrid, de su último libro, «Una nueva laicidad» (Encuentro) en el que desbroza, desde una perspectiva cristiana, el vertiginoso paso de una sociedad moderna a la postmodernidad.
Durante un encuentro en el aula magna de la citada universidad, el patriarca de Venecia reivindicó la «utilidad social de la Iglesia», reclamando a los católicos «entrar en el debate público de la sociedad civil».

(ABC, 9 de noviembre de 2007) MADRID. Para Scola, «la Iglesia en España, en toda Europa, tiene hoy un papel fundamental, tanto en la educación como en la familia», que en muchas ocasiones habrá de chocar con los vientos de una laicidad que, en sus extremos, puede ser confundida con actitudes «antirreligiosas».
Y es que, como recordó el purpurado italiano, «el Estado, como institución, es laico, pero no puede ser neutral», mientras que las religiones, en contrapartida, «no se deben neutralizar como sujetos públicos», sino «entrar a discutir» en el interior de las sociedades en las que se insertan.
El relativismo
En este punto, Scola reconoció la «debilidad de las posturas católicas» en las sociedades occidentales, marcadas por el relativismo y el olvido de Dios. «El hombre europeo es un hombre de paja», añadió.
En el libro, el cardenal de Venecia realiza un somero repaso acerca del papel de la conciencia religiosa en las sociedades laicas, sin dejar de lado lo que denomina «dolores de parto de la cultura contemporánea».
Así, Angelo Scola plantea sus ideas sobre el medio ambiente, la eutanasia, el progreso, la educación, las relaciones sexuales, el descanso, la paz o la inmigración. Sobre este aspecto, el cardenal abogó por un «mestizaje de civilizaciones» que, según dijo, «no es una teoría, sino un hecho» en las sociedades europeas.
El volumen no olvida las relaciones entre las religiones y la política, así como los distintos modos de llevar a cabo la misión política. La visión de Estado, la sociedad civil y el presente y el futuro de Europa también tienen cabida en esta compilación.
Italian In uscita il nuovo libro del cardinale Scola
Oct 31, 2007
"Come nasce e come vive una comunita' cristiana"

Venezia, 29 ott. (Apcom) - Uno strumento di lavoro: così il Patriarca definisce il nuovo libro uscito in questi giorni, edito da Marcianum Press e intitolato "Come nasce e come vive una comunità cristiana". Raccoglie alcune istruzioni del card. Angelo Scola ma anche il suo dialogo con le centinaia di partecipanti alla "scuola di metodo" della diocesi di Venezia.

"Questa pubblicazione - scrive il Patriarca nella prefazione - esprime l´esigenza che i passi fatti, frutti del lavoro personale e comunitario, potessero essere raccolti e messi a disposizione della vita dell´intero corpo ecclesiale perché tutti e ciascuno ne facessero tesoro. Non è tanto un libro da leggere dalla "a" alla "z" quanto piuttosto uno strumento di lavoro su cui tornare in continuazione, un aiuto al cammino di vita cristiana secondo quel prezioso e incessante scambio che documenta la vitalità di ogni famiglia e nel cui dinamismo educativo tutti sono continuamente coinvolti".

I testi pubblicati, in particolare, elaborano e riprendono con sistematicità alcuni temi (come gli affetti, il lavoro e il riposo) al centro dei lavori del Convegno ecclesiale nazionale di Verona tenutosi nell´ottobre 2006.
Italian Il cardinale Scola consegna il Premio Robert Bresson al regista Sokurov
Sept 09, 2007
Il regista russo Aleksandr Sokurov ha ricevuto questa mattina il Premio Robert Bresson nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia.

(Radio Vaticana, 06/09/2007) E’ stato il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, a consegnare questa mattina ad un emozionato Aleksandr Sokurov il premio Robert Bresson, assegnato dalla Rivista del Cinematografo in collaborazione e con il patrocinio dei Pontifici Consigli della Cultura e delle Comunicazioni Sociali. Erano presenti le massime autorità istituzionali e politiche e il presidente dell’Ente dello Spettacolo, mons. Dario Viganò. Al Patriarca, appassionato da sempre di cinema, abbiamo chiesto se può a suo avviso ritenersi ancor oggi un’oasi privilegiata in cui culture e persone si incontrano:

R. – Può essere un luogo di scambio assai privilegiato e molto potente tra gli uomini, e può essere un’occasione veramente profonda per penetrare nel cuore dell’uomo e nel cuore dei popoli.


D. – Eminenza, quale secondo lei il peso del cinema nella formazione delle coscienze e dell'identità cristiana?


R. – Il cinema parla il linguaggio simbolico, cioè mette in relazione le persone con le circostanze, con i rapporti e con gli elementi essenziali della vita quali sono gli affetti, il lavoro, il riposo, i conflitti, le contraddizioni, le possibilità di edificazione, di costruzione di pace ... E quindi, può affrontare la totalità dell’umana esperienza secondo la forza dei suoi strumenti espressivi e aiutare milioni di persone a conoscersi meglio ed a conoscere meglio la realtà in cui sono immersi. Certamente, questo viene incontro anche ai cristiani, perché i cristiani sono i più realisti tra gli uomini, perché Gesù è venuto esattamente per insegnarci a stare dentro alla realtà. L’autentica fede si vede da come funziona la realtà quotidiana, da come